Quella che si sta combattendo negli ultimi 5 giorni a Bassora, Baghdad, Kerbala, Nassiriya e Kut ha tutta l’aria di essere la resa dei conti finale tra le forze fedeli al governo di Al-Maliki, supportate dall’aviazione USA e GB, e l’Esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr.
I combattimenti tra fazioni sciite, in particolare tra le milizie delle Badr Forces legate allo SCIRI (Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica) e i miliziani di Al Sadr, non sono certo una novità ed erano stati molto duri già nell’agosto scorso a Kerbala.
Ma questa volta l’impiego totale dell’esercito iracheno sotto il comando diretto del premier Al Maliki e i durissimi scontri in corso in tutto il centro e il sud del Paese lasciano supporre che si andrà avanti fino a quando una delle due parti non soccomberà in modo definitivo.
Finora sono centinaia i morti e i feriti, ma è naturalmente impossibile quantificarli con esattezza, vista anche la mancanza assoluta di giornalisti sul campo, tranne i soliti embedded al seguito delle truppe USA e i freelance rinchiusi nella Green Zone.
Oggi a Damasco si è riunito il vertice della Lega Araba, snobbato però dai leader di quei Paesi più succubi nei confronti degli USA, costretti infatti a inviare solo una delegazione di basso livello.
E proprio da questa città Moqtada al Sadr, in un'intervista ad Al Jazeera ha rivolto oggi un drammatico appello alla Lega Araba, all’Organizzazione della Conferenza Islamica e all’ONU, "Mi appello a costoro perché diano legittimità alla resistenza e stiano a fianco del popolo iracheno, e non contro, in quanto il popolo iracheno ha bisogno degli Arabi così come di chiunque altro. L’Iraq è ancora sotto occupazione e la popolarità degli Stati Uniti in Iraq si sta riducendo ogni giorno e ogni minuto. Attraverso Al Jazeera chiedo la partenza delle truppe occupanti dall’Iraq il prima possibile".
Cadrà nel vuoto questo appello? Rimarrà solo l’Iran a finanziare e armare le milizie di Al Sadr? Sta per arrivare finalmente il momento in cui le varie milizie, sciite e sunnite, si uniranno per combattere e cacciare una volta per tutte le truppe occupanti?
Le risposte non tarderanno ad arrivare…
sabato 29 marzo 2008
La resa dei conti
venerdì 28 marzo 2008
Free Mumia!
Finalmente. Con la decisione di ieri della corte federale d’appello di Philadelphia che ha annullato la condanna a morte emessa nel 1982 per l’uccisione del poliziotto bianco Daniel Faulkner, si è rinvigorita la speranza di vedere Mumia Abu Jamal definitivamente fuori dal braccio della morte in cui è tenuto appunto da 26 anni.
Giornalista radiofonico e militante delle Black Panthers, Mumia è stato per anni un simbolo delle campagne internazionali contro la pena di morte. Chi lo ha sempre sostenuto è convinto che Mumia abbia subito un processo ingiusto e razzista.
giovedì 27 marzo 2008
La “vecchio” gioventù del PD
Il PD per rafforzare l’immagine di novità e svecchiamento del panorama politico ha addirittura candidato come capolista alla Camera per il Lazio una ventisettenne, tale Marianna Madia.
Sconosciuta ai più per ovvi motivi, la “giovane” capolista sta recuperando terreno tra un’intervista e l’altra concessa a vari quotidiani nazionali.
Proveniente da una famiglia di celebri avvocati – lo zio vanta tra i propri clienti la famiglia Mastella – ha studiato a Roma allo Chateaubriand, scuola pubblica francese, si è laureata 4 anni fa in Scienze Politiche con 110 e lode e ora lavora presso l’Ufficio Studi dell'Arel, il think-tank democristiano fondato nel 1976 da Beniamino Andreatta e di cui è ora Presidente Francesco Merloni e Segretario Generale Enrico Letta.
La “ragazza” vanta anche frequentazioni importanti, come Cossiga – con cui condivide il fisioterapista - e il Presidente Napolitano, con il cui figlio ha avuto una relazione amorosa.
Insomma, è il prototipo della comune ventisettenne italiana…
Ma a prescindere da ciò, su cui si può sorvolare tranquillamente, sono alcune sue pubbliche dichiarazioni che lasciano esterrefatti e fanno accapponare la pelle.
Dopo aver esordito tempo fa con “Porterò la mia inesperienza in Parlamento” presentandosi come “candidata della generazione Erasmus”, l’intervista rilasciata oggi a Il Foglio avrà fatto rizzare i capelli a tutte le donne ex militanti del PCI che fu e comunque a tutte le donne che si definiscono “di sinistra” e si riconoscono oggi nell’attuale PD. Ma immagino che anche alla Bonino non sarà mancato un colpo allo stomaco, mentre la Binetti invece starà gongolando…
Ecco alcune perle della “ragazza” prodotte nel corso di questa intervista “L’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale e culturale… sono certa che se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita… L’essere umano va tutelato prima di tutto… Serve una convergenza di ideali, solo in un dibattito aperto si può arrivare a condividere questa concezione per cui la vita è vita dall’inizio alla fine”.
Dice però di non riconoscersi nella moratoria proposta da Ferrara ma aggiunge “non perché non condivida le analisi di Giuliano Ferrara, anzi: mi pare che quello che dice su questo tema vada proprio verso quella ‘riumanizzazione della vita disumanizzata’ che ritengo necessaria oggi. La richiesta di moratoria però non mi sembra l’approccio giusto per affrontare un problema che comunque sento anch’io come decisivo oggi… Io sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo. Certo è che anche per esperienza personale mi sono resa conto di quanto sia sottile la linea di demarcazione tra le cure a un malato terminale e l’accanimento terapeutico nei suoi confronti. Quindi dico no all’eutanasia ma penso che l’oltrepassamento di quella linea sottile vada giudicato – in certi casi – da un’équipe di medici; comunque non dal diretto interessato o dai suoi parenti”.
Dunque un bel no all’aborto e all’eutanasia come presupposto di un’idea di famiglia che per la “ragazza” deve essere “lo strumento che ci proietta verso il futuro”.
Da queste perle si passa poi a dichiarazioni più banali come “molte logiche di sviluppo della nostra società sono al capolinea, vanno ridefinite. Bisogna capire quali strumenti possano garantire una ‘crescita qualitativa’ duratura. Un paese che non fa figli non ha futuro. La famiglia è il presupposto per questa crescita. Ecco perché la politica deve permettere di fare e crescere una famiglia, meglio se numerosa. Le politiche sulla casa e di lotta al precariato devono essere pensate in quest’ottica”.
La “ragazza” concede qualcosa sulle unioni civili “La libertà personale va rispettata sempre, per cui se due persone decidono di assumere pubblicamente diritti e doveri reciproci devono essere tutelate dalla legge”, precisando subito però “Ma certo è che se si parla di famiglia io penso a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita”. Tanto per chiarire la questione…
Ma tra le ricette per sostenere le giovani coppie sposate “la rappresentante del nuovo che avanza” non propone alcuna novità e infatti scopiazza l’ex ministro Maroni “Tra le nostre proposte c’è quella del ‘bonus bebè’ di 2.500 euro per ogni figlio che nasce”.
Le “novità” poi straripano con “bisogna facilitare la conciliazione tra lavoro e famiglia: una donna deve poter lavorare non perché deve fare carriera, ma soprattutto per potere mantenere il figlio e far crescere la famiglia. Per questo serve maggiore flessibilità nel lavoro e meno precariato”.
Certamente….come direbbe il petomane di Ciprì & Maresco.
La “giovane” infine conclude “Occorre una cultura della vita che sia per davvero tutela della vita in tutte le sue fasi e condizioni. Dal concepimento fino alla morte naturale. Solo così nessuna donna, pur potendolo fare, sceglierà di non abortire. Bisogna riumanizzare la vita disumanizzata, e per farlo bisogna mettere l’individuo al centro”. Of course…soprattutto il riumanizzare la vita disumanizzata……direbbe sempre il personaggio di Ciprì & Maresco.
Questo esempio di “gerontogioventù” è il nuovo che avanza in Parlamento. Che Dio ce ne scampi.
mercoledì 26 marzo 2008
Moqtada al Sadr: luci e ombre
Pubblico qui di seguito un articolo che dipinge con efficacia il quadro cronologico delle vicende legate all’imam sciita Moqtada al Sadr, spuntato praticamente dal nulla subito dopo l’invasione USA in Iraq e che in poco tempo, grazie anche all’importante cognome che porta, si è guadagnato un grande sostegno popolare, in particolare tra gli iracheni più disagiati e senza futuro.
E lo sarà anche in futuro.
Ma sono gli attacchi all'occupazione e l'appoggio alla resistenza armata che gli permettono di ingrossare le sue fila. L'aiuto più grande arriva dalla decisione statunitense di chiudere il suo giornale, arrestare un suo luogotenente accusandolo insieme allo stesso Sadr dell'assassinio del Grande Ayatollah Abd al-Majid al-Khoi avvenuto il 10 aprile 2003 davanti alla moschea di Najaf. Assassinio che ha creato un vuoto politico-religioso aprendo le porte alla divisione e alla lotta per il potere tra le componenti sciite irachene. La reazione è immediata. Sono migliaia i sostenitori vestiti di nero e fascetta verde alla fronte che riempiono le strade di Kut, Kerbala, Najaf. A Baghdad marciando da Sadr City raggiungono il centro dove vengono caricati, ricacciati nella loro roccaforte e attaccati dalle forze statunitensi per tre giorni. Siamo a marzo del 2004. Il 5 aprile le sue parole «terrorizzate il vostro nemico perché non possiamo rimanere in silenzio di fronte alle loro violazioni» passano di bocca in bocca. Sono i giorni del primo attacco a Falluja e il Mahdi combatte al fianco dei fratelli sunniti. Lo scontro diretto con le truppe statunitensi è solo rimandato. Il 5 agosto Moqtada invita a sollevarsi contro gli occupanti. Il campo di battaglia principale è Najaf orfana di Al Sistani a Londra per problemi di cuore. Tre settimane di battaglia condotta anche all'interno del cimitero uno dei luoghi più antichi e sacri per gli sciiti, dove ognuno di loro vorrebbe essere sepolto. La città vive giorni disperati. Sarà solo il rientro di Al Sistani a fermare i combattimenti costringendo Moqtada al tavolo della trattativa. Sadr comincerà la sua ambigua partita politica giostrandosi tra gli interessi di palazzo, la lotta per il controllo a Baghdad e nel sud ricco di petrolio e la sua base fortemente anti-americana e sempre più antisunnita grazie alla strategia statunitense di portare allo scontro interno gli iracheni e di rompere l'alleanza tra resistenza sunnita e sciita nella preparazione del secondo grande attacco di novembre a Falluja.
Il banco di prova saranno le elezioni del gennaio del 2005 che da una parte Moqtada rifiuterà e dall'altra riuscirà a far eleggere suoi rappresentanti al parlamento ottenendo tre ministeri. Intanto il Mahdi s'ingrossa: nel 2003 le voci parlavano di un migliaio di miliziani ora le stime parlano di 15-20mila uomini, ma le cifre in Iraq sono sempre un mistero. Il 2006 è l'anno dello scontro interno. L'attentato alla moschea sciita di Samarra scatena le violenze settarie e la battaglia per il controllo di Baghdad è senza limiti raggiungendo livelli di violenza e brutalità inimmaginabili. Il Mahdi sarà tra i protagonisti aggiungendosi alle operazioni degli squadroni della morte del ministero degli interni composte dalle Badr Forces, milizie del Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica (ora Consiglio Supremo Islamico Iracheno) partito sciita al governo con a capo Al Hakim. Tutti pagheranno un prezzo altissimo. Le zone miste verranno omogeneizzate. Interi quartieri cambieranno composizione. I sunniti perdono la battaglia per la capitale dalla quale fuggono in migliaia.Esecuzioni, torture, rapimenti, attacchi militari, esplosioni.
Le milizie di Moqtada non aspettavano altro e la sua zona di influenza si espanderà andando ben oltre Sadr City. Stessa tragedia in altre città del paese. Intanto giornalmente gli attentati mietono centinaia di vittime, così come aumentano quelli contro le forze multinazionali. La situazione diventa insostenibile e gli americani cambiano strategia: innalzano muri intorno ai quartieri considerati rifugio sicuro per miliziani, combattenti e terroristi; iniziano l'operazione surge (giugno 2007) dispiegando 30mila soldati più 20mila uomini dell'esercito iracheno; assoldano milizie sunnite con l'incarico di ripulire i quartieri dalla componente quedista; si accordano con leader tribali sunniti dando vita al Consiglio del Risveglio (Sahwa) e sembra tentino, senza successo, una "sahwa sciita" anti-Moqtada identificato come il peggiore dei mali. Gli spazi di manovra militare e politica diminuiscono e come spesso accade il momento di massima espansione corrisponde al più critico e pericoloso da gestire. Il Mahdi non è mai stato facile da controllare. Ripetuti gli episodi di disubbidienza e non rispetto degli ordini, capi militari sollevati dall'incarico se ne vanno con miliziani e armi dando vita a squadroni indipendenti.
Gli stessi sostenitori si lamentano di rapine, sfratti, ricatti, rapimenti, estorsioni, violenze, esecuzioni sommarie da parte di sedicenti sadristi che per la prima volta nella loro vita hanno potere e possibilità di forti guadagni. Iniziano scontri tra milizie sadriste, le divisioni interne si moltiplicano. La forza di Moqtada sta nell'appoggio popolare se lo perde si gioca il potere e il futuro politico che per i religiosi sciiti si basa sullo studio della religione all'interno di scuole riconosciute la più importante delle quali è l' Hawsa di Najaf. Nell'agosto del 2007 scoppiano violenti combattimenti nella città santa di Kerbala tra il Mahdi e le Badr Forces. Moqtada non aveva dato l'ordine, è imperativo riprendere il controllo e la decisione è presa: congelamento di tutte le attività dell'Esercito del Mahdy per sei mesi, scaduti e rinnovati il 22 febbraio scorso.
Non solo. Moqtada non reagisce all'arresto di suoi miliziani. Le aree sotto il suo controllo diminuiscono. Alcune sedi vengono perquisite. Ma nonostante le richieste della base l'ordine non cambia. Le mele marce le lascia volentieri alla repressione americana e irachena, sono coloro che non ubbidendo causano l'erosione del suo consenso che rimane comunque alto. In compenso chiede ed ottiene la liberazione di Hakim al-Zamili, uno dei suoi uomini di punta e del generale di brigata Hamed al-Shimari, ex capo della sicurezza del ministero della sanità, arrestati con l'accusa di abuso della loro posizione per facilitare esecuzioni settarie. Arriviamo così all'annuncio shock dell' 8 marzo: «Molti dei miei compagni più stretti hanno lasciato per ragioni terrene, alcuni di loro vogliono essere indipendenti», scrive Sadr in un comunicato diffuso a Najaf. «Questo non significa che non ci siano seguaci leali… Molti che ritenevamo fossero buoni seguaci non stanno ascoltando i loro leader religiosi… e sono coinvolti in conflitti politici… Giuro di vivere con voi e fra voi. Io sono parte di voi. Non cambierò, a meno che morte non ci separi... Il fatto che la presenza degli occupanti continui mi ha spinto ad assumere questo isolamento. E' un modo per esprimere la mia protesta…Non sono ancora riuscito a liberare l'Iraq e a renderlo una società islamica. Non so chi sia responsabile di questo fallimento o di questa incapacità io, la società, o entrambi?… La presenza dell'occupante e il fatto di non aver liberato l'Iraq, nonché la disobbedienza di molti e il fatto che abbiano deviato dalla retta via, mi hanno spinto all'isolamento per protesta…». E aggiunge che vuole obbedire al desiderio del padre e continuare gli studi religiosi, tornerà quando riterrà interessante farlo.
E qui sta la strategia futura di Sadr. Moqtada non ha studiato e nella tradizione sciita questo gli impedisce di diventare un riferimento religioso e politico importante. Ha potuto presentarsi come leader solo grazie alla storia della sua famiglia. Suo padre era il Grande Ayatollah Mohammed Sadiq Al-Sadr assassinato nel 1999 e simbolo della resistenza sciita al regime. Lo zio era il Grande Ayatollah Sayed Mohammed Baqir Al-Sadr fondatore negli anni '50 del partito Dawa al Islamya tutt'ora esistente, benché diviso in quattro fazioni, e al governo. Senza queste credenziali gli sarebbe stato molto difficile agire e non avrebbe avuto una sua moschea. L'appoggio popolare di oggi derivante dalle condizioni in cui versa il paese sa che non basterà. Senza la "laurea religiosa" rischia di non avere un ruolo importante nell'Iraq di domani dove dovrà far dimenticare anche gli orrori delle esecuzioni settarie. Altro neo il suo cambio di rapporti con l'Iran che lo ha armato e finanziato nell'ultimo periodo e dove si ritiene si sia ritirato con altri fedeli che sembra stiano frequentando corsi di addestramento, strategia e organizzazione militare. Neo perché uno dei leit motiv della sua propaganda era la sua indipendenza dall'ingombrante vicino a differenza dei suoi avversari Al Hakim e Al Sistani. Se ne avvantaggia al Fadhila che si ispira al padre di Moqtada rivendicando di essere l'unico partito sciita non filo iraniano. Si pensa al domani, ma l'oggi incalza. I fedelissimi di Moqtada faticano a tenere la base e allora si conferma la tregua ma si dà semaforo verde: rispondete se attaccati. In perfetto stile Moqtada.
martedì 25 marzo 2008
L’ennesima elemosina
La scampagnata elettorale continua e dopo la barzelletta di Berlusconi sulla cordata di imprenditori italiani intenzionati ad acquistare Alitalia al grido di “qui si fa Alitalia o si muore”, ecco che in giornata durante il suo tour in Sicilia Veltroni risponde con una promessa di aumento delle pensioni a partire dal Luglio prossimo.
Benissimo, nulla da obiettare. L’aumento delle pensioni – e dei salari, aggiungo – legato all’aumento del costo della vita è una questione cruciale per qualsiasi governo verrà fuori dalle urne del 13 e 14 Aprile.
Non ha però avuto il coraggio di quantificare l'adeguamento, per non scadere anche lui nel ridicolo. Ma d’altronde non ne ha bisogno…
domenica 23 marzo 2008
Iraq: il perenne delirio dell’Idiota
Sono passati ormai ben 5 anni dall’inizio della guerra d’invasione in Iraq voluta a tutti i costi dall’amministrazione Bush.
Ma l’Idiota che siede alla Casa Bianca continua a credere in una realtà virtuale che esiste solo nel suo cervello, e prosegue imperterrito nel descriverla a tutto il mondo con incredibile nonchalance.
Pochi giorni fa, in occasione appunto del quinto anniversario dell’invasione, Bush ha pronunciato un discorso al Pentagono che definire ridicolo è a dir poco un eufemismo.
Ha esordito infatti con: "I successi cui stiamo assistendo in Iraq sono innegabili". Certamente, anzi, of course…gli strabilianti successi sono sotto gli occhi di tutti.
Solo oggi per esempio, la zona verde di Baghdad (in teoria la più sicura di tutta la città) si e' svegliata sotto un martellamento di mortai e razzi (circa 18) e attacchi sanguinosi sono avvenuti nel resto del Paese, in particolare a Mosul con 13 soldati iracheni uccisi da un tir imbottito di esplosivo.
La guerra infatti continua quotidianamente senza sosta da 5 anni.
Ma per completare il quadro “vittorioso” dipinto da Bush è doveroso aggiungere i 4000 morti ufficiali tra i soldati USA, le centinaia di migliaia di morti tra i civili iracheni, i più di 4 milioni di iracheni che dal 2003 hanno dovuto abbandonare le proprie case e un Paese distrutto economicamente e socialmente.
Questa è per l’Idiota l’incontestabile vittoria USA in Iraq.
Proseguendo nel suo discorso/delirio al Pentagono Bush ha per un attimo intravisto la realtà affermando: “la battaglia in Iraq è stata più lunga, più dura e più costosa del previsto”.
Poi però è subito ritornato in sé: “Rimuovere Saddam Hussein dal potere era la cosa giusta da fare.…Per i terroristi l'Iraq era considerato il posto in cui Al Qaeda chiamava a raccolta le masse arabe per cacciare l'America. Invece l'Iraq è diventato il posto in cui gli arabi si sono uniti agli americani per cacciare al Qaeda… Stiamo aiutando il popolo iracheno ad instaurare una democrazia nel cuore del Medio Oriente. Un Iraq libero combatterà i terroristi invece di dar loro rifugio”.
Ma ovviamente l’Idiota sorvola sul fatto che proprio il Pentagono un anno fa in un rapporto riservato ha riconosciuto chiaramente che non c’era alcun legame tra Saddam Hussein e la galassia islamista denominata Al Qaeda, inesistente in Iraq prima del 2003.
Questo report doveva essere reso pubblico e diffuso, ma naturalmente l’Amministrazione Bush continua a tenerlo semi-nascosto.
Secondo questo dossier, Saddam ha sostenuto il terrorismo di Stato, ha intrecciato rapporti con formazioni radicali palestinesi, ma ha diretto le azioni eversive non contro gli Stati Uniti, ma contro i dissidenti iracheni.
Sono cose note, così come lo è l’assenza delle fantomatiche armi di distruzione di massa e il fatto, questo sì incontestabile, che l’Iraq dopo l’invasione USA è diventato un ricettacolo di miliziani islamici provenienti dall’estero e votati al martirio.
Mancano ancora 10 lunghi mesi alla fine del mandato presidenziale dell’Idiota e purtroppo dovremo ancora sorbirci i suoi deliri che saranno puntualmente propagandati dalla stragrande maggioranza dei mainstream media nei 5 continenti del pianeta.
Come direbbe Eduardo de Filippo….adda passà ‘a nuttata!
sabato 22 marzo 2008
L'oppio legale
Una notizia di fondamentale importanza è stata lanciata in queste ore da tutte le agenzie di stampa: Papa Ratzinger ha battezzato Magdi Allam durante la veglia pasquale nella basilica di San Pietro.La prima reazione spontanea a tale news potrebbe/dovrebbe essere d’indifferenza unita ad un sonoro “echissenefrega”, ma invece c’è anche chi come l’imam Izzedin El Zir, portavoce dell’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii), si è sentito in dovere di rilasciare una pubblica dichiarazione su questo evento di portata storica…
El Zir ha affermato: "L'importante e' che ogni persona viva la sua religiosita' in modo pacifico e rispettando le altre religioni. (Allam) è un uomo adulto, libero di fare la sua scelta personale: in Italia ci sono diversi cristiani che abbracciano l'islam con la loro libera scelta, non credo ci sia concorrenza tra cristianesimo e islam a conquistare le persone".
Alla banalità di un atto religioso che avviene migliaia di volte nel mondo ogni giorno, si aggiungono parole altrettanto banali che, evocando poi la concorrenza tra le due religioni alla stessa stregua di quella tra due detersivi, rasentano anche il ridicolo.
Beati loro che ci credono……ogni tanto li invidio.
venerdì 21 marzo 2008
Genova 2001: per una memoria di ferro
Sulle gravi responsabilità penali delle forze dell’ordine per quanto accaduto durante il G8 di Genova nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz, il muro di silenzio eretto dalla gran parte dei mainstream media – per non parlare poi della classe politica - è purtroppo risaputo e vergognoso.
In attesa delle sentenze di condanna emesse dal tribunale di Genova, se si eviterà la prescrizione che scatterà nel gennaio 2009, un piccolo squarcio è stato aperto negli ultimi giorni grazie ad alcuni articoli degni di tale nome firmati da Revelli su Il Manifesto e D’Avanzo su La Repubblica.
Qui di seguito i testi integrali.
Il Manifesto, 13 Marzo 2008
La disumana non-notizia
di Marco Revelli
La parola impronunciabile - quella che dovrebbe far scattare chiunque, con un senso di allarme istintivo - è stata pronunciata, in un'aula di tribunale. E non dagli avvocati: dai Pubblici ministeri. Connessa a fatti specifici. A ben individuati imputati. Documentata. Certificata da testimonianze giurate e giudicate vere da una magistratura di solito avara, quando si tratta di «organi dello Stato».
«La tortura è stata molto vicina a Bolzaneto - ha detto la Pm Petruzziello - In quelle ore si è verificata una grave compromissione dei diritti umani». Nel nostro paese sono state praticate, a livello di massa, su oltre 200 persone, con continuità e ostentazione, sevizie, umiliazioni, crudeltà che rientrano tra gli atti previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
Non è una notizia, questa?No, a leggere i grandi quotidiani italiani. L'ho cercata a lungo, quasi incredulo, quella notizia - almeno un titoletto, qualche riga, un corsivo, un piccolo editoriale... - sulle prime pagine del Corriere e di Repubblica, che pure, il giorno prima, in un'anticipazione della requisitoria (a pagina 16!) aveva parlato di «trattamenti inumani e degradanti...., dita spezzate, pugni, calci, manganellate su persone inermi, bruciature con accendini e mozziconi di sigaretta, bastonate sulle piante dei piedi; teste sbattute contro i muri, taglio di capelli, volti spinti nella tazza del water...».
E che mercoledì non ne parla più - un compito già svolto, un fatto già archiviato -, mentre il Corriere la confina a pagina 23, come se si trattasse di cronaca nera, e la Stampa a pagina 20 (con almeno un piccolo richiamo in prima). Per i giovani di Bolzaneto, per i loro oltraggi subìti, non si scomodano gli opinion leader, i Panebianco, i Galli della Loggia, e nemmeno gli Scalfari o le Annunziata. De minimis non curat praetor. È più importante il gossip su Ciarrapico (prima pagina di tutti), sulle squillo del governatore di New York (in prima di Repubblica), sulla moglie di Mastella ...
Non è nemmeno un fatto politico? Ancora una volta no, a porgere l'orecchio al brusio che viene da questa orribile campagna elettorale, tutta all'insegna della virtualità e della simbolizzazione. Evidentemente quei corpi umiliati, quei ragazzi profanati alla loro prima esperienza d'impegno pubblico, non sono simboli sufficientemente maneggiabili, né utili nello spazio degradato della competizione senza principii.
Meglio il faccione di Calearo, i fogli bianchi strappati da Berlusconi, le boutades sulla castrazione chimica di Veltroni, la rincorsa ai santini distribuiti da Ruini. Fanno più colore. «Funzionano», «tirano», come si dice adesso.Qualcuno ha sentito un solo fiato, al centro o da quello che si chiamava fino a ieri il centro-sinistra (lasciamo andare la destra, che quelle torture le ha favorite, le ha prodotte e le ha coperte...), sullo scandalo di Bolzaneto? Sul nostro senso civile finito sotto i tacchi degli anfibi dei medici aguzzini e dei secondini sadici, in una caserma della Repubblica? Quegli stessi che ancora pochi mesi fa guidavano la caccia ai mendicanti e ai lavavetri in nome della legalità, e si stracciavano le vesti di fronte a un migrante privo di permesso di soggiorno, hanno obiettato qualcosa per quegli uomini in divisa che colpivano le ferite aperte, minacciavano di stupro ragazzine minorenni, piegavano a colpi di bastone adolescenti ridotti all'impotenza?Eventi come questi non sono indolori. Scavano un solco. Tracciano un confine. D'ora in poi sarà sempre più difficile mantenere anche solo un terreno di discorso possibile, e aperto, tra queste due Italie: quella piccola, esile, minoritaria fin che si vuole, che non ci sta a digerire tutto, anche il disumano, e quella disposta ormai a passare su tutto e che tutto accetta come «normale». Sarà sempre più difficile continuare a credere anche solo a una riga delle infinite colonne di piombo, e delle stucchevoli prediche sulla nostra bella democrazia, che ci ammanniscono sui giornali. Sarà sempre più difficile, quasi impossibile, continuare ad affidare anche solo un brandello dei nostri progetti e delle nostre speranze a un qualche settore di questo ceto politico indifferente a tutto tranne che a se stesso.
Insomma, sarà sempre più difficile sentirsi parte, anche piccola, di un medesimo paese.Saremo apolidi, forse. O esuli mentali. Può darsi che sia questo l'estremo approdo del bradisismo che si è innescato in questa tormentata transizione italiana: la fuoriuscita dell'Altra Italia dall'Italia ufficiale.
La chiusura definitiva del ciclo apertosi col 1945, e protrattosi per oltre un sessantennio. Non lo so. Ma una cosa è certa: d'ora in poi nessuno si permetta più di farci, dall'alto di un qualche luogo «istituzionale» o da qualche organo di stampa, la predica sul «bene comune», sull'«impegno civile», e della «buona cittadinanza». Perché ogni legittimazione è finita.
La Repubblica, 17 Marzo 2008
Le torture a Bolzaneto e la notte della democrazia
di Giuseppe D'Avanzo
C´era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. «Giovanissimo». Più o meno ventenne, forse «di leva». Altri l´hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di «sospensione dei diritti umani», ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell´amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell´acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva. Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che «soltanto un criterio prudenziale» impedisce di parlare di tortura. Certo, «alla tortura si è andato molto vicini», ma l´accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.
Il reato di tortura in Italia non c´è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell´Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d´uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l´abuso di ufficio, l´abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell´indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna.
Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa «degli altri», di quelli che pensiamo essere «peggio di noi». Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta. Nella prima Magna Carta - 1225 - c´era scritto: «Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese». Nella nostra Costituzione, 1947, all´articolo 13 si legge: «La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà»La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un´accorta gestione, si sono voluti cancellare i «luoghi della vergogna», modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l´idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C´è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l´arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come «Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!», cori di «Benvenuti ad Auschwitz». Dov´era il famigerato «ufficio matricole» c´è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come «Morte agli ebrei!», ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.
Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l´ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l´ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo). A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: «Allora, non li vuoi vedere tanto presto...». A un´altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H.T. chiede l´avvocato. Minacciano di «tagliarle la gola». M.D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: «Vengo a trovarti, sai». Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni «per accertare la presenza di oggetti nelle cavità». Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i «tempi di permanenza nella struttura». Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all´ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia. È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le «posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa».
La «posizione del cigno» - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell´attesa di poter entrare «alla matricola». Superati gli scalini dell´atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della «posizione» peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella «posizione della ballerina», in punta di piedi. Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato «entro stasera vi scoperemo tutte»; agli uomini, «sei un gay o un comunista?» Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: «viva il duce», «viva la polizia penitenziaria». C´è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un «trauma testicolare». C´è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella «posizione della ballerina». Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano «di rompergli anche l´altro piede». Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. «Comunista di merda». C´è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di «non picchiarlo sulla gamba buona». I.M.T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B.B. è in piedi. Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: «Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?». S.D. lo percuotono «con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi». A.F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: «Troia, devi fare pompini a tutti», «Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte». S.P. viene condotto in un´altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J.H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e «a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania». J.S., lo ustionano con un accendino.
Ogni trasferimento ha la sua «posizione vessatoria di transito», con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C´è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati. In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l´altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: «I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone». Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: «E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci». Poi un´agente donna gli si avvicina e gli dice: «È carino però, me lo farei». Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell´unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all´accompagnatore. Che sono spesso più d´uno e ne approfittano per "divertirsi" un po´. Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, «arrangiandosi così». A.K. ha una mascella rotta. L´accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E.P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto «se è incinta». Nel bagno, la insultano («troia», «puttana»), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: «Che bel culo che hai», «Ti piace il manganello». Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno.
Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché «puzzano» dinanzi a medici che non muovono un´obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato «strattonato e spinto». Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con «questo è pronto per la gabbia». Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di «trofei» con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, «indumenti particolari». È il medico che deve curare L.K.A L.K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un´iniezione. Chiede: «Che cos´è?». Il medico risponde: «Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!». G.A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All´arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c´è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due «fino all´osso». G.A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede «qualcosa». Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare. Per i pubblici ministeri, «i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria».
Non c´è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell´estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un´osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l´indifferenza dell´opinione pubblica, l´apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.
Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la «dimensione dell´umano» di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre «con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l´etica, con l´identica allergia alla coerenza»?
La Repubblica, 19 Marzo 2008
I silenzi sul Garage Olimpo di Bolzaneto
di Giuseppe D’Avanzo
Il processo per i fatti di Bolzaneto, scrivono i pubblici ministeri nella memoria consegnata ieri al tribunale di Genova, è «un processo dei diritti». Le testimonianze, le fonti di prova raccolte, le timide ammissioni degli imputati, la ricostruzione di quel che è accaduto in una caserma italiana diventata, per tre giorni, un argentino Garage Olimpo parlano della dignità della persona umana, della libertà fisica e morale del cittadino detenuto. Ci ripetono che anche una democrazia è capace di torturare. Che anche la nostra giovane democrazia può avvitarsi, senza preavviso, in una spirale autoritaria, e non solo i regimi che si nutrono dell´annientamento dell´altro per sopravvivere.Ci ricordano che l´umiliazione di un uomo prigioniero e indifeso, abbandonato a un deserto di regole, garanzie e umanità apre un solco profondo tra il cittadino e lo Stato. Ci annunciano come può collassare la cultura stessa della nostra convivenza civile. L´indignazione non può bastare per quel che accaduto a Genova Bolzaneto. Non è sufficiente un sentimento.
Occorrono ragione e intelligenza delle cose. E´ necessario interrogarci con radicalità sulla debolezza delle nostre istituzioni; sui deficit culturali di chi - in alto o in basso - li rappresenta; sulla qualità delle prassi di governo e comando di quelle istituzioni; sulla peculiarità dei meccanismi di selezione dei ceti dirigenti di quelle amministrazioni, sulla loro permeabilità a una volontà - politica, burocratica - che può capovolgere i valori costituzionali. «Bolzaneto è un "segnale di attenzione"», hanno ragione i pubblici ministeri di Genova. E´ «un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell´uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere».
I magistrati sembrano chiedere ascolto, più che al tribunale, a chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia. Bolzaneto, sostengono, insegna che «bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l´ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi». E´ un´invocazione, ci pare. Quei magistrati, con misura e rispetto, dicono alla politica, al Parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato «gli atti di tortura», «i comportamenti crudeli, disumani, degradanti».
E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria perché quando si mette in moto è troppo tardi. La violenza già c´è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri - dove i corpi vengono rinchiusi - dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza - e non è il nostro caso - fosse effettiva. L´invito della magistratura di Genova dovrebbe indurre tutti - e soprattutto le istituzioni - a guardarsi da ogni minima tentazione d´indulgenza, da ogni relativizzazione dell´orrore documentato dal processo.
Ora se si prova a esaminare gli umori delle amministrazioni dello Stato, coinvolte nel plumbeo affresco di violenze ricostruito a Genova, si raccoglie soltanto un imperturbabile disinteresse. Non un fiato. Al più, spallucce. In qualche caso, un sorrisetto di disprezzo. Quel che, a buona parte dell´opinione pubblica, appare a ragione una lesione e una grave ipoteca, non lascia traccia nelle istituzioni. Non è nemmeno un amaro ricordo. E´ soltanto un nulla di cui non vale più la pena occuparsi. Non deve essere nemmeno un fatto politico, una questione pubblica - come si doleva qualche giorno fa Marco Revelli - perché la politica guarda da un´altra parte. Distratta? Complice? Inconsapevole? Senza dubbio sorda ai coerenti argomenti di Valerio Onida: «Uno Stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedirne reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell´ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici».
Forse non si possono usare formule più preoccupate, e tuttavia anche le parole del presidente emerito della Corte costituzionale sono cadute nel vuoto. Il governo in carica tace come se l´affare non lo interpellasse e riguardasse gli altri che governavano nel 2001. Tace il centro-destra, dimentico che quelle violenze si consumarono nel giorno in cui si presentò alla scena del mondo mentre un vice-presidente del Consiglio (Fini) era ospite della "sala operativa" in questura e un ministro di Giustizia (Castelli), nel cuore delle notte, visitava la caserma di Bolzaneto bevendosi la storiella che i detenuti erano nella «posizione del cigno» contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne. Tace Bertinotti, tace Veltroni come se la promessa di un´Italia «nuova» potesse fare a meno di chiedersi: perché c´è stato l´inferno di Bolzaneto? E quale garanzie abbiamo che non accada più?
giovedì 20 marzo 2008
Alitalia, oggi le comiche
Il Governo è stato accusato dal centrodestra di gestione dilettantesca e frettolosa della trattativa, ma se dopo un anno e mezzo non è stata ancora attuata concretamente la vendita ci vuole un bel coraggio a definire frettolosa la trattativa….ma si sa, siamo in Italia e dar fiato alla bocca è lo sport preferito della nostra classe “dirigente”.
Ma nelle ultime 24 ore questa vicenda sta assumendo quei contorni (tragi)comici tipici del nostro Belpaese. Infatti solo ieri, dopo appunto un anno e mezzo dall’inizio dell’asta di acquisto, Silvio Berlusconi si è ricordato di essere uno degli uomini più ricchi del mondo dichiarando: “Dopo l'annuncio della mia contrarietà, Air France rinuncerà alla partita su Alitalia lasciando spazio all'ingresso di Air One, la cui regia nell'operazione considero indispensabile. Tale operazione sarà sostenuta dall'aiuto di una cordata di banche, tra le quali potrebbe esservi Banca Intesa, e di altri imprenditori, tra i quali vi potrebbero essere anche i miei figli…Io non credo che se uno è tra i primi dieci gruppi italiani non entra, che figura ci fa...?…Anche io sarei disponibile ad un sacrificio, ma mi accuserebbero subito di avere un interesse. Potrei partecipare alla pari degli altri, ed anche i miei figli credo che non direbbero di no. La regia dell'operazione resterebbe ad Air One, che potrebbe sfruttare le sinergie con Alitalia. Dietro di lei altri imprenditori e naturalmente delle banche, tra le quali Banca Intesa, che domani, mi dicono, terrà un cda in cui dovrebbe dare via libera all'operazione.”
Un paio di domande sorgono spontanee: dov’era Silvio fino a ieri sera? Perché ha aspettato tutto questo tempo?
Si potrebbe pensare all’ennesima sua boutade da campagna elettorale, buttata lì durante la festa di compleanno di Maroni in un ristorante romano, con l’aiuto magari di qualche bicchiere di champagne.
Ma la faccenda è terribilmente seria e alle dichiarazioni di Berlusconi, il Cda di Banca Intesa che si riunisce oggi risponde così: “Alitalia non è all’ordine del giorno”, smentendo categoricamente quanto detto ieri dal leader del centrodestra.
Lo stesso presidente di Alitalia, Maurizio Prato, ha dichiarato: ”Ma dove sono poi queste cordate strillate sulla stampa e mai pervenute all'azienda?”, aggiungendo che: “le possibili cordate appoggiate dalle banche poi farebbero gravare il debito sull'azienda. Se l'offerta di Air France dovesse essere rifiutata, Alitalia porterebbe subito i libri in tribunale”.
In conclusione, le parole del Ministro Bersani: "Resto allibito di fronte a cordate improvvisate di notte dopo un anno e mezzo che è in corso la vicenda Alitalia. La vicenda Alitalia dimostra che siamo un paese di irresponsabili in senso tecnico, nel senso che nessuno si prende le responsabilità e chi se le prende viene massacrato".
Si attende la prossima puntata di questa (tragi)comica pantomima, e cioè il fallimento di Alitalia.
venerdì 14 marzo 2008
Scampagnata elettorale 2008
Che dire quindi?
Il linguaggio finora usato è piuttosto soft nei toni, a differenza di quello delle campagne elettorali tra il 1994 e il 2006. Finalmente hanno capito che il disgusto per questa classe “dirigente” da parte della stragrande maggioranza dei cittadini italiani non può che crescere a dismisura se si continua ad assistere al gioco delle parti in cui ci si insulta in tv, non si parla delle soluzioni concrete ai problemi economici del Paese e degli italiani e poi, spente le telecamere, si va a braccetto a cena in un buon ristorante.
Solo negli ultimissimi giorni Berlusconi ha rispolverato il suo repertorio di battutacce e con il polverone sulla candidatura di Ciarrapico ha dato un po’ di pepe a questa stanca e noiosa campagna elettorale.
Immagino che, man mano ci si avvicinerà alla data delle votazioni, il clima si riscalderà ma neanche più di tanto.
E’ evidente che Berlusconi e Veltroni si rispettano e si “aiutano” reciprocamente. Infatti, visti i sondaggi che danno il Pdl in vantaggio sul PD, Silvio sta cercando di dare una mano a Walter ripescando le sue solite battute e candidando persone col fine di irritare i vertici del Partito Popolare Europeo e perdere voti in favore dell’UDC.
Sembra chiaro poi che i due partiti “a vocazione maggioritaria” vogliano proprio governare insieme, fare alcuni cambiamenti alla Costituzione e, si spera, cestinare l’attuale legge elettorale. Riportando quindi gli italiani a votare di nuovo tra due-tre anni in un quadro bipartitico.
Riusciranno nel loro intento? Beh, se al Senato si ripeterà un altro semipareggio come nel 2006 un governo Pdl-PD sarà quasi inevitabile.
Comunque sia, si andrà a votare con 11 candidati premier presenti in tutta Italia: Stefano Montanari (Per il bene comune), Bruno De Vita (Unione democratica per i consumatori), Daniela Santanche' (La Destra), Fausto Bertinotti (Sinistra arcobaleno), Flavia D'Angeli (Sinistra critica), Stefano De Luca (Pli), Marco Ferrando (Pcl), Silvio Berlusconi (Pdl), Pier Ferdinando Casini (Udc), Walter Veltroni (Pd), Enrico Boselli (Ps), Renzo Rabellino (Lista dei grilli parlanti).
Quest'ultima lista ha pero' dei ricorsi pendenti. Forza Nuova ha raccolto le firme ed ha presentato le sue liste in quasi tutta Italia, eccetto Liguria, Toscana, Basilicata Senato e Piemonte 2, Trentino Alto Adige, Liguria Camera. Giuliano Ferrara ha presentato la lista 'Aborto? No, grazie' solo alla Camera. Il Partito di Alternativa comunista (candidato premier Fabiana Stefanoni), Meda - Movimento europeo diversamente abili (candidato premier Sergio Riboldi) e Il Loto (candidato premier Luigi Ferrante) sono presenti in pochissime circoscrizioni.
Non c'è che dire, è un bel calderone tipicamente italiota.
Due parole infine su una persona che è stata “massacrata” da tutti e che invece ha dimostrato una grande serietà e dignità: Romano Prodi.
La sua uscita di scena dalla politica è stata esemplare e dovrebbe essere fonte d’ispirazione per Nonno Silvio. E non solo.
giovedì 13 marzo 2008
Thailandia: un futuro incerto dopo le elezioni
Il 23 Dicembre scorso si sono svolte le elezioni politiche in Thailandia dopo 15 mesi di governo ad interim insediatosi dopo il colpo di Stato militare del settembre 2006, che ha costretto all’esilio l’ex premier Thaksin Shinawatra, magnate delle telecomunicazioni e uomo più ricco del Paese.
Ha vinto il People Power Party (PPP) - il partito nato dalle ceneri del Thai Rak Thai di Shinawatra sciolto dalla Corte Suprema nel maggio scorso - che si è aggiudicato 233 seggi su 480 sconfiggendo così il suo acerrimo rivale, il Partito Democratico, a cui spettano invece solo 165 seggi.
Il PPP ha già annunciato che presenterà ufficialmente il 4 gennaio il suo nuovo governo in coalizione con alcuni partiti minori, contando su una maggioranza di almeno 254 seggi, anche se non sono ancora del tutto chiare le vere intenzioni di tutti i piccoli partiti, fondamentali per formare un nuovo governo a guida PPP o a guida Democratica e perciò tendenti ad alzare il prezzo per la loro partecipazione a qualsiasi coalizione di governo.
Inoltre sono all’orizzonte alcuni ricorsi alla Commissione Elettorale per compravendita di voti su vari seggi assegnati al PPP, il quale a sua volta mette in dubbio i seggi vinti dal Partito Democratico a Bangkok, storica roccaforte Democratica.
Finora però tutti, dai partiti politici sconfitti ai membri del governo ad interim e della giunta golpista (il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, CSN), hanno dichiarato di accettare e rispettare il responso delle urne riconoscendo al PPP il diritto di formare il nuovo governo. Tuttavia il leader dei Democratici, Abhisit Vejjajiva, ha precisato che se il PPP non sarà in grado di dar vita a un governo di coalizione entro il 4 gennaio, sarà suo diritto e dovere formare il governo insieme ad altri partiti minori.
Quindi nonostante un risultato elettorale piuttosto netto, le incognite sul prossimo futuro thailandese sono tante e ruotano intorno all’effettivo comportamento che adotteranno i militari se il PPP, una volta al governo, manterrà le sue pesanti promesse fatte in campagna elettorale – cambiare di nuovo la Costituzione, approvata con un referendum popolare voluto dalla giunta militare nell’agosto scorso, concedere l’amnistia ai 111 alti membri del disciolto partito Thai Rak Thai estromessi da ogni attività politica per 5 anni e soprattutto garantire un sicuro ritorno in patria a Shinawatra per potersi difendere nelle aule giudiziarie dalle accuse di corruzione e frode fiscale.
Prospettando quindi una sorta di vendetta contro la giunta militare golpista e un’interferenza nel sistema giudiziario.
Ma l’incognita maggiore è proprio quella relativa ad un eventuale ritorno in Thailandia dell’ex premier Shinawatra, in esilio a Londra da 15 mesi e che nel frattempo, nonostante il congelamento dei suoi beni deciso dal Comitato di Esame sui Patrimoni creato ad hoc dopo il golpe e che il PPP vorrebbe invece sciogliere, è riuscito ad acquistare nel giugno scorso la squadra di calcio inglese del Manchester City.
Ora si trova da qualche giorno a Hong Kong, dove ha seguito l’esito delle elezioni, e ha già dichiarato di voler tornare in patria come “normale cittadino” per potersi difendere in tribunale, aggiungendo che non vuole più interessarsi di politica in prima persona ma si limiterà solo ad un ruolo di consigliere del PPP, se gli verrà richiesto.
C’è chi parla di un suo rientro il giorno di San Valentino, per sottolineare le sue intenzioni di riconciliazione e amore verso il Paese; ma si dice anche che potrebbe rientrare tra febbraio e aprile per dare il tempo necessario al nuovo governo guidato dal PPP di preparare al meglio l’evento.
Le reazioni al suo desiderio di rientrare sembrano concordi nel sottolineare che egli ha tutto il diritto di tornare per potersi difendere in tribunale come un normale cittadino. Lo stesso premier in carica, il generale in pensione Surayud Chulanont, ha più volte dichiarato che non ci sarà alcun problema se Thaksin deciderà di ritornare in patria.
Negli stessi termini si sono espressi i suoi avversari politici, il capo del CSN Ammiraglio Chalit Pukpasuk e la Confidustria Thailandese, che però lo ha ammonito a tenersi alla larga dalla politica e da qualsiasi interferenza con la Giustizia.
Ma i magistrati che stanno indagando su di lui hanno invece annunciato pubblicamente che non appena toccherà il suolo thailandese Shinawatra sarà immediatamente arrestato, dal momento che un mandato di arresto nei suoi confronti è stato spiccato molti mesi fa, così come la richiesta di estradizione indirizzata al governo britannico che non ha ancora avuto risposta.
Inoltre, a dimostrazione che il prossimo futuro è tutt’altro che certo e sereno, si sono aggiunte le dichiarazioni dell’attuale Ministro della Difesa, l’ex generale Boonrawd che, dopo aver ribadito che i militari torneranno nelle caserme rispettosi del risultato elettorale e senza timori di ritorsioni contro di loro da parte del nuovo governo, ha sottolineato che “Anche se la Thailandia è sulla via della democrazia, la preoccupazione dell’esercito per il Paese rimane. L’esercito comunque eviterà ogni atto non convenzionale e si conformerà alle regole. Ma, se accadrà qualcosa alla nazione, il popolo dovrà accettare le conseguenze delle sue decisioni. (Un golpe) è come un disastro naturale, non possiamo assicurare che non avverrà”.
Una dichiarazione che fa il paio con quella rilasciata all’inizio della campagna elettorale da Sonthi Boonyaratkalin - il generale a capo del colpo di stato del 2006 e attuale vice premier dopo essere andato in pensione il 30 settembre scorso – che appunto non escludeva un altro golpe in caso di vittoria del PPP.
A tutto ciò si aggiungano poi i pessimi rapporti personali tra Thaksin e la figura più amata e riverita della Thailandia, il re Bhumibol, che ha avallato il golpe e lo scioglimento del partito di Shinawatra e che poco prima delle elezioni ha richiamato più volte il Paese all’unità, rivolgendosi in particolar modo alle Forze Armate, “altrimenti tutti noi andremo incontro a vere e proprie calamità”.
Ma le recenti elezioni hanno invece confermato l’estrema divisione del Paese con un nord rurale e povero che ha votato in massa per il partito populista legato a Shinawatra, mentre Bangkok e il sud hanno come sempre dato fiducia ai Democratici.
E anche tra le Forze Armate ci sono molti sostenitori di Thaksin. Lo stesso Capo dell’Esercito Anupong Paochinda è stato criticato per una sua presunta vicinanza a Shinawatra, con cui ha frequentato la scuola cadetti dell’esercito.
I prossimi giorni diranno se effettivamente il PPP riuscirà a formare un governo di coalizione e soprattutto cosa succederà se Shinawatra tornerà in patria.
Ma si prevede comunque un periodo nebuloso di instabilità politica ed economica a cui per l’ennesima volta i militari saranno chiamati a porre soluzione. In un modo o nell’altro.
Per approfondimenti Bangkok Post e The Nation.
Un coup de théatre anche per Prodi
Non bastavano le continue fibrillazioni e i veti incrociati su ogni provvedimento da prendere, né le dichiarazioni di Dini, Bordon e Boselli sulle mani libere; adesso si sono aggiunte anche le spietate frasi del Presidente della Camera Bertinotti "Dobbiamo prenderne atto: questo centrosinistra ha fallito. La grande ambizione con la quale avevamo costruito l'Unione non si è realizzata... in questi ultimi due mesi tutto è cambiato, una stagione si è chiusa…Un governo nuovo, riformatore, capace di rappresentare una drastica alternativa a Berlusconi, e di stabilire un rapporto profondo con la società e con i movimenti, a partire dai grandi temi della disuguaglianza, del lavoro, dei diritti delle persone: ecco, questo progetto non si è realizzato. Abbiamo un governo che sopravvive, fa anche cose difendibili, ma che lentamente ha alimentato le tensioni e accresciuto le distanze dal popolo e dalle forze della sinistra. Ma se si vuole tentare una nuova fase della vita del governo, vedo due terreni irrinunciabili: i salari e la precarietà".
Tutto ciò è la naturale conseguenza di un’azione di governo obbligata al galleggiamento e all’indecisione perenni.
Ma Bertinotti ha voluto dare un’ultima chance al governo evidenziando i temi dei bassi salari e dell’imperante precarietà, che si legano inoltre all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e non solo, come obiettivi primari dell’esecutivo nel prossimo futuro e a cui va data assolutamente risposta.
Si potrebbe però continuare aggiungendo altre questioni da risolvere subito e che a suo tempo erano state inserite nell’ormai dimenticato Programma di governo con cui l’Unione si era presentata alle elezioni.
Ad esempio, l’approvazione di una nuova legge sul conflitto d’interesse, sul riordino del sistema radiotelevisivo, su ulteriori e concrete liberalizzazioni in campo economico (telecomunicazioni ed energia in primis), sui diritti civili delle coppie di fatto, sull’immigrazione, sulle sostanze stupefacenti e l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sui fatti di Genova
Si tratta in fin dei conti di pochi ma fondamentali punti che se affrontati di petto, tenendo semplicemente fede alle promesse fatte in campagna elettorale, potrebbero dare ossigeno al governo e soprattutto ridare un po’ di fiducia ai suoi elettori, ma anche ad una parte di cittadini che non ha votato per il centrosinistra.
Certo, le cose da fare sarebbero anche altre: per esempio, interrogarsi seriamente sul significato e il futuro della presenza italiana in Afghanistan, dove ormai i guerriglieri taleb sono sempre più incisivi, controllano più di metà del Paese e la popolazione li sostiene apertamente.
Ma d’altronde come potrebbe essere altrimenti, quando continuano incessantemente i bombardamenti indiscriminati di aerei NATO che uccidono centinaia e centinaia di civili inermi, quando a Kabul c’è un governo corrotto infarcito di signori della guerra e trafficanti di droga, incapace di garantire una piena sicurezza neanche nella capitale.
Ormai la semplice enunciazione di una Conferenza di Pace non basta più, ci vogliono i fatti. E se non si è in grado di far valere le proprie posizioni, bisogna prenderne atto e agire di conseguenza.
E’ risaputo poi che negli ultimi tempi i soldati italiani sono sempre più impegnati in azioni di combattimento, dal momento che i guerriglieri taleb hanno esteso i loro attacchi anche nella zona sotto controllo italiano.
Inoltre un recente rapporto del Senlis Council, un think-tank inglese di politica internazionale, ha affermato che “Il livello di sicurezza ha raggiunto una crisi senza precedenti. La domanda adesso è non se i talebani torneranno a Kabul, ma quando e in quale forma”.
A questo punto non c’è molta scelta: o si aumentano le truppe NATO fino ad almeno 300.000 unità e si combatte una guerra totale a 360 gradi oppure si prende atto che l’unica via di uscita è organizzare al più presto questa benedetta Conferenza di Pace, concedere agli afghani il diritto di scegliere liberamente chi vogliono al governo del Paese e ritirare tutti i soldati NATO.
Ma ritorniamo in Italia e a ciò che il governo Prodi si troverà di fronte dopo l’approvazione della Finanziaria.
Si è già detto precedentemente di alcuni punti importanti su cui il governo deve legiferare al più presto per ripristinare un rapporto di fiducia con il proprio elettorato, ormai quasi ai minimi termini.
Ma la domanda sorge spontanea: può questo governo nella sua attuale ed elefantiaca composizione realizzare quei provvedimenti?
Si parla di “verifica” a gennaio ma già un anno prima c’era stata la tre giorni nella Reggia di Caserta e non ha portato molta fortuna visto che un mese dopo si è “verificata” la crisi di governo, subito rientrata.
Quindi più che di “verifica” si auspica una mossa decisa e determinata del premier Prodi che, approfittando della nascita del PD sulle ceneri di due partiti e della costruzione in fieri della federazione della Sinistra-Arcobaleno, introietti fin da subito nel governo la futura alleanza che si presenterà alle prossime elezioni politiche applicando già a gennaio la legge Bassanini sul numero massimo dei ministeri, senza che si debba aspettare la prossima legislatura.
L’auspicata mossa perciò è formare a gennaio un nuovo governo guidato da Prodi, di soli 12 ministri e che non superi il totale di 60 unità con i viceministri e sottosegretari.
Un governo agile e snello, capace non solo di offrire una nuova immagine dinamica e fresca ma soprattutto di realizzare concretamente il Programma nella sua interezza.
Questo è il coup de théatre che potrebbe dare slancio e vigore al governo, e farlo durare fino alla naturale scadenza della legislatura.
Altrimenti il tirare a campare tra fibrillazioni e ricatti continui che non permettono di rispettare il Programma con cui si è chiesto il voto nel 2006 non serve proprio a nessuno, se non a scaldare inutilmente delle vuote poltrone e a perdere le prossime elezioni.
Berlusconi: fenomeno politico o psichiatrico?
19 Novembre 2007
Il plateale fallimento di Berlusconi per la mancata caduta del governo Prodi, oltre ad aver rinsaldato la maggioranza di centrosinistra, ha avuto pesanti effetti collaterali: la morte ufficiale della CdL come coalizione di centrodestra unita sotto la leadership incontrastata del suo padre-padrone, il deterioramento irreversibile dei rapporti personali tra Berlusconi e il duo Fini-Casini e lo scioglimento di Forza Italia con la nascita del Partito del Popolo delle Libertà.
In pochissimi giorni è avvenuto un vero e proprio terremoto nell’opposizione, che per anni era riuscita perfettamente a mascherare e nascondere i propri dissidi interni, a differenza di quanto accadeva e accade tuttora nell’Unione, dove si ha il vizio di parlare in pubblico a ruota libera.
A destra quindi il tappo è saltato - senza facili allusioni alla statura del suo ormai ex leader - con l’ultima mossa del Cavaliere, che può sembrare l’ennesimo suo geniale coup de théatre ma anche il suo ultimo disperato tentativo di restare in sella ad un cavallo che però è già fuggito lontano senza di lui.
In effetti a prima vista il comportamento di Berlusconi degli ultimi giorni sarebbe forse materia più consona ad uno psichiatra che a un politologo o a un opinionista politico.
La sua opera di stravolgimento e non accettazione della realtà con frasi del tipo “La maggioranza è implosa, sono preoccupatissimi”, la sua totale mancanza di autocritica “Non ho mai dato pagelle a nessuno, anche se devo dire che se in Italia c'e' qualcuno che per la sua storia personale e per quello che ha fatto nel mondo imprenditoriale, nello sport e nella politica, se c'e' qualcuno che puo'dare pagelle, quello sono io. Ma non le ho mai date”, il suo maniacale e paranoico protagonismo “Fini e Casini stanno oscurando sui media i nostri banchetti contro Prodi. E' un espediente che conosco bene, si può dire che l'ho inventato. Solo che io lo metto in pratica contro gli avversari, loro invece lo fanno contro di me, contro l'alleanza. Possono parlare sui giornali, andare in televisione. Ma non accetto di farmi oscurare”, ormai non hanno più niente a che vedere con gli strumenti lucidi di una strategia e un disegno politico a lungo termine. Ma dovrebbero essere invece oggetto di profondo studio da parte del mondo accademico della psichiatria.
Un insieme di comportamenti con l’aggravante dei conseguenti errori politici madornali: come ad esempio, fin dall’indomani delle elezioni del 2006, le ossessive dichiarazioni sulla sicura caduta del governo Prodi con l’ultima ciliegina della data precisa, abbinata al grossolano errore sulla tempistica della raccolta delle firme nei gazebo di Forza Italia per chiedere elezioni anticipate. Un timing completamente sbagliato che per avere un minimo di logica politica doveva essere anticipato almeno di una settimana.
A ciò si aggiunga la schizofrenica serie di dichiarazioni in merito al tavolo negoziale per le riforme.
Solo pochi giorni fa, all’indomani del voto finale al Senato sulla finanziaria, Berlusconi dichiarava: “Se è una colpa aver fatto implodere la maggioranza, beh, questa colpa mi piace. Io non cambio strategia. Le riforme? Solo una perdita di tempo. Solo un modo per far galleggiare questo governo. Ma quali riforme?”. Chiudendo quindi in faccia la porta a Fini e Casini che gli chiedevano di sedersi al tavolo delle trattative dopo il fallimento della “strategia della spallata”.
Ma non passano 24 ore che, a causa della reazione gelida di Fini che aveva dichiarato “Non serve fare pagelle tra i più bravi e i meno bravi nel combattere Prodi. La realtà è che il governo, l'altro ieri, è riuscito a sopravvivere a se stesso approvando una Finanziaria, dopo tanto tempo, senza ricorrere alla fiducia. Ci vuole umiltà da parte di tutti. Perché tutti sbagliano. Tutti. A volte serve un po' di autocritica. Il centrodestra non ha neppure un programma e un progetto nuovo per andare alle elezioni. Ci vuole uno sforzo di analisi da parte di tutti nella Cdl, altrimenti inevitabilmente ognuno andrà per la sua strada” e a causa anche dei fischi indirizzati a Cicchitto da militanti di AN durante un convegno dei Cristiani Riformisti, ecco l’inversione a U di Berlusconi con lo scioglimento di Forza Italia, la proclamazione della nascita del Partito del Popolo delle Libertà e l’apertura al dialogo per la riforma elettorale “Fatto il nuovo partito diremo alla sinistra che siamo pronti a confrontarci sulla nuova legge elettorale. A questo punto siamo convinti che bisogna andare verso un sistema proporzionale alla tedesca”.
Come quindi definire tutto ciò? Geniale e lungimirante strategia politica o disperato colpo di scena di chi, oltre a non volersi arrendere alla dura realtà, è vittima di mania di protagonismo e schizofrenia acuta?
Non è certo una novità il suo “rifiuto dell’oscuramento”, questo suo bisogno psicofisico di essere sempre sotto la luce dei riflettori ad ogni costo, al centro della scena. Ma adesso, all’età di 71 anni, il suo super-ego è arrivato ad un livello tale che lo porta a distruggere ciò che ha creato e senza sapere dove andrà effettivamente a parare.
Alcuni definiranno questa sua ultima mossa una “genialata” preparata da tempo e da lasciare poi ai suoi eredi politici (quali poi?); altri invece la fuoriuscita dal cilindro dell’ultimo coniglio, ma già morto.
La maggioranza dei suoi ex alleati ha comunque reagito con distacco e assoluta contrarietà a confluire nel nuovo partito, sparandogli in faccia una serie di bordate impensabili fino a poco tempo fa. Con Fini che dichiara “Non se ne parla proprio… E’ una scorciatoia personalistica…Plebiscitario e confuso il modo in cui è stata presentata la proposta. An non si scioglierà per entrarvi”, Alemanno che rincara “Il partito del popolo? Coinvolge solo Forza Italia e qualche circolo . È un'iniziativa unilaterale, il semplice restyling di quello che c'è già. E non risolve un solo problema politico”, Bossi che teme "che sia solo un favore a Prodi", Maroni che ribadisce che il Carroccio non è interessato a questo nuovo partito del centrodestra, Casini che infila il dito nella piaga “Il nuovo partito è propaganda. Come i gazebo”, Cesa che riafferma il no dell'Udc e osserva: “L'Udc non c'era prima e non ci sarà. Ognuno ha la sua identità e la sua storia da difendere”.
Gli unici che finora sembrano interessati a seguire Berlusconi confluendo nel Partito del Popolo sono Giovanardi che auspica lo scioglimento dell’UDC e Storace che però rimanda la discussione al comitato politico de La Destra.
Insomma un risultato a dir poco deludente finora, per chi sognava il Partito unico del centrodestra.
Solo una cosa è certa: Berlusconi ha sancito ufficialmente lo sconquasso che già covava da tempo tra le fila dell’opposizione, e ciò diverrà ancora più evidente tra i banchi dell’opposizione nei due rami del Parlamento quando il nome di Forza Italia verrà sostituito da quello del nuovo partito e si saprà chi s’iscriverà in questo gruppo.
Se sarà un semplice cambio di nome che manterrà inalterato il ruolo di Berlusconi in qualità di padre-padrone circondato da lacchè, allora la sua componente degna di approfonditi studi psichiatrici avrà prevalso su quella politica.
Ma se invece Berlusconi, dopo aver detto e fatto il contrario di tutto, farà un bel passo indietro lasciando così il campo a nuove personalità finalmente libere di agire nel nuovo partito, allora sarà ricordato per la fantasia e la lungimiranza con cui ha disegnato e decretato a modo suo il finale della sua personale parabola politica.
Tutto però lascia supporre che uno schizofrenico con manie di protagonismo e persecuzione si sia già incamminato a passo spedito verso il proprio viale del tramonto.
La farsa del Tribunale ONU per i crimini dei Khmer Rossi
12 Novembre 2007
Dopo quasi trenta anni dalla fine del regime di Pol Pot e dopo circa otto anni di trattative tra il governo cambogiano e le Nazioni Unite per la formazione di un Tribunale internazionale sui crimini commessi dai khmer rossi – è stato istituito nel 2006 ed è composto da 17 giudici cambogiani e 13 stranieri – solo nel giugno scorso si è trovato un accordo in merito alle regole procedurali sugli standard giudiziari minimi da imporre durante le udienze.
Era questo il problema centrale che, dopo anni passati nel tentativo di risolvere una cronica carenza di fondi per la creazione del tribunale, bloccava da mesi la partenza del processo che però comincerà solo agli inizi del 2008, cioè a più di un anno e mezzo dal giuramento ufficiale dei giudici nel palazzo reale della Pagoda d’Argento di Phnom Penh, alla presenza di due monaci buddisti. Riducendo così il mandato triennale del Tribunale internazionale a due soli anni.
Ma, oltre alla necessità dei fondi per implementare il processo (56 milioni di dollari circa chiesti dalla Cambogia alla comunità internazionale), la questione principale era la mancanza di una reale volontà politica da parte del governo cambogiano a perseguire i crimini commessi tra il 1975 e il 1979 dal regime di Pol Pot.
C’era infatti il timore che venissero coinvolti l’attuale primo ministro Hun Sen, al potere dal 1985 ed ex khmer rosso passato poi con i vietnamiti poco prima della loro invasione/liberazione della Cambogia nel 1979, l’ex Re Norodom Sihanouk, che ha abdicato nel 2004 in favore del figlio Norodom Sihamoni, e anche alcuni attuali consiglieri di Hun Sen.
Per anni infatti il primo ministro Hun Sen ha invocato la sovranità nazionale per impedire la costituzione del Tribunale internazionale.
Nel frattempo Pol Pot è morto nel 1998 e Ta Mok, ex capo di stato maggiore dell’allora regime, lo ha seguito nel 2006.
Un altro alto responsabile tra le fila dei khmer rossi, Kaing Khek Ieu, più noto col nome di battaglia Duch, a capo di uno speciale reparto della polizia segreta e direttore della terribile prigione di Toul Sleng dove sono state torturate e uccise circa 15mila persone, era stato arrestato nel 1999 ed è in attesa del processo insieme agli altri due detenuti eccellenti finiti in galera da poco: l’82enne Nuon Chea, “il fratello numero 2” considerato l’ideologo del regime e il 78enne Ieng Sary, l’ex numero 3, all’epoca vice-primo ministro e ministro degli esteri.
Entrambi hanno vissuto in libertà per tutti questi anni e sono invecchiati nelle loro case rispettivamente a Paillin, situata nel nord del Paese al confine con la Thailandia e roccaforte dei khmer rossi importante anche per il traffico di pietre preziose e armi, e a Phnom Penh.
Ora tra i leader dell’ex regime ancora in vita manca all’appello Khieu Samphan, 75 anni, che è stato presidente dell’allora Repubblica democratica di Khampuchea. Si dice che sia scomparso da casa già da più di un anno.
Ma a sparire sono anche i testimoni, come hanno avuto modo di constatare gli avvocati che stanno raccogliendo le prove dei crimini commessi. Molti risultano introvabili, temendo forse di trasformarsi in imputati.
Sono decine di migliaia infatti gli ex khmer rossi di basso e medio livello che tentano di farsi passare per vittime del regime pur avendo partecipato ai crimini. Ci può essere però anche la paura di parlare.
D’altronde non è mai stato avviato un programma di protezione per i testimoni, così come non è stata garantita la sicurezza delle vittime sopravvissute che intendono deporre in tribunale in un Paese il cui governo è tuttora presieduto dall’ex khmer rosso Hun Sen.
A ciò si aggiunga il fatto che i 17 giudici cambogiani sono controllati dal governo e inoltre si dubita della loro preparazione professionale e integrità morale, dal momento che alcuni di essi sembra siano stati coinvolti in passato in indagini per corruzione.
Quindi l’ONU, dopo essere scesa a compromessi con il corrotto sistema giudiziario cambogiano per avere accettato il diktat governativo che ha imposto la nomina di giudici cambogiani all’interno di un Tribunale che per essere veramente internazionale sarebbe dovuto essere composto solo da giudici stranieri, sta in pratica finanziando profumatamente un programma che viene utilizzato dal governo di Phonm Penh per "piazzare" i suoi lacchè nei posti chiave.
Un fatto che non si era verificato ad esempio per l’istituzione dei tribunali per i genocidi in Sierra Leone e a Timor Est, dove tutto l'apparato giudiziario era finito in mano a giudici internazionali
Ma a rendere questo Tribunale e il suo relativo processo una farsa non sono solo gli ostacoli frapposti in passato dal governo cambogiano, i suoi riusciti diktat all’ONU e l’età più che avanzata degli imputati da processare.
Lo sconcertante e farsesco ritardo nell’accertamento della verità chiama in causa infatti anche attori più potenti, come gli Stati Uniti, la Cina e molti Paesi occidentali che per lunghi anni hanno dato, direttamente o clandestinamente, il loro appoggio ai khmer rossi in chiave antivietnamita e quindi antisovietica, poichè Mosca era lo sponsor principale del governo di Hanoi.
Inoltre tutti costoro, fino ai primi anni ’90, hanno fatto in modo che la “polpottiana” Repubblica democratica di Khampuchea conservasse il suo seggio alle Nazioni Unite.
A questo punto è veramente difficile affermare cosa sia più giusto per il popolo cambogiano: ottenere la condanna di qualche ottantenne attraverso un processo farsa compiuto con colpevole ritardo e con la consapevolezza che molti altri criminali e carnefici vivono e continueranno a vivere fianco a fianco alle vittime oppure dimenticare il passato e guardare invece solo al futuro?
Ma soprattutto, dopo questa farsa la sua ferita si chiude definitivamente o si riapre?
L’ultimo panettone di Berlusconi
28 Ottobre 2007
Non c’è giorno che passa senza che Berlusconi non ricordi agli italiani che il governo è alla frutta, che cadrà presto, che deve gettare la spugna, che gli mancheranno i voti di quei senatori che non sono entrati nel Partito Democratico, che bisogna andare a votare immediatamente, che lui ritornerà sicuramente a Palazzo Chigi, ecc. ecc.
Una litania ossessionante, noiosa e stanca dal momento che è da un anno che la ripete come un automa.
Certo il governo Prodi è quello che è, i suoi numeri al Senato sono quelli che sono e l’immagine di lacerazione interna che spande a piene mani è stupefacente, quasi da Guiness dei Primati del masochismo.
Quindi può effettivamente cadere da un momento all’altro ma che si ritorni subito dopo alle urne è tutt’altro che scontato, anzi.
In primo luogo perché il Presidente della Repubblica Napolitano può legittimamente sondare gli umori del Parlamento e affidare l’incarico di formare un nuovo governo a chiunque ritenga in grado di ottenere la fiducia nelle due Camere, visto che in Italia non c’è l’elezione diretta del premier, neanche indirettamente come Berlusconi pensa quando dichiara: “la legge elettorale vigente ha indicato un leader di coalizione, che poi e' diventato presidente del consiglio dei ministri, non vedo chi possa - contro questa legge - andare a decidere che sia un altro e diverso presidente del consiglio dei ministri”.
Pur di tornare a Palazzo Chigi e mettere in bacheca la Coppa Palazzo Chigi come se fosse la Champions League, Berlusconi stravolge qualsiasi realtà, si sa. Ma bisogna capirlo, ha più di 70 anni e il tempo stringe.
Però il vero motivo fondamentale per cui, anche se dovesse cadere Prodi, non si andrà subito ad elezioni è uno solo: il raggiungimento della pensione a partire dal 29 Ottobre 2008 per quei deputati e senatori di tutti gli schieramenti eletti per la prima volta nella loro vita. Eletti poi è una parola grossa, in quanto sono finiti in Parlamento solo grazie al fatto di essere stati nominati dalle rispettive segreterie di partito e posizionati ad hoc nelle varie liste elettorali.
Quindi per tutti costoro, che molto probabilmente mai e poi mai sarebbero entrati in Parlamento con una qualsiasi altra legge elettorale, rinunciare alla ricca pensione parlamentare a soli pochi mesi dal suo raggiungimento e solo per fare un favore a Berlusconi sarebbe veramente una beneficenza imbecille.
Perciò, dato per scontato che l’obiettivo di arrivare alla ricca pensione a vita è in cima a tutto, automaticamente ne consegue che, anche dopo un Prodi dimissionato, nascerebbe un governo qualsiasi che magari porterà ad elezioni nel 2009, ma mai prima. Forse neanche nel 2009.
E ciò significa che Berlusconi mangerà quest’anno il suo ultimo panettone da leader incontrastato del centrodestra e perenne candidato a Palazzo Chigi da quasi 14 anni.
Infatti mentre si è registrata la nascita del Partito Democratico con Prodi presidente e Veltroni segretario, nella CDL si assiste invece allo sterile tentativo di Berlusconi di formare un partito unico e alle sue solite dichiarazioni: “Il sogno del partito unico del centrodestra, un sogno che è ormai alla nostra portata e che regalerà al nostro Paese un bipolarismo maturo e consolidato”, a cui Fini risponde con: “Smettiamola con le ipocrisie: il partito unico non è all'ordine del giorno perchè con questa legge elettorale proporzionale, che qualcuno ha preteso, il partito unico non può essere roba di domani. Spero lo sia per dopodomani, ma con il proporzionale si esaltano le diverse identità e figuriamoci se si va a un grande e indistinto contenitore unico”.
Quindi è solo un sogno della mente di Berlusconi mentre tutti i suoi alleati ormai già pensano alle rispettive carriere future senza di lui, ma soprattutto a come sottrargli l’elettorato.
Non finisce qua però. Insieme a questo palese insuccesso Berlusconi ne ha inanellato un altro, che ben presto verrà alla luce in toto, rappresentato dalla scelta della Brambilla come sua pupilla e futura leader di questo fantomatico partito unico, che più che un suo sogno sarà il suo incubo.
Nella CDL infatti la Brambilla è vista come il fumo negli occhi da tutti. A partire proprio dai caporioni di Forza Italia (i vari Dell’Utri, Bondi, Scajola, Cicchitto), ma anche dal sindaco di Milano Moratti, da Fini e le donne di AN - Santanchè e Mussolini in testa.
Basti vedere poi come è stata trattata a pesci in faccia durante la manifestazione organizzata da AN qualche settimana fa, isolata e relegata in fondo al corteo insieme con i suoi quattro gatti dei Circoli della Libertà. Ma d’altronde cosa poteva aspettarsi di diverso la Brambilla, che da novella sprovveduta del perfido mondo della politica si era pure autoinvitata alla manifestazione.
Insomma Berlusconi ha sbagliato completamente cavallo, scegliendo una persona che forse avrebbe più successo nel mondo del cinema, magari in un film di Rocco Siffredi. E oltre a sognare chimere irraggiungibili, non gli rimane altro che godersi l’ultimo panettone da leader incontrastato della destra e vincere l’ennesima Champions League con il Milan.
Casa Bianca: Lo sprint finale dell’idiota criminale
18 Ottobre 2007
Manca un anno alle prossime elezioni presidenziali americane e il Presidente Bush ultimamente sta cercando in tutti i modi di dimostrare al mondo intero di voler passare alla storia fregiandosi del titolo di “Presidente USA più idiota e criminale” dall’Indipendenza ad oggi.
Una onorificenza che ogni persona dotata di onestà intellettuale gli riconosce da tempo, tranne quella schiera di politici e giornalisti sparsi nel mondo che si rifiutano di ammetterlo pubblicamente, ma che magari fanno in privato e sottovoce.
Ma nonostante tutti coloro che non accettano questa realtà di fatto, Bush ce la sta mettendo tutta per fargli cambiare idea e nei prossimi mesi farà l’impossibile per raggiungere questo duplice obbiettivo.
Bush ha ormai collezionato tutta una serie di successi che gli hanno permesso finora di superare alla grande tutti i suoi predecessori alla Casa Bianca in questa gara che ha come premio finale la coppa “Presidente USA più idiota e criminale della storia”.
Gli manca solo lo sprint finale prima del traguardo ma è già largamente in testa.
Ha vinto infatti i prestigiosi premi intermedi “11 Settembre 2001”, “Fallimento Afghano”, “Disastro Iracheno”.
Il primo dei tre vale doppio perché se si crede alla versione ufficiale Bush si è guadagnato meritatamente il titolo di “Idiota”, ma se invece si crede all’inside job ha stravinto il titolo di “Criminale”. Insomma qui Bush ha fatto l’en plein e ha gettato le fondamenta per arrivare primo al traguardo finale.
Ma dopo essersi aggiudicato queste tre importanti vittorie, Bush ha fatto anche man bassa di premi minori come ad esempio la Coppa Katrina per aver previsto l’arrivo dell’omonimo uragano e aver gestito alla perfezione la deportazione di migliaia di abitanti neri di New Orleans che ormai non vivono più lì.
E non è finita questa serie incredibile di successi.
Bush è riuscito nell’impresa di far arrivare il prezzo di un barile di petrolio a 90 dollari, ma se si impegnerà di più in quest’ultimo anno di presidenza il barile sfonderà quota 100 e oltre. C’è chi dice che può arrivare anche a 200 dollari. E’ veramente straordinario quest’uomo.
L’estate scorsa poi ha registrato un ulteriore successo del Sommo Idiota in campo economico con l’esplosione della crisi dei mutui subprime ma l’ultima perla è che per la prima volta da quasi 20 anni è in atto una fuga di capitali stranieri dagli USA. Capitali, soprattutto cinesi e dei Paesi produttori di petrolio, che per anni avevano finanziato tutti i deficit che gli USA andavano accumulando, comprese ovviamente le spese militari.
Ma grazie anche alle ottime performance dell’Idiota ad agosto ben 163 miliardi di dollari hanno abbandonato il territorio e l’economia americana. A ciò possiamo aggiungere la crisi, in atto già da tempo, del settore immobiliare.
Tutto grasso che cola, grazie al quale Bush ha vinto l’ennesimo premio intermedio: la coppa “Tracollo Economico”.
Quindi bisogna riconoscere che Bush si sta impegnando allo spasimo, con tutte le sue forze e a 360 gradi.
Infatti grazie alla vittoria della coppa “Disastro Iracheno” sta riuscendo nell’impresa, ritenuta impossibile finora, di rovinare gli storici rapporti di alleanza con la Turchia minacciandola con un “Non vi conviene mandare truppe in Iraq”. E già da qualche giorno l’ambasciatore turco negli USA è stato richiamato in patria. Ma se Bush adotterà qualche altro piccolo ma ingegnoso accorgimento, la rottura delle relazioni diplomatiche è a portata di mano.
Non pago di questi importanti successi, Bush ha di recente incontrato il Dalai Lama con il risultato che l’ambasciatore USA in Cina è stato convocato dal governo cinese per ricevere una formale nota di protesta. Questo notevole obiettivo raggiunto segue l’altro citato prima, ottenuto grazie al ritiro di enormi capitali cinesi dagli USA. Una doppietta memorabile.
Ma Bush non risparmia le sue forze, è un generoso. Ha pure ricordato alla Corea del Nord che “Ci saranno conseguenze se vi rimangiate l’impegno a smantellare il programma nucleare”, ma la Corea del Nord non ha rispetto per il Sommo Idiota e punta invece ad una futura riunificazione con la Corea del Sud che provocherà la difficile partenza dei 35.000 soldati USA ancora presenti al confine tra le due Coree da più di 50 anni ormai.
Ma a questo simpatico e indiretto lascito di Bush penserà chi sarà al suo posto all’epoca.
Bush però ha anche il jolly che potrà assicuragli l’ambito premio finale. Non l’ha ancora giocato ma ha fatto capire chiaramente che lo può fare, se vuole.
Ha infatti invitato tutti i leader mondiali, Putin in primis, a bloccare le ambizioni nucleari dell’Iran “se vogliono sperare di evitare una terza guerra mondiale”. Ma l’amico Vladimir lo ostacola rispondendogli che “La Russia non è l’Iraq e ha forza sufficiente e mezzi per difendersi….Gli USA stabiliscano una data precisa per il ritiro dall’Iraq…. Gli americani non vogliono stabilire date. Ma lasciare lì per sempre un regime di occupazione da parte di truppe straniere è inammissibile per noi”.
Comunque sia, in una recente conferenza stampa Bush ha ribadito con forza di voler vincere a tutti i costi anche se il tempo stringe affermando “Non mi sono mai sentito più impegnato. C'é ancora molto da fare. Voglio finire alla grande. Sarà uno sprint fino alla linea del traguardo. Vedrete se conto ancora qualcosa o no”.
Insomma Bush sta gettando solide basi per vincere lo sprint finale e, se Cheney e gli israeliani gli reggeranno la volata, la coppa “Presidente USA più idiota e criminale della storia” sarà indubbiamente sua.
Sempre che qualche suo connazionale in divisa militare non gli faccia lo sgambetto prima del traguardo….
USA e Turchia ai ferri corti
12 Ottobre 2007
Negli ultimi giorni le relazioni bilaterali tra gli USA e la Turchia hanno toccato il livello peggiore della loro storia. Ciò che sta accadendo tra i due Paesi, passato abbastanza in sordina nei nostri mainstream media, potrebbe causare una serie di ripercussioni, in primis nella regione curda del nord Iraq.
Alleati di ferro da sempre, Turchia e USA già da alcuni mesi sono sempre più in attrito a causa soprattutto delle diverse posizioni sulle modalità di contrasto nei confronti della guerriglia del PKK, che negli ultimi mesi è riuscita a infliggere molte perdite tra le fila dell’esercito turco.
Un conflitto cominciato nel 1984 per la creazione di uno stato curdo indipendente e che ha già provocato più di 30.000 morti.
Solo pochi giorni fa tredici soldati turchi sono stati uccisi nel sud-est della Turchia in un attacco da parte del PKK avvenuto nella provincia di Sirnak, nei pressi del confine con l'Iraq. La sparatoria e' cominciata mentre le forze di sicurezza turche stavano tentando di intercettare un gruppo guerriglieri pronti a fuggire nel Kurdistan iracheno.
E qualche giorno prima un pulmino era stato fatto esplodere in un villaggio sempre nella provincia di Sirnak. Dodici le vittime, tra cui sette paramilitari addetti alla sorveglianza di alcuni villaggi. L'attentato era stato subito attribuito al PKK che però aveva nettamente negato ogni responsabilità.
L’esercito turco sta mostrando da tempo evidenti segni di impazienza e vuole operare direttamente in territorio iracheno per sradicare la guerriglia, ma gli USA sono assolutamente contrari.
Anche l’UE è contraria a un intervento militare turco nel nord Iraq e a poco è servito l’accordo firmato tra Turchia e Iraq il 28 settembre scorso, con il quale il governo iracheno si impegnava a vietare ogni aiuto logistico al PKK e a bandire la propaganda dei ribelli curdi, senza tuttavia concedere all’esercito di Ankara la licenza di intervenire liberamente in territorio iracheno.
Ma il premier turco Erdogan, dopo le sue forti tensioni della scorsa primavera con l’esercito per via della decisione di far eleggere a tutti costi Abdullah Gul Presidente della Turchia, ha ceduto alle pressioni dei militari e pochi giorni fa ha dato mandato alle forze istituzionali, forze armate soprattutto, di “continuare la lotta al terrorismo adottando tutte le misure economiche, politiche, legali, comprese le operazioni militari oltre confine, che si riterranno opportune”.
Ovviamente qualunque azione militare su vasta scala dovrà prima ricevere l’autorizzazione del Parlamento, ma questo non rappresenta un ostacolo vista la schiacciante maggioranza di seggi di cui gode il partito di Erdogan dopo le elezioni del luglio scorso.
Ma come se ciò non bastasse, l’ultimo episodio che sta mettendo a dura prova gli storici ottimi rapporti bilaterali tra USA e Turchia è la risoluzione approvata dalla Commissione Esteri del Congresso Usa che definisce "genocidio" le stragi degli armeni in Turchia tra il 1915 e il 1920.
E’ noto quanto sia delicato questo tasto per i turchi che hanno sempre negato il genocidio e anche il massacro degli armeni – stime ufficiali parlano di un milione e mezzo di armeni uccisi.
I turchi hanno sempre affermato che questa cifra è gonfiata e che si era trattato invece di una guerra civile in cui 300.000 armeni e almeno altrettanti turchi erano morti in seguito alla rivolta in armi degli armeni nell’Anatolia dell’est per l’indipendenza dall’Impero Ottomano, spronati dall’invasione russa durante la Prima Guerra Mondiale.
Ora questa risoluzione della Commissione Esteri passerà al Congresso USA per un eventuale voto.
Ma senza aspettare ulteriormente il Presidente turco Gul ha rilasciato subito questa dichiarazione di fuoco “Questa inaccettabile decisione della Commissione….non ha alcun valore e rispettabilità per il popolo turco. Sfortunatamente, alcuni politici negli Stati Uniti hanno ignorato gli appelli al buon senso e ancora una volta hanno agito sacrificando le grandi questioni per piccoli giochi di politica interna”.
Anche il governo turco ha emesso un comunicato in cui afferma che “L'approvazione della risoluzione da parte di una commissione è stato un atto irresponsabile, che in momento particolarmente delicato renderà ... i rapporti più difficili con un alleato e un amico. Il nostro governo si rammarica e condanna questa scelta. E' inaccettabile che la nazione turca venga accusata per qualcosa che non è mai avvenuta nel corso della storia”.
A queste dure dichiarazioni ha già fatto seguito il primo passo concreto da parte della Turchia che ha richiamato in patria per consultazioni il proprio ambasciatore negli USA.
Il Presidente USA Bush aveva cercato di correre ai ripari con la richiesta ai membri della Commissione di respingere questa risoluzione dichiarando “Sollecito i membri del Congresso a opporsi alla risoluzione sul genocidio degli armeni all'esame della Commissione esteri. Siamo tutti profondamente spiacenti per le tragiche sofferenze del popolo armeno, cominciate nel 1915, ma questa risoluzione non è la risposta giusta a questo massacro storico e la sua approvazione causerebbe un grande danno alle nostre relazioni con un alleato chiave nella Nato e nella guerra globale al terrorismo”.
Anche la Rice aveva messo in guardia il Congresso affermando che “Approvare quella risoluzione potrebbe creare problemi” e il Segretario alla Difesa Gates si era detto preoccupato sulle possibili ritorsioni turche ricordando che circa il 70% dei trasporti cargo aerei diretti in Iraq transitano proprio dalla Turchia.
Ma la risoluzione è passata ugualmente con 27 voti a favore e 21 contrari.
Comunque dietro queste tensioni tra USA e Turchia non c’è ovviamente solo l’approvazione della risoluzione sul “genocidio” armeno e la guerra con il PKK.
Un intervento militare turco su vasta scala in territorio iracheno metterebbe fine infatti alle menzogne americane sulla pacificazione del Nord Iraq, che se è parzialmente vera per Erbil e Sulemanya, non lo è affatto per Mosul e Kirkuk dove sanguinosi attentati e omicidi mirati proseguono senza sosta.
Kirkuk rappresenta poi una questione cruciale per la Turchia e non solo; la città infatti galleggia letteralmente su un lago di petrolio e ha una forte presenza turcomanna, oltre che curda e araba.
Secondo la Costituzione irachena del 2005, entro il 31 dicembre di quest’anno dovrebbe svolgersi il referendum sul futuro della città, rivendicata dal governo autonomo del Kurdistan iracheno presieduto da Massoud Barzani ma anche dalla Turchia che teme un’eventuale annessione di Kirkuk alla regione autonoma kurda come preludio ad una vera e propria indipendenza del Kurdistan iracheno che potrebbe incoraggiare i separatisti curdi del sud-est turco.
Barzani naturalmente spinge perché il referendum abbia luogo nei tempi stabiliti, il governo iracheno di Al-Maliki temporeggia, la Turchia invece ne vuole la posticipazione e gli USA non sanno dove sbattere la testa.
Barzani ha già ammonito che “se non verrà data attuazione all'articolo 140 della Costituzione, allora ci sarà una vera guerra civile”. L’articolo in questione prevede che, prima del referendum, i curdi espulsi dalla città - durante le campagne di "arabizzazione" volute da Saddam Hussein negli anni '80 - devono potervi tornare. Successivamente deve essere fatto un censimento per determinare quale gruppo etnico è maggioranza nella popolazione.
La questione perciò è potenzialmente esplosiva e sempre Barzani nell’agosto scorso aveva dichiarato che nel Consolato turco di Mosul non operano diplomatici ma militari e agenti dei servizi turchi con lo scopo di creare problemi nella regione attraverso azioni di intelligence e sanguinosi attentati, che in effetti avvengono quasi quotidianamente.
In sintesi, questo deterioramento dei rapporti tra USA e Turchia contribuirà a smascherare e ad aggravare ulteriormente il disastro provocato dall’invasione USA dell’Iraq.
E il 31 dicembre si avvicina.
Birmania: i monaci rivoluzionari
22 Settembre 2007
Da più di un mese in Birmania è in corso una serie di manifestazioni di piazza contro la sciagurata decisione del 15 Agosto scorso da parte della giunta militare al potere di raddoppiare il prezzo della benzina e di quintuplicare il prezzo del gas per uso domestico, facendo così lievitare anche i prezzi delle tariffe dei trasporti pubblici e dei beni di prima necessità, medicinali compresi, e aggravando ovviamente le già disastrose condizioni economiche in cui versa la stragrande maggioranza del popolo birmano.
La giunta non ha dato alcuna motivazione per tale dissennata decisione, ma c’è chi dice che sia un pretesto per alimentare le proteste e quindi procedere a un nuovo giro di vite contro chi si batte per il ripristino della democrazia.
E’ purtroppo un fatto assodato da tempo in questa giunta il suo mix micidiale di violenza repressiva e pura idiozia. Oltre a derubare il Paese delle sue risorse naturali (gas, petrolio, legname e pietre preziose) svendendole all’estero per poi importare il prodotto raffinato a prezzi insostenibili a lungo termine, i generali al potere sono pure circondati da uno sciame di indovini che influenzano le loro decisioni che puntualmente si rivelano un disastro per il Paese dal punto di vista economico e sociale.
Già nel 1987 un indovino aveva convinto l’allora leader della giunta Ne Win a dichiarare l’annullamento del valore delle banconote, perché secondo questo idiota le banconote divise in decimali sarebbero state causa di sventure per il Paese. E così da un giorno all’altro milioni di birmani si ritrovarono sul lastrico, visto che non esisteva (e non esiste in pratica neanche oggi) un sistema bancario degno di tal nome e tutti i risparmi erano in contanti e tenuti in casa.
Ovviamente non era stata data la possibilità ai birmani di cambiare le vecchie banconote con le nuove che, sempre secondo il consiglio dell’indovino, sarebbero dovute essere suddivise per i multipli di nove. Allucinante. Dopo qualche anno si è però tornati ai decimali.
L’ultimo esempio dell’idiozia dilagante tra i generali al potere è stata la decisione presa un paio di anni fa di spostare la capitale da Rangoon - Yangoon secondo la nuova denominazione decisa dai generali, che hanno anche cambiato il nome del Paese nell’odierno Myanmar - in una località scelta al centro del Paese ma nel bel mezzo della foresta, nel nulla.
Tutti i funzionari che lavoravano nei vari ministeri di Rangoon sono stati obbligati a trasferirsi, altrimenti sarebbero finiti in carcere.
I lavori per costruire da zero il palazzo del governo, i ministeri, gli uffici amministrativi vari, l’aeroporto e le nuove case per i dipendenti pubblici erano già cominciati anni prima nel silenzio assoluto delle autorità. Nessuno ne sapeva niente.
Il nome scelto per la nuova capitale è Naypyidaw che vuol dire “Il posto dove vivono i re”, altra grande idea del leader della giunta, il 74enne generale Than Shwe.
Naturalmente c’è una spiegazione più razionale a tutto ciò: la paura dei generali di subire un’invasione armata straniera. Rangoon è infatti molto più vulnerabile di una roccaforte situata nel cuore della foresta.
Ma fin quando i generali avranno le spalle coperte da Cina e India, i loro maggiori sponsor, ciò non si verificherà mai.
Le proteste di questi giorni sono partite dall’iniziativa del Gruppo della 88-Generation Students, formato dagli ormai ex studenti che nel 1988 si sollevarono contro la giunta per il ripristino della democrazia ma furono repressi nel sangue, arrestati e torturati in massa.
Già un paio di giorni dopo la prima manifestazione tredici importanti attivisti della 88-Generation sono stati arrestati e spariti nel nulla, ma si segnala almeno un altro centinaio di arresti che si aggiunge al migliaio circa di detenuti politici già in carcere da anni; molti attivisti poi si sono dati alla clandestinità.
Ma agli studenti e agli attivisti politici della NLD - la National League for Democracy, il partito di Aung San Suu Kyi - si sono aggiunti i monaci, che anche negli anni scorsi si erano fatti portabandiera di marce e manifestazioni di protesta contro la giunta.
Nonostante “l’invito” del regime a non unirsi alla protesta, migliaia di monaci sfilano ogni giorno da una pagoda all’altra a Rangoon, Mandalay e in molte altre località della Birmania protetti da un cordone di gente che sempre più numerosa scende in piazza.
Marciano con la ciotola del cibo capovolta in segno di rifiuto e disprezzo del regime, soprattutto dopo le sue mancate scuse per le violenze commesse contro alcuni monaci il 6 Settembre a Pakokku in risposta al sequestro di una ventina di soldati tenuti in ostaggio per poche ore dai monaci nel loro monastero e al rogo di qualche auto dell’esercito e polizia nei pressi dello stesso monastero.
Nei giorni scorsi la “Federation of All Burma Young Monks Unions” ha emanato un comunicato esortando il popolo birmano a unirsi coraggiosamente ai monaci e agli studenti nella protesta.
Anche un importante poeta, Aung Way, ha esortato tutti gli artisti e poeti birmani a unirsi alla protesta.
Ma se agli studenti, ai monaci, agli intellettuali e a gran parte popolazione si unissero anche i soldati semplici e gli ufficiali di grado inferiore dell’esercito, forse questa volta al regime per sopravvivere non basterà aver ingaggiato le solite squadracce di picchiatori e paramilitari che sono già entrate in azione negli ultimi giorni.
Infatti quasi ogni famiglia birmana ha un proprio membro nell’esercito o nella polizia ma solo la cricca legata ai generali del SPDC - State Peace and Development Council, il nome della giunta al potere - si è veramente arricchita alle spalle del resto del Paese.
Per ora non c’è ancora stata la solita brutale reazione sanguinaria del regime e non è ancora stato dichiarato ufficialmente lo stato di emergenza, ma a Rangoon e dintorni sono arrivati molti soldati di rinforzo armati di tutto punto e c’è chi dice che lo stato d’emergenza sia stato dichiarato in segreto nella nuova capitale Naypyidaw per autorizzare le autorità regionali e locali a mantenere sotto controllo le dimostrazioni anche sparando alla folla se necessario. Si dice anche che in qualche ospedale di Rangoon e zone limitrofe sia stato dato l’ordine di mandar via tutti i pazienti.
Non si sa quindi ancora che piega prenderanno gli eventi ma queste proteste, che continuano ogni giorno da più di un mese, rappresentano un fatto molto importante e andrebbero sostenute da tutti i cosiddetti Paesi civili e democratici.
Per esempio sospendendo immediatamente il corso di formazione in diritto umanitario, diritti umani e diritto dei conflitti armati previsto in Ottobre presso l'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo, con la partecipazione di funzionari del regime birmano; un corso organizzato e finanziato dal nostro Governo in barba al divieto di ospitare nei Paesi UE funzionari della giunta militare con un grado superiore a caporale.
Così, tanto per cominciare in casa nostra.
Per approfondimenti:
http://www.irrawaddy.org/protests/BurmaProtests.php#2202
Il manager della percezione
24 Giugno 2007
E’ risaputo quanto sia sempre stata importante per il Potere un’informazione manipolata, un’informazione deviata ad hoc che comportasse poi tutta una serie di conseguenze nella percezione dell’opinione pubblica.
Per esempio, nel 2006 gli omicidi in Italia sono stati 621, un dato sensibilmente inferiore ai 1901 omicidi del 1991; e mentre gli omicidi commessi dalla criminalità organizzata nel 2006 hanno toccato il minimo storico (121), sono aumentati invece quelli originati in ambito familiare o per passioni amorose (192).
Eppure oltre una persona su quattro si sente poco o per niente sicura quando cammina sola al buio la sera nel proprio stesso quartiere.
Quindi la percezione di insicurezza rimane sempre molto forte, grazie soprattutto al martellante e morboso tam tam mediatico sulla cronaca nera che ha annebbiato molte menti tra chi guarda i TG e legge i quotidiani.
Ma nei tempi che viviamo, è proprio la percezione pubblica che assume un’importanza fondamentale in quanto target verso cui indirizzare certa informazione, e in particolar modo se si tratta di informazione di guerra.
In questo ambito la fabbricazione di notizie volte a plasmare l’opinione pubblica ha sempre giocato un ruolo fondamentale e sono nate infatti società di pubbliche relazioni con il precipuo scopo di creare e modellare ad arte notizie per conto terzi - governi, imprese, personalità varie.
Negli Stati Uniti un guru della comunicazione attivo da almeno 20 anni nel fornire questo genere di servigi a tutte le Amministrazioni in carica, sia repubblicane che democratiche, è John Rendon.
Un personaggio che si è autodefinito “un guerriero dell’informazione” e “un manager della percezione”, a capo del The Rendon Group (TRG).
Rendon da ragazzo era stato un attivista contro la guerra del Vietnam e in seguito un militante del Partito Democratico, arrivando anche a ricoprire la carica di capo del Democratic National Committee, di Executive Director del partito e di capo della corrente che sosteneva Jimmy Carter durante la convention nazionale di New York del 1980. Tra i suoi incarichi figura pure quella di Analista del Sistema Politico Americano per la BBC World TV.
Nel 1981 fonda la TRG, una società di consulenza che si occupa di comunicazione globale e strategica fornendo “prodotti e servizi” per clienti del settore pubblico e privato, tra cui svariati governi, la CIA e il Pentagono.
Finora la TRG ha lavorato in 91 Paesi, come Panama, Haiti, Colombia, Zimbabwe, Kosovo, Iraq ecc. ecc., e ovunque ci fossero missioni militari USA nel mondo.
Ed è grazie a questo suo ventennale curriculum che John Rendon è considerato uno degli uomini più potenti del mondo, anche se si parla di una figura sempre rimasta nell’ombra e dietro le quinte. Ma questa è la peculiarità dei migliori PR, soprattutto nell’information warfare.
La sua sfolgorante carriera comincia nel 1989 quando la TRG viene messa sotto contratto dalla CIA, per conto dell’Amministrazione Bush senior, con lo scopo di rovesciare il regime di Noriega. Rendon in persona sceglie il suo successore, Endara, e Rendon stesso è su un aereo che sorvola Panama City poco prima dell’inizio dell’invasione USA. Missione compiuta.
Ma John Rendon è stato chiamato a compiti ben più importanti, come ad esempio mobilitare l’opinione pubblica USA e dei Paesi alleati per supportare l’Operazione Desert Storm, dopo l’invasione e occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq.
In questo caso era al lavoro non solo per conto della CIA e dell’Amministrazione Bush senior ma era alle dipendenze dirette del governo kuwaitiano che gli passava un assegno mensile di 100.000$.
Tra i suoi “successi” nel plasmare l’opinione pubblica mondiale a favore di un intervento militare per liberare il Kuwait c’è anche quella notizia riguardante un ospedale di Kuwait City dove soldati iracheni erano entrati armati di tutto punto e si erano divertiti a levare i bambini dalle incubatrici lasciandoli morire sul pavimento.
A raccontare questa storia era stata una ragazzina di 15 anni, che si era dichiarata una volontaria dell’ospedale, davanti alla Commissione dei Diritti Umani del Congresso USA nell’Ottobre 1990 su invito di due parlamentari di entrambi i partiti.
Naturalmente questa notizia ha fatto il giro del mondo e come psy-op ha funzionato perfettamente. Ma si è scoperto anni dopo che la ragazza in questione altri non era che la figlia dell’Ambasciatore kuwaitiano negli USA.
Un altro “capolavoro” di Rendon, che lui stesso ha svelato, riguarda il momento della liberazione del Kuwait, quando migliaia di kuwaitiani inquadrati da telecamere posizionate ad hoc sventolavano bandierine a stelle e strisce al passaggio delle truppe USA che sfilavano a Kuwait City. Ci si chiedeva allora come avessero fatto i kuwaitiani ad avere migliaia di bandierine USA dopo essere stati sotto occupazione irachena per 7 mesi.
No problem, ci ha pensato Rendon a fornirgliele.
Dopo la fine della guerra nel 1991 a Rendon è stato affidato anche l’incarico di creare le condizioni per rovesciare Saddam Hussein. Ha cominciato subito con la produzione di video e foto che ridicolizzassero Saddam, proseguendo poi con altre foto che esibissero le atrocità del regime. Materiale che ovviamente ha fatto il giro del mondo.
Rendon poi nel 1992 crea dal nulla l’Iraqi National Congress (INC), una coalizione di 19 organizzazioni irachene e curde i cui compiti erano”raccogliere informazioni, diffondere propaganda e reclutare dissidenti del regime baathista”.
E come capo dell’Iraqi National Congress Rendon sceglie un iracheno sciita in esilio da anni, Ahmed Chalabi.
Secondo l’ABC News Rendon ha incanalato 12 milioni di dollari di fondi segreti della CIA per finanziare l’INC tra il 1992 e il 1996.
Dopo gli eventi dell’11 Settembre 2001, il Pentagono firma più di 30 contratti con la TRG per un valore superiore ai 50 milioni di dollari. L’obiettivo adesso era quello di “vendere” la guerra contro l’Iraq.
Rendon si mette al lavoro e proprio Chalabi fu scelto da Rendon per procurare le “prove” sulle fantomatiche armi di distruzione di massa (ADM) in possesso del regime di Saddam Hussein.
L’INC è stata la fonte di gran parte della falsa e ingannevole propaganda sulle inesistenti ADM, veicolata poi da certi giornalisti, come ad esempio Judith Miller del New York Times.
In sintesi, la Casa Bianca ha ingaggiato un’azienda di PR, come la TRG di John Rendon, per manipolare la percezione dell’opinione pubblica mondiale col fine di costruire consenso attorno alla programmata guerra contro l’Iraq per rovesciare Saddam Hussein, che era poi il fine ultimo per cui era stato creato l’INC di Chalabi fin dal 1992.
Missione compiuta, grazie al “manager della percezione” a cui si è anche rifatto il film del 1997 “Wag the dog” dove il personaggio interpretato da Dustin Hoffmann si ispira a John Rendon.
Un film girato due anni prima della guerra del Kosovo in cui un Presidente USA dichiara guerra all’Albania per sviare l’attenzione pubblica da uno scandalo sessuale. Però deve mobilitare l’opinione pubblica a favore della guerra e quindi l’uomo incaricato dal presidente per le pubbliche relazioni s’inventa una storia di un soldato USA catturato dal nemico e che poi viene liberato.
Questo nel film, ma la realtà non si discosta di molto. Chi non ricorda l’episodio della soldatessa Jessica Lynch, eroina della guerra in Iraq? Ebbene, dopo qualche tempo lei stessa ha ammesso che la sua eroica storia era tutta inventata. Dietro questa bufala con tanto di “real video” girato e trasmesso in tutto il mondo c’era sempre lui, John Rendon.
Lo stesso dicasi per la propaganda mossa contro il network televisivo di Al Jazeera, etichettato come il canale televisivo che sostiene i terroristi. E’ noto che sue sedi furono poi bombardate da aerei USA sia in Iraq che in Afghanistan.
In questo caso Rendon ha utilizzato il cosiddetto “media-mapping”, cioè fornire una dettagliata analisi del contenuto della programmazione giornaliera, identificare le inclinazioni di specifici giornalisti, “aggiustarle” e legarle poi a particolari relazioni e finanziamenti economici.
Ma gli episodi tratti dal curriculum di Rendon sono molto più numerosi e quelli noti, in tutti i sensi, sono ovviamente soltanto una minima parte del suo “immenso lavoro” svolto per 20 anni al servizio del proprio Paese, e non solo.
Rendon poi ha dichiarato che se c’è da supportare soldati USA che rischiano la vita nei vari fronti, lui è sempre pronto. Peccato che i parenti dei soldati USA morti in Iraq, per non parlare dei civili iracheni, debbano ringraziare proprio le menzogne create ad arte da Rendon e dal suo gruppo.
In conclusione, John Rendon è riuscito a manipolare gran parte dell’opinione pubblica mondiale su diverse questioni negli ultimi 20 anni, ma si sa ancora ben poco di lui. Forse per saperne di più dovremmo aspettare i prossimi 30 anni quando la CIA desecreterà i propri documenti riguardanti gli anni ’80, ’90 e il periodo post 11 Settembre.
Comunque il 10 Giugno scorso i soldati USA hanno ritrovato in un orfanotrofio di Baghdad 24 bambini scheletrici distesi per terra o incatenati ai letti. Ma il ministro iracheno degli affari sociali Sheikh Mahmoud Radi ha subito accusato le forze americane di aver “fabbricato ed esagerato” questa vicenda, sostenendo che i bambini erano nudi a causa della mancanza di elettricità per alimentare i condizionatori e alcuni erano legati al letto perché erano disabili.
Chissà, magari dietro questa notizia c’è sempre lo zampino di John Rendon…
Per approfondimenti sul personaggio e le sue “opere”, ops….
http://www.rendon.com/
http://en.wikipedia.org/wiki/Rendon_Group
http://www.pierretristam.com/Bobst/library/wf-202.htm
http://www.inthesetimes.com/comments.php?id=299_0_1_0_M
http://www.sourcewatch.org/index.php?title=John_Rendon
http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/DK13Ak01.html
http://www.democracynow.org/article.pl?sid=05/11/21/1516257
http://www.antiwar.com/orig/deliso62.html
http://www.voltairenet.org/article30097.html
http://www.globalresearch.ca/articles/CHO312B.html
Kosovo: si avvicina l’ora X
13 Giugno 2007
A otto anni dagli accordi di Kumanovo che hanno messo fine ai 78 giorni di bombardamenti NATO sulla Serbia, si sta avvicinando il momento in cui la comunità internazionale dovrà esprimersi sullo status definitivo del Kosovo.
Dopo tattiche dilatorie e continui temporeggiamenti per procrastinare l’ora X, la clessidra ormai non può più essere capovolta per l’ennesima volta.
Nei mesi scorsi l’inviato dell’ONU per lo status finale del Kosovo, il finlandese Martti Ahtisaari, ha presentato il suo piano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU dopo averlo in parte emendato a causa del parere negativo serbo, ma soprattutto dopo aver atteso l’esito delle elezioni politiche serbe del Gennaio scorso vinte sostanzialmente dagli ultranazionalisti del Partito Radicale, che esclusi dal governo hanno però ottenuto la presidenza del Parlamento con Tomislav Nikolic - il braccio destro di Vojislav Seselj, ora sotto processo all’Aja per crimini di guerra.
Il piano Ahtisaari basa le sue conclusioni sul fatto che un ritorno allo status quo ante 1999 non è possibile e che l’unica opzione concreta rimane quella dell’indipendenza “sotto controllo della comunità internazionale”; prevede anche che il Kosovo possa avere una sua bandiera, un suo inno nazionale, possa inviare ambasciatori, avere una sua costituzione, una sua polizia e un servizio d’informazione, ed essere membro di organizzazioni internazionali.
Per compensazione, Ahtisaari ha inserito la protezione delle minoranze etniche kosovare, in primis quella serba. A loro sarà garantita la protezione fisica e dei luoghi di culto, e la comunità internazionale s’impegna a tutelare i serbi con “un alto grado di controllo sui propri affari con la concessione di sei nuove municipalità governate da serbi e una maggiore partecipazione nell'istruzione superiore e nella sanità”.
Il piano prevede inoltre che la missione ONU in Kosovo venga sostituita da una massiccia missione UE che si occuperà di polizia e giustizia, ed una più piccola, guidata dal cosiddetto Rappresentante Civile Internazionale, che avrà poteri ampi nell'intervenire nella vita politica kosovara, sul modello dell'Alto Rappresentante in Bosnia, con diritto di veto sugli atti che vengano meno al divieto di congiungersi ad altri Paesi – come per esempio le altre entità albanesi –, all’obbligo di proteggere la minoranza serba in Kosovo e darle adeguati diritti e all’obbligo di proteggere i circa 40 siti della chiesa serbo-ortodossa che restano nel territorio kosovaro. Sono questi divieti ed obblighi che limitano la sovranità di un Kosovo che, per il resto, agirebbe come un paese indipendente.
Ma gli accordi di Kumanovo prevedevano invece la restituzione del Kosovo alla Serbia sei anni dopo. E la definizione dello status finale non può non tener conto del documento che ha concluso la guerra del 1999, la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 10 Giugno 1999, di cui fanno parte integrante gli accordi tecnico-militari di Kumanovo.
Nella Risoluzione infatti vengono confermate esplicitamente la “sovranità e integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia” e “una sostanziale autonomia del Kosovo”.
Anche le conclusioni del G8 del 6 Maggio 1999 prevedevano ugualmente l’integrità territoriale della Jugoslavia, che all’epoca era ancora una Federazione tra Serbia e Montenegro.
La guerra infatti non avrebbe potuto essere conclusa il 10 giugno senza questo riconoscimento dell’integrità del paese.
Il 26 Marzo scorso però il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha rimesso al Consiglio di Sicurezza il piano Ahtisaari sul futuro status del Kosovo.
Ma poiché l'attuale status legale internazionale del Kosovo è sancito dalla Risoluzione 1244, serve una nuova risoluzione per porre termine al mandato Onu e trasferire i poteri al Rappresentante Civile. Ed è a questo punto che non c’è accordo su come procedere, con la Russia che insiste per una prosecuzione delle trattative onde evitare una soluzione imposta o non condivisa.
Lo scenario che però si aprirebbe può dare linfa anche all’eventuale ipotesi di un riconoscimento unilaterale.
E infatti Bush nei giorni scorsi lo ha fatto capire chiaramente durante la sue visite in Albania e Bulgaria affermando che “Il Kosovo deve essere indipendente e il momento per far progredire il piano Ahtisaari è adesso; a un certo punto, presto o tardi, bisognerà dire basta”.
Aggiungendo poi il contentino da dare alla Serbia in cambio del suo consenso all’indipendenza del Kosovo, e cioè l’eventuale ingresso nell’UE e nella NATO.
Ovviamente le parole di Bush sul Kosovo non sono piaciute affatto al premier serbo Kostunica che ha affermato “I serbi sono disgustati dall'impegno del presidente degli Stati Uniti perché sia concessa al più presto l'indipendenza al Kosovo e mai perdoneranno gli americani se ciò accadrà. Gli Stati Uniti hanno il diritto di sostenere alcuni Stati in base ai loro interessi, ma non regalando loro qualcosa che non gli appartiene. Il bombardamento americano della Serbia è già stato un grosso errore per il secolo passato e per quello presente e il sostegno unilaterale all'indipendenza del Kosovo sarà un nuovo errore, un ulteriore atto di violenza ingiustificata, che non sarà dimenticato dal popolo serbo. Se l'America vuole ignorare il diritto internazionale deve sapere che la Serbia respingerà qualsiasi forma di indipendenza per la sua provincia meridionale''.
Kostunica poi non ha escluso la possibilità di rompere i rapporti diplomatici con quei Paesi che dovessero riconoscere un Kosovo indipendente e sovrano.
Anche la Commissione UE, che sostiene il Piano Ahtisaari, è contraria a riconoscimenti unilaterali e ha ribadito che la decisione sullo status finale del Kosovo deve essere presa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quindi i Paesi occidentali sono nel loro insieme favorevoli all’indipendenza del Kosovo ma la Russia è nettamente contraria e si oppone anche ad una nuova Risoluzione ONU a cui porrebbe comunque il suo veto, dal momento che continua a ripetere che non sosterrà nulla che non sia il risultato di un accordo tra serbi e albanesi, che però sembra alquanto improbabile.
Ma la politica russa sulla questione del futuro status sembra mirare soprattutto a ritardare i tempi della Risoluzione per ottenere maggior potere contrattuale in altre trattative – come ad esempio quelle sullo scudo stellare e sull’ingresso della Russia nel WTO.
Comunque, un’ipotesi alternativa si sta facendo avanti ed è quella della spartizione, con la regione di Metohija che rimarrebbe alla Serbia nel caso del rifiuto totale del piano Ahtisaari.
Il Kosovo, oltre allo storico valore simbolico per i serbi rappresentato dal ricordo della battaglia di Kosovo Polje del 1389 in cui i serbi furono massacrati dai turchi, costituisce territorialmente il quindici per cento circa della Serbia.
La zona che la Serbia potrebbe riuscire a sottrarre all’indipendenza del Kosovo è circa meno di un quarto, ma la maggior parte della minoranza serba in tutta la provincia non si trova in questa zona perché vive soprattutto nelle varie enclave sparse nel territorio. Inoltre esiste la questione delle miniere di Mitrovica che - sebbene al momento obsolete, improduttive e inquinanti - rappresentano tuttavia una risorsa fondamentale per un futuro sviluppo.
E a ciò si aggiunge anche il problema dello status delle chiese e dei conventi serbo-ortodossi a sud del fiume Ibar che dovrebbero godere di una sorta di extra-territorialità.
Una spartizione dunque creerebbe certamente altre difficoltà, ma forse più superabili rispetto alle conseguenze di una ‘indipendenza condizionata’ che costringerebbe a una situazione di convivenza impossibile ed esplosiva.
Il Kosovo rappresenta perciò un test cruciale per la politica estera e di sicurezza dell’UE e per i futuri rapporti tra Occidente e Russia; ma, oltre al futuro della Serbia e del Kosovo, anche l’impatto indiretto della scelta che il Consiglio di Sicurezza ha di fronte non è indifferente,.
Infatti se passerà “l’indipendenza controllata” o se, ancor peggio, si arriverà a riconoscimenti unilaterali di “un’indipendenza incontrollata”, potrebbe verificarsi un effetto domino per i serbi di Bosnia, per gli albanesi della Macedonia, per l’Abkhazia, l’Ossezia del Sud, la Transinistria, per i curdi e per altre aree calde nel mondo. Tutti si sentiranno autorizzati a insistere nelle loro mire secessioniste.
Inoltre non è affatto scontato che la Serbia accetterà passivamente l’indipendenza de facto del Kosovo. Un mese fa circa un gruppo di nazionalisti radicali serbi ha annunciato a Krusevac, nel sud della Serbia, la creazione di una milizia popolare di volontari pronti a unirsi all’esercito e alla polizia per combattere in Kosovo.
Nessuno in Serbia ha dimenticato questi otto anni di contropulizia etnica, con 200.000 serbi e altrettanti rom in fuga nel terrore, 1800 persone uccise (serbi, rom e albanesi moderati), altrettanti desaparecidos e 150 monasteri ortodossi distrutti.
Per non parlare poi di chi governa da otto anni in Kosovo, in mano a ex criminali di guerra e svariati clan mafiosi dediti ad ogni tipo di losco traffico.
L’ora X sta scoccando e qualsiasi decisione definitiva comporterà gravi conseguenze nell’area e non solo. A cominciare proprio dal Kosovo, che è già una mina pronta ad esplodere.
Libano: lo spettro di una nuova guerra civile
25 Maggio 2007
Il Libano, dopo mesi di relativa calma apparente, è ripiombato improvvisamente nel caos in seguito ad un’ondata di violenza - la peggiore dalla fine della guerra civile nel 1990 - che in tre giorni di combattimenti tra l’Esercito regolare libanese e miliziani del gruppo Fatah al-Islam ha provocato almeno 81 morti nel campo profughi di Nahr al-Bared, che secondo stime Onu ospita circa 40.000 profughi ed e' solo uno dei 12 campi profughi palestinesi in Libano che danno rifugio a un totale di 200.000 persone (la metà dei 400.000 rifugiati presenti nel Paese).
Ma contemporaneamente si sono registrati anche due attentati dinamitardi a Beirut e uno nella città drusa di Aley, un miliziano si è fatto esplodere in un appartamento di Tripoli e l'Unrwa (l'agenzia dell'Onu per l'assistenza ai rifugiati palestinesi) ha sospeso la distribuzione degli aiuti a Nahr al-Bared dopo che un suo convoglio e' stato bersagliato dai colpi di cecchini, che hanno causato almeno due morti tra i palestinesi che stavano ricevendo gli aiuti.
Sono state annunciate una serie di tregue che però all’inizio hanno retto solo per poche ore, ma quantomeno sono servite a circa 10.000 profughi palestinesi di Nahr al-Bared per lasciare il campo e spostarsi nel vicino campo di Beddawi e verso Tripoli; ma anche l'esercito libanese e i miliziani di Fatah al-Islam hanno approfittato della tregua per rafforzare le rispettive posizioni, lasciando presumere che gli scontri potrebbero riprendere in qualsiasi momento.
Se per il premier libanese Siniora sono evidenti i legami di Fatah al-Islam con la Siria ed Al Qaeda, rimangono comunque molti interrogativi e dubbi sull’effettiva natura di questo gruppo che secondo varie fonti disporrebbe di circa 200-300 miliziani e che sin dallo scorso novembre ha fondato il proprio quartier generale a Nahr al-Bared, dopo la scissione da un'altra formazione armata (Fatah al-Intifada) apertamente legata a Damasco.
I membri del gruppo si definiscono salafiti e ideologicamente vicini ad Al Qaeda, ma negano qualsiasi legame operativo con questo movimento, come ha più volte ripetuto il leader di Fatah al-Islam Shaker al Absi. Inoltre pochi giorni fa un portavoce del gruppo ha affermato ad Al Jazeera che “Abbiamo missili e attentatori suicidi, possiamo combattere per i prossimi nove mesi ed estendere i combattimenti in tutto il Libano e in tutto il Levante”, aggiungendo poi di aver dato il via ai combattimenti per rispondere alle “provocazioni” delle forze dell’ordine libanesi che avevano appena assaltato un edificio di Tripoli dove si erano asserragliati degli attivisti sospettati di avere attaccato delle banche.
In realtà, la situazione era già molto tesa da marzo e i militari avevano intensificato la sorveglianza sul campo in seguito all’arresto di quattro membri del gruppo, accusati di aver compiuto il 13 Febbraio scorso un attentato contro due autobus vicino alla cittadina cristiana di Bikfaya, in cui morirono tre persone e 22 altre rimasero ferite.
Damasco, dal canto suo, nega che Fatah al Islam abbia legami con i propri servizi segreti. Lo stesso ambasciatore siriano all'Onu, Bashar Ja'afari, ha dichiarato che il gruppo è legato ad Al Qaeda e che diversi membri di Fatah al-Islam trascorsero “tre-quattro anni” nelle carceri siriane per i loro legami con Al Qaeda. Ja’afari ha inoltre aggiunto che i capi del gruppo sono in gran parte palestinesi, giordani, sauditi e solo un paio sarebbero siriani; e una volta usciti dalle galere di Damasco, hanno cominciato ad addestrare i giovani del campo profughi alle pratiche di Al-Qaeda. Il diplomatico non ha escluso che la motivazione politica degli scontri sia da ricondurre al tentativo di mettere in piedi il tribunale internazionale per l'omicidio dell' ex primo ministro libanese Rafik Hariri, dandone però una spiegazione speculare a quella del fronte libanese antisiriano.
Gli scontri, secondo Ja'afari, sarebbero stati organizzati per “tentare di influenzare il Consiglio di Sicurezza ad andare avanti con la risoluzione franco-americano-britannica” che prevede l'insediamento del tribunale internazionale. Ovviamente per il governo libanese dietro gli attacchi di Fatah al-Islam vi sarebbe proprio Damasco, ritenuta coinvolta nella strage che il 14 Febbraio 2005 uccise Hariri e altre ventidue persone.
Comunque sia, il futuro libanese sarà legato a ciò che succederà subito dopo l’insediamento del tribunale internazionale, la cui creazione è stata decisa con la risoluzione ONU 1595. La convenzione tra l’Onu e il governo è stata firmata ma manca ancora la ratifica del Parlamento libanese a causa della crisi politica in corso fin dallo scorso novembre, quando cinque ministri sciiti si sono dimessi dal governo.
Nel frattempo il 17 Maggio è stato depositato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU un progetto di risoluzione che mira a consentire ugualmente la nascita di questo tribunale speciale. Naturalmente il governo di Fuad Siniora è favorevole a questa iniziativa, mentre l'opposizione è decisamente contraria. Il tribunale entrerà in vigore dal momento dell’adozione di questa risoluzione - redatta da Parigi, Washington e Londra – che però dipenderà soprattutto dalla volontà di Mosca, tradizionale alleata di Damasco.
Il pericolo di una nuova guerra civile interconfessionale è perciò sempre più all’orizzonte, visto il continuo degradarsi delle relazioni tra sunniti e sciiti che già nel gennaio scorso hanno dato vita a violenti combattimenti di strada, anche se di breve durata.
La prima frattura tra le due comunità risale all’assassinio di Hariri, quando i sunniti si erano da subito schierati in massa nel campo antisiriano, mentre gli sciiti di Hezbollah avevano organizzato manifestazioni in favore di Damasco.
Oggi le due comunità si guardano come avversari, il dialogo tra i due campi è diventato praticamente inesistente e alcuni sunniti dicono di non tollerare più che Hezbollah sia il solo partito a disporre di una milizia e si stanno armando per “potersi difendere”.
Quindi gli scontri tra Fatah al-Islam e l’esercito libanese nel Nord del Paese distolgono per il momento l’attenzione, ma il principale motivo di inquietudine a Beirut è proprio il rischio di una terribile guerra civile interconfessionale.
Intanto il Dipartimento di Stato Usa ha giustificato le azioni delle forze libanesi contro i miliziani islamici e sono già atterrati a Beirut tre aerei militari carichi di varie tonnellate tra munizioni, armi leggere, missili anti-tank e sensori infrarossi per la visione notturna. Gli Stati Uniti infatti nei giorni scorsi avevano avvertito che avrebbero inviato aiuti militari al governo libanese per aiutarlo a combattere contro Fatah-al Islam e hanno prontamente mantenuto la promessa.
Ma nelle prossime settimane si comprenderà meglio contro chi saranno usate effettivamente queste armi “Made in USA”, se questo sarà solo il primo passo per un futuro coinvolgimento di truppe USA in territorio libanese su richiesta del governo Sinora e se i soldati dell’Unifil dislocati nel Sud saranno colti in mezzo a più di due fuochi.
La miscela esplosiva pakistana
22 Maggio 2007
Nei giorni scorsi in Pakistan è avvenuta la più forte esplosione di violenza politica degli ultimi venti anni. Una violenza che covava da tempo ma che, in seguito alla rimozione di autorità il 9 Marzo scorso del Presidente della Corte Suprema pakistana Iftikhar Chaudhry da parte del Presidente Musharraf e con l’avvicinarsi delle elezioni generali del prossimo autunno, si è materializzata repentinamente, con prospettive incerte e potenzialmente esplosive.
Il giudice Chaudhry è stato rimosso da Musharraf con le accuse di abuso di potere e corruzione, ma in realtà perché si opponeva al suo ennesimo colpo di mano per rimanere al potere, attraverso l’attuazione del suo incostituzionale e impopolare progetto di farsi rieleggere presidente per altri cinque anni dall'attuale parlamento - a lui fedele - invece che da quello che verrà rinnovato con le elezioni di Ottobre e che probabilmente vedrà un cambio di maggioranza.
Infatti la Corte Suprema sarà chiamata presto a pronunciarsi sulla legittimità del doppio ruolo di Musharraf (Presidente e Capo delle Forze Armate) e della sua volontà di essere rieletto Presidente prima delle elezioni generali.
Dal giorno della sua rimozione Chaudhry ha compiuto una serie di visite pubbliche nel Paese che si sono subito trasformate in manifestazioni di solidarietà nei suoi confronti; col tempo però queste proteste popolari contro la decisione di Musharraf di destituire Chaudhry hanno assunto un carattere sempre più antigovernativo, ovviamente non tollerato da Musharraf che ormai vede in Chaudhry un pericoloso antagonista sulla scena politica pakistana.
Il 12 Maggio scorso Chaudhry aveva in programma un incontro con l’Associazione degli avvocati, ma non è riuscito neanche ad uscire dall’aeroporto. La città era già in stato d’assedio e in piazza si fronteggiavano i partiti sostenitori di Musharraf e quelli di opposizione.
Tra i sostenitori c’era l’MQM (Movimento Muttahida Qaumi), il partito di governo del Sindh che è la provincia di Karachi.
I militanti armati del MQM, dopo aver bloccato le strade d’accesso all’aeroporto, hanno sparato sugli oppositori, in particolare sui sostenitori del Partito Popolare dell’ex premier Benazir Bhutto, ora in esilio. Anche la tv locale è stata attaccata dai miliziani del MQM e lo stesso trattamento è stato riservato alla sede dell’Associazione degli avvocati.
Il bilancio finale è stato di almeno 40 morti e oltre 150 feriti. Il giorno successivo uno sciopero generale ha paralizzato Karachi.
Quindi in poco più di due mesi un movimento di protesta, dapprima limitato agli 80.000 avvocati del Paese e a decine di giudici, si è esteso a macchia d’olio trasformandosi in una miccia che rischia di far saltare in aria un Paese il cui regime da tempo è già in turbolenza per una serie di attentati di matrice integralista, per gli scontri tra sciiti e sunniti e per l’impegno militare contro i miliziani qaedisti nelle zone tribali di frontiera con l’Afghanistan, dove sono posizionati circa 90.000 soldati pakistani.
Uno sforzo bellico che però deve fare i conti anche con il fattore etnico - l’etnia pashtun è predominante nei territori oggetto dei raid dell’esercito e nelle stesse forze armate arriva ad un 25% degli effettivi; ma per completare questo quadro ingarbugliato ed esplosivo, a ciò si aggiungano i rapporti storici dell’ISI - il servizio segreto pakistano - con il movimento taleban ed esponenti qaedisti.
In sintesi, il Pakistan ha un piede in più di due scarpe e rischia seriamente di cadere rovinosamente con conseguenze potenzialmente incontrollabili.
Negli ultimi giorni poi sono sempre più frequenti gli sconfinamenti in territorio afghano delle truppe pakistane che effettuano raid in cui spesso muoiono anche innocenti civili afghani, suscitando così le dure proteste del governo Karzai.
E in uno di questi raid oltreconfine anche un soldato NATO è rimasto ucciso mentre rientrava nel versante afghano del confine dopo una riunione con ufficiali dell’esercito pakistano per discutere su come mettere fine agli scontri nelle zone di frontiera. E sembra che a ucciderlo sia stato proprio un uomo che indossava l’uniforme dell’esercito pakistano.
Ma tornando alle vicende interne pakistane di questi giorni, è importante rilevare come questo movimento sociale di opposizione a Musharraf sembra non avere nulla a che vedere con la religione. E' una difesa dell'indipendenza (per quanto nominale) del potere giudiziario da quello esecutivo e gli avvocati che sono scesi in piazza lo hanno fatto per ribadire la separazione dei poteri costituzionali.
Naturalmente i partiti di opposizione al governo hanno preso la palla al balzo e stanno usando opportunisticamente l’intera vicenda per ovvi fini di propaganda pre-elettorale, in particolar modo il Partito Popolare di Benazir Bhutto e la Lega Musulmana di Nawaz Sharif - due ex primi ministri ora in esilio - ma anche i partiti integralisti islamici dell'Mma, l'alleanza religiosa filo-taleban che governa le Aree Tribali.
Tutti costoro stanno ora sostenendo Chaudhry che, in carica da due anni in qualità di Presidente della Corte Suprema aveva sollevato questioni su certe privatizzazioni poco trasparenti, sui numerosi casi di «desaparecidos» imputati ai servizi di sicurezza e sulla seria presa in considerazione delle vittime di stupro, dimostrando di essere un giudice troppo indipendente e poco ossequiente al governo ma che sta ormai diventando sempre più popolare. Se oggi si svolgessero le elezioni presidenziali, Chaudhry sconfiggerebbe facilmente Musharraf.
Un nuovo e pericoloso protagonista del panorama politico per Musharraf che quindi si trova di fronte ad un bivio: togliersi l’uniforme di generale Capo delle Forze Armate e accettare la sfida elettorale in maniera chiara, rischiando però di sparire da una scena politica che è in continua evoluzione ed ebollizione. Oppure reprimere nel sangue ogni tentativo futuro di protesta antigovernativa, farsi rieleggere presidente dall’attuale parlamento e magari sospendere le elezioni legislative previste in Ottobre.
Ma in entrambe le opzioni il futuro del Paese è quanto mai incerto e gravido di potenziali conseguenze che renderebbero il Pakistan una vera e propria polveriera pronta ad esplodere.
Polonia-Estonia: due pedine per la nuova guerra fredda Occidente-Russia
30 Aprile 2007
Negli ultimi giorni in Polonia ed Estonia sono avvenuti dei fatti piuttosto inquietanti e che riportano alla luce un passato che sembrava superato a partire dagli inizi degli anni ’90.
Eventi diversi ma paralleli, essendo legati entrambi ai trascorsi storici dei due Paesi con il comunismo e l’ex Unione Sovietica.
In Polonia è in vigore dal 15 Marzo scorso una legge – denominata nuova ‘lustracja’ (lustrazione) - voluta dal governo nazionalista e di estrema destra dei fratelli Kaczynski, che obbligherà più di 700mila persone nate prima dell’Agosto 1972 tra cui alti funzionari, giornalisti, docenti universitari, avvocati, politici, insegnanti, giudici e intellettuali a confessare se abbiano o meno collaborato col passato regime comunista in un periodo compreso tra il 1945 e il 1989.
Entro il prossimo 15 Maggio tutte queste persone dovranno compilare dei moduli appositi e consegnarli ai propri superiori gerarchici, che li invieranno successivamente all'Istituto della memoria di Varsavia che procederà poi alla verifica dei medesimi comparandoli con gli archivi dei servizi segreti comunisti, emettendo alla fine un certificato di “purezza politica”.
In caso di accertata collaborazione scatterà automaticamente il licenziamento, mentre chi rifiuta di rispondere al questionario va incontro all’interdizione dall’esercizio della propria professione per dieci anni; e la stessa pena è prevista per accertata insincerità nelle risposte.
Anche nel 1997 era stata varata una lustracja che riguardava però poche cariche pubbliche; ma la nuova legge, estendendo le indagini su ogni attività che abbia a che fare con la vita pubblica, si configura come una vera e propria caccia alle streghe di stampo maccartista, totalmente fuori dal tempo, il cui spirito però rientra perfettamente nella politica di duro confronto con Mosca attuata dal governo polacco; e il suo assenso all’installazione dello scudo antimissile concepito dal Pentagono è un ulteriore passo in questa direzione.
Naturalmente in Polonia si è aperto un aspro dibattito sull’incostituzionalità di questa legge che potrebbe essere invalidata nei prossimi giorni dalla Corte Costituzionale. E non mancano i primi eccellenti disobbedienti alla legge in questione.
Giorni fa infatti l'europarlamentare Bronislaw Gemerek, consigliere di Walesa ed ex ministro degli Esteri dal 1997 al 2000, e l'ex premier Tadeusz Mazowiecki si sono rifiutati di compilare il formulario inviato dal governo; Gemerek è stato perciò minacciato dal governo di epurazione dalla carica di parlamentare europeo.
Ma parallelamente a ciò che sta avvenendo in Polonia, anche in Estonia è in atto una politica decisamente antirussa.
La decisione del governo di smantellare in fretta e furia il monumento “al soldato liberatore” – in ricordo dei soldati sovietici caduti per la liberazione dell'Estonia dai nazisti nel 1944 e alla cui base sono conservate le spoglie di tredici di loro - che dal 1947 era situato in una piazza centrale della capitale Tallinn, ha immediatamente provocato la reazione offesa della vasta comunità russofona del Paese (circa un quarto della popolazione totale).
Ci sono stati violenti scontri a Tallin con la polizia e il bilancio finale è di un morto (di nazionalità russa e residente permanente in Estonia), un’ottantina di feriti e 800 persone fermate. Scontri che da Tallin si sono estesi anche nel nordest del Paese dove è più forte la minoranza russa.
La questione ha ovviamente varcato i confini nazionali e in Russia le reazioni sono state furibonde. Le due ali del parlamento russo hanno chiesto all'unanimità che vengano rotte le relazioni diplomatiche, richiamando l'ambasciatore russo e cacciando via quello estone; si parla di sanzioni economiche, dal taglio delle forniture energetiche al dirottamento dei traffici mercantili, che forniscono all'Estonia una consistente parte del proprio Pil.
E' insorta compatta anche la stampa russa, mentre vari gruppi nazionalisti hanno posto uno stretto assedio alle sedi diplomatiche estoni, in particolare a Mosca dove all'ambasciatrice è stato impedito l'ingresso nell'edificio.
Ma aldilà di ciò, non è ancora nota la concreta risposta del Cremlino alla provocazione del governo estone. Mentre prosegue il blocco delle importazioni di carne polacca in Russia.
Comunque sia, gli eventi polacchi ed estoni mettono in evidenza solo alcuni aspetti di una strategia antirussa manovrata da oltreoceano.
Putin infatti nei giorni scorsi ha pronunciato parole molto dure nei confronti della NATO e dei suoi membri europei, ritenuti succubi dell’amministrazione Bush - soprattutto in relazione alla questione dello scudo antimissile che verrà installato in Polonia e del radar che sarà posizionato nella Repubblica Ceca - rinnovando anche la sua intenzione di ritirare l'adesione della Russia al trattato per la riduzione delle armi convenzionali (Cfe), firmato dai Paesi della NATO e del Patto di Varsavia nel novembre 1990, che è in effetti superato dagli eventi storici successivi al suo varo.
Lo stesso segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer ha definito la riunione Nato-Russia, svoltasi a Oslo pochi giorni fa, “un dialogo tra sordi”, aggiungendo che “si aspetta spiegazioni dal ministro degli Esteri russo in merito alle parole del Presidente Putin”.
Mentre per Condoleezza Rice “L'idea che in qualche modo dieci intercettori e qualche radar nell'Europa dell'Est possano minacciare il deterrente strategico è assolutamente ridicola e tutti lo sanno. I russi hanno migliaia di testate. L'idea che in qualche modo si possa fermare il deterrente nucleare strategico russo con qualche intercettore semplicemente non ha senso”.
I segnali quindi per la nascita nel prossimo futuro di una nuova guerra fredda tra Occidente e Russia ci sono tutti.
La guerra delle Falklands/Malvinas: una ferita ancora aperta
23 Aprile 2007
Quest’anno ricorre il 25esimo anniversario di una guerra dimenticata da molti ma che, durata 74 giorni, provocò in totale circa 900 morti e quasi 2000 feriti. La guerra in questione è quella combattuta tra Argentina e Gran Bretagna nel 1982 per il possesso delle isole Falkland/Malvine, un arcipelago dell’oceano Atlantico situato a poca distanza dalle coste sudamericane, grande poco più di 16.000 Km quadrati - quasi il doppio della Corsica - e popolato da circa 3000 abitanti di origine britannica (soprannominati kelpers), che conducono un tenore di vita molto alto, secondo solo a quello USA nel continente sudamericano, e dallo stile tipicamente britannico.
La grande ricchezza dell'arcipelago è costituita dalle pecore (circa 600.000), la cui lana viene esportata in Gran Bretagna; ma anche i giacimenti petroliferi al largo delle isole hanno contribuito ad aumentare l’importanza economica delle isole.
Questo conflitto divampò all’improvviso, anche se il contenzioso tra i due Stati per la sovranità sulle isole durava da quasi un secolo e mezzo, e vide oltre alla riaffermazione della sovranità britannica sulle isole, la consacrazione dell’allora premier Margaret Thatcher e la caduta del criminale regime militare di Buenos Aires che, volendo invece con la guerra recuperare consenso interno, aveva mandato il proprio esercito allo sbaraglio, senza la preparazione e il sostegno materiale necessari. E il bilancio finale della guerra vide 649 morti tra i militari sudamericani e 255 tra quelli britannici.
Ma la questione è tornata alla ribalta in occasione delle commemorazioni del 25esimo anniversario della guerra, riaprendo così una ferita mai rimarginata.
L'Argentina infatti non ha mai abbandonato l'obiettivo di recuperare la sovranità sulle isole Falkland-Malvine e anzi intende rilanciare la propria offensiva diplomatica. E' stato questo il senso del discorso pronunciato il 2 Aprile scorso ad Ushuaia dal vicepresidente argentino Daniel Scioli, in sostituzione del presidente Nestor Kirchner che, dopo aver esitato a lungo, aveva deciso di dare forfait per evitare di dover affrontare manifestazioni sindacali a lui ostili.
Migliaia fra ex combattenti e cittadini si sono riuniti nella Piazza Malvinas Argentinas per ascoltare i discorsi delle autorità e dei responsabili militari. Fra questi ultimi il generale Jorge Chevallier, comandante dello Stato maggiore congiunto, ha ricordato che "l'obiettivo di recuperare le isole è irrinunciabile", che "già è stato sparso troppo sangue" e il recupero deve avvenire "utilizzando la diplomazia e la pace".
Da parte sua Scioli si è incaricato di fissare i cardini della nuova strategia argentina, più rigida nei confronti di Londra rispetto alla "strategia della seduzione" che negli anni '90 il governo del presidente Carlos Menem aveva adottato nei confronti dei kelpers, che però sono sempre rimasti fedeli agli stretti legami con la madrepatria britannica.
A fine marzo poi il governo di Buenos Aires ha deciso di sospendere gli accordi di cooperazione petrolifera con la Gran Bretagna raggiunti negli anni ‘90 e soprattutto ha stabilito per legge che le compagnie che dovessero operare in acque britanniche contestate dall'Argentina nello sfruttamento del greggio o del patrimonio ittico, non potranno mai più farlo sulla piattaforma continentale.
L'annuncio delle nuove misure e' stato fatto dal ministro della Pianificazione argentino, Julio De Vido che, ad una domanda su possibili reazioni da parte del governo britannico, ha risposto che “non ci preoccupa assolutamente la reazione di una potenza straniera in relazione a quello che l’Argentina decide per il proprio territorio. Non potranno operare in Argentina (...) quelli che abbiano prestato servizi nelle nostre isole Malvine sotto la legislazione della Gran Bretagna”.
Per il momento la minaccia riguarda prevalentemente piccole compagnie petrolifere create con capitali delle Falkland, ma qualche preoccupazione sorge anche per la Shell, di cui sarebbe filiale una delle societa' in questione.
Scioli si è quindi rivolto "ancora una volta" direttamente alla Gran Bretagna affinché "risponda agli appelli internazionali e riprenda i negoziati nel modo indicato dalle Nazioni Unite nei termini chiari e precisi della risoluzione 2065" del 1965.
Chiudendo poi il suo discorso, Scioli ha osservato che "il recupero dell'esercizio pieno della sovranità sull'arcipelago ci è suggerito dal cuore, dalla responsabilità e dal nostro senso del dovere. Né la guerra né il tempo cambieranno questa realtà: le Malvine sono, sempre lo sono state, e saranno argentine".
Ma in Argentina la ferita è aperta anche per quanto riguarda il comportamento tenuto dall’allora giunta militare nei confronti dei militari mandati a combattere nelle isole.
Infatti nei giorni scorsi, un gruppo di reduci della provincia di Corrientes ha presentato una denuncia per violazione dei diritti umani commessi dagli ufficiali nei confronti delle truppe, con almeno un caso di un soldato “giustiziato” dal suo diretto superiore, quattro soldati morti per fame e cinque per sevizie. Vittime che l’allora regime argentino aveva archiviato come caduti in combattimento.
E lo stesso Ministro della Difesa argentino, Nilda Garrè, ha disposto pochi giorni fa un’inchiesta sull’operato del capitano di fregata Carlos Bianchi, accusato di maltrattamenti e torture ai danni dei propri soldati durante la guerra.
Parallelamente ai recenti sviluppi argentini, anche in GB si sono tenute le celebrazioni del 25esimo anniversario della vittoria e c’è stata una forte partecipazione popolare che stride invece con l'opposizione sempre più generalizzata dell'opinione pubblica britannica alla guerra in Iraq.
Derek Twigg, segretario di Stato alla Difesa con delega ai veterani, ha addirittura descritto la guerra delle Falkland-Maldive come “uno degli avvenimenti più memorabili della Gran Bretagna dopo la fine della seconda guerra mondiale”.
Ma anche il premier Blair, che all’epoca dei fatti si era dichiarato contrario all'intervento militare voluto dalla Thatcher e aveva auspicato la ricerca di un compromesso negoziale, ha dichiarato a sorpresa “Sono certo che avrei fatto la stessa cosa. Non ho alcun dubbio che quella fu la cosa più giusta da fare. Credo che fosse in gioco un principio, quello che una terra non può essere annessa in quel modo e che la gente non può essere messa sotto una nuova autorità in quel modo”.
In conclusione, il problema della sovranità sulle isole è ben lungi dall’essere risolto definitivamente. In Argentina nel prossimo autunno si voterà per le presidenziali e Blair si appresta a dimettersi, ma già si preannuncia un innalzamento dei toni sulla questione Falklands/Malvine che attende ancora una via di uscita definitiva.
Per approfondimenti:
http://www.pagina12.com.ar/diario/principal/index-2007-04-03.html
http://www.guardian.co.uk/falklands/story/0,,2051350,00.html#article_continue
http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_delle_Falkland
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inlavorazione/visualizza_new.html_2136060863.html
Cose dell’altro mondo
1 Aprile 2007
Il mondo è cambiato dopo i multipli e contemporanei attentati dell’11 Settembre 2001 che avevano distrutto la Mecca in Arabia Saudita e tutti i più importanti e storici simboli dell’Islam in altri Paesi musulmani. Attentati subito attribuiti al gruppo terrorista di matrice cristiana fondamentalista “The Base” e per vendicarne l’onta si era immediatamente formata una coalizione di Paesi musulmani, denominata la Coalizione dei Volenterosi, che aveva deciso di bombardare a tappeto e in seguito di invadere gli Stati Uniti d’America accusati di ospitare le cellule terroriste e i campi di addestramento di “The Base”.
Nessuno era corso in aiuto del popolo statunitense e del suo governo, che dopo poche settimane era stato rimpiazzato da un governo fantoccio guidato da cittadini americani che però avevano sempre vissuto fino a quel momento in esilio nei vari paesi musulmani della coalizione dei volenterosi. Il presidente legittimo USA era ovviamente scappato ed era ricercato insieme al suo vice, ai suoi ministri e ai capi delle forze armate. Fu poi catturato e dopo un processo sommario fu impiccato.
Ma la prima cosa che decisero gli occupanti musulmani fu quella di sciogliere l’esercito USA, uno dei più potenti del mondo fino ad allora, o meglio fino a quando non era entrato in vigore il rigido sistema delle sanzioni ONU che nel corso di poco più di 10 anni aveva strangolato l’economia e il popolo USA.
E così, in seguito a questa scellerata decisione, centinaia di migliaia di uomini finirono in mezzo alla strada senza più uno stipendio ma con un odio tale da spingerli a organizzare una strenua resistenza contro gli occupanti musulmani aiutati anche da integralisti cristiani accorsi da molte parti del mondo, grazie all’efficacissima rete di contatti costruita dall’organizzazione terrorista di “The Base”, per combattere la crociata contro gli infedeli musulmani che avevano distrutto e invaso gli USA.
Questa resistenza diede via via sempre più filo da torcere alla coalizione occupante e al governo fantoccio, nelle cui fila c’erano anche persone cresciute in Gran Bretagna con il dente ancora avvelenato per l’indipendenza USA dalla Corona di Sua Maestà. La Gran Bretagna infatti fin dagli inizi dell’invasione aveva giocato di sponda, in silente ma attivo assenso agli obiettivi della Coalizione musulmana dei Volenterosi, cercando di approfittare del nuovo scenario statunitense per ritagliarsi un suo spazio d’influenza.
Nel corso degli anni però la situazione sul campo aveva preso pieghe diverse ed era talmente diventata caotica e cruenta che le influenze britanniche sugli USA post-occupazione stavano cominciando a stridere platealmente con gli interessi e gli obiettivi della coalizione occupante. Perciò cominciò un periodo di tensione crescente tra la Coalizione musulmana e la Gran Bretagna, accusata anche di fornire armi a gruppi della resistenza statunitense, che altro non erano però che milizie inquadrate nella polizia e nell’esercito del nuovo governo fantoccio USA.
Una nuova tensione che si sommava a quella di più antica data, causata dalla volontà della GB di dotarsi di centrali nucleari per la produzione di energia, contro cui si erano già dichiarati tutti i Paesi della Coalizione musulmana.
Perciò, alla potentissima flotta navale che era stata fondamentale per bombardare il territorio USA e controllare poi le sue acque si aggiunsero poi col tempo anche altre navi da guerra che andarono a posizionarsi vicino alle coste britanniche. L’ONU inoltre aveva approvato un regime di sanzioni economiche contro la GB a causa della questione sul nucleare e molti analisti politici nel mondo si dicevano certi di un prossimo devastante attacco aereo della Coalizione dei Volenterosi contro il Regno Unito per distruggerne gli impianti nucleari.
Tutto ciò nonostante il clamoroso fallimento dell’occupazione del territorio USA che continuava ad avere un costo elevatissimo sia in termini economici che soprattutto umani, e contrastata ormai dalle opinioni pubbliche di tutti i Paesi musulmani membri della Coalizione occupante.
Ma intanto erano già cominciate in territorio britannico alcune mirate azioni militari segrete, opera di commandos dell’esercito e dell’intelligence dei paesi musulmani della Coalizione, atte a creare destabilizzazione nel Regno Unito.
Un bel giorno però quindici soldati musulmani della Marina di uno dei Paesi della coalizione furono catturati dagli inglesi perché accusati di aver violato le acque di Sua Maestà. Alcuni di loro furono pure ripresi in un video di propaganda del governo inglese mentre mangiavano abbondantemente chiedendo anche scusa per l’azione compiuta e della cui responsabilità incolpavano il proprio governo - uno dei più importanti membri della Coalizione musulmana.
Ma come se non bastasse, questo governo musulmano che aveva già contribuito alla distruzione di un Paese libero e sovrano - come un tempo erano gli USA - e che adesso aveva con le sue navi da guerra sconfinato illegalmente nelle acque di un altro stato sovrano e libero, con somma arroganza chiedeva la liberazione immediata dei suoi 15 soldati senza neanche degnarsi di chiedere scusa per lo sconfinamento illegale.
Il premier inglese aveva ovviamente risposto picche affermando giustamente "Dopo l'arresto di quelle persone il governo arabo, invece di chiedere scusa ed esprimere rammarico, ha cominciato a parlare di nostri debiti nei loro confronti e a strillare nei consessi internazionali. Questo però non è certo il modo logico e legittimo di affrontare la faccenda".
Comunque sia, la detenzione dei 15 soldati arabi è ancora in corso, così come continua la fallimentare e disastrosa guerra d’occupazione nel territorio USA. Cresce sempre più la tensione tra la Coalizione dei Volenterosi e la GB, mentre iniziano anche le violazioni dello spazio aereo britannico con i primi sorvoli di aerei militari arabi.
E forse il 6 Aprile la Perfida Albione verrà bombardata. Così si dice……
La squallida ipocrisia italiota
22 Marzo 2007
L’esito positivo del sequestro di Mastrogiacomo sta provocando in Italia l’osceno e ipocrita valzer di dichiarazioni e prese di posizione di esponenti del mondo politico e dei media che fino al momento della liberazione del giornalista si erano mostrati uniti e compatti nel chiedere al governo di fare tutto il possibile per ottenere il suo rilascio, approvandone l’operato durante tutto il periodo di gestione del delicato caso.
Lo stesso Cossiga il 10 Marzo aveva addirittura annunciato che “domani nella mia responsabilità di italiano e di cristiano rivolgerò attraverso le colonne del quotidiano ‘Il Tempo’ un appello 'ai Signori delle tribu'! ai signori Talebani! ai signori di Al Qaeda! alla resistenza afghana!' perché sia fatta salva la vita al giornalista della Repubblica Daniele Mastrogiacomo e gli venga resituita la libertà". Aggiungendo poi il 17 Marzo "Credo proprio che gli Stati Uniti ed il Regno Unito, i loro governi centrali ed i comandi militari delle loro unità in Afghanistan dovrebbero pensare seriamente, insieme al governo afgano, a permettere lo scambio dei prigionieri in vista della liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo, che hanno accertato, come era ovvio, essere soltanto un giornalista e non una spia". Mentre Casini aveva dichiarato nei giorni cruciali che non si doveva disturbare il manovratore, cioè Prodi e il suo governo.
Nel corso delle due settimane del sequestro nessun politico e nessun giornale si era azzardato a contraddire l’azione del governo e a tutti era noto nei giorni precedenti la liberazione che il gruppo di miliziani che aveva in ostaggio Mastrogiacomo non chiedeva soldi ma uno scambio di prigionieri, come del resto succede nei teatri di guerra tra due parti in conflitto. Nessuno poi in Italia ha contestato la determinazione con cui il governo italiano ha fatto pressioni sugli USA e GB nel non frapporre ostacoli con blitz militari o veti nei confronti del governo di Karzai per il rilascio delle persone in questione.
Quindi nessuno ha proferito parole contrarie a questa gestione, né tra i media né tra le fila dell’opposizione né tra quelle della maggioranza di governo.
Ma, una volta tornato a casa sano e salvo Mastrogiacomo, ecco emergere l’innata e squallida ipocrisia che contraddistingue il nostro Paese con le raffiche di dichiarazioni contro il governo per come ha gestito il sequestro, per il fatto di aver implicitamente riconosciuto i talebani, per aver svenduto la credibilità e la dignità nazionale dell’Italia.
Ipocrisia sparsa a piene mani anche in seguito alle dichiarazioni di un anonimo funzionario dell’amministrazione USA che ha criticato il governo italiano per aver costretto Karzai a liberare cinque “terroristi talebani”. Un’ipocrisia che conferma ancora una volta l’assoluto asservimento del nostro Paese ai voleri della potenza americana, gettando indirettamente altro fango anche sulla memoria di Calipari con il malcelato auspicio – fortunatamente irrealizzato - di un remake del finale del sequestro di Giuliana Sgrena.
Finora però non c’è stata in merito alcuna presa di posizione ufficiale del governo USA, mentre si sa solo che il giorno della liberazione la Rice si era dichiarata compiaciuta con D’Alema per l’esito positivo della vicenda. Ma anche se dovesse esserci, non farà altro che aumentare a dismisura questa oscena ipocrisia.
Ci si chiede perciò qual è il significato che certa stampa, l’opposizione parlamentare e anche esponenti della maggioranza di governo – Di Pietro e Bonino per esempio - danno al concetto di dignità nazionale, di credibilità di un Paese, della sua eventuale inaffidabilità e umiliazione.
Chi adesso spara ad alzo zero contro il governo avrebbe dovuto farlo durante i giorni di prigionia di Mastrogiacomo dicendo con onestà a chiare lettere che il governo non doveva assolutamente fare tutto il possibile per liberarlo, dal momento che era ben evidente l’equazione tra “tutto il possibile” e il rilascio degli uomini richiesti dai rapitori.
Ma quando prevale l’ipocrisia anche la memoria svanisce di colpo, come nel caso di chi era al governo fino a un anno fa, e in particolare sulle modalità di gestione a quell’epoca dei sequestri di italiani. Negli scorsi anni infatti si sono pagati riscatti milionari, che poi sono ovviamente serviti per acquistare armi, e in cambio della liberazione di Clementina Cantoni - sequestrata in Afghanistan - c’era stato anche un rilascio di persone da parte delle autorità afghane.
Non basta. Si ha pure la sfrontatezza di paragonare il sequestro di Mastrogiacomo con quello dei due tedeschi in Iraq, affermando che si sarebbe dovuto adottare la stessa posizione della Merkel che non si piega ai ricatti. Dimenticando però che al governo tedesco è stato chiesto il ritiro delle truppe tedesche dall’Afghanistan, richiesta che era stata fatta anche al governo italiano nei primi giorni del rapimento.
Il 10 Marzo infatti Dadullah avrebbe detto al telefono ad un giornalista afghano della France Presse “Entro sette giorni il governo italiano dovra' fissare una data per il ritiro dei suoi soldati dall'Afghanistan”. E a questa richiesta il governo italiano ha ovviamente risposto picche, come ha fatto la Merkel. Né più né meno. Vedremo comunque come si risolverà il sequestro dei due tedeschi in Iraq e come il governo tedesco, che si dichiara “irritato” per i cinque talebani rilasciati, gestirà fino alla fine la vicenda.
Ma tornando al Belpaese, tutta questa ipocrisia a 360 gradi si esplicita così platealmente guarda caso proprio a pochi giorni dal voto al Senato sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan; mettendo in luce come sempre la piccolezza meschina e provinciale del nostro Paesello, che non perde occasione per buttarla nella caciara della nostra politichetta interna.
Comunque, nella malaugurata ipotesi che qualche altro italiano venga in futuro sequestrato in un teatro di guerra, è sicuro che per l’ennesima volta non si alzerà alcuna voce che dirà chiaramente nei giornali o in Parlamento ”Il governo non deve cedere alle richieste dei rapitori e non deve mobilitarsi per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Lasciamolo pure crepare”.
L’articolo 11 e il suo tallone d’Achille
16 Marzo 2007
In Afghanistan è in corso ormai da qualche giorno l’offensiva della NATO/ISAF nel sud del Paese, denominata Operazione Achille, una vera e propria guerra combattuta con mezzi aerei e terrestri dai contingenti americani, canadesi, britannici e olandesi. In una settimana i raid aerei di appoggio alle truppe impegnate a terra sono stati già più di 300 e naturalmente hanno mietuto vittime tra i civili in quanto distinguere le cosiddette “postazioni nemiche” dalle case con dentro donne, bambini e anziani è impossibile quando si bombarda dall’alto; ma purtroppo è sempre successo così, fin dalla nascita dell’aviazione militare, in quanto non è mai esistito un bombardamento aereo chirurgico. Né mai potrà esistere.
Ma da pochi giorni anche le truppe italiane si sono mosse nell’ovest dell’Afghanistan in appoggio all’Operazione Achille. A darne notizia è stata un’agenzia di stampa spagnola dal momento che insieme agli italiani sono in azione anche gli spagnoli, membri della Forza di reazione rapida comandata dal generale italiano Antonio Satta.
Dopo poche ore dal lancio d’agenzia i partiti della cosiddetta sinistra radicale sono sembrati cadere dalle nuvole e hanno chiesto lumi al governo che per bocca del sottosegretario Forcieri ha confermato che spagnoli e italiani sono impegnati a “impermeabilizzare” la frontiera tra le province occidentali (Farah, Herat, Ghor e Badghis) e quella meridionale di Helmand, dove appunto si sta svolgendo l’Operazione Achille. Quindi, anche se sono nelle retrovie, i nostri soldati hanno un ruolo di copertura e supporto all’attacco con il chiaro obiettivo d’impedire che gruppi di guerriglieri afghani possano scappare dalle zone di combattimento del sud.
Tutto ciò a pochi giorni dal voto al Senato sul rifinanziamento della missione militare e con gli immancabili e rituali dibattiti fuori e dentro il Parlamento sull’articolo 11 della Costituzione. Non è stato rispettato, è stato tradito, non è stato tradito, è un baluardo contro ogni guerra, non è un baluardo ecc. ecc.
L’articolo 11 è da sempre oggetto di aspre discussioni e delle più svariate interpretazioni. Nel suo testo integrale afferma: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
E’ un testo che può sembrare chiaro e netto a prima vista, ma leggendolo bene contiene una seconda parte molto fumosa che si presta a varie interpretazioni. Nella prima parte è categorico il rifiuto della classica guerra offensiva, quella cioè di un Paese che ne invade un altro per conquistarne i territori. Ma la seconda parte dell’articolo che recita “…consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, può essere invece interpretata e utilizzata a proprio piacimento; partecipando per esempio a missioni militari ONU e/o NATO in cui sia contemplato anche l’uso delle armi per “assicurare la pace”.
Ecco perché ormai si abusa, e quindi non proprio del tutto a sproposito, dei termini “missione di pace” e “missione umanitaria” che possono comportare appunto anche l’utilizzo delle armi senza contraddire con ciò la seconda parte dell’articolo 11.
Inoltre tra le “limitazioni di sovranità necessarie” ci sono anche tutte le basi USA e NATO presenti nel nostro territorio. Perciò il problema vero su cui riflettere, quando si affronta l’argomento spinoso della presenza militare italiana nel mondo, sta proprio nella formulazione ambigua della seconda parte dell’articolo 11.
Lo stesso Ministro della Difesa Parisi, in una recente intervista televisiva, ha dichiarato che l’articolo 11 contiene “un velo d’ipocrisia, e forse anche più di un velo….L’articolo va rispettato integralmente, sia nella parte che ci chiama a rifiutare la guerra e quindi ad esercitare la nostra azione solo in termini di difesa, sia in quella che ci chiama ad impegnarci attivamente per la pace, nel quadro delle organizzazioni internazionali che la ricercano e la propongono….le truppe italiane impegnate in Afghanistan possono fare dunque uso delle armi in quanto la loro missione è una missione volta a stabilire la pace”. E sinceramente non ha tutti i torti a rappresentare in questo modo l’articolo 11.
Perciò, visto il presente che viviamo e soprattutto il futuro che ci aspetta, forse è il caso di cominciare - movimenti pacifisti e partiti della sinistra radicale in primis - a leggere bene tutto il testo dell’articolo 11 prima di usarlo come stendardo da portare in piazza o nelle aule del Parlamento per testimoniare la propria contrarietà alle missioni militari italiane.
Ma sarebbe ora anche di iniziare a chiederci se quella parte del testo così sfumata e polivalente vada ancora bene dopo 60 anni o se sia arrivato il momento di renderla chiara e netta una volta per tutte, modificandola o cancellandola in toto.
Crisi di governo: non è successo niente
1 Marzo 2007
Con la fiducia del Senato accordata al governo, la crisi è rientrata nello spazio di una settimana nonostante il thriller mediatico creato attorno ai senatori Pallaro e Follini.
Si è cercato di alzare l’audience sull’esito di questa crisi di governo per creare artatamente una falsa suspance ma era ovvio che un senatore eletto e residente all’estero votasse la fiducia insieme alla maggioranza – come aveva fatto del resto anche per la mozione sulla politica estera che aveva causato la crisi – in quanto per chi si propone di fare gli interessi di una comunità italiana all’estero, nel caso specifico quella residente in Argentina, votare contro il governo sarebbe proprio da pirla.
L’esito della votazione al Senato ha quindi confermato i numeri di sempre, con l’unica differenza che al posto di un senatore di centro tendente a destra come De Gregorio, eletto nella lista dell’Italia dei Valori, c’è ora un senatore di centro tendente a sinistra come Follini; spostando paradossalmente l’asse della maggioranza che sostiene il governo proprio verso sinistra.
De Gregorio si era infatti quasi da subito schierato contro il governo per una serie di motivi: non è stato nominato Ministro per gli Italiani all’estero, non ha ottenuto fondi governativi per la televisione del suo movimento “Italiani nel Mondo”, si è fatto eleggere Presidente della Commissione Difesa del Senato con i voti decisivi della CDL facendo fuori la senatrice Menapace di Rifondazione Comunista - candidata dell’Unione per quella carica – e si è battuto nel corso di questi mesi per gli aumenti delle spese della Difesa. Ma nonostante il Governo le abbia aumentate in Finanziaria - venendo meno con ciò a quanto scritto nel programma - non le aveva ritenute sufficienti, aggiungendo così un ulteriore motivo per approdare nel centrodestra.
Il percorso di Follini invece parte da lontano ed è molto più coerente e lineare di quello di De Gregorio; inizia infatti quando, da vice premier, ha costretto Berlusconi a dimettersi dopo le elezioni regionali del 2005 e a formare un nuovo governo a cui poi non ha partecipato; percorso proseguito dopo con le sue dimissioni anche da segretario dell’UDC e sfociato nella successiva fuoriuscita dal partito.
Comunque sia i numeri al Senato sono quelli da sempre e infatti il risultato finale, anche se ovviamente all’ultimo voto, è stato lo stesso di quando si è votata la fiducia a Maggio. I senatori eletti che hanno votato la fiducia rimangono 158, a cui bisognerebbe aggiungere il presidente del Senato Marini che però non vota.
Una situazione quindi invariata anche perché nessun partito presente in Parlamento vuole andare ad elezioni subito. Certo alcuni partiti dell’opposizione, Lega e Forza Italia, avevano dichiarato che sarebbe stato meglio andare al voto ma lo hanno fatto in maniera poco convincente e solo per cercare di rassicurare la propria base elettorale. Ha forse alzato la voce un po’ la Lega ma solo leggermente di più rispetto al sussurro di Berlusconi.
Fini e Casini invece hanno fatto capire chiaramente che di elezioni subito non se ne parla proprio perché il loro obiettivo politico è ormai da tempo quello di isolare Berlusconi puntando a rubargli l’elettorato, una volta che questo sarà orfano del grande capo. L’ennesima riprova di ciò sono state le loro reazioni alla velleitaria proposta delle primarie nel centrodestra lanciata pochi giorni fa da Berlusconi; Casini l’ha definita una boutade mentre Fini non si è neanche degnato di rispondere. Ormai nel centrodestra ognuno gioca per sé e Berlusconi, pur a capo del partito di maggioranza relativa, non ha più quella leadership riconosciuta dai suoi (ex) alleati.
Quindi con un’opposizione divisa in cui ognuno va in ordine sparso e con l’Unione perdente nei sondaggi - che però danno per scontata un’unità della CDL che nei fatti non c’è più - le elezioni non erano affatto dietro l’angolo. Da qui il prevedibile voto che ha rinnovato la fiducia al governo.
Ma anche i famosi 12 punti non rappresentano una novità. Infatti leggendo le 281 pagine del Programma con cui l’Unione si è presentato alle elezioni si può notare che questi 12 punti sono solo un estratto di alcuni capitoli già presenti nel programma, anche se scritti con parole più fumose e meno nette di quelle dei 12 punti.
Certo, nel programma non si menziona nello specifico l’Afghanistan ma quando viene affrontato il tema del rapporto Italia-ONU-UE-NATO in cui si afferma la priorità data al multilateralismo, non ci si può poi stupire se la permanenza della missione militare in Afghanistan sia tra i 12 punti.
Lo stesso dicasi per la TAV, non è infatti una novità il suo inserimento nei 12 punti visto che nel programma era già scritto “In particolare per le città proponiamo di:…………….dare adeguata risposta alle esigenze dei pendolari rafforzando il trasporto ferroviario metropolitano e regionale, accelerando gli investimenti sui nodi, incrementando e ammodernando i treni e prevedendo un’efficace azione di indirizzo e coordinamento, d’intesa con gli enti locali, delle scelte di riconversione delle tracce liberate dall’entrata in funzione dell’alta velocità;……………
Con riferimento al settore delle ferrovie, proponiamo di proseguire lungo il solco tracciato dai governi di centrosinistra nell'adozione dello standard di Alta Capacità della rete, come strumento di potenziamento del trasporto di persone e di merci e dunque di alleggerimento del traffico stradale. Proponiamo inoltre l'adozione di un programma pluriennale di investimento sul materiale rotabile, che possa diventare anche un’occasione per il rilancio di ciò che rimane del settore industriale di riferimento”.
Quindi anche se non si parla specificatamente della Torino-Lione, si capisce che si è favore della sua costruzione, pur naturalmente tenendo conto del dialogo con gli enti locali e con la popolazione che vive nelle zone interessate. L’obiettivo tracciato nel programma era infatti quello di spostare il trasporto delle merci dalla gomma alla rotaia, e non è una novità che adesso sia scritto chiaramente nei 12 punti “Infrastrutture e Tav. Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione)”.
Anche sui DICO non ci sono novità, pur non essendo presenti tra i 12 punti, perché il governo ha già presentato una proposta di legge e ora tocca al Parlamento esaminarla e votarla. Anzi, ci sono molte più possibilità che passi attraverso un voto parlamentare trasversale che richiama la libertà di coscienza, piuttosto che con la blindatura della maggioranza per un voto di fiducia dall’esito probabilmente letale sia per i DICO che per lo stesso governo.
In sintesi si può concludere che ciò che prima si intuiva dalle pagine del programma ora è scritto ben chiaramente nei 12 punti. C’è perciò continuità tra il programma e i 12 punti che ovviamente adesso sono diventati prioritari nell’azione del governo per i prossimi mesi, ma pur sempre estrapolati dalle 281 pagine del Programma.
Una futura azione programmatica di governo che si riassume poi solo in 10 punti, perché due riguardano il ruolo del portavoce del governo e l’autorità del premier.
In fin dei conti il programma è sempre lo stesso, i numeri al Senato pure e praticamente rispetto a una settimana fa non è cambiato nulla.
Anzi, non è successo niente.
Il teatro italiano dell’assurdo
22 Febbraio 2007
La caduta del governo Prodi per la mancata approvazione al Senato della mozione sulla politica estera conferma per l’ennesima volta che viviamo in un Paese contraddistinto da una classe politica “assurdo-lisergica”.
E mi spiego con un brevissimo riassunto degli ultimi avvenimenti.
Due settimane fa il governo aveva subito un’altra debacle al Senato quando la mozione in favore delle dichiarazioni di Parisi in merito alla base di Vicenza era stata votata dall’opposizione ma non dalla maggioranza che poi era corsa ai ripari preparando una contromozione in fretta e furia per cercare di salvare capre e cavoli dall’imboscata tesa da Calderoli…..il che è tutto dire.
Sabato scorso poi c’è stata la manifestazione di Vicenza a cui hanno partecipato esponenti di tutti i partiti della maggioranza, e solo a causa di un severo richiamo di Prodi non hanno manifestato anche alcuni sottosegretari del governo.
E arriviamo infine al giorno fatale in cui si discute al Senato della politica estera del governo con la relazione del ministro degli esteri D’Alema. Seguono le dichiarazioni di voto e arriva poi il botto finale.
A prima vista si potrebbe dire che la mozione presentata dalla maggioranza non è passata perché la politica estera attuata dal governo non era piaciuta a un senatore di Rifondazione Comunista e a un altro che era stato eletto nelle fila del PDCI, ma che da tempo è iscritto al Senato nella lista dei Consumatori, in quanto troppo filoamericana - per il parere positivo del Governo all’ampliamento della base di Vicenza – troppo filoatlantica perché succube e supina alle decisioni della NATO, in vista anche di una sua futura offensiva in Afghanistan, e troppo filoisraeliana in quanto il governo non ha annullato l’accordo militare con Israele deciso dal precedente governo.
In sintesi, la politica estera non sarebbe stata approvata perché troppo guerrafondaia, serva degli USA e d’Israele; e con la questione della base di Vicenza che avrebbe dato il là per una spallata decisiva al governo da mettere in atto attraverso la manifestazione antigovernativa di sabato.
Invece il quadro non è così scontato e semplicistico; ecco infatti che entra in gioco l’assurdità tutta italiana derivante dal fatto che il governo è caduto perché la sua politica estera è stata messa in minoranza anche da chi l’ha invece ritenuta troppo antiamericana, anti-israeliana, filopalestinese, anti-NATO e troppo amica degli Hezbollah libanesi.
Anzi a ben vedere, i voti decisivi per far cadere la mozione della maggioranza sono stati proprio quelli di alcuni senatori a vita che o si sono astenuti - e al senato ciò equivale ad un voto contrario - o hanno votato contro proprio perché ritenevano la politica estera portata avanti da D’Alema eccessivamente antiamericana, filohezbollah e filopalestinese.
Perciò ci troviamo di fronte a un governo che è caduto per determinati motivi ma anche per i suoi esatti contrari. Ed ecco la situazione a dir poco delirante e assurda, soprattutto se vista con gli occhi di uno straniero che cerca di capire la politica italiana.
Teatro dell’assurdo che continua anche in queste ore con l’annuncio di Rifondazione Comunista per una mobilitazione in piazza dei suoi militanti a favore di Prodi e del suo governo. E questo ad una settimana dalla partecipazione dello stesso partito alla manifestazione di Vicenza, che era chiaramente basata sulla totale contrarietà ad una decisione del governo e quindi di manifestazione fondamentalmente antigovernativa si trattava.
Insomma, siamo di fronte ad una situazione alquanto complessa nella sua natura assurda e non è ancora chiaro che sbocchi potrà avere, se ci sarà cioè un Prodi-bis o un governo a termine di larghe intese che porti a nuove elezioni dopo aver prodotto una nuova legge elettorale.
Ma una cosa è chiara: con la spettacolare mossa di ieri dell’astensione decisa all’ultimo minuto da Andreotti e dall’UDC, che ha spiazzato anche il resto della stessa CDL, con il voto contrario di Cossiga, con i sottomovimenti tellurici degli ultimi giorni da parte delle alte sfere Vaticane contrarie ai DICO e con il probabile eventuale allargamento della maggioranza ad esponenti centristi di varia natura, possiamo affermare con una certa tranquillità che la Democrazia Cristiana è viva e lotta insieme a noi.
E il sipario si chiude.
L’Italia in Afghanistan: Conferenza di pace o ritiro
20 Febbraio 2007
In vista del dibattito al Senato sulla politica estera del governo, con l’intervento del Ministro D’Alema, ma soprattutto alla vigilia del voto parlamentare sul rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan è arrivato per il governo il momento di affrontare con chiarezza e concretezza gli sviluppi futuri della presenza italiana in quel Paese e dei suoi obiettivi politici.
E’ noto a tutti come in Afghanistan sia in corso da circa un anno una crescente escalation dei combattimenti tra le forze NATO guidate da poche settimane dal generale americano McNeil e i guerriglieri afghani, denominati a sproposito taliban e/o terroristi per ovvie ragioni di propaganda; un’escalation causata in particolar modo dagli attacchi via via più sofisticati ed efficaci da parte di questi ultimi, proseguiti per la prima volta anche durante il rigido inverno afghano e che hanno permesso loro di riconquistare nei giorni scorsi Musa Qala, costringendo i soldati NATO a ripiegare e a far ricorso ancor di più a massicci bombardamenti aerei, mietendo così molte vittime anche tra i civili; come del resto succede ormai da più di cinque anni, dopo un qualsiasi bombardamento dall’alto.
Ma la settimana scorsa Bush, in un discorso all’American Enterprise Institute, ha chiaramente chiesto agli alleati che non sono presenti nella zona dei combattimenti del sud dell’Afghanistan di fare anche loro la propria parte aumentando il numero delle truppe e unendosi ai soldati americani, inglesi e canadesi nei combattimenti contro i guerriglieri afghani, preannunciando poi un’offensiva della NATO in primavera che farebbe il paio con quella dei guerriglieri.
Ma sia Prodi che D’Alema hanno risposto di non aver mai sentito parlare di questa offensiva nelle ultime riunioni ufficiali della NATO e che comunque Bush non si riferiva di certo all’Italia. Aggiungendo che, nel caso se ne dovesse parlare in futuro, l’unica sede appropriata per discuterne è appunto il quartier generale della NATO di Bruxelles e che un’eventuale decisione del genere potrebbe essere presa solo con un voto all’unanimità di tutti i Paesi membri.
Comunque sia, questo energico pressing di Bush non è affatto una novità, in quanto fin dalla scorsa estate il segretario della NATO Scheffer aveva chiesto agli alleati che erano già presenti in Afghanistan più mezzi e più truppe da mandare nelle zone di combattimento ma fortunatamente il governo italiano aveva sempre risposto picche. L’unica concessione degli ultimi giorni, dopo l’ennesima richiesta di Scheffer durante la riunione NATO a Siviglia, è stata la decisione del Ministro Parisi in favore dell’invio di un Hercules C-130 e di un paio di drone, gli aerei da ricognizione senza pilota.
E’ molto prevedibile però che il pressing aumenterà nelle prossime settimane e i dinieghi del governo italiano saranno messi a dura prova. Ma lo sarà ancor di più la tenuta dello stesso governo; perché, nella disgraziata ipotesi dovesse decidere di mandare i nostri soldati sul fronte di guerra, la sua caduta sarebbe questione di pochi giorni, se non di poche ore.
Se invece riuscirà a mantenere ferma la sua posizione contraria alla partecipazione diretta ai combattimenti, dovrà d’altro canto puntare tutto sull’obiettivo politico della Conferenza di pace, facendo tutto il possibile per raggiungerlo concretamente.
Inoltre, per giustificare politicamente il rifinanziamento della missione militare, sarebbe doveroso e obbligatorio porsi anche delle scadenze temporali in tal senso. E cioè, se nel giro di qualche mese - 6 sono più che sufficienti – il governo si dovesse rendere conto di essere effettivamente l’unico Paese della NATO presente in Afghanistan che vuole portare avanti seriamente il discorso di una Conferenza di pace e di ritrovarsi quindi del tutto isolato politicamente, a quel punto dovrebbe trarne le dovute conseguenze e decidere il ritiro di tutti i soldati dal territorio afghano.
Infatti in un quadro del genere, continuare in maniera testarda a mantenere una presenza militare senza essere riusciti in cambio ad ottenere alcun consenso tra gli alleati per arrivare alla fine delle ostilità e ad una Conferenza di pace con la presenza di tutti i Paesi dell’area e naturalmente anche di rappresentanti politici dei guerriglieri, sarebbe - oltre che un inutile sperpero di risorse economiche - alquanto ridicolo non solo dal punto di vista politico ma anche militare, visto che avremmo 2000 soldati che farebbero esclusivamente cooperazione, la cui presenza però a quel punto non servirebbe più né al governo italiano come carta da giocare per raggiungere l’obiettivo politico di una Conferenza di pace né tantomeno alla NATO, dato il persistente parere contrario all’invio dei nostri soldati nelle zone di combattimento.
Ci troveremmo quindi immersi in una tragicomica situazione paradossale e per evitarla l’unica soluzione sarebbe appunto quella di levare i tacchi una volta per tutte e tornare a casa.
La salvezza per la democrazia Usa: impeachment o colpo di stato?
14 Febbraio 2007
Da molti mesi a questa parte stanno crescendo sempre più le ostilità nei confronti dell’Amministrazione Bush da parte di ufficiali e membri delle Forze Armate Usa, a causa della disastrosa piega che ha preso la guerra in Iraq ma soprattutto della prospettiva di un attacco all’Iran.
L’esecutivo americano è da mesi ormai impegnato nella ricerca di un pretesto per attaccare l’Iran e negli ultimi tempi infatti le truppe americane di stanza in Iraq sono state autorizzate dall’Amministrazione Bush a catturare, o eventualmente a eliminare, i membri delle Guardie della Rivoluzione e dei servizi segreti iraniani che operano in territorio iracheno. Nei giorni scorsi poi è stato sequestrato addirittura il secondo segretario dell’ambasciata iraniana di Baghdad, Jalal Sharafi, prelevato a forza da una trentina di individui armati, che indossavano le uniformi di ordinanza di un'unita' speciale dell'Esercito regolare iracheno - il 36mo Battaglione Incursori - un corpo scelto adibito a operazioni di commando, che opera assai spesso in stretto coordinamento con le truppe americane.
Ma nonostante le ferme proteste del governo iraniano che ne ha chiesto l’immediata liberazione e che per bocca del portavoce del Ministero degli Esteri ha denunciato che "Sharafi è stato sequestrato da un gruppo legato al ministero della Difesa iracheno, che agisce sotto la supervisione delle forze statunitensi in Iraq", molti sono tuttora in stato di detenzione.
Inoltre il Pentagono ha dichiarato di avere le prove del sostegno iraniano alla guerriglia irachena accusando per la prima volta direttamente il governo di Teheran di fornire armi sempre più sofisticate agli insorti iracheni, come le bombe EFP capaci di distruggere i carriarmati Usa, e di aver causato in questo modo la morte di più di 170 marines dal giugno 2004.
Un’accusa molto grave che però nel giro di poche ore è stata subito cestinata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa Usa, generale Peter Pace, che ha smentito le fonti militari e le autorita' di Washington affermando che “il fatto che i soldati Usa abbiano trovato in Iraq bombe fabbricate in Iran non significa che il governo di Teheran sia direttamente coinvolto".
Comunque queste frizioni tra il governo Bush e le Forze Armate non sono nuove ed erano presenti anche quando Rumsfeld era in carica; infatti già in passato il generale Casey, comandante delle forze Usa in Iraq, aveva criticato alcune decisioni dell’amministrazione Bush con il risultato di essere sollevato dall’incarico e sostituito dal generale Petraeus, insediatosi nei giorni scorsi.
Ma c’è anche chi come l’ex ufficiale in pensione James Ryan – cofondatore di West Point Graduates Against the War – sostiene che potrebbe esserci una parte consistente delle forze armate davvero stanca dei "guerrieri da salotto" di Washington e che potrebbe tener fede al giuramento reso alla Dichiarazione di Indipendenza del 1776 "abolendo" un governo corrotto che non si cura della vita di milioni di iracheni e di migliaia di giovani statunitensi.
Le affermazioni di Ryan si rifanno infatti a quella parte della Dichiarazione d’Indipendenza che recita "Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o abolirlo, e creare un nuovo governo....".
Ryan accusa poi il Congresso di non aver avuto il coraggio di avviare la procedura di impeachment nei confronti di Bush per aver distrutto, con la guerra lanciata contro l’Iraq, l’onore e la reputazione del Paese e per aver severamente danneggiato e abusato dell'esercito degli Stati Uniti. Perciò secondo Ryan, Bush e il suo governo sono colpevoli di “Insulto alla nazione, Abrogazione della costituzione e Distruzione dell'esercito”, comportandosi in modo distruttivo anche nei confronti dei fini intesi dai padri fondatori.
Sempre nei giorni scorsi l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale della Presidenza Carter, Zbigniew Brzezinski, nel corso della sua testimonianza di fronte al Comitato per le Relazioni con l'Estero del Senato, ha definito la guerra in Iraq "una calamità storica, strategica e morale" e ha predetto "una provocazione in Iraq o un atto terroristico negli USA attribuito all'Iran; che culminerà in un'azione militare 'difensiva' Statunitense contro l'Iran la quale trascinerà una solitaria America in una palude che va diffondendosi e che va facendosi sempre più profonda e che alla fine includerà l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan e il Pakistan”, lasciando intendere quindi che la Casa Bianca sia capace di architettare una provocazione – incluso un possibile attacco terroristico all’interno degli Stati Uniti – per procurarsi il casus belli al fine di muovere guerra all’Iran. Brzezinski ha poi concluso la sua testimonianza dichiarando che "è venuto il momento per il Congresso di far sentire la sua voce". Cioè, avviare la procedura d’impeachment. E a maggior ragione in vista di un attacco ingiustificato all’Iran senza l’autorizzazione del Congresso.
In conclusione, aumentano sempre più le ostilità tra l’Amministrazione Bush e le Forze Armate statunitensi, così come aumentano quelle tra l’esecutivo e il Congresso a maggioranza democratica che però se non ha avuto finora il coraggio di fare quasi nulla per contrastare la condotta disastrosa nella guerra in Iraq, forse non resterà passivo un domani in caso di attacco all’Iran senza la propria approvazione, procedendo finalmente verso l’impeachment del Presidente.
Ma se la follia dovesse prevalere definitivamente nella mente di chi siede alla Casa Bianca - avendo poi già dato prova di non avere la minima considerazione per le volontà del Congresso – forse c’è solo da sperare in un pronunciamento delle Forze Armate Usa con il rifiuto di obbedire agli ordini del Commander in Chief e la conseguente rimozione forzata dell’Amministrazione.
Il popolo americano e il mondo intero gliene sarebbero eternamente grati.
Il miracolo USA in Iraq: la moltiplicazione delle guerre e…dei morti
3 Febbraio 2007
Ormai è ufficiale. Gli USA hanno compiuto un miracolo in Iraq e lo ha rivelato al mondo intero il Ministro della Difesa Gates affermando che “in Iraq non c’è una guerra ma ce ne sono quattro: una contrappone sciiti a sciiti, principalmente nel sud; la seconda e' un conflitto settario in corso principalmente a Baghdad; la terza e' portata avanti dai ribelli; e la quarta e' quella di al Qaeda”…. E tutto il mondo naturalmente deve essere grato alla superpotenza americana di questo miracolo che s’ispira liberamente a quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che però è di antica data e del tutto obsoleto. Ora ci troviamo di fronte invece a un’impresa moderna, ben progettata e realizzata in pochi anni, merito esclusivo del Commander in Chief che siede alla Casa Bianca. Complimenti vivissimi.
Ma solo poche ore prima delle illuminate e geniali parole di Gates, i 16 servizi segreti americani avevano divulgato un rapporto che metteva a nudo la crisi irachena in tutta la sua gravità e complessità e che con molti equilibrismi linguistici svelava "che il termine 'guerra civile' non rappresenta adeguatamente la complessità del conflitto in Iraq. Tuttavia, il termine 'guerra civile' descrive accuratamente elementi chiave del conflitto iracheno, compreso il rafforzamento delle identita' etno-settarie, un cambiamento epocale nel carattere delle violenze, una mobilitazione etno-settaria e la fuga della popolazione dalle proprie case".
Mentre sulle operazioni militari americane i servizi confermano che se non s’invertirà subito la rotta fermando gli scontri tra sciiti e sunniti "la situazione nel campo della sicurezza continuerà a deteriorarsi nei prossimi 12-18 mesi a un ritmo comparabile a quello della fine del 2006”.
Però, ovviamente, per i servizi d’intelligence USA le potenzialità militari degli Usa e della coalizione “rimangono un elemento essenziale, compresi la consistenza numerica delle truppe, le risorse messe a loro disposizione e la prosecuzione delle operazioni di sicurezza. Un rapido ritiro avrebbe conseguenze pericolose, con violenze ancora maggiori”.
Quindi come al solito si prende atto che la situazione è disastrosa e peggiorerà molto probabilmente nei prossimi mesi, ma non ci si può ritirare perché altrimenti la situazione peggiorerà. Un ragionamento tragicomico, un po’ come dire mentre si sta correndo in auto “Stiamo andando a schiantarci contro un muro però proseguiamo dritto ugualmente perché altrimenti usciamo fuori strada e rompiamo il semiasse”…... Purtroppo però non è affatto una novità, è un ritornello vecchio e stantio che ormai conosciamo a memoria.
All’amministrazione Bush comunque non è piaciuto affatto che i servizi abbiano usato il termine “guerra civile” e infatti l’ex della CIA Gates ha immediatamente replicato dichiarandosi in disaccordo sull'uso della definizione "guerra civile" per caratterizzare la violenza che insanguina l'Iraq affermando che “non e' una questione semantica”. Ma lo ritiene “il risultato di una semplificazione eccessiva che non rende l'idea della complessità di quanto sta accadendo in Iraq”. Ok, ci crediamo….non è una questione semantica; ma Gates o Bush dicano al mondo allora come si deve definire altrimenti una situazione in cui iracheni ammazzano altri iracheni quotidianamente, magari scopriremo finalmente il neologismo che tutto il mondo anela di conoscere. Ma Gates forse ha già risolto la questione dicendo semplicemente che “in Iraq non c’è una guerra civile ma ci sono quattro guerre”…..et voilà.
Nel frattempo i soldati USA ammazzati in Iraq sono quasi 3100; ma questa è un’altra guerra, la quinta….
Un altro Social Forum Mondiale è possibile?
25 Gennaio 2007
Si è appena concluso il World Social Forum 2007 di Nairobi e già si prospettano dure polemiche sull’effettiva utilità e concretezza di un evento che a partire dalla prima edizione del 2001 a Porto Alegre si è via via ingigantito per numero di partecipanti (solo la delegazione italiana era composta di circa 500 persone), seminari e soprattutto costi - per quest’anno è prevista una perdita di circa un milione di dollari.
Nato sull’onda delle proteste di Seattle contro il vertice del WTO del 1999 con motivazioni e aspettative necessarie e importanti, aveva acceso molte speranze creando un’occasione di relazioni, confronto e lavoro comune tra le diverse associazioni e società civili del Nord e Sud del mondo, ma purtroppo si è trasformato in un pachiderma che per il troppo peso non riesce più a smuoversi rimanendo fermo ad accumulare peso e volume, contribuendo così a vanificare sempre più gli obiettivi a lungo termine che si era preposto alla sua nascita. E la miriade di seminari sui temi più disparati aumenta solo dispersione, confusione e mancanza di partecipazione.
L’idea in sè di tenere l’edizione 2007 nel cuore dell’Africa è stata indubbiamente positiva, ma trattandosi di una scommessa dall’esito sicuramente incerto e contraddittorio, ha avuto proprio il merito di mettere a nudo tutta una serie di problemi che prima o poi sarebbero emersi, e che sono esplosi in maniera così plateale a Nairobi.
I costi innanzitutto. Organizzare il WSF con il passar degli anni costa sempre di più e infatti quest’anno il costo dell'iscrizione al forum era di 80 euro per i non africani, di 500 scellini keniani (circa 5,5 euro) per gli africani – un prezzo pari a una settimana di salario e a un mese circa di affitto per una baracca in uno slum di Nairobi. La conseguenza è stata che al grido di «è un vero furto» sono piombati sul Social Forum Mondiale i ragazzi dello slum di Korogocho. Armati di cartelli con su scritto «è questo lo spirito del social forum?» o «non bisognerebbe condividere con chi ha di meno?», i ragazzi hanno organizzato un minicorteo lungo il perimetro dello stadio Kazarani, la location del forum, e fortunatamente circa 4000 pass sono stati poi distribuiti gratuitamente agli abitanti degli slum. Ma la decisione di far pagare l'ingresso ha negato comunque l'accesso a parecchi abitanti della città.
Sempre a causa dei costi organizzativi in costante aumento, l’edizione di Nairobi del WSF ha avuto il suo sponsor ufficiale - la compagnia telefonica Celtel, di proprietà della multinazionale Millicom International Cellular S.A. presente in quasi tutto il mondo. Ogni commento mi sembra superfluo….
Ma le contraddizioni aumentano se si pensa che l’unico grande punto di ristoro del WSF – con prezzi “occidentali”, un panino e una birra circa 10 dollari, quanto circa dieci giorni di reddito medio di una famiglia povera di Nairobi - era di proprietà del Ministro della Sicurezza Nazionale, soprannominato dai keniani “Kimendero”, cioè lo spezzatore di ossa. Anche in questo caso ulteriori parole sono inutili………..per fortuna ci hanno pensato i bambini dello slum di Korogocho che lo hanno assaltato svuotando tutti i contenitori di cibo.
Sfortunatamente c’è stato anche chi, come una signora di Nairobi, pensando di poter fare un buon affare in vista della presenza di 50.000 persone circa che avrebbero dovuto sfamarsi, è andata in banca e si è indebitata per circa 15.000 euro dando per garanzia la casa, i mobili e anche il letto. Purtroppo è stata relegata in un angolo dello stadio e non ha venduto niente a causa del monopolio del Kimendero di cui sopra. Tra qualche giorno la banca le chiederà i soldi indietro e dovrà vendere casa, mobili e letto…….. no comment anche qui.
Chi era a Nairobi racconta anche di plastica e carta seminata per terra dagli altermondialisti, che però non si sono persi il seminario sull’ecosostenibilità dell’ambiente………..ma non è certo uno scandalo quando si radunano decine di migliaia di persone nello stesso posto per 5 giorni, succede naturalmente.
Quindi, ferma restando la fondamentale importanza di creare relazioni e sinergie tra le società civili del Nord e Sud del mondo, forse dopo questa edizione del WSF di Nairobi si comincerà una buona volta a discutere sui metodi più efficaci per portare avanti poi un lavoro comune che sappia centrare in pieno gli obiettivi da realizzare nelle varie realtà disperate del mondo; e l’assalto dei ragazzi di Korogocho sia per entrare che per cibarsi all’interno del forum è il segnale inequivocabile che il WSF deve cambiare, nella forma e nella sostanza.
La necessità storica di un’autonoma forza militare UE
17 Gennaio 2007
Con l’avallo dato dal Presidente del Consiglio Prodi all’allargamento della base di Vicenza, deciso comunque dal Governo Berlusconi, si ripropone l’annosa questione della sovranità italiana sul proprio territorio e dei rapporti dell’Italia con l’alleato americano.
La questione relativa all’assenso o meno dato dal Governo italiano era chiaramente molto sentita negli Stati Uniti, e si legava anche alle recenti dichiarazioni di Prodi e D’Alema che avevano espresso la loro contrarietà sia verso i bombardamenti di aerei USA in Somalia sia verso l’aumento delle truppe americane in Iraq deciso da Bush la settimana scorsa.
Infatti subito dopo la dichiarazione di non contrarietà all’allargamento della base di Vicenza da parte di Prodi, l'ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli ha dichiarato: "Desidero esprimere apprezzamento per l'attenta considerazione e opinione favorevole espresse alla proposta di aumento della presenza americana a Vicenza. Oggi le relazioni tra Italia e Usa, costruttive da 60 anni, registrano un passo avanti''. E anche il Dipartimento di Stato USA ha "molto apprezzato" la dichiarazione del Presidente del Consiglio.
Ma soprattutto il fatto che Spogli abbia sottolineato che ….”Oggi le relazioni tra Italia e Usa, costruttive da 60 anni, registrano un passo avanti”, la dice lunga su quanta importanza davano gli USA all’avallo o meno del governo Prodi.
Enrico Letta, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha però dichiarato che “il Governo è stato costretto a dire di sì e che nessun referendum locale potrà modificare questa decisione”.
Ora è da capire se la costrizione è stata esercitata direttamente dagli USA - e se sì in che modo -oppure se dipende dal fatto che la decisione presa a suo tempo dal Governo Berlusconi fosse vincolante per qualsiasi governo successivo in base ad un accordo scritto bilaterale siglato appunto dal Governo precedente, o se tra le pieghe degli accordi militari segreti tra Italia e USA si regolano anche le questioni relative a nuovi basi e/o allargamenti di quelle già preesistenti, o infine se entrano in ballo i doveri di essere membri NATO.
Insomma non è affatto chiaro perché si è costretti a dire di sì. L’unica opzione che mi sento di scartare è quella relativa agli eventuali posti di lavoro italiani che si sarebbero perduti in caso di trasferimento dell’intera base da Vicenza in Germania, come avevano chiaramente detto gli americani in caso di rifiuto italiano all’allargamento.
Ma ciò presuppone che si sarebbe potuto dire anche di no. Quindi il governo italiano poteva dire di no?
Il problema è appunto capire se la decisione finale spetta veramente al governo italiano, e in questo caso è una scelta politica autonoma cedere o meno una parte di territorio su cui poi non esercitare alcuna sovranità; oppure se, indipendentemente dalla volontà del governo italiano, sono gli stessi Stati Uniti che decidono, e quindi chiedono al governo italiano solo un parere formale - giusto per “educazione” - tanto poi le decisioni sono state già prese a Washington.
Ecco, sarebbe ora di sapere dal Governo italiano, chi decide veramente in una situazione del genere. Gli USA, l’Italia o la NATO?
Ma sarebbe soprattutto ora di cominciare a discutere seriamente in sede UE sulla necessità storica di costruire finalmente una forza militare UE formata da contingenti dei 27 Paesi membri. Finché l’UE non si doterà di forze armate autonome la sua comune politica estera, indipendente da quella USA e in grado di incidere sullo scacchiere internazionale resterà solo un’utopia.
Naturalmente, se mai si arriverà alla nascita di una forza militare UE, ciò non dovrà significare la fine di un’alleanza strategica con gli USA ma la conseguente e ovvia fuoriuscita di tutti i Paesi membri UE dalla NATO, la cui permanenza a quel punto non avrebbe più motivo d’essere.
Soltanto con la creazione di una forza armata europea indipendente e autonoma dagli USA e dalla NATO si potrà ridiscutere in toto anche della presenza militare degli Stati Uniti in territorio UE.
La Cooperazione Internazionale da ricostruire: il caso libanese
8 Gennaio 2007
Sul quotidiano Il Manifesto del 6 Gennaio scorso tra i vari articoli ce n’era uno molto interessante firmato da Giuliana Sgrena - inviata a Tiro in Libano - che ha dipinto in modo chiaro l’ennesimo fallimento in vista della cooperazione internazionale e dei suoi attori principali, le ONG.
La Sgrena non ha voluto infierire più di tanto, ma è stata ugualmente efficace nel far comprendere quello che sta succedendo in Libano da settembre ad oggi sul fronte dell’impegno civile italiano.
Il Governo italiano ha stanziato per la cooperazione 30 milioni di euro per un anno – contro i 180 milioni in 4 mesi a partire dal settembre scorso per la missione militare.
Di questi 30 milioni, 10 sono stati destinati alla cooperazione multilaterale – cioè per il sostegno finanziario alle attività in loco delle agenzie ONU, per la partecipazione agli aiuti allo sviluppo forniti dall’UE e per la Croce Rossa. 5 milioni sono andati invece al Governo libanese per la ricostruzione di infrastrutture e i restanti 15 sono stati stanziati per la cooperazione diretta e le ONG italiane.
E’ stata poi promossa dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri l’iniziativa di “Emergenza per la Riabilitazione, Occupazione, Servizi, Sviluppo” (ROSS) con un ufficio tecnico a Beirut, il cui responsabile Paolo Bonomi “dopo essere stato impegnato nell'emergenza tsunami, ha fatto ricorso al modello sperimentato in Sri Lanka. Naturalmente il «modello Sri Lanka» necessitava di un adattamento alla diversa situazione libanese, dove non si tratta di emergenza determinata da una catastrofe naturale ma di emergenza provocata dalla guerra……….. Il «modello» prevedeva la costituzione di un ufficio tecnico in loco con vari esperti o «tutor» - che in alcuni momenti avrebbero raggiunto la ventina - incaricati di seguire la fase di costruzione dei vari progetti già nel corso dello studio di fattibilità”.
Ma già dopo 4 mesi sono emersi i soliti problemi che purtroppo accadono nel mondo della cooperazione internazionale, anche se finora si sta parlando solo di quelli legati alle procedure di finanziamento dei progetti. Ma, come sempre, se il buon giorno si vede dal mattino……
Poichè la situazione era emergenziale “15 milioni sono stati trasferiti subito in Libano per essere utilizzati entro la fine dell’anno, oppure perché fossero quantomeno approvati i progetti.”
Solo che non è ancora chiaro quanto di questi 15 milioni sarà destinato alla cooperazione diretta e quanto alle ONG. Inoltre la stessa Sgrena ammette che non è riuscita a capire quanto costa con precisione l’ufficio tecnico del ROSS a Beirut, “dove sei tecnici resteranno fissi per un anno per seguire i progetti fino al loro esaurimento, con varie missioni degli altri esperti, a caccia di progetti da promuovere direttamente, non si sa se interessati più al futuro del Libano o alle loro consulenze. C'è chi parla di due milioni di euro di spese previste per il Ross, altri di molto meno, ma sicuramente con una percentuale rilevante in rapporto al finanziamento totale. Il procedimento messo in moto è risultato alla fine piuttosto macchinoso, anche se senz'altro motivato da buone intenzioni”.
Il Viceministro degli Esteri con delega alla Cooperazione Internazionale, Patrizia Sentinelli, fin da subito ha scelto “una gestione partecipata” coinvolgendo “tutti gli interlocutori, non solo funzionari della cooperazione ma anche associazioni e movimenti, che insieme hanno concordato le linee guida dell'intervento civile in Libano”.
E su questo approccio della Sentinelli nulla da obbiettare ma “«c'è stato un progressivo scollamento tra le impostazioni politiche di Roma e l'applicazione dei tecnici in Libano», sostiene Sergio Bossoli”, dell’ONG Progetto Sviluppo della CGIL.
L’intenzione di questo Tavolo di consultazione voluto dalla Sentinelli era infatti quella di favorire la decina scarsa di ONG italiane operanti in Libano già da prima della guerra della scorsa estate, in modo da facilitare consorzi tra queste e le nuove che sarebbero arrivate, per evitare frammentazioni nei progetti. Anche perché “secondo le linee guida non era stato stabilito un tetto massimo per ciascun progetto, che invece il Ross ha fissato in 500.000 euro - favorendo così l'intervento a pioggia. L'obiettivo era evidentemente quello di accontentare tutti. E visto che non è stato rispettato l'approccio consortile, tutte sono andate in ordine sparso. Peraltro la verifica degli esperti era spesso più legata a criteri tecnici che a una reale conoscenza del terreno. E non sempre le loro indicazioni coincidevano. Tutto questo ha contribuito ad alimentare una notevole confusione”.
Ecco un altro dei problemi tipici della cooperazione nei casi di emergenza, in seguito a catastrofi naturali e/o guerre: alle ONG già presenti in loco da anni se ne aggiungono molte altre che cercano di accaparrarsi i finanziamenti, con la ovvia conseguenza di sovrapposizioni e duplicazioni dei progetti, solitamente concentrati anche nelle stesse aree del paese in questione. Cosa che sta avvenendo anche in Libano, e la Sgrena infatti aggiunge “La commissione incaricata di verificare i progetti e presieduta dall'ambasciatore italiano in Libano, Gabriele Checchia, non ha quindi avuto compito facile, anche se la presenza dei «tutor» che monitoravano i progetti avrebbe dovuto rendere più facile l'esame finale, garantendo la qualità e la distribuzione geografica delle varie proposte. Invece i progetti presentati alla fine sono risultati ben 35 e tutti concentrati in tre zone (Tiro, Nabatiye e valle della Bekaa); non a caso, visto che erano quelle indicate dai tecnici come «aree di emergenza», a causa delle distruzioni o della povertà latente. Anche i settori di intervento si sovrappongono: sanità, educazione, agricoltura. «E ora ci chiedono di coordinarci!», esclama Sergio Bassoli. Che lamenta per di più la pretesa dei tecnici di monitorare i progetti anche in fase di realizzazione, al posto di un capoprogetto delle ong, «per giustificare le spese spropositate dell'ufficio tecnico». A causa di queste difficoltà non si conosce ancora il risultato dell'esame della commissione che doveva essere noto a fine anno”.
Quindi a monte c’è l’utilizzo irrazionale delle risorse finanziarie e a valle l’ovvio sperpero delle stesse che naturalmente va ad incidere sull’efficacia finale a lungo termine dei progetti in questione.
Questa però non è una peculiarità dell’intervento civile in Libano, né tantomeno un’esclusiva tutta italiana; succede infatti in tutti i Paesi del mondo in cui agiscono le ONG internazionali e le agenzie ONU – e non solo nei casi di emergenza - a conferma del fatto che la cooperazione internazionale deve profondamente riformarsi al suo interno e chiedersi se ha senso proseguire ancora con queste modalità d’intervento, puntando invece solo sulla cooperazione diretta attraverso piccoli progetti richiesti e attuati da partner locali, naturalmente ben selezionati e monitorati da chi finanzia attraverso missioni sul campo specifiche e di breve durata.
Ma puntare in futuro tutto sulla cooperazione diretta significa che la stragrande maggioranza delle ONG internazionali dovrà chiudere baracca e burattini e che molti funzionari delle agenzie ONU e della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina dovranno cambiare lavoro. Quindi……
Un Paese impazzito? No, semplicemente allo sfascio
15 Novembre 2006
Giorni fa il Presidente del Consiglio Prodi ha dichiarato che il Paese è impazzito e immediatamente si è attirato gli improperi bipartisan di politici e giornalisti. In alcune trasmissioni televisive sono state mandate in onda interviste sull’argomento fatte alla popolazione che a maggioranza ha decretato che era Prodi ad essere impazzito, che un capo di Governo non si può esprimere in quei termini ecc. ecc.
Non voglio sindacare sulla giustezza o meno di quella affermazione ma sinceramente penso che l’Italia più che impazzita sia allo sfascio, e per tutta una serie di motivi.
Cominciamo con un’imperante precarietà del lavoro, uno sviluppo economico pari a zero, un futuro economico che ci fa’ avvicinare sempre più all’Argentina del 2001 dato l’enorme debito pubblico che ci ritroviamo sulle spalle, nuove generazioni che per la prima volta nella storia del Paese si ritrovano in condizioni economiche e con prospettive future peggiori delle precedenti generazioni.
Proseguiamo poi con una classe politica autoreferenziale che si perde nei meandri dei piccoli “interessucci di bottega” senza una “vision” e/o “mission” per il futuro del Paese e che in alcuni suoi membri che siedono in Parlamento denota un’ignoranza totale della realtà che li circonda (per alcuni illustri deputati Mandela è brasiliano, il Darfur è uno stile di vita affrettato, Hamas è un uomo, la Consob boh..., i talebani sono in Afanistan, Olmert è libanese, Peretz un portoghese, Caino è figlio di Giacobbe, ecc. ecc.).
Abbiamo poi una classe imprenditoriale che non rischia e non investe più, ma continua a brandire il ricatto della delocalizzazione non conoscendo i principi base del capitalismo e cioè il libero mercato e la competitività.
Ma i segnali di un Paese ormai allo sfascio sono anche il fatto che nessuno vuole pagare le tasse però pretende ugualmente servizi eccellenti dallo Stato, una compagnia aerea nazionale sull’orlo del fallimento - che continua a sopravvivere non si sa perché e con manager strapagati - , e lo stesso dicasi per quella ferroviaria. Non voglio infierire poi sullo stato delle nostre autostrade e delle infrastrutture in cantiere.
Ci sono inoltre una televisione che incita le nuove generazioni, ma non solo, al voyerismo dei reality e premia il becero “culotettismo”, una classe giornalistica che in gran parte è indegna a definirsi tale, una scuola che sforna ignoranza e dove accadono anche osceni episodi come quello del ragazzo down preso in giro e picchiato in classe da alcuni compagni senza che la professoressa muovesse un dito; il tutto condito da immagini riprese con il telefonino di uno studente.
Già, il telefonino… e il suo l’uso maniacale…qui in Italia ormai ci sono più telefonini che abitanti.
Viviamo poi in un Paese poi dove chi può permetterselo dichiara al fisco un reddito da fame ma scorrazza a bordo di berline e fuoristrada costosissimi - imitato anche da chi effettivamente guadagna uno stipendio da fame però s’indebita a sangue pur di avere l’auto “spaziale” e l’ultimo modello di TV al plasma.
Non ci facciamo mancare niente e infatti siamo famosi nel mondo anche grazie ad una criminalità organizzata che domina nel sud con un potere economico spaventoso che ha da tempo varcato i nostri confini, e che solo per questo fatto ha già vinto nei confronti dello Stato e del principio di legalità.
Potrei continuare con l’elenco, ma penso che anche così possa bastare per affermare che l’Italia si trova in una situazione di sfascio economico, politico, etico e sociale.
Però un primato ce l’abbiamo; l’avete mai visto un altro Paese con un palazzo di un Ministero che ospita in alcune sue stanze un variegato bazar abusivo per i propri dipendenti e non solo?
Ah dimenticavo, siamo pur sempre Campioni del Mondo, o no?
Berlusconi, il Pronto Soccorso del Governo Prodi
20 Ottobre 2006
Dopo mesi passati in silenzio e un’estate trascorsa tra feste, travestimenti da beduino e colate di lava di polistirolo, Berlusconi si è rifatto vivo. Dapprima con l’invito a scendere in piazza per protestare contro la finanziaria – poi ci ha ripensato visto che al massimo avrebbe potuto raccogliere poche migliaia di persone tra il popolo di centrodestra, non incline a manifestazioni di massa in piazza; ma comunque adesso sta rilanciando di nuovo la proposta – e poi con l’accusa di banditismo rivolta al Governo dopo la presentazione del ddl Gentiloni sul riassetto televisivo, causando anche l’annuncio di uno sciopero della fame da parte del fido Bondi.
Ma è negli ultimissimi giorni che l’ex premier sta dando “il meglio di sé”, dichiarando un paio di giorni fa: “Siamo pronti ad accogliere a braccia aperte gli scontenti dell'Unione; ci sono tanti senatori della sinistra che ogni giorno di più hanno delle delusioni sulle proposte e sull'operato di un esecutivo che e' succube della sinistra radicale e massimalista"; aggiungendo anche che ci sarebbero già 5 senatori dell’Unione pronti a passare con la CDL.
Quindi ci sarebbe in vista un bel mercato delle vacche con l’apparente intento di far cadere il Governo Prodi. Intanto però il senatore Follini è uscito ufficialmente dall’UDC, imitando De Gregorio che in estate si era sfilato dall’Italia dei Valori, dopo essere diventato Presidente della Commissione Difesa del Senato; pian piano si sta formando un gruppo di senatori “al centro”, all’apparenza non schierato, con l’obiettivo di diventare sempre più l’ago della bilancia in un Senato dove l’Unione ha una maggioranza “flessibile”.
Berlusconi ha anche prontamente colto la palla al balzo fornitagli dal declassamento dell’Italia da parte delle due agenzie di rating Standard & Poor e Fitch, che però hanno criticato sia la finanziaria del Governo Prodi sia la situazione disastrosa dei conti pubblici ereditata dal Governo Berlusconi. E infine abbiamo poi visto all’opera, nello stadio Bentegodi di Verona per la messa del Papa, la claque di professione che copriva di fischi Prodi e osannava Silvio. Quindi sembrerebbe proprio un’offensiva a 360 gradi quella che Berlusconi sta compiendo contro il Governo dell’Unione e la sua maggioranza.
Ma sorgono spontanee alcune domande: Berlusconi vuole veramente far cadere il Governo Prodi e tornare perciò subito a nuove elezioni? O il Cavaliere vuole la caduta del Governo per realizzare la sua vecchia idea di Grosse Koalition, che però sia gli elettori di destra che quelli di sinistra non vogliono nella maniera più assoluta? Oppure la caduta del Governo Prodi serve per formare un Governo tecnico-istituzionale che porti poi a nuove elezioni, dopo aver prodotto magari una nuova legge elettorale e assolto altri compiti ben specifici, ricalcando le orme del Governo Dini del 1995? Ci sarebbe poi un’ultima opzione, che si rifarebbe nelle modalità alla nascita del primo Governo D’Alema del 1998.
Comunque sia, in tutti questi casi per Silvio la porta di Palazzo Chigi è sbarrata a doppia mandata, perché anche nel caso di immediate elezioni anticipate solo AN e FI si presenterebbero insieme, dal momento che sia Casini che Maroni hanno già dichiarato che per loro l’esperienza della CDL è finita. Inoltre la possibilità di immediate nuove elezioni è veramente remota perché nessuna forza politica presente in Parlamento le vuole ed è pronta a sostenerle entro pochi mesi.
Di conseguenza tutta questa ricercata e ritrovata visibilità mediatico-politica di Berlusconi si spiega, a mio parere, con il fatto di essersi reso conto che il Governo dell’Unione sta effettivamente passando un brutto momento e di dover quindi intervenire in sua “difesa”, supplendo alla totale incapacità di comunicazione del Governo e aiutandolo a ricompattarsi di nuovo attraverso lo scudo dell’antiberlusconismo. Perché infatti solo con il Governo attuale guidato da Prodi, Berlusconi può continuare a esercitare quella leadership nel centrodestra che ormai è solo fittizia, visto che neanche Fini la dà per scontata in caso di nuove elezioni.
Questa azione di Berlusconi volta a ricompattare la maggioranza di centrosinistra ha poi un effetto anche sull’elettorato dell’Unione. Si sa, l’elettorato di centrosinistra è molto esigente e non ha assolutamente pazienza; vuole tutto e subito, e ne è prova lo sciame di proteste sollevatosi nei confronti della Finanziaria, che comunque ogni giorno subisce cambiamenti - segno che in effetti il Governo non si sta arroccando in una sua difesa strenua - e quando sarà approvata sarà ben diversa da quella presentata a fine settembre.
Ma l’elettorato dell’Unione, oltre ad essere esigente e senza pazienza, ha anche la memoria corta e si è già dimenticato di chi governava fino a soli cinque mesi fa e soprattutto di come governava; però Berlusconi sta facendo di tutto per rinfrescargli la memoria.
Grazie Silvio, ci stavamo dimenticando che fino a pochissimo tempo fa eravamo governati da esimi Ministri del calibro di Gasparri (ricordate? sì, lo stesso della legge omonima e che dopo il “rivoluzionario” provvedimento del Ministro della Sanità Livia Turco sull’uso del principio attivo della cannabis nella terapia antidolore se ne è uscito con la frase:” Il Governo vuole regalare la droga”), Castelli (l’ingegnere prestato alla Giustizia), Scajola (sì, quello del G8 di Genova, ricordate?), Lunardi (ah sì, quello che ha detto:”Con la mafia bisogna convivere” e che “la TAV è un problema di ordine pubblico”), Frattini (il nulla della politica estera italiana), Martino (sì, quello che parla come Guzzanti in “Fascisti su Marte”….”Il proditorio attacco a Nassirya…”), Tremonti (sì, quello che indossa la faccia da schiaffi quando va in tv… sì… lo stesso dei condoni a go-go, legge sul falso in bilancio, cartolarizzazioni varie, spiagge da vendere, avanzo primario azzerato ecc. ecc.), Tremaglia (ah sì, il repubblichino di Salo’, quello dei “culattoni”, scritto su carta intestata del suo Ministero…..e noi invece a inc..z..rci con Rovati…..), Giovanardi (beh, lasciamo perdere…basta il nome), La Loggia (idem con patate), e dulcis in fundo….Calderoli, sì…quello della maglietta con le vignette su Maometto e che di recente ha detto “il Governo Prodi vuole dare il diritto di voto a gente che solo 5 anni prima era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita”.
Ma ce lo vogliamo ricordare in che mani eravamo??????
Il caos iracheno e la “strategia schizofrenica” di Washington
12 Ottobre 2006
Negli ultimi tempi si parla sempre meno di Iraq, nei telegiornali e nei quotidiani italiani si affronta l’argomento solo per aggiornare l’opinione pubblica sul numero di autobombe e sui relativi morti.
Ma che cosa sta effettivamente succedendo in quel disgraziato Paese?
Ormai è quasi passato un anno dalle elezioni politiche che Bush e Blair avevano esaltato come pietra miliare di un Iraq avviato definitivamente sulla strada della democrazia e come giornata storica che gettava le basi per discutere di un progressivo ritiro delle loro truppe a partire dal 2006.
Mancano solo 2 mesi e mezzo alla fine del 2006 e di questo progressivo ritiro non se ne intravede neanche l’ombra. Anzi, ora il numero dei soldati USA ha raggiunto la cifra di 147.000, superiore di 20.000 unità rispetto a pochi mesi fa ma anche al Marzo 2003, quando è cominciata l’occupazione. E secondo il capo di Stato Maggiore dell'esercito, il generale Peter Schoomaker, il numero delle truppe in Iraq si manterrà inalterato, rispetto ai livelli attuali, fino a tutto il 2010.
Ma gli USA hanno grossi problemi di ricambio di truppe fresche da inviare sul fronte di guerra iracheno; finora infatti circa 400.000 soldati su una forza in servizio attivo di 504.000 hanno già fatto un turno in Iraq o in Afghanistan e di questi oltre un terzo sono già stati schierati due volte. L'esercito ha inoltre mantenuto la sua consistenza facendo forte affidamento sui riservisti e sulla Guardia Nazionale, nonché sugli schieramenti obbligatori dell'Individual Ready Reserve, e cioè i marines costretti a ritornare in servizio attivo. E il Pentagono sta nuovamente prendendo in considerazione di attivare un numero sostanziale di riservisti e di membri della Guardia Nazionale per il servizio in Iraq, proprio perché sta avendo enormi difficoltà a reclutare nuove leve da spedire poi al fronte.
A questo si aggiunge il fatto che le perdite tra i soldati USA stanno aumentando costantemente negli ultimi tempi; Settembre poi e' stato il mese con il maggior numero di feriti tra le forze a stelle e strisce degli ultimi due anni – eccezion fatta per l’offensiva su Falluja del Novembre 2004 - con 776 soldati colpiti, e il numero dei soldati uccisi ha raggiunto ad oggi la cifra di 2757.
Neppure il numero delle truppe inglesi diminuisce affatto; ora il totale è di circa 7.200 soldati, ma agli inizi del mese scorso, il Ministero della Difesa inglese ha annunciato che altri 360 soldati stavano per essere inviati in Iraq, fra i quali i Royal Engineers per occuparsi delle bombe collocate sul ciglio della strada, una motovedetta per intensificare i pattugliamenti sul fiume Shatt al-Arab, e la polizia militare che attualmente sta venendo schierata nelle stazioni di polizia.
Questi dati sono quindi conseguenza del fatto che nel 2006 la violenza e il caos in generale sono arrivati ormai a livelli spaventosi, a partire dall’attentato alla Moschea di Samarra del Febbraio scorso, proseguendo con le quotidiane carneficine messe in atto dalle varie milizie sciite legate al Ministero degli Interni iracheno e ai vari partiti sciiti di governo, a cui fanno da contraltare le violenze dei gruppi armati sunniti e jihadisti.
E tutto ciò sulla pelle della popolazione irachena che sta fuggendo in massa dal Paese a causa della guerra civile e della pulizia etnico-religiosa; chi può scappa, soprattutto in Siria e Giordania, e si parla di un totale di circa 300.000 persone solo nel 2006.
Mentre è di questi ultimi giorni la notizia che, secondo la rivista medica britannica Lancet, i civili iracheni uccisi dall’inizio dell’invasione USA e GB hanno raggiunto quota 655.000, una cifra contestata sia da Bush che dalle autorità irachene. Un numero preciso dei civili uccisi è praticamente impossibile da stabilire, ma comunque sono sicuramente migliaia al mese. A Settembre oltre 2.660 civili iracheni sono stati uccisi soltanto a Baghdad, tra corpi ritrovati gettati in giro per la città e vittime di esplosioni, sparatorie, e altri attacchi; un aumento di 400 unità rispetto al mese precedente, secondo cifre del Ministero della Sanità iracheno.
In questi anni poi la resistenza alle truppe occupanti, in tutte le sue forme, si è notevolmente rafforzata e l’Iraq si è trasformato in un ricettacolo di jihadisti, come ribadisce la stessa National Intelligence Estimate, il recente rapporto dell’intelligence USA che Bush è stato costretto a rendere pubblico in alcune sue parti.
Ora però, dopo aver permesso per mesi e mesi alle milizie sciite di scorazzare liberamente, soprattutto quelle filoiraniane del partito di governo SCIRI, ed essendosi resi conto che la situazione a Baghdad sta sfuggendo di mano del tutto e che nel resto del paese è ormai già sfuggita, gli USA hanno deciso di recente di costruire una trincea intorno al perimetro della città nel tentativo disperato di mantenere il controllo almeno sulla capitale; ma anche questa mossa non sembra avere sortito un gran successo se solo pochi giorni fa gruppi armati sono riusciti di notte a lanciare razzi contro il più grande arsenale USA di armi provocando una serie di terribili esplosioni a catena e un incendio che ha illuminato a giorno per ore il cielo di Baghdad.
Nel frattempo gli USA hanno iniziato a negoziare con “l’Esercito Islamico in Iraq” - gruppo armato sunnita responsabile anche dell’uccisione di Enzo Baldoni e il cui portavoce Ibrahim al-Shammari giorni fa ha dichiarato che sono in grado di continuare a combattere per altri 10 anni - e con alcune potenti tribù sunnite della provincia di Al Anbar che si sono alleate sotto il nome di “Risveglio di Al-Anbar” e che stanno dando la caccia ai gruppi qaedisti. Il 7 Ottobre scorso lo sceicco Abdel Sattar Baziya, capo della tribù Abu Richa e presidente del consiglio tribale della provincia di Al Anbar, ha dichiarato alla France Presse: "I membri delle tribù hanno ucciso 34 ribelli, in gran parte stranieri, negli ultimi giorni".
Insomma, la situazione sta diventando sempre più ingestibile per gli USA che hanno ormai in Baghdad l’ultimo bastione da difendere a tutti i costi, e che nel resto del Paese stringono accordi più o meno segreti con i nemici di un tempo, mentre si scontrano nel frattempo con altri nemici di un tempo, le milizie di Muqtada Al-Sadr, che però ha suoi rappresentanti sia nel parlamento che nel governo in carica di Al-Maliki.
Infatti i raid USA nel resto del Paese continuano, anche se sporadicamente e sempre all’insegna del massacro indiscriminato di civili, come quello di qualche tempo fa nell’ospedale di Diwania, dove a dir loro stavano dando la caccia ai miliziani dell’esercito del Mahdi di Muqtada al Sadr.
Ad Agosto la stessa Diwania, nel sud sciita, è stata teatro di una battaglia tra miliziani del Madhi e soldati iracheni che ha lasciato dozzine di morti, mettendo in evidenza le profonde fratture tra i partiti sciiti uniti nella coalizione di governo a Baghdad ma in lotta tra loro per l'influenza sul sud ricco di petrolio.
Una situazione quindi di caos totale con una guerra civile non solo interconfessionale ma anche intraconfessionale che da bassa intensità gradualmente sta aumentando di livello, mentre questa “strategia schizofrenica” di Washington, che sta dando l’impressione di non raccapezzarsi più, può solo far ulteriormente peggiorare il quadro generale.
Ma si potrebbe anche obiettare che questo caos sia proprio la carta che si sta giocando Washington per mantenere le sue truppe a tempo indeterminato.
Infatti il presidente iracheno, il curdo Talabani, qualche settimana fa in un'intervista al Washington Post ha affermato che l'Iraq avrebbe bisogno di 10 mila soldati USA e due basi aeree a tempo indeterminato e possibilmente in Kurdistan, attirandosi immediatamente le ire del Comitato degli Ulema, la più influente forza sunnita del Paese, che ha definito “irresponsabile” questa idea aggiungendo che “Talabani ha solo espresso una richiesta americana, cosa che ha evitato a Washington di doverla formulare". Mentre fra le forze politiche sciite, le dichiarazioni del presidente sono state duramente criticate dai membri del movimento di Muqtada al-Sadr. "Per il governo, le dichiarazioni di Talabani non contano; per il popolo iracheno contano la costituzione e il parlamento", ha detto Hazem al-Aariji, uno dei deputati del gruppo di Sadr.
Un’ulteriore dimostrazione del caos che impera è data dal Parlamento iracheno che nei giorni scorsi ha approvato la legge che stabilisce le modalità e i meccanismi per la formazione delle regioni federali. La legge, appoggiata da una parte delle forze della coalizione sciita che ha la maggioranza – la United Iraqi Alliance (UIA) – e dalla coalizione kurda, è passata nel corso di una seduta che era stata boicottata dall'Iraqi Accord Front, la principale coalizione sunnita rappresentata nell'Assemblea Nazionale, e dai deputati appartenenti al gruppo dei sostenitori di Muqtada al-Sadr – che pure fanno parte della UIA – e da quelli di Al Fadhila, partito religioso sciita di ispirazione "sadrista", nel tentativo di impedire il raggiungimento del quorum necessario del 50%, che però è stato raggiunto ugualmente con la presenza di 140 parlamentari su un totale di 275.
Ma in base ad un accordo raggiunto il mese scorso fra le principali forze politiche rappresentate in Parlamento, l'attuazione della legge verrà rinviata di almeno 18 mesi, rimandando così al 2008 la creazione di qualunque regione autonoma.
In sintesi, solo il tempo dirà se questo totale caos iracheno senza limiti sarà stato il prodotto di una precisa strategia USA, all’apparenza schizofrenica e obbligata dal corso degli eventi, dimostrandosi perciò il vero asso nella manica che Washington ha sempre avuto oppure si sarà rivelato effettivamente come la cartina di tornasole della disfatta politico-militare dell’amministrazione USA in Iraq che verrà ricordata negli annali di storia, al pari di quella subita in Vietnam.
Intanto però la carneficina irachena continua senza sosta, mentre Bush sembra intenzionato a replicare in Iran.
Governo Prodi: fermo all’antipasto o già alla frutta?
7 Ottobre 2006
Il Governo dell’Unione ha solo pochi mesi di vita ma brancolando nel buio, arrancando e procedendo per inerzia sembra già vecchio. Di certo una legge elettorale sciagurata costruita ad arte dalla precedente maggioranza per creare una situazione tale da rendere la vita difficile se non impossibile a qualsiasi governo successivo è un dato di fatto da cui non si può prescindere. Con un Senato in quelle condizioni, in cui il Governo deve assolutamente fare affidamento sui senatori a vita, sperando nella buona salute di costoro e a volte anche in qualche voto dell’opposizione, obiettivamente è dura andare avanti.
Ed è per questo che già dopo qualche mese il Governo avrebbe dovuto presentare una nuova legge elettorale, e invece ancora niente.
Ora premesso questo, e sorvolando sul fatto che il Governo precedente si è mangiato tutto l’avanzo primario e che per la prima volta dopo anni il debito pubblico ha ricominciato a crescere – e comunque non sono proprio due cosettine da niente – il Governo Prodi sta effettivamente mostrando ampi segnali di stanchezza.
Si sapeva già che tutti i membri di questa “variegata” coalizione, una volta arrivati al governo, avrebbero cominciato a tirarsi gomitate ma, con quell’esigua maggioranza al senato - che con la fuoriuscita dell’ex senatore dell’Italia dei Valori e qualche prostata mal funzionante forse non è già più maggioranza - la situazione sta diventando difficilissima da sostenere già a breve termine.
Come se questo non bastasse, il Governo poi si è mosso veramente in maniera dilettantesca e autolesionista.
Per esempio nella questione Telecom, Prodi avrebbe dovuto chiaramente dire:” Certo che sapevo, ci mancherebbe altro, visto che Tronchetti Provera ha voluto incontrarmi per dirmi quali erano i suoi piani aziendali futuri; noi però non eravamo d’accordo sulla vendita di TIM a Murdoch e gli abbiamo anche consigliato per iscritto quali fossero secondo noi le mosse che avrebbe dovuto fare. Certo il Governo di un Paese in cui vige il libero mercato non dovrebbe comportarsi così, ma quando si tratta di un asse strategico per l’Italia, come quello delle Telecomunicazioni, il Governo ha il dovere di dire la sua; poi la Telecom faccia pure come creda e decida autonomamente perché noi non possiamo fare altro che consigliare. E comunque appena torno dalla Cina e dall’Assemblea Generale dell’ONU vado immediatamente in Parlamento a riferire della questione.”
Questo avrebbe dovuto dire Prodi, ma non lo ha fatto. E abbiamo dovuto assistere all’ennesima patetica commedia all’italiana.
Poi è arrivata la presentazione della Finanziaria e apriti cielo…..tutti scontenti – e uso un eufemismo - chi per un motivo, chi per un altro.
Il Governo ha ancora una volta preso la strada sbagliata mentre invece, anche con quella sottilissima maggioranza al Senato - che ripeto forse ormai non ha già più - e con l’obbligo di rimettere a posto i conti, avrebbe dovuto armarsi di coraggio e tirare dritto pur con il rischio di cadere, puntando però sul fatto che nessuno in Parlamento vuole andare subito a nuove elezioni, in primis il centrodestra.
Come?
Presentando una Finanziaria che tagliasse i dipendenti pubblici inutili, razionalizzando quindi le spese dei vari ministeri, tagliasse drasticamente i costi della politica – partendo dagli stipendi degli oltre 900 parlamentari, non basta infatti diminuire del 30% gli stipendi dei membri del Governo, la cifra è risibile – liberalizzasse veramente i servizi e le professioni, sfidando l’eventuale scesa in piazza non solo dei tassisti e dei farmacisti ma anche dei membri di alcune caste professionali chiuse ermeticamente a riccio.
Affrontando in Finanziaria anche il nodo pesante delle pensioni – a partire da quelle dei parlamentari - con l’obiettivo di pensare al futuro dei lavoratori precari e alla loro impossibilità di avere una pensione decente, nel migliore dei casi. Così come i precari dovevano essere l’obiettivo privilegiato di una nuova legge sul lavoro.
Ma tutto questo, oltre a comportare uno scontro sia con Confindustria sia con quei sindacati che privilegiano ormai solo una parte dei lavoratori - e cioè i dipendenti a tempo indeterminato - avrebbe significato anche un vero gioco di squadra da parte di ogni membro della coalizione di governo, senza personali interessi di bottega; un evento che in Italia costituirebbe una vera e propria rivoluzione.
E che dire poi della legge sul conflitto d’interessi, della riforma della legge Gasparri, dell’abolizione della legge sulle droghe Fini-Giovanardi, della legge sulle unioni civili delle coppie di fatto etero e omosessuali, ecc. ecc.? Che fine hanno fatto?
La lista dei provvedimenti che il Governo avrebbe dovuto prendere sarebbe veramente lunga, ma se si doveva scontentare tutti che almeno lo si fosse fatto per dei provvedimenti “rivoluzionari” e non mediocri come quelli invece presentati.
Insomma per l’ennesima volta l’Italia si conferma un Paese vecchio, con un DNA conservatore, immobile in tutti i settori; e la sua classe politica, imprenditoriale e sindacale ne sono lo specchio più evidente.
Thailandia: un golpe di seta
23 Settembre 2006
In Thailandia è in corso da qualche giorno un colpo di Stato molto particolare che agli occhi di noi europei o occidentali in genere è qualcosa di naturalmente inconcepibile, antidemocratico e quindi è da condannare fermamente.
Ma forse è il caso, prima di dare giudizi netti tout court, addentrarsi un po’ più a fondo nella situazione politica thailandese degli ultimi tempi.
E’ noto che da cinque anni e mezzo il panorama politico di quel Paese è stato dominato da un personaggio, Thaskin Shinawatra, che ricalcando un po’ le orme del nostro Silvio Berlusconi è sceso in politica con tutta la forza economica e mediatica di cui disponeva. E’ l’uomo più ricco della Thailandia che, già dopo pochi mesi dalla sua prima elezione plebiscitaria a premier nel 2001, aveva dovuto affrontare un processo per irregolarità finanziarie e corruzione che lo avevano messo a rischio di impeachment; ma l’aveva scampata.
Contraddistinto da una politica populista, il suo primo impegno, dopo quello di evitare l’esilio dalla politica ed eventualmente il carcere, è stato quello di distruggere le mafie locali del narcotraffico; impegno che è costato la vita a più di 2000 persone in un anno circa e che è riuscito a sostituire queste gang con altre e a far triplicare i prezzi delle sostanze.
Ma il pugno di ferro Shinawatra l’ha usato anche nella lotta contro i separatisti musulmani del sud, cittadini thailandesi di etnia malay; un separatismo che non è una novità degli ultimi anni, si trascina soprattutto dagli anni ’80 ma a quell’epoca i gruppi separatisti erano uniti sotto il simbolo del comunismo, ora sostituito dal fondamentalismo musulmano. Dal Gennaio 2004 ad oggi circa 2000 persone sono morte nel sud a causa di attentati e di omicidi mirati, soprattutto capi villaggi e insegnanti buddisti e musulmani. E la settimana scorsa il primo turista occidentale, un canadese, è morto in seguito ad un attentato dinamitardo.
Nell’ottobre 2004 nella provincia di Narathiwat (sud Thailandia), dopo una manifestazione di 2000 persone, che chiedevano la liberazione di 6 uomini arrestati con l’accusa di aver passato armi ai ribelli, la polizia ha sparato sulla folla e ne ha arrestati più di un migliaio. Caricati e ammassati su camion dell’esercito, alla fine 78 persone sono morte schiacciate e soffocate dal peso dei corpi. Shinawatra si è rifiutato di aprire un’indagine in merito richiestagli dalle Nazioni unite.
Mentre solo sei mesi prima c’era stato un assalto della polizia e dell’esercito in una storica moschea nella provincia di Pattani, che era ritenuta un rifugio dei ribelli armati; il bilancio era stato di 32 persone morte dentro la moschea e gli scontri che poi ne erano seguiti avevano provocato la morte di più di 100 persone.
A essere contrari alla sua politica troppo repressiva nei confronti del sud musulmano erano sempre più ampi settori dell’esercito, tra cui il Capo dell’Esercito, il Generale Sonthi Boonyaratkalin, il primo musulmano ad assumere tale carica nella Thailandia buddista e leader adesso della giunta golpista. Ma i disaccordi sulla questione erano via via cresciuti anche con la figura più importante e amata della Thailandia, il Re Bhumibol Adulyadej.
Comunque,Thaskin ha stravinto le elezioni del febbraio 2005, grazie anche all’onda lunga emozionale dello tsunami, e ha confermato ancora una volta di essere popolarissimo nelle zone rurali e povere del Paese ma di non essere amato dalla classe media e imprenditoriale di Bangkok.
La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata la vendita nel gennaio scorso da parte della famiglia di Thaskin del proprio pacchetto azionario della Shin Corp, l’impero delle telecomunicazioni fondato dallo stesso Thaskin, ad un’impresa di Singapore tre giorni dopo che il suo governo aveva fatto passare una legge che aumentava la percentuale di azioni legalmente detenute da stranieri nelle imprese di telecomunicazioni al 49%; una vendita che ha fruttato alla famiglia di Thaskin 1,9 miliardi di dollari esentasse, anche in Thailandia quindi il conflitto d’interessi è un grosso problema…..
Da quel giorno sono cominciate manifestazioni di piazza e presidi giornalieri organizzati soprattutto da esponenti della classe media di Bangkok e guidati da un altro imprenditore del settore delle telecomunicazioni, ex amico di Thaskin - Sondhi Limthongkul – e dal principale partito di opposizione, il Partito Democratico.
Proteste che hanno portato alle elezioni anticipate del 2 Aprile indette da Thaskin, ma a cui ha partecipato solo il suo partito, vincendole ovviamente.
I risultati di queste elezioni farsa sono stati contestati da una piazza che appunto era già in fermento da mesi in piazza costringendo Thaskin ad andare dal re per promettergli che si sarebbe fatto da parte una volta che fosse stato convocato il nuovo parlamento; nel frattempo cedeva i poteri di ordinaria amministrazione al vice premier.
Il re allora chiedeva fermamente alla Corte Costituzionale di far uscire il Paese da questo guazzabuglio e questa infatti nel Maggio scorso invalidava le elezioni chiedendone la ripetizione entro pochi mesi.
Thaskin ne approfitta però per riprendere in mano le redini del governo e fissa per il 15 Ottobre la data delle nuove elezioni, data accettata dal re.
Ma, sia il partito di Thaskin che quello democratico presentano denunce di abusi elettorali alla Corte Costituzionale che decide di prenderle in considerazione dichiarando che se ritenuti colpevoli entrambi i partiti sarebbero stati sciolti di autorità.
Insomma, la situazione si fa’ sempre più caotica e a luglio il capo dell’esercito fa’ un grosso ricambio nei ranghi medi dell’esercito e molti paventano una divisione all’interno delle forze armate tra fedeli e contrari a Thaskin, con annesso rischio golpe.
A fine agosto si comincia a mettere in discussione la data del 15 ottobre e si parla di spostare le elezioni di almeno un mese, mentre Thaskin accusa alcuni ufficiali della polizia di aver organizzato un piano per assassinarlo con un autobomba.
In quel periodo ero a Bangkok e in effetti, anche se in superficie tutto era tranquillo, la gente con cui parlavo non aveva molta voglia di entrare nei dettagli della complicata situazione politica; preferiva non parlarne, sperando che succedesse un qualcosa che potesse sbloccare questo pericoloso impasse politico.
Questo qualcosa è arrivato nei giorni scorsi e la stragrande maggioranza della popolazione thailandese ha accolto positivamente l’intervento dei militari, che è stato avallato dal re, persona dietro cui tutto il popolo thailandese si unisce.
Certo per noi occidentali tutto ciò è molto difficile da comprendere, ma non lo è affatto per un Paese che ha subìto 18 colpi di Stato in 70 anni, tutti cruenti tranne quest’ultimo in cui non è stato sparato finora un solo colpo. Molti abitanti di Bangkok ogni giorno portano cibo ai soldati, si fanno fotografare davanti ai carroarmati, gli stessi turisti e i monaci buddisti lo fanno e la vita quotidiana sembra procedere normalmente.
Ovviamente finora tutto sta andando liscio, anche se sono stati sospesi i diritti politici, la libera stampa e i più stretti collaboratori di Thaskin più alcuni ex ministri sono stati arrestati, e si vedrà nei successivi giorni se il generale Sonthi, leader dei golpisti e del CDRM (Consiglio per le Riforme Democratiche sotto la Monarchia Costituzionale - acronimo della giunta militare golpista), manterrà le sue promesse di nominare entro due settimane un nuovo premier ad interim che possa portare il Paese a nuove elezioni entro 6 mesi (come chiede il partito democratico) o un anno (come ha annunciato il generale Sonthi); la CDRM vorrebbe nominare un esperto di diritto pubblico visto che la sua priorità è la riforma della Costituzione del 1997, ma si fanno anche i nomi del Governatore della Banca Centrale Thailandese, o dell’ex Direttore del WTO Supachai Panitchpakdi a capo ora dell’UNCTAD, o del presidente della Corte Suprema Amministrativa.
Tra breve quindi si capirà se questo golpe sarà veramente di seta o provocherà danni seri alla società tailandese; ma finora, per una realtà come quella tailandese, il golpe ha positivamente smosso le acque che se fossero restate stagnanti avrebbero potuto arrecare danni maggiori al Paese e paradossalmente al suo stesso sistema democratico. Sembra incredibile a dirsi, ma è così.
Anche gli atei e gli agnostici meritano il massimo rispetto
18 Settembre 2006
La cassa di risonanza mediatica seguita al discorso di Ratisbona di Ratzinger, con le prevedibili conseguenti reazioni del mondo islamico, dimostra ancora una volta che le religioni hanno il potere di dettare l’agenda mediatica e di monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.
Oggigiorno sembra che qualsiasi argomento e qualsiasi problema debbano essere forzatamente riconducibili e incanalati nella sfera religiosa, che se ne appropria arrogandosi il diritto di parlarne in nome di tutti gli abitanti della terra, come se fosse l’unica depositaria di soluzioni, di verità e dogmi assoluti validi per tutti gli esseri umani.
Questa invadenza e arroganza della religione in senso lato ha ormai da tempo superato i limiti di tolleranza; di certo non è una novità, se si osserva la storia con tutte le guerre e i milioni di morti in nome di questa o quell’altra religione, usata come specchio per più prosaici e materiali conquiste di territori e potere economico.
Ma oggi in nome di chi e di cosa le varie autorità religiose parlano e straparlano? Quanti sono effettivamente i credenti praticanti delle varie religioni nel mondo?
E’ certamente difficile, se non impossibile, quantificarli con precisione e infatti se si guardano certe statistiche, a dir poco approssimative, sembra che tutti i 6 miliardi e oltre di abitanti della terra siano fedeli di questa o quell’altra religione; quindi secondo queste statistiche il 100% degli abitanti fa’ parte di una comunità religiosa.
Ma questi dati non corrispondono assolutamente alla realtà e prendo il mio caso personale: essendo italiano sono intruppato da queste statistiche nel gruppo dei cristiani e nel sottogruppo dei cattolici, ma io sono semplicemente indifferente alla religione e mi ritengo ateo. Conosco poi molte persone che in teoria dovrebbero essere intruppate nel gruppo dei musulmani e dei buddisti che come me sono del tutto indifferenti ai dettami delle “loro” religioni.
Ho comunque anch’io un rapporto con la religione, ma è di carattere puramente estetico; e cioè, mi piace entrare in una chiesa per ammirarne un affresco, oppure visitare storiche e belle moschee per ammirarne gli interni, o entrare in templi buddisti per ammirarne i dipinti, le enormi statue dorate di Buddha e per ascoltare i mantra dei monaci, così come mi affascina e mi emoziona passeggiare e ascoltare il muezzin che intona le sue preghiere. Ecco, questo è il mio unico rapporto con la religione, e non penso di essere un caso isolato.
Infatti ci sono altre statistiche, che anche in questo caso possono essere assolutamente discutibili, che affermano che nel mondo ci sono 1 miliardo e 154 milioni di atei e agnostici (Britannica Book of year), mentre per la World Christian Encyclopedia ci sono 1 miliardo e 71 milioni di agnostici e 262 milioni di atei nel mondo.
Ora se questi dati si avvicinano alla realtà effettiva delle cose, bisogna ammettere che sono in buona compagnia e che anche noi atei e agnostici abbiamo un cervello, una voce e abbiamo il diritto di non essere coinvolti e gettati nella mischia delle beghe tra le varie autorità religiose e tra questo o quell’altro credo.
Insomma anche noi, come chi crede in questa o in quella religione, meritiamo rispetto; perché anche noi crediamo, certo, crediamo che non esista alcuna entità superiore immanente o trascendente che dir si voglia e non vogliamo che qualcuno parli in nome nostro intruppandoci qui o là.
La religione poi è essenzialmente una questione intima e personale e tale deve restare, senza quindi cannibalizzare tutto e tutti con arroganza e invadenza. Ha i suoi luoghi precipui dove può essere esercitata ed entro quei confini deve restare. E se scoppia qualche polemica tra questo o quell’altro credo religioso, è in quei luoghi che se ne deve parlare, è tra le autorità e i credenti delle varie religioni che se ne deve discutere senza avere l’arroganza di invadere altri luoghi cercando la massima visibilità e attenzione possibili, senza avere la presunzione di coinvolgere persone che non sono minimamente interessate all’argomento in questione.
Ultimamente poi sembra essere in corso una competizione infantile tra i due gruppi di credenti più numerosi, tesa a dimostrare che la propria religione è migliore o più bella di quell’altra; una gara che ricorda un po’ quella tra bambini che si misurano l’organo sessuale.
Ma comunque la strumentalizzazione della religione per conquistare o mantenere il potere è talmente datata e scontata che per noi atei è acqua calda, aria fritta e non ce ne può fregare di meno; ovviamente fino al momento in cui non saremo tirati per i capelli nella mischia e allora saremo noi a pretendere delle scuse. Ma forse ci siamo già arrivati.
USA-IRAN: Chi e' la vera canaglia che vuole la guerra?
5 Settembre 2006
Ieri il Presidente USA, davanti alla platea dell'Associazione degli ufficiali USA, ha dichiarato:" Il presidente iraniano Ahmadinejad è un tiranno, i leader di Teheran sono come i terroristi di Al Qaeda. Nessun presidente americano permetterà che l'Iran si doti dell'arma nucleare, e lo farà anche la comunità internazionale. Alla minaccia dell'estremismo sunnita costituita dall'organizzazione terroristica di Osama Bin Laden si somma quella dell'estremismo sciita alimentato dall'Iran. Sarebbe folle pensare di negoziare con certi nemici. Bin Laden e i suoi alleati hanno messo in chiaro le loro intenzioni come l'avevano fatto, prima di loro, Lenin e Hitler. Il problema è se noi presteremo ascolto, se faremo attenzione a quanto quel malvagio dice. Coloro che ci attaccarono l'11 settembre erano persone senza coscienza, ma non erano pazzi. È gente che uccide in nome di un'ideologia chiara e mirata, un credo che è crudele ma non è folle. I terroristi credono che siamo un Paese in decadenza, ma si sbagliano. Resteremo in Iraq fino alla vittoria».
Subito dopo Bush ha prorogato di un anno il Patriot Act, ovverossia lo stato d'emergenza nazionale, e ne saranno ben felici i suoi concittadini.
Comunque, a parte le ovvie parole propagandistiche in vista del quinto anniversario dell'11 Settembre e delle elezioni di mid-term di novembre, il vero messaggio e' quello indirizzato all'Iran e alla comunita' internazionale. Era abbastanza scontato che l'amministrazione USA prima o poi cominciasse ad alzare i toni e la tensione in seguito alla decisione iraniana di non sospendere l'arricchimento dell'uranio prima dell'inizio di negoziati veri e propri con la comunita' internazionale e soprattutto in seguito all'approccio attendista e negoziale di UE, Russia e Cina.
Queste parole di fuoco di Bush escludono infatti ogni volonta' USA di negoziare con l'Iran cercando di trascinare in un eventuale conflitto tutto il resto della comunita' internazionale, che invece deve restare ben attenta e salda nel mantenere distinta la propria strategia da quella USA nei confronti dell'Iran .
Sembra ormai chiaro che gli USA d'ora in poi alzeranno sempre piu' i toni e naturalmente l'Iran rispondera' per le rime - e infatti Ahmadinejad ha gia' replicato con un «Bush è nulla di fronte alla volontà di Allah» - ed e' proprio per questo che UE, Russia e Cina dovranno unire gli sforzi per frapporsi tra USA e Iran e fare fronte comune per un approccio negoziale che arrivi ad una soluzione pacifica della questione sul nucleare. Anche perche' finora non e' stata trovata la benche' minima traccia di prova che l'Iran sia effettivamente in procinto di dotarsi di armi atomiche e lo stesso rapporto dell'AIEA ne e' una conferma; e questi sono i dati di fatto al momento, mentre le previsioni del Pentagono di un Iran dotato di armi atomiche entro 5 anni sono pure illazioni che fanno il paio con quelle delle fantomatiche armi di distruzione di massa dell'Iraq di Saddam, mentre il popolo iracheno ne sta ancora soffrendo le tragiche conseguenze.
Quindi e' ora che il resto della comunita' internazionale alzi la voce per rimarcare il suo approccio del tutto opposto a quello USA e per far si' che queste ultime dichiarazioni di Bush rimangano isolate, visto che evidenziano chiaramente la volonta' dell'amministrazione USA di "preparare psicologicamente" i propri connazionali e il resto del mondo ad una prossima guerra contro l'Iran per chiudere "in bellezza" il secondo mandato presidenziale di Bush jr. e tirare la volata per la successiva candidata repubblicana alla Casa Bianca, Condoleeza Rice, la quale ha di recente paragonato la guerra in Iraq alla guerra civile americana, affermando che "tutti e due i conflitti sono stati criticati, ma che entrambi sono giustificati dalla storia". Parole a dir poco ridicole, se in Iraq non fosse in corso da 3 anni e mezzo una mattanza senza fine a causa della scellerata invasione USA e GB.
Ma questa nuova eventuale guerra degli USA sara' contro un Paese 4 volte piu' grande, con quasi il triplo della popolazione, molto piu' ricco, piu' armato e con un esercito maggiormente addestrato rispetto all'Iraq. E le conseguenze saranno devastanti per il mondo intero, visto l'effetto domino che questa guerra scatenera' nel pianeta.
Ho degli amici iraniani che vivono e lavorano a Bangkok da quasi 15 anni, uomini sui 40 anni d'eta' che hanno combattuto nella guerra contro l'Iraq di Saddam e che sono poi scappati dall'Iran, senza mai farvi piu' ritorno da allora, perche' del tutto contrari al regime degli ayatollah; persone ultra-laiche nella loro vita quotidiana e che rimpiangono i tempi dello Scia'.
Ma tutti all'unisono mi hanno detto:"Se gli USA bombardano e invadono l'Iran, torniamo immediatamente nel nostro Paese a combattere contro gli americani".
Israele-Libano: in Malesia si rimpiange Hitler
5 Agosto 2006
Trovandomi in Malesia da quando e' iniziato il devastante attacco di Israele in Libano, e anche se per un certo periodo tempo non ho avuto la possibilita' di informarmi approfonditamente sugli eventi in corso, ho avuto pero' modo di constatare quanto l'odio per Israele e i suoi stretti alleati sia ogni giorno in aumento.
La tv pubblica malese ogni giorno trasmette un video governativo con immagini di distruzione e morti in territorio libanese e alla fine compare una scritta sia in malese che in inglese in cui si condanna l'attacco terroristico dello Stato d'Israele (testuali parole). Due giorni fa c'e' stata la riunione dell'OIC (Organizzazione della Conferenza Islamica) qui a Putrajaya e il Primo Ministro malese Abdullah oltre ad aver promesso l'invio di un migliaio di soldati in Libano, ha anche aggiunto che questa guerra aumentera' il risentimento di molte persone in Malesia che potrebbero agire per proprio conto in vendetta delle morti libanesi.
In Indonesia gia' 3000 volontari sono stati reclutati e tra questi 200 sono gia' partiti in missione suicida per colpire interessi vitali d'Israele e di coloro che supportano l'aggressione in Libano e Palestina; cio' lo afferma Suaib Didu, a capo dell'Asean Muslim Youth Movement di Giacarta, aggiungendo anche che non colpiranno indiscriminatamente (Fonte Reuters).
Girando poi per le strade qui in Malesia, sia nelle citta' che nei piccoli centri, spesso ci si imbatte in pagine di giornali con le foto di civili uccisi dai bombardamenti israeliani attaccate ai muri e accompagnate da scritte inneggianti alla morte di Bush e alla distruzione d'Israele. Tutti i malesi con cui ho parlato di questa guerra, dal tassista islamico, al ristoratore buddista, al ragazzo appena tornato da un soggiorno di 7 anni a Londra, alla ragazza di Kuala Lampur che lavora in un'agenzia pubblicitaria e che veste Dolce & Gabbana ecc.ecc., tutti condannano Israele e in un certo modo rimpiangono Hitler che ritengono l'unico che abbia compreso prima di tutti la pericolosita' del popolo ebreo e del regime sionista (testuali parole). E alcuni aggiungono anche che se la seconda guerra mondiale fosse durata altri 2/3 anni, Israele non sarebbe mai nata e in Medio Oriente ora regnerebbe la pace.
Opinioni certamente discutibili ma che evidenziano il risentimento e l'odio che una parte del mondo prova per Israele; e di certo Israele fa' di tutto per fornire una conferma alle loro idee.
Tutti poi aggiungono che la comunita' internazionale adotta 2 pesi e 2 misure, e su questo sono totalmente d'accordo con loro. Cosa succederebbe se un qualsiasi "Paese canaglia" si permettesse di bombardare a tappeto un altro Paese sovrano? Quale sarebbe la risposta immediata della comunita' internazionale? Immagino sarebbe identica a quella del 1991 dopo l'invasione irachena in Kuwait.
Ma quando invece si tratta di Israele l'Occidente, oltre a non riuscire a imporre un cessate il fuoco, non e' in grado neanche di applicare delle sanzioni economiche, e questo non solo per ben noti motivi economici e geopolitici, ma anche per un inconscio senso di colpa che attanaglia soprattutto gli europei; in qualche modo ci sentiamo ancora inconsciamente responsabili per l'Olocausto e quindi vediamo gli israeliani perennemente come vittime giustificando qualsiasi loro intervento militare. Un senso di colpa ormai fuori dal tempo e che continua a farci vedere Israele con la stessa lente che ci fa' ricordare i forni crematori ma che ci fa' dimenticare i massacri compiuti dall'aviazione e dall'esercito israeliano da 40 anni ad oggi.
La stessa lente che ci fa' vedere solo il pugno di soldati israeliani rapiti oppure solo l'attentato suicida sull'autobus israeliano e non invece le sproporzionate rappresaglie israeliane che provocano enormi distruzioni e centinaia di morti; in sole tre settimane Israele ha riportato in Libano la lancetta dell'orologio indietro di 15/20 anni con i pesantissimi danni inferti alle infrastrutture e le centinaia di civili uccisi dai suoi massicci bombardamenti aerei.
Questa lente che ci sta rendendo ciechi va cambiata al piu' presto almeno in Europa e sostituita con una nuova che ci faccia vedere bene e a 360 gradi, prima che sia troppo tardi.
Quando il pacifismo rischia di diventare qualunquismo
21 Giugno 2006
In questi giorni che precedono il voto parlamentare per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero stiamo assistendo a ciò che era ampiamente prevedibile e scontato. E cioè che il movimento pacifista avrebbe alzato la posta in gioco chiedendo al governo e alla sua maggioranza di ritirare le truppe italiane anche dall’Afghanistan, dopo aver incassato il ritiro dall’Iraq.
Tempo fa in un altro articolo avevo invitato il nuovo governo italiano a riflettere seriamente su ciò che sta avvenendo in Afghanistan, soprattutto alla luce dell’intensificarsi degli scontri armati e della sempre più evidente impotenza del governo di Karzai di controllare Kabul, per non parlare del resto del Paese; e in vista quindi dell’ovvio maggior coinvolgimento nei combattimenti della NATO, il cui segretario infatti ha chiesto un maggior impegno italiano sul campo.
Naturalmente mi auguro che il governo italiano non invii nuove truppe né i caccia Amx, a differenza invece di Zapatero che dopo aver ritirato le truppe dall’Iraq le ha subito spedite in Afghanistan, dove già c'era un contingente spagnolo.
La questione però è che, nonostante anche questa guerra sbagliata sia stata voluta dagli USA in risposta all’11 Settembre e anch’essa come quella in Iraq abbia provocato molte perdite tra i civili, l’Italia è presente in Afghanistan all’interno di una missione NATO autorizzata dall’ONU e votata dal Parlamento italiano anche con i voti di gran parte del centrosinistra. E ciò era ben noto a tutti gli elettori del centrosinistra, pacifisti inclusi.
Perciò lo scenario afghano va inquadrato in modo ben diverso da quello iracheno e va visto da un’altra prospettiva, proprio per il fatto che l’Italia è lì in quanto fa’ parte della NATO di cui è membro da quasi 60 anni.
La realtà dei fatti perciò dovrebbe essere considerata seriamente non solo dal governo e dalla sua maggioranza, per quanto riguarda gli sviluppi negativi che stanno prendendo forma in Afghanistan, ma anche dal movimento pacifista, che dovrebbe sforzarsi di essere onesto intellettualmente e non dovrebbe trincerarsi dietro stereotipati schemi ideologici precostituiti che non tengono conto di tutta una serie di interessi in gioco a 360 gradi, che non sono solo quelli più strettamente economici.
Mi chiedo allora: ce ne dobbiamo andare tout court anche dall’Afghanistan – e a questo punto anche da tutti i Paesi in cui ci sono soldati italiani – con la sicura conseguenza di una marginalizzazione e isolamento dell’Italia nella comunità internazionale senza quindi più la possibilità di ritagliarsi alcun ruolo, per quello che può, di valido interlocutore e mediatore con i Paesi di tutta l’area che va dal Medioriente al Caucaso, Iran compreso?
Purtroppo - e sottolineo purtroppo - la storia insegna che le probabilità di inserirsi in difficili negoziati e trattative diplomatiche finalizzate proprio a far tacere le armi sono accresciute anche da assunzioni di responsabilità che in alcuni casi comportano l’impiego di missioni militari, il che non vuol dire affatto essere in guerra o dover compiere per forza azioni offensive di guerra. Nello specifico caso afghano poi si aggiunge il “piccolo” fatto che l’Italia fa’ parte di una missione NATO e tutti sanno che essere membri NATO comporta oneri e assunzioni di responsabilità.
Certo anch’io preferirei un mondo senza guerre, senza soldati, senza NATO, senza basi militari NATO e USA in territorio italiano, poi però mi risveglio e scendo su questo mondo.
Se l’Italia uscisse dalla NATO, dall’UE e magari anche dalle Nazioni Unite quali sarebbero le conseguenze dirette per il nostro Paese? Saremmo di colpo al centro dell’iniziativa politico-diplomatica mondiale, con voce in capitolo per influenzare e cercare di condizionare certe decisioni con l’obiettivo di raggiungere situazioni di pace e prosperità? Non penso proprio.
O piuttosto, non ci ritroveremmo totalmente soli e anche i Paesi del sud del mondo ci considererebbero ininfluenti e inutili anche per loro, snobbandoci e non chiedendoci più alcun tipo di sostegno ben sapendo che non potremmo darglielo? Direi che è quasi sicuro.
Queste sono questioni che meritano di essere affrontate con onestà intellettuale, pragmatismo e senza dogmi precostituiti da parte di tutti, nessuno escluso.
Tutti se ne devono assumere la responsabilità, ciascuno per quanto gli compete. In anni molto difficili come quelli che stiamo vivendo e che vivremo, l’Italia a tutti i suoi livelli deve fare la sua parte e non può permettersi il lusso di tirarsi fuori; e se vuole inserirsi in azioni incisive volte al raggiungimento della pace deve essere presente in tutte le sedi appropriate e garantirsi un certo “potere” d’influenza, altrimenti si lascerebbero ad altri tutte le eventuali opzioni, magari ben peggiori di quelle che abbiamo sotto gli occhi oggi e che ci ritroveremmo poi sulla testa senza poter neanche fiatare.
Il fallimento degli USA in Iraq
14 Giugno 2006
Anche se era ben chiaro a chi osserva seriamente ciò che succede in Iraq da almeno 2 anni e mezzo, il fallimento degli USA in Iraq è ormai totalmente acclarato e lo stesso Bush ieri, dopo la visita lampo a Baghdad, lo ha inconsciamente e implicitamente ammesso.
Ieri infatti Bush, a bordo dell’Air Force One, ha fatto delle dichiarazioni pesanti con un’estrema naturalezza senza forse rendersi bene conto di ciò che stava dicendo.
Auspicando un miglioramento della situazione irachena, ha ammesso candidamente che mettere fine a tutte le violenze in Iraq sarà impossibile.
Riporto ora qualche estratto delle sue dichiarazioni prese dal sito online di Repubblica: “Se il parametro di riferimento e' nessuna violenza, allora sara' impossibile soddisfarlo. Se il riferimento e' un governo che cominci a guadagnarsi la fiducia della popolazione, grazie ad azioni sagge in termini di ritorno alla normalita', allora credo che questo obiettivo possa essere raggiunto".
Quando gli e' stato chiesto se la situazione a Baghdad potra' migliorare a tal punto da consentirgli di non dovere arrivare in gran segreto, Bush ha risposto: "Lo vorrei proprio... Ma credo che se per successo in Iraq si intende nessuna violenza, credo che non sia il metodo giusto per giudicare un successo o un fallimento. Vi sono attentatori suicidi, autobombe guidate da suicidi pronti a uccidere la gente. L'obiettivo in Iraq e a Baghdad e' creare un senso di ordine, in modo che la gente possa sentire che il governo ne ha cura. Non credo che il governo sia in grado di garantire la mancanza assoluta di violenza”.
E’ sconcertante. Dopo più di 3 anni di guerra e soprattutto dopo quella farsa del 1 Maggio 2003 dove Bush arrivò su una portaerei vestito da pilota di caccia e dichiarò a tutto il mondo “Missione compiuta”, una persona sana di mente che osserva il disastro tuttora in corso in Iraq e che ha letto queste ultime dichiarazioni di Bush non sa se mettersi a ridere o piangere, dal momento che il protagonista di tutto questo sfacelo è l’uomo più potente della terra e in Iraq continuano a morire più di 1000 civili al mese. E aggiungo anche che ad oggi sono morti quasi 2500 soldati USA, 113 soldati inglesi e 113 altri soldati della coalizione dei volenterosi, tra cui 31 soldati italiani.
A questi si devono aggiungere i soldati USA morti dopo essere stati feriti, oppure morti per fuoco amico e le decine di migliaia che hanno enormi disturbi psicologici. Ma soprattutto a tutto ciò va aggiunto il numero imprecisato di decine e decine di migliaia di civili iracheni che sono morti e continuano a morire.
Quindi, se dopo quasi 3 anni e mezzo dall’inizio dell’invasione USA e GB in terra irachena e dopo questa carneficina che è ancora in corso, l’unico probabile obbiettivo raggiungibile è quello che ha dichiarato Bush ieri e cioè:” Se il riferimento e' un governo che cominci a guadagnarsi la fiducia della popolazione, grazie ad azioni sagge in termini di ritorno alla normalita', allora credo che questo obiettivo possa essere raggiunto", se ne deve dedurre che Bush ha fallito clamorosamente e gli USA hanno perso la guerra. Se poi a questo uniamo l’altra dichiarazione di Bush che afferma che il governo di Al-Maliki non sarà in grado di garantire la mancanza assoluta di violenza, la disfatta è totale e forse peggiore di quella del Vietnam. In Vietnam infatti dopo la fuga USA e dopo violenti e pesanti regolamenti di conti interni, c’era un governo che è stato in grado di garantire l’ordine interno, in Iraq lo stesso Bush dichiara invece che un siffatto governo non esiste.
Di certo non esisterà fino a quando resteranno in Iraq truppe USA e GB e fino ad allora la situazione della sicurezza non potrà che restare tale e peggiorare ulteriormente, visto che al peggio non c’è mai limite. E l’ennesima operazione di sicurezza congiunta composta di 75.000 uomini tra Forze multinazionali e Forze irachene, come quella cominciata oggi a Baghdad, servirà solo ad aggiornare il bilancio delle perdite di tutti gli attori in campo, civili compresi.
E’ di oggi anche la notizia che il Ministro degli Esteri Zebari ha notificato formalmente la richiesta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che la Forza multinazionale a guida USA rimanga ancora nel Paese, visto che l’esercito e la polizia iracheni non sono ancora in grado di garantire la sicurezza da soli.
E’ quindi un fallimento che si attorciglia su se stesso ed è senza via di uscita. Fortunatamente il Governo italiano ha già preso la sua decisione di far rientrare tutti i soldati e anche se Prodi ha dichiarato che non bisogna irritare l’alleato USA, è dovere dell’Italia dare dei buoni consigli all’amico che sbaglia. L’Italia deve assolutamente recuperare la dignità e la statura di media potenza, perse del tutto negli ultimi anni a causa del cieco servilismo attuato in politica estera dal precedente governo. D’Alema dovrà dire tante cose alla Rice, e a voce alta.





