venerdì 31 ottobre 2008

La solita storia

Anche questa volta si e’ ripetuta la solita storia trita e ritrita.

Gli studenti scendono in piazza e per l’ennesima volta riescono a farsi dividere in “quelli di sinistra” e “quelli di destra”, a farsi infiltrare dai soliti balordi mandati da chi dirige davvero le fila del potere e a farsi cannibalizzare dai soliti opportunisti partiti e sindacati che non aspettavano altro per risuscitare dalle tombe in cui erano sprofondati.

E ancora una volta il fallimento della protesta e’ totale, la prospettiva migliore all’orizzonte e’ un misero e inutile referendum e, come sempre, l’unita’ degli studenti compatti e senza distinzioni tra rossi e neri per raggiungere un comune obbiettivo si rivela impossibile da realizzare.

Un’altra occasione sprecata. Peccato.


Un diritto da venti miseri centimetri?
di Paolo Barnard – paolobarnard.info – 31 Ottobre 2008

E’ l’estate del 2000, sono a Boston per la mia prima intervista a Noam Chomsky. A chi non lo conoscesse rammento che Chomsky è il più noto intellettuale dissidente americano di sempre, definito dal New York Times “probabilmente il più importante pensatore vivente”, ed è il linguista di maggior calibro del XX e XXI secolo. Insegna al prestigioso Massachussets Institute of Technology (MIT), dove è professore ordinario.

Bene, sto per incontrare questo mostro sacro della cultura accademica nel suo ufficio all’MIT e vengo avvisato dal suo segretario che l’intervista non potrà durare più di 60 minuti, poiché “Chomsky ha un importante appuntamento alle 17 precise”. Non nascondo a costui il mio disappunto: rappresento un network televisivo nazionale (RAI), sono venuto da oltreoceano per intervistare il professore, ho preso questo appuntamento 3 mesi fa, e ora ho solo 60 minuti per montare la telecamera, i microfoni, fare le prove audio e video, poi sbrigare un tema come il Debito del Terzo Mondo, Fondo Monetario, Banca Mondiale, sperequazione della ricchezza… Niente da fare, il prof. ha un impegno. Fine della discussione.

L’intervista è piacevole, Chomsky è gentile, tutto fila liscio, ma dopo 59 minuti, accidenti a lui, il segretario bussa lievemente alla porta e si mostra a Chomsky attraverso il riquadro di vetro della stessa. Sessanta secondi dopo è l’intellettuale in persona che con un sorriso mi dice “time’s up, sorry..”, il tempo è finito, spiacente. Un rapido saluto, stretta di mano e fuori dallo studio con tutti i marchingegni del mio mestiere. Chomsky richiude l’uscio alle mie spalle.

Sono nell’anticamera indaffarato ad arrotolare cavi, riporre microfoni, controllare le cassette, ma non manco di guardarmi intorno in attesa dell’arrivo di questo ospite così imprescindibile. Non c’è, non arriva, nessuno ha suonato, non ci sono colleghi di altri network in coda per un’intervista. Il segretario armeggia col suo pc, un paio di tizi (presumibilmente docenti) camminano da un ufficio all’altro senza alcuna intenzione di dirigersi da Chomsky, un ragazzino meno che ventenne se ne sta seduto alla mia destra sfogliando testi e appunti. Per il resto calma piatta. Ma dov’è sto pezzo da novanta per cui mi hanno messo le braci al sedere?

Saranno passati sette minuti, quando Chomsky riapre l’uscio dello studio e con fare cortese invita il ragazzino ad entrare. I due si accomodano e iniziano la conversazione, li vedo attraverso il riquadro in vetro. Ancora la mia mente si rifiuta di arrendersi all’ovvia realizzazione, e in un residuo sforzo di capricciosa incredulità mi spinge a chiedere al segretario “ma è quel giovane l’appuntamento importante?”. “Sì, è uno del primo anno, un ordinario colloquio col prof.”, giunge serafica la risposta del mio interlocutore. Riparto per l’Italia.

Devo fare rewind e proprio spiegarvelo? No, sicuramente non serve. Cari studenti, questa scena affatto isolata nel panorama accademico statunitense appartiene a un ‘film’ che se mai verrà proiettato in Italia sarà forse fra un secolo, o probabilmente di più. Essa ci parla di un essere nell’università che dista da noi italiani come Marte dalla Terra, di una riforma vera, epocale, di un concentrato di democrazia, diritti, intelligenza, umiltà, pedagogia, libertà che nessuno qui da noi neppure si sogna di sognare. Noi, poveracci, siamo arditamente alle prese con la preistoria della riforma del sapere e dell’insegnare. Qualcuno, qui, se lo immagina un grande barone universitario italiano sbarazzarsi velocemente della CBS, di France 2 o della ZDF tedesca per onorare un colloquio con un ‘primino’ di neppure vent’anni?

E allora. Chiedo a tutti e con vero pathos: perché abbiamo rinunciato a immaginare un 'altro mondo'? Perché ci facciamo sempre ingannare da chi ci convince che il cambiamento significa conquistare due metri quadri in più di pollaio puzzolente, e non, come dovrebbe essere, miglia e miglia di prati e colline, valli e montagne dove respirare veramente? Perché ci scanniamo per ottenere due metri quadri in più di finanziamenti o di risicate riformucole da strappare alla Gelmini e non lottiamo invece per un’istruzione nuova a cominciare dalla dignità di ogni singolo studente che deve essere il protagonista importante, il numero uno delle priorità di ogni docente, imprescindibile appuntamento senza se né ma, oggetto-soggetto di un diritto attorno a cui ruota tutto il sistema istruzione, e vi ruota con UMILTA'?

Non capite, studenti, che il gioco più perverso dell’era politica contemporanea è proprio il riformismo? E’ quella cosa che ci ha tutti convinti che lottare per i diritti del nostro futuro significhi ottenere qualche decimetro in più nella catena che ci hanno messo ai piedi. Oggi ci hanno convinti, e lo ripeto, che libertà e rivoluzione, che riforma e miglioramento significhino potersi allungare di altri 20 centimetri dal muro cui siamo incatenati nel pollaio in cui siamo rinchiusi. E ce l’hanno fatta: noi siamo proprio ridotti così, completamente dimentichi della possibilità di avere Diritti Veri e una Vita Inedita, ma del tutto inedita, in questo caso un'istruzione da secolo nuovo. Insomma, un'altra esistenza dirompente nel cambiamento, così come l’umanità ha sempre saputo fare nella sua uscita dalla barbarie verso la civiltà. No, nel XXI secolo del riformismo siamo stati ridotto a sentirci trionfanti se un Walter Veltroni riuscirà col referendum a donarci 20 centimetri di riforma dell’istruzione in più. Ed è così in ogni campo del nostro vivere.

No, no e no! Cosa avrete risolto quando e se la Gelmini avrà fatto marcia indietro? Perché non mettiamo tutta questa energia oggi esplosa nelle piazze per arrivare a una scuola che non ci devasti l’anima, che non ci faccia odiare la cultura, che sia il nostro regno del rispetto nell’età più sensibile di tutta la vita, che non ci insegni le virtù del servilismo e dell'arroganza, dove non ci si senta con le ossa svuotate di fronte alle cattedre o ad aspettare nei corridoi i favori dei baroni? Dove a neppure vent’anni si possa entrare a colloquio dal tuo professore sul tappeto rosso, mentre fuori dallo studio, in corridoio, al resto del mondo tocca di aspettare voi e la piena soddisfazione del vostro diritto.

Immaginare in grande, immaginate in grande.


“Ne’ rossi, ne’ neri, solo liberi pensieri”. Qualche riflessione sulla manifestazione romana contro il decreto Gelmini
di Carlo Gambescia - http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com – 31 Ottobre 2008

Iniziamo con una battuta. Cattiva.
Se Berlusconi nel 2007, avesse organizzato a Roma, nell' arco di una settimana, due manifestazioni "oceaniche" contro il governo Prodi, il centrosinistra si sarebbe rivolto all’Onu, per chiedere un intervento dei caschi blu contro due nuove marce fasciste su Roma.
Ma cerchiamo di essere lucidi e seri.

La manifestazione di ieri è per un verso un successo "di massa", ma per l'altro rappresenta una decisa normalizzazione imposta "dalla élite" del centrosinistra. O per dirla tutta: un azzeramento e sconfitta dell’ ”Onda” e di ogni volontà collettiva di cambiamento "sistemico", o comunque "forte". E non solo nel mondo scolastico e universitario.

Una vera e propria controrivoluzione politica e sindacale, iniziata con l’espulsione violenta da piazza Navona di quegli studenti di destra che invece si proponevano, una tantum e seriamente, di volare oltre la destra e la sinistra. Un progetto che nei giorni precedenti, sembrava aver affascinato e caratterizzato (e non solo in chiave di borghese culto dell' apoliticità) lo stesso movimento degli studenti anti-Gelmini. E invece no: ha avuto la meglio il solito opportunistico collante antifascista. Per fare la gioia dei Fioroni, dei Veltroni, dei Di Pietro, delle Bindi e compagnia cantante. E, dulcis in fundo, di Epifani. A capo di un sindacato ultranormalizzato da un pezzo, la Cgil, che non è stato finora capace di prendere una posizione chiara e netta contro l’introduzione nella legislazione italiana sui contratti di lavoro della cosiddetta flessibilità, così cara alla Confindustria.

Notare un cosa: mentre a piazza del Popolo si cantava l’inno di Mameli; intonato dagli stessi che nei giorni precedenti si erano opposti a celebrare tout court il 4 Novembre, il Ministero della Pubblica Istruzione veniva circondato, "anche" dagli studenti della sinistra più aggressiva. Come dire, nella ricostituita unità del centrosinistra, c’è spazio per tutti dal sindacalista in piedpoul ai lanciatori di (falce e) martello … Sfogatevi un po' ragazzi... Quel che conta è l’esclusione di coloro che, guarda caso, aspirino, una tantum e sul serio, a volare oltre la destra e la sinistra all'insegna di un tonante e azzeccatissimo " Né rossi né neri, solo liberi pensieri".

Quanto al centrosinistra ministeriabile, sul che cosa fare effettivamente - a parte un improbabile referendum - poi si vedrà: ci penseranno, una volta tornati al potere, i ministri mercatisti in doppiopetto, col patentino della sinistra: Bersani, Padoa-Schioppa e qualche new entries, appena pescata, fresca fresca, tra gli economisti de Lavoce.info… Oppure chissà, tutto si risolverà, grazie alla miracolosa Discesa in Terra (d'Italia) del nuovo Messia Americano Barack Obama...

La tragedia di "questo" centrosinistra è che sembra essere d’accordo, al suo interno e con il "popolo" di sinistra, solo quando deve dire no a Berlusconi. Dopo di che sotto gli slogan nulla… Non la proposta di un provvedimento, chiaro e netto, contro il numero chiuso, contro la flessibilità, oppure per contrastare seriamente gli incidenti sul lavoro. Per quale ragione? Perché si dovrebbe mettere in discussione la società capitalista, o quanto meno la sua deriva speculativa e aggressiva nei riguardi dei lavoratori. In breve: la "società del rischio", non liberalmente accettato, ma imposto dall'alto, e solo agli indifesi. E non la si vuole discutere - e ciò, per ogni vero riformista, è una tragedia nella tragedia - neppure nei termini infrasistemici di una socialdemocrazia classica.

Notare un'altra cosa: il "partito" di Repubblica, da sempre nelle grazie di certo capitalismo italiano con facciata riverniciata a sinistra e portafoglio a destra, si è fatto in quattro per promuovere la ricostituita unità antifascista: da Di Pietro ai piccoli Lenin gonfiabili della birra sociale.

Tuttavia l'opportunismo politico non caratterizza soltanto il centrosinistra. Dall’altra parte - il centrodestra - si risponde in chiave di bieco moderatismo politico… E' di oggi la dichiarazione di Maroni di voler far sgomberare con la forza le scuole occupate. Naturalmente, per solleticare e soddisfare, al tempo stesso, gli istinti peggiori di una destra forcaiola. Che pure esiste. E con i suoi piccoli Mussolini, altrettanto gonfiabili. Chi ci salverà dagli opportunisti di destra e di sinistra? Chissà, forse un rinnovato e coraggioso grido: "Né rossi né neri, solo liberi pensieri"...
Lasciamo perciò che risuoni alto e forte, se non in piazza, almeno nelle nostre coscienze politiche individuali.

giovedì 30 ottobre 2008

Consigli per gli acquisti...

Qualche consiglio per cercare di uscire dalla crisi finanziaria in corso d'opera.

Strategie per uscire dalla crisi
di Peter Morici – Counterpunch – 23 Ottobre 2008
Traduzione di Alcenero per www.comedonchisciotte.org

I prezzi dei beni e delle azioni sui mercati globali continuano a cadere, mentre aleggia la minaccia di una lunga recessione. La paura getta un'ombra cheminaccia la sopravvivenza del capitalismo democratico e minaccia un totale collasso dell'economia verso la depressione.

I mutui convenzionali e i prestiti commerciali rimangono scarsi, 4 milioni di proprietari di casa sono minacciati di pignoramento da qui al 2010, e il crollo della domanda per beni e servizi in tutta l'economia sta distruggendo più di 100.000 posti di lavoro al mese. I lavori nel campo delle costruzioni e nella manifattura stanno scomparendo a un ritmo allarmante.

Gli sforzi di salvataggio delle banche da parte del Tesoro, della Federal Reserve e delle loro controparti straniere stanno fallendo perché affrontano i sintomi e non le malattie sistemiche che hanno causato la crisi del credito. Mentre gli investitori globali e i trader potrebbero non riuscire ad articolare le loro paure in termini tanto esotici, l'incapacità di affrontare i problemi sistemici sta facendo scendere i profitti e le vendite delle aziende e distruggendo il valore delle azioni.

I funzionari nazionali hanno fornito liquidità alle banche, iniettato capitale e garantito i prestiti overnight e a breve termine. Però le banche che sono grandi centri di valuta non sono interessate ad usare i massicci fondi forniti loro per fare solidi prestiti a consumatori e imprese sulla scala necessaria a far andare avanti l'economia. Queste banche raccoglitrici di valuta non sono più interessate a fornire liquidità alle banche regionali raccogliendo i loro prestiti in obbligazioni da vendere a compagnie assicurative, fondi pensione e altri investitori a reddito fisso che siedono su grandi montagne di capitale.

Il sistema dei bonus e le strutture di retribuzione nelle grandi banche permettono ai dirigenti di guadagnare somme di denaro molto maggiori facendo altre cose: con la gestione di fusioni o col commercio di valuta e di derivati o cose simili. Le grandi banche, negli ultimi 25 anni, sono diventate parte di più grandi conglomerati finanziari. Questi sono gestiti da dirigenti che credono di dover riuscire a guadagnare milioni di dollari ogni anno facendo accordi e creando obbligazioni esotiche piuttosto che facendo prestiti e fornendo aiuto a banche più piccole per costruire i fondi a loro necessari.

Le restrizioni sui compensi stabilite dal Tesoro quando ha iniettato capitale nelle maggiori banche si applicano solo a pochi alti funzionari e vengono facilmente aggirate. Semplicemente cambiano poco in ciò che c'è di sbagliato con gli incentivi dirigenziali nelle grandi banche che gestiscono il denaro.

Oltre a ciò la richiesta di beni e servizi negli Stati Uniti e in Europa viene fatta diminuire dalla moneta sottovalutata e dai massicci acquisti di dollari ed euro da parte della Cina, di esportatori di petrolio come l'Arabia Saudita e di altre economie emergenti. I loro grandi surplus commerciali si traducono in deficit commerciali negli Stati Uniti e in Europa e nella necessità di massicci prestiti per mantenere alta la domanda di beni e servizi nelle economie occidentali. Ciò ha causato, in primo luogo, la bolla immobiliare e l'eccessiva quantità di prestiti, e senza una politica per riallineare le valute, in modo da riequilibrare squilibri commerciali, non possiamo superare l'attuale crisi del credito senza rovinosi deficit governativi, prestiti spericolati ai consumatori e senza impegnare la vita dei nostri figli ai creditori stranieri.

Il Congresso sta discutendo un altro pacchetto di stimoli economici ma diminuzioni della tasse darebbero all'economia solo una spinta temporanea. Come abbiamo visto la scorsa primavera ed estate, ciò diede al consumo una spinta che si esaurì dopo pochi mesi. Diede euforia alla crescita del Pil alla fine del secondo trimestre e impedì alla crescita di diminuire troppo nel terzo trimestre. Ora gli esausti settori delle costruzioni e delle vendite al dettaglio stanno portando l'economia negli abissi. Il migliore obiettivo per un altro pacchetto di stimoli sarebbe aiutare l'economia ad attraversare la prima metà del prossimo anno mentre il Tesoro e la Federal Reserve intraprendono iniziative ancora più efficaci per rinforzare le banche e affrontare altri problemi strutturali come il deficit commerciale, lo sviluppo energetico e l'inadeguatezza delle strutture pubbliche.

Una spesa nelle infrastrutture che facesse decollare progetti già in fase di studio darebbe un'eredità più duratura rispetto a facilitare qualche pasto in più al ristorante e qualche gita al centro commerciale. Una tale spesa avrebbe un maggior effetto moltiplicatore sul Pil rispetto alla diminuzione delle tasse dato che comporterebbe un minor numero di importazioni.

In parallelo abbiamo bisogno di programmi aggressivi per rinforzare la gestione delle grandi banche e di iniziative decise per correggere un cattivo allineamento valutario con la Cina e altri paesi con forti surplus commerciali, e di sforzi per ridurre le importazioni petrolifere tramite un ridotto consumo di benzina e investimenti in fonti e metodi di conservazione di energia sia convenzionali che alternativi. Questi includono incentivi a una più rapida costruzione di automobili ibride, maggiori trivellazioni offshore e lo sviluppo del gas naturale all'interno del paese, investimenti in progetti di energia non convenzionale e costruzioni più efficienti da un punto di vista energetico.


Crisi, la soluzione ci sarebbe
di Lino Rossi – Soldi online – 22 Ottobre 2008

Già sperimentata negli anni ’30 in Italia e nel secondo dopoguerra in tutto il mondo. Oggi è possibile fare meglio di allora. Ma la Politica deve fare un passo in avanti

Di opere da fare ce n’è un’infinità, sia devastanti come le centrali nucleari (2) ed il ponte sullo stretto di Messina, sia rispettose dell’ambiente come la generazione distribuita dell’energia elettrica (1), la valorizzazione delle risorse presenti sul territorio (3), i trasporti pubblici, la viabilità, la drastica riduzione del fabbisogno energetico dei fabbricati (4), ecc...

Ce n’è per far lavorare sia le grandi imprese che quelle medie e piccole. Quel che manca è solo la politica monetaria (5).

La prima domanda da porci è la seguente: è possibile che coloro che hanno portato la società a questo punto possano guidare la nuova politica?

Personaggi come Paulson, Trichet, Barroso, Almunia, Padoa-Schioppa, Draghi, ecc., saranno capaci di fare il contrario di ciò che hanno fatto negli ultimi decenni?

Qualche dubbio appare legittimo.

Si tratta di rispolverare il buon Keynes, magari senza interpretarlo malignamente col banale deficit spending, alzando drasticamente la base monetaria ed abbassando nel contempo il moltiplicatore bancario, per contenere M3 e conseguentemente l’inflazione. In questa maniera ci sarebbe un certo superamento temporaneo del parametro del 3% deficit/PIL (6), ma si uscirebbe pressoché istantaneamente dalla recessione che ci attanaglia, a noi italiani, da parecchi anni.

Gli Stati disporrebbero così di una certa liquidità più che sufficiente per ravvivare il malato, anche grazie al moltiplicatore keynesiano. Il fenomeno dello spiazzamento (7) si prenderà in considerazione, assai volentieri, quando sarà sciolta la prognosi riservata; lo Stato dovrà allora ritirarsi ritornando alla politica monetaria più confacente ai momenti “normali”.

1· l’unico punto sensato del programma dell’ultimo governo Prodi.

2· Scajola e la soluzione sovietica

3· Le centrali termoelettriche a biomassa

4· 9 centrali in meno di 5 anni

5· Come dovrebbe funzionare la politica monetaria
Le politiche monetaria e fiscale devono essere coordinate

6· per altro già atteso dalla Commissione Europea (per aiutare le banche)

7· Crowding out

Tremonti, che delusione!
di Lino Rossi – Soldi Online – 24 Ottobre 2008

Le grandi attese determinate dai suoi ultimi due libri e dagli annunci della primavera e dell’estate scorsa sembrano sbiadire. Adesso difende Maastricht, che in un momento come questo bisognerebbe invece superare

Diceva Giulio Tremonti pochi mesi fa (1): “Sappiamo anche che nel tempo presente ed in Europa - non in altri paesi nel mondo - i governi non hanno più il potere necessario per modellare la società o per fare parti importanti dell'economia.”

Questo passaggio significa che la politica monetaria è sottoposta al patto di stabilità e quindi i governi, singolarmente, non hanno la possibilità di manovrarla a piacimento. È corretto.

Nei governi ’01-’06 Giulio Tremonti, per dare un impulso alla nostra economia, ha superato il parametro del 3% come massimo rapporto deficit/PIL, ma non ha sortito grandi effetti, proprio a causa della politica monetaria della BCE (2 e 3).

Questo lasciava intendere che:

- il ministro aveva ben chiaro il funzionamento della Politica Monetaria;

- una volta create le condizioni avrebbe dato il suo contributo positivo alla risoluzione del problema.

Pochi giorni fa ha detto (4): “non ci saranno variazioni nel Patto di stabilità e crescita, … Maastricht c'è e funziona bene”.

Viceversa, per superare la crisi, sarebbe necessario dare un impulso all’economia, un impulso (5) perlomeno europeo, ancora meglio se mondiale. Il patto di stabilità e Maastricht vanno bene quando c’è una crescita sana (6) e sostenuta. In un momento come questo bisognerebbe superarli, anche se per poco tempo, fino alla ripresa.

Ora Tremonti ha raggiunto la meritata autorevolezza internazionale, ma ha ben chiaro cosa si dovrebbe fare? La sua ultima uscita (4) non fa ben sperare (7).

Se ci accingiamo ad andare alla nuova Bretton Woods con l’idea che il patto di stabilità e Maastricht vanno bene, anche in questo momento, … allora possiamo anche stare a casa.

(1) Intervento del Ministro dell'economia e delle finanze

(2) Le politiche monetaria e fiscale devono essere coordinate

La BCE, che controlla la politica monetaria con la priorità di mantenere stabile il tasso d'inflazione, attualmente molto preoccupata dalla crisi internazionale, potrebbe compiere un danno: non supportando gli sforzi degli Stati con un adeguato aumento della base monetaria, con connessa riduzione del moltiplicatore bancario per mantenere costante M3 ed inflazione, condanna l'Europa alla recessione.”

(3) Come dovrebbe funzionare la politica monetaria

(4) Tremonti: la politica non entrerà nelle banche

(5) Crisi, la soluzione ci sarebbe

(6) senza fantasmagoriche diavolerie finanziarie.

(7) Fra Tremonti e Grillo, dalla torre butto giù...

mercoledì 29 ottobre 2008

La festa e’ finita

Alcuni consigli per rimediare allo sfacelo in corso e affrontare il futuro con qualche speranza in piu’. Ma il problema e’ la totale mancanza di volonta’ nel metterli in pratica da parte delle elite che governano il mondo.

Non solo le elite pero' dovranno assumersi le loro responsabilita', perche' anche il singolo cittadino dovra' fare la sua parte, cambiando il proprio stile di vita.

E questo e' forse il piu' grande scoglio da superare.


Fine Corsa
di Giulietto Chiesa – Megachip – 27 Ottobre 2008

Alcune note utili, forse, per affrontare il problema della transizione a un'altra società, che sia compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Né più né meno. E non perché, stanti così le cose, come si dirà tra qualche riga, il nostro destino sia quello di essere eliminati dalla faccia del pianeta per manifesta incompatibilità con la natura di cui siamo parte impazzita, in quanto incapace di convivere con la sua entropia.

1) La prima considerazione-constatazione è che l'umanità ha già raggiunto, da oltre 25 anni, la situazione di "insostenibilità". Il termine usato dal Club di Roma, nel suo update del 2002, è "overshooting". Siamo in overshooting da 25 anni. E' una situazione che non si era mai verificata nella vicenda, lunga 5 miliardi di anni, della ecosfera.

Dal 1980 in avanti, circa, i popoli della Terra hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto esse siano in condizioni di rigenerarsi.

Cos'è esattamente l'overshooting? E' “andare oltre un limite”, anche senza volerlo. In primo luogo perché non lo si sa. Ciò avviene – dicono gli scienziati del Club di Roma - in condizione di crescita accelerata, oppure quando appare un limite o una barriera, oppure a causa di un errore di valutazione che impedisce di frenare, ovvero quando si vorrebbe frenare ma non ci sono più freni disponibili.

Overshooting contiene anche un altro aspetto: che, a un certo punto, si verifica un “picco”, doppiato il quale non si può più tornare indietro. Dove si trovi questo picco, questo Capo di Buona Speranza, è molto difficile da calcolare, perché siamo dentro problemi di altissima complessità

Siamo esattamente in una situazione in cui tutti e quattro questi aspetti sono in funzione. Inoltre si calcola che ci vorranno oltre dieci anni prima che le conseguenze dell' overshooting diventino chiaramente visibili. E ci vorranno 20 anni prima che l'overshooting diventi un'idea comunemente accettata. Bisognerà agire in questi limiti di tempo.

Ma è già evidente oggi che l'attuale architettura istituzionale della politica e dell'economia mondiale non è in grado di risolvere il problema del freno.

Quanti conoscono questa situazione? Un numero insignificante di specialisti. Pochi governanti di questo pianeta. Ecco perché questa situazione deve trovare posto in una rivista che si occupa di comunicazione e di informazione: perché questa situazione non viene comunicata e, quando lo è, è comunicata male e in forme ingannevoli.

Per esempio perfino l'opinione dei gruppi più avanzati, intellettualmente e culturalmente (per esempio Al Gore e i suoi consiglieri) è che noi "corriamo il rischio" della insostenibilità. Cioè nemmeno i più avveduti sanno che ciò è già accaduto. Di conseguenza si prendono decisioni gravemente errate.

2) Cosa occorrerebbe fare, da subito?

a) Sviluppare a ritmi forzati la ricerca scientifica e tecnologica in direzione del risparmio energetico, della riduzione dell'aumento demografico del mondo povero, dell'aumento del consumo alimentare dei poveri e della crescita delle loro condizioni di vita (perché questo riduce la natalità), dell'aumento della produzione di energie alternative, della riduzione dell'inquinamento ambientale e degli scarti: in poche parole andare verso la riduzione dell'impronta umana sull'ecosistema, sulla biosfera.

b) Pianificare gl'interventi sull'unica scala che conta, cioè su scala planetaria. Cioè dotarsi di un'architettura decisionale mondiale (si spera democratica) in grado di realizzarli. Solo una tale architettura può ampliare l'orizzonte temporale della programmazione degl'interventi e consentire effetti di lunga durata per il governo della crisi.

c) Organizzare il cambiamento di abitudini di miliardi di persone. Ciò richiede un drastico mutamento dei sistemi di informazione e comunicazione, delle istituzioni educative in generale. Mutamento che non può essere spontaneo o casuale, e che va dunque organizzato dai poteri pubblici e democratici. E' evidente che esso influirà sugli assetti proprietari del sistema mediatico, e anche per questa ragione sarà duramente osteggiato.

Vi sono alcuni corollari a queste considerazioni:

Corollario n.1. Tutti questi temi programmatici richiederebbero decenni per essere realizzati. Cioè bisognerà non dimenticare che, anche se cominciassimo oggi stesso a proporre cambiamenti, ci vorrà molto tempo prima che si producano effetti. In altri termini l 'overshooting peggiorerà nel corso del prossimi vent'anni.

Corollario n.2. Non abbiamo altri trent'anni a disposizione. Il sistema economico-sociale in cui viviamo non reggerà, senza grandi cataclismi (sociali, politici, militari) entro questo lasso di tempo.

Corollario n.3. Occorrerà rendere consapevoli grandi masse popolari, in tutti i continenti, ma soprattutto nel mondo occidentale, che i limiti dello sviluppo sono già stati raggiunti. Il fatto che non lo si veda ancora non è che la conferma che il sistema mediatico nasconde la realtà invece di renderla nota e spiegarla.

Corollario n 4. Non stiamo discutendo dell'eventualità che qualcuno, da qualche parte, decida di ridurre la crescita. La crescita, nei termini in cui è avvenuta nel corso dell'ultimo secolo, sarà fermata non da decisioni umane ma dagli eventi che derivano dalla natura dell'ecosfera, cioè dalle leggi della fisica e della chimica.

Corollario n 5. Le resistenze al cambiamento saranno enormi. In primo luogo tra i padroni del nostro tempo, le corporations, e i governi. Agli uni e agli altri sarà richiesto di perdere molto e di sottostare a condizioni e discipline che rifiuteranno di rispettare. Si imporrà una visione del “Bene Comune”, contro la quale verranno scagliate mille risposte corporative, di interessi particolari che non accetteranno di essere messi in forse. Ma non sarà solo il problema di élites egoiste. Anche miliardi di individui non vorranno, non sapranno, rinunciare alle loro abitudini, fino a che gli eventi non ve li costringeranno.

Corollario n. 6. La possibilità che scenari di grande mutamento, improvvisi, non preceduti da adeguata informazione e preparazione, provochino ondate di panico, apre la strada a forti pericoli di instabilità e a formidabili pressioni per soluzioni di guerra.

Un ulteriore aspetto della questione deve essere evidenziato.

Molte risposte fino ad ora formulate a questo tipo di considerazioni affermano che vi sono due meccanismi in azione che potranno risolvere, se non tutte, almeno una parte rilevante delle attuali e future contraddizioni. Si tratterebbe della tecnologia e del mercato. E di una combinazione di entrambi. Entrambi, in effetti, possono esercitare una influenza, ma nessuno dei due, singolarmente e insieme, sarà sufficiente. Per diversi e concomitanti motivi. La tecnologia sostitutiva e integrativa dei processi in corso non è in grado di fare fronte alla rapidità della crisi. Gli aggiustamenti tecnologici necessari per produrre mutamenti nella qualità dello sviluppo (cioè verso la sostenibilità almeno parziale, cioè verso il restringimento dell' overshooting , sicuramente non verso la sua eliminazione) richiedono tempi non inferiori ai 30-50 anni per entrare in funzione. Le tecnologie costano. Le tecnologie richiedono anch'esse ulteriori flussi di energia e di materiali. Cioè, mentre cercheranno di alleviare i problemi, ne creeranno altri. In parole più semplici: crescita della popolazione mondiale, crescita geometrica dello sviluppo dei consumi, crescita della domanda di energia in presenza di costi crescenti di estrazione dell'energia fossile organica e inorganica, saranno tutti fattori che non potranno essere fermati dalla sola crescita tecnologica (neppure nell'ipotesi ottimale che, per essa, si trovino le immense risorse necessarie) .

Per quanto concerne il mercato, esso ha proceduto fino ad ora in direzione della totale insostenibilità. E' il mercato ad avere prodotto questa situazione insostenibile. Il mercato implica una crescita esponenziale (proporzionale a ciò che è già stato accumulato) , che è racchiusa nella logica del prodotto Interno Lordo. Ma una crescita esponenziale non può procedere indefinitamente in un qualsiasi spazio finito con risorse finite .

In altri termini, l'economia capitalistica, esattamente come la popolazione, non sempre cresce, ma entrambe sono strutturate per crescere e, quando crescono, lo fanno in modo esponenziale. Questo modo non è sostenibile. Chiedere al mercato di risolvere questa equazione à una cosa priva di senso. Esiste una grande confusione, e un grande equivoco, su questa questione, nel quale gli economisti cadono sistematicamente perché non riescono a distinguere tra denaro e le cose materiali reali che il denaro rappresenta.

L'economia fisica (le merci, i servizi, e la loro produzione) è una cosa reale.

L'economia del denaro è un'invenzione sociale che non è soggetta alle leggi fisiche della natura.

Dunque, riassumendo, il problema non è se la crescita dell'impronta umana sull'ambiente (effetto della crescita esponenziale) si fermerà: la sola questione è quando e in che modo.

Il Club di Roma trae questa conclusione, che io ritengo assolutamente fondata: “Se noi saremo capaci di anticipare queste tendenze, allora potremo esercitare un certo controllo su di esse, scegliendo tra le varianti disponibili. Se noi le ignoreremo, allora i sistemi naturali sceglieranno la via d'uscita senza riguardo al benessere dell'Uomo”

Un'ultima notazione. Secondo una studio recentissimo dell'Unione Europea, soltanto per fare fronte al riscaldamento climatico in atto, le risorse mondiali necessarie, ogni anno che verrà, oscilleranno tra le due cifre di 230 e 614 miliardi di euro.

La quota europea di questa spesa - che, si noti, concerne soltanto le spese per fare fronte alle esigenze di adattamento e di riorganizzazione sociale e industriale - sarà pari, mediamente, ogni anno, a 70 miliardi di euro. Tutto ciò in condizioni normali. Si immagini soltanto cosa potrebbe significare, in una prospettiva di medio termine, lo spostamento di 200 milioni di persone, previsto dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, in caso di mutamenti climatici catastrofici.

E si tenga presente un dato emerso negli ultimi mesi. Dato che ci informa che, se non fossimo folli, potremmo risolvere molti dei problemi qui esposti: la sola guerra irachena è costata (secondo diverse e autorevoli valutazioni) dai tre ai cinque trilioni di dollari.

Abkhazia e Inguscezia: due fronti in costante surriscaldamento














Due articoli su due fronti caldi di cui i mainstream media non parlano praticamente mai.

Georgia, attenti all'Abkhazia
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 28 Ottobre 2008

Spentisi i riflettori dei mass media sul conflitto in Ossezia del Sud, la Georgia è ripiombata nel dimenticatoio. Ma questo non significa che tutto sia finito.
Se sul fronte sudosseto la tregua sembra reggere, rischia invece di riesplodere l'altro conflitto separatista, quello riguardante la ben più estesa e strategica regione dell'Abkhazia.

Bagapsh: "Risponderemo alle provocazioni georgiane". Sabato sera, colpi di mortaio sparati dal villaggio georgiano di Ganmukhuri hanno colpito una postazione delle milizie abkhaze nel villaggio di Pichori, nel distretto di Gali. Un militare separatista è rimasto gravemente ferito. E' seguito un violento scontro a fuoco durato cinque minuti. "Oramai capita ogni giorno", ha dichiarato il presidente abkhazo Serei Bagapsh. "Sul confine con la regione di Gali i georgiani hanno lanciato un'operazione terroristica di provocazione su larga scala. Ma vedo che gli osservatori europei non agiscono. Ma d'ora in avanti risponderemo a questi attacchi con tutta la forza a nostra disposizione, carri armati compresi".

Una pericolosa escalation di attacchi e contrattacchi. L'attacco georgiano di sabato è stato probabilmente una rappresaglia per l'attentato che al mattino aveva ucciso il sindaco del villaggio georgiano di Muzhava, nel distretto di Tsalenjikha, a ridosso del confine amministrativo con l'Abkhazia. Nell'esplosione era rimasto ucciso anche un altro civile georgiano.
Un'azione che, a sua volta, potrebbe essere stata ordinata in risposta agli 'omicidi mirati' compiuti in Abkhazia, secondo i separatisti, da unità speciali dell'esercito georgiano. Venerdì un amministratore locale abkhazo era stato ucciso in un agguato nel villaggio di Dikhazurga, nel distretto di Gali. E mercoledì, a Gali città, era stato assassinato il capo dell'intelligence militare abkhaza assieme ad altre due persone.


Inguscezia fuori controllo
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 27 Ottobre 2008

"In Inguscezia è ormai in corso una guerra civile". Parola di Alexei Malashenko, analista politico del Carangie Center di Mosca.
Il conflitto tra guerriglia indipendentista islamica e forze di sicurezza federali russe in questa piccola e poverissima repubblica russa - stretta tra la Cecenia, l'Ossezia del Nord e le cime del Caucaso - è sempre più violento. Sparatorie, attentati, imboscate, omicidi e rapimenti fanno ormai parte della vita quotidiana della popolazione ingusceta.

Una repressione controporducente. Il Cremlino si illudeva che la durissima repressione militare seguita al clamoroso attacco dei ribelli contro la capitale Nazran nel giugno 2004 avrebbe piegato i mujaheddin dell'emiro 'Magas', nome di battaglia di Magomed Yevloyev, comandante della Ingush Jamaat. Invece la mano pesante delle truppe russe contro chiunque fosse sospettato di legami con i ribelli (persecuzioni, torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni), combinata alla frustrazione di una popolazione locale stremata dalla povertà, dalla disoccupazione (al 75 percento) e dalla spaventosa corruzione del governo locale del presidente Murat Zyazikov, ha spinto molti giovani ad andare nei boschi per unirsi ai ribelli.

Anche l'opposizione nel mirino. L'invio, l'anno scorso, di 2.500 soldati delle forze speciali per contrastare la guerriglia ha solo peggiorato la situazione. Quest'anno il numero degli attacchi contro militari russi, politici locali e strutture governative è aumentato esponenzialmente. Uno stillicidio che, da gennaio a oggi, ha causato almeno 150 vittime (in Inguscezia vive solo mezzo milione di persone). Dopo che il 31 agosto scorso la polizia ha assassinato il principale esponente dell'opposizione locale (che per puro caso si chiama come il leader dei ribelli), l'escalation è stata drammatica.

"Situazione virtualmente fuori controllo". Solo negli ultimi dieci giorni i guerriglieri dell'emiro Magas hanno occupato due villaggi (16 ottobre), hanno ucciso in due imboscate a colpi di lanciarazzi diversi soldati russi, addirittura 50 secondo alcune fonti locali (18 ottobre), e giovedì scorso hanno fatto irruzione in un locale rapendo tre poliziotti e una dozzina di civili: sembra che li abbiano portati in Cecenia per poi usarli per uno scambio di prigionieri.
"La sitauzione qui in Inguscezia - ha dichiarato alla Reuters Timur Akiyev, direttore della sede locale di Memorial - è virtualmente fuori controllo".

martedì 28 ottobre 2008

Il terrorismo USA ora colpisce anche in Siria

Domenica alle 16.45 ora locale quattro elicotteri americani con base in Iraq hanno raggiunto il villaggio di Al-Sukkariya, nella zona agricola di Abu Kamal densa di fattorie. Arrivati nella zona a circa sette km dal confine iracheno, due velivoli hanno fatto sbarcare un commando, mentre gli altri controllavano dall'alto la zona. I militari hanno fatto irruzione in un edificio in costruzione e hanno ucciso 8 persone, tutte civili - alcuni operai al lavoro, il guardiano del cantiere e la moglie, un uomo e i suoi figli.

Questo raid terroristico sta ovviamente creando un polverone internazionale, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane.

Il ministro degli Esteri siriano Walid Mouallem ha subito dichiarato “Non è stato un errore ma un atto criminale, terroristico e deliberato, roba da cowboy. Fino a quando gli Stati Uniti domineranno le Nazioni Unite non ci sarà democrazia nel mondo» e ha invitato i Paesi arabi a “far sentire con forza la loro voce contro l’aggressione americana”. E ha avvertito “Se gli Stati Uniti ripeteranno azioni di questo tipo, difenderemo i nostri territori”. Inoltre Mouallem ha spiegato che le autorità siriane hanno chiesto al governo iracheno di aprire un'inchiesta sul raid.

Il portavoce del ministero degli Esteri russo Andrei Nesterenkoe ha dichiarato “La Russia è molto preoccupata per questo incidente. Noi pensiamo che non ci debbano essere attacchi nel territorio di paesi sovrani con il pretesto della lotta al terrorismo”, mentre il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa ha parlato di “gravi violazioni americane delle frontiere e della sovranità siriana.” Mussa ha inoltre chiesto che “non siano ripetuti questi atti condannabili, che provocano tensione in una regione già tesa”, e ha espresso «profonda preoccupazione per questa aggressione compiuta contro la Siria»

Mentre il portavoce del ministero degli Esteri francese Eric Chevallier ha affermato “Auspichiamo che sia fatta chiarezza sulle circostanze esatte dell'operazione” sottolineando l’importanza “del rispetto dell’integrità territoriale degli Stati". Chevallier ha inoltre inviato un messaggio di condoglianze alle famiglie delle vittime.

Addirittura anche il primo ministro libanese Fouad Siniora ha parlato di "inaccettabile violazione della sovranità siriana, un’aggressione pericolosa, condannabile e inaccettabile qualunque sia il pretesto per giustificarla", mentre Hezbollah ha definito l’incursione “un crimine terroristico”.

Solo il governo fantoccio iracheno ha espresso invece apprezzamento. Secondo il portavoce governativo Ali Debbagh “il raid ha colpito gruppi terroristici contrari all'Iraq”. Il governo iracheno, ha detto, “è in contatto con le forze Usa in merito alle informazioni sulla vicenda del raid militare in una zona di confine con la Siria. La zona dell'attacco è stata teatro di attività di gruppi terroristici contrari all'Iraq la cui ultima azione è stata l'uccisione di 13 poliziotti in un villaggio di confine”. Debbagh ha aggiunto poi che Bagdad aveva già “chiesto alle autorità siriane di consegnare i membri di questo gruppo che utilizza la Siria come base per attività terroristiche contro l'Iraq”. Veramente pietoso questo governo iracheno di pupazzi.

Naturalmente una fonte governativa Usa, che ha chiesto l'anonimato, ha spiegato che il raid aereo e’ stato ”un successo nella lotta contro Al Qaeda”. Insomma il solito ritornello delirante.

Ma quest’ultimo colpo di coda dell’Amministrazione Bush si sta gia’ rivelando un enorme boomerang.


Uno 'strano' raid Usa in territorio siriano
di Nicola Sessa – Peacereporter – 27 Ottobre 2008

Akram Hameed ha quarant'anni e tutte le domeniche si ferma lungo le rive del fiume Eufrate per pescare. Anche ieri, Akram, era seduto sull'argine del grande fiume con lo sguardo rivolto a est, verso il confine con il vicinissimo Iraq.

Di corsa verso il motorino. Di corsa verso i bambini. Ha visto arrivare, all'improvviso, quattro elicotteri neri, americani. Uno è atterrato in un campo coltivato a non più di venti metri da lui. Cinque, sei, sette uomini sono usciti dalla pancia del grande elicottero nero e hanno cominciato a sparare contro un edificio ancora in costruzione. Akram ha capito che la situazione non era delle migliori per pescare. Ha lasciato la sua canna e i suoi cesti e ha cominciato a correre verso il motorino con il quale aveva raggiunto la sponda del fiume. È stato un attimo, si è girato ed è stato colpito al braccio destro. Tutto sommato, gli è andata bene.

Nell'edificio, quello in costruzione, c'erano delle persone, civili, come ha riferito il governo di Damasco. Tra queste, la moglie del guardiano dell'edificio che adesso si trova in ospedale, intubata. “Due elicotteri sono atterrati e gli altri due sono rimasti a mezz'aria”. Lei li ha visti bene, ha avuto più tempo di Akram. E i soldati, venuti fuori dagli elicotteri, erano otto. “Ho cominciato a correre per raggiungere i miei bambini, per metterli in salvo”, ha detto la donna all'inviato dell'Ap. Perché c'erano anche dei bambini all'interno dell'edificio e alla fine, quando si è fatta la conta delle vittime, tra gli otto corpi rimasti a terra c'erano quelli di quattro bambini.

Il raid oltre confine. Da Damasco la reazione è stata durissima. Reem Haddad, portavoce del ministero dell'Informazione, ha riferito all'emittente panaraba Al-Jazeera che senz'altro ci sarà una reazione da parte della Siria, che non mancherà una risposta alla “grave aggressione” portata sul loro suolo da parte statunitense. Secondo quanto riferito dalla tv di stato, ieri pomeriggio, alle 4 e 45 locali, quattro elicotteri Usa, provenienti dall'Iraq, hanno invaso lo spazio aereo siriano e attaccato un edificio in costruzione nel villaggio di Sukariya, non lontano dalla cittadina di Abukamal, a soli otto chilometri dal confine iracheno e dalla cittadina di Qaim. Solo la settimana scorsa i vertici americani in Iraq avevano accusato Damasco di disinteressarsi del controllo del confine diventato un vero è proprio incrocio per passaggio di armi e di terroristi legati ad Al-Qaeda.

Covo di terroristi? Sebbene dal comando Usa non sia arrivata nessuna comunicazione ufficiale in merito al raid compiuto ieri, una fonte militare, rimasta anonima per ovvi motivi, ha confermato la notizia affermando che l'attacco era mirato a spezzare la rete di al-Qaeda che opera oltre confine. “Abbiamo preso noi la situazione in mano”, ha detto l'ufficiale. Il colonnello Chris Hughes, portavoce delle forze Usa dispiegate nell'Iraq occidentale, ha detto che “le unità impegnate in quella zona non sono responsabili dei fatti di domenica pomeriggio”. Il governo ha convocato gli inviati statunitensi e iracheni a Damasco per avere spiegazioni. Soprattutto, si chiede a Baghdad di prendere una posizione e di opporsi a che il suo territorio diventi base di attacco per la Siria. Oltre che di una grave violazione del diritto internazionale, si tratta di una violazione anche dei principi che ispirano il Patto di Sicurezza (Sofa) in corso di approvazione tra Baghdad e Washington dato che uno dei punti prevede il divieto di attaccare i paesi confinanti. Se è vero che la Siria rappresenta ancora il principale crocevia per l'afflusso della guerriglia dal nord Africa all'Iraq, restano difficili da capire le motivazioni di un attacco lampo a un edificio, che sembrerebbe un edificio qualunque, lontano dal poter essere considerato covo di contrabbandieri o affiliati di al-Qaeda.

lunedì 27 ottobre 2008

Il paradosso thailandese

In Thailandia le tensioni politiche degli ultimi mesi sono giunte ormai a un punto morto. La situazione e’ in completo stallo e non sembra esserci in vista una via d’uscita che risolva alla radice i problemi di un sistema politico giunto al capolinea.
Ma fondamentalmente, agli occhi di un osservatore occidentale, cio’ che sta accadendo a Bangkok negli ultimi mesi si sta rivelando un enorme paradosso che continua a crescere man mano che passano i giorni.

Da oltre due mesi infatti i militanti del PAD (People’s Alliance for Democracy), in gran parte membri dell’elite economica e della classe medio-alta di Bangkok, si sono asserragliati nel palazzo del governo e non hanno assolutamente intenzione di uscire fino a quando anche questo esecutivo, in carica da poco piu’ di un mese, non si dimettera’ come il precedente.

Ma anche in questo caso, la soluzione non e’ affatto dietro l’angolo perche’ il partito di maggioranza relativa – il PPP legato all’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra estromesso dal potere con il golpe militare del settembre 2006 – ripeterebbe cio’ che ha gia’ fatto nel settembre scorso dopo le dimissioni del premier Samak Sundaravej: scegliere un’altra persona all’interno del partito e metterlo alla guida del governo di coalizione.

Si ritornerebbe quindi di nuovo al punto di partenza perche’ il PAD e’, come due anni fa, a favore di un golpe militare che dia il potere nelle mani del Re affinche’ scelga la persona giusta per guidare il Paese.
Ma il PAD propone anche un nuovo sistema elettorale che preveda solo una certa percentuale, minoritaria, di parlamentari eletti direttamente dal popolo mentre la maggior parte deve essere scelta da un commissione di cosiddetti saggi, composta da membri del mondo accademico, imprenditoriale e militare.

Il PAD sostiene infatti che l’attuale modello democratico a suffragio universale non funziona in quanto la maggioranza della popolazione in Thailandia vive nel nord del Paese ed e’ prevalentemente povera e dedita all’agricoltura. Facile quindi da corrompere per comprarne il voto.
E il bacino elettorale di Thaksin Shinawatra e’ proprio nel nord rurale e povero del Paese. Quindi, secondo il PAD, il partito di Thaksin uscira’ sempre vittorioso dalle urne, ed ecco il perche’ di quella proposta di legge elettorale non proprio consona ai canoni democratici occidentali.

Il paradosso dell’attuale situazione politica thailandese risiede poi anche nel fatto che ormai da due mesi il governo e’ costretto a riunirsi nell’ex aeroporto internazionale di Don Muang per via dell’occupazione della Government House da parte del PAD.
Viene da ridere al solo immaginare un’analoga scena in Italia con centinaia di persone che occupano Palazzo Chigi per mesi e Berlusconi che deve presiedere il Consiglio dei Ministri a Ciampino o in Malpensa.

Comunque il 7 Ottobre scorso la polizia ha cercato di disperdere i militanti del PAD che avevano “sigillato” il Parlamento in occasione del primo discorso in aula dell’attuale premier Somchai, cognato di Thaksin Shinawatra.
Somchai e’ riuscito a lasciare il parlamento solo con l’ausilio di un elicottero, mentre per ore i deputati sono rimasti bloccati in aula. Nel frattempo all’esterno si scatenavano violenti scontri tra polizia e PAD con un bilancio finale di due morti tra i militanti del PAD e 400 feriti circa da ambo le parti.
Altro fattore paradossale e’ che i medici di alcuni ospedali della capitale si sono addirittura rifiutati di prestare le cure mediche ai poliziotti feriti, in aperto sostegno politico al PAD.

Le vittime degli scontri sono state una ragazza e un ex poliziotto che si era unito al movimento antigovernativo. E ad assistere alla cerimonia funebre di cremazione delle due vittime c’erano anche la Regina e il Capo delle Forze Armate, il Generale Anupong Paojinda.
Un altro segnale del paradosso thailandese e un evidente messaggio di sostegno alle proteste da parte della Casa Reale e delle Forze Armate che non hanno infatti risparmiato critiche alla polizia per l’uso sconsiderato di gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Il capo della polizia si e’ dovuto scusare pubblicamente, insieme al premier.

Se si pensa all’Italia e ai fatti di Genova nel 2001 viene solo da ridere. E l’Italia e’ riconosciuta nel mondo come uno stabile Paese democratico, mentre la Thailandia ha una lunga tradizione di colpi di Stato e sanguinose repressioni delle proteste politiche.

Un ulteriore segno della situazione paradossale in cui e’ precipitata la Thailandia si e’ avuto qualche giorno fa quando lo stesso Gen. Anupong Paojinda ha invitato il premier ad assumersi la piena responsabilita’ per gli scontri del 7 Ottobre e a dimettersi, aggiungendo pero’ che non ha alcuna intenzione di attuare un golpe.
Ma il premier Somchai, che e’ anche ministro della Difesa, ha ovviamente ignorato la “richiesta”.

Il quadro e’ inoltre ingarbugliato dal fatto che, a differenza del 2006, ora le Forze Armate non sembrano cosi’ compatte e unite nello schierarsi a fianco delle proteste, cosi’ come la polizia non e’ cosi’ compatta a sostegno del governo.
E col passare dei giorni anche i sostenitori del governo – l’UDD, United Front of Democracy against Dictatorship - si sono organizzati, presidiano una piazza di Bangkok e, come i militanti del PAD, godono del sostegno di membri della polizia e delle Forze Armate.
Entrambi i movimenti hanno infatti i rispettivi servizi d’ordine che ogni giorno si allenano al combattimento corpo a corpo anche con l’uso di bastoni, guidati da ex membri della polizia ed esercito.

Difficile dire che piega prenderanno gli eventi in quanto la situazione si sta sempre piu’ complicando col passare dei giorni, diventando un vero e proprio enigma impossibile da sciogliere.
Ma gli analisti politici, i professori universitari e gli opinionisti dei maggiori quotidiani sembrano concordare sul fatto che e’ ormai solo una questione di tempo prima di vedere per l’ennesima volta i carri armati sfilare nelle strade di Bangkok.

Questa eventualita’ pero’, a differenza del 2006, non sara’ priva di pesanti conseguenze. L’UDD ha gia’ promesso di bersagliare i cingolati con bottiglie molotov. Ma pistole e bombe a mano sono gia’ da tempo nelle mani di entrambi i gruppi.

Quindi un intervento dei militari sblocchera’ di sicuro l’attuale impasse ma puo’ aprire ben altri scenari, imprevedibili e di sicuro sanguinosi.

domenica 26 ottobre 2008

La ‘meglio’ Italia…

La protesta degli studenti, docenti e ricercatori universitari contro la legge 133 del duo Tremonti-Gelmini rappresenta forse uno dei lati migliori dell’ormai ex Belpaese, ridotto ad uno straccio da una progressiva e imperitura crisi economica gia’ quasi ventennale, da una classe politica a 360 gradi a dir poco inetta e incompetente, da una classe imprenditoriale parassita e da un rincoglionimento generale dietro ai grandifratellli, isoledeifamosi, pacchi, provedelcuoco e velinume/Coronario vario.

Ma purtroppo tutto questo lodevole ma velleitario sforzo non servira’ a tirar fuori il Paese dalla merda socio-economico-culturale in cui e’ sprofondato.

Questa e’ un’assoluta mission impossible.


La spontaneita’ fa paura
di Valentina Laviola – Altrenotizie – 26 Ottobre 2008

Dev’essere un timore concreto, palpabile, quello che spinge il premier Berlusconi e altri rappresentanti della maggioranza ai commenti quotidiani sulle proteste del mondo della scuola. Trovarsi di fronte, inaspettatamente (perché, diciamolo, gli italiani non mettono in discussione tanto spesso il potere costituito) ad un movimento di questa portata deve aver sollevato non poche preoccupazioni. Ed ecco, allora, che si cerca ogni mezzo per incasellarlo, circoscriverlo, giustificarlo in qualche modo. La soluzione d’attribuirne la responsabilità all’opposizione sobillatrice e mal informata è fin troppo banale. Ridurre tutto ciò che accade ad una manovra di disturbo ideata da Veltroni di certo aiuta a ridimensionare la situazione, a trattarla come ordinaria amministrazione, ma certo non rende giustizia della realtà.

Come ha acutamente osservato il Rettore dell’Università dell’Aquila, prof. Ferdinando di Orio, in merito alle affermazioni del Presidente del Consiglio, “é davvero incomprensibile, e per certi versi irresponsabile, voler trasformare una civilissima e legittima mobilitazione di tutta l'Università italiana in un problema di ordine pubblico". O piuttosto, qualcuno potrebbe leggervi addirittura della malafede, interpretandolo come un tentativo di spostare l’attenzione pubblica dal problema reale, di confondere le acque: giocare la carta della sicurezza, si sa, ottiene sempre buoni risultati.

Negli ultimi giorni, i telegiornali nazionali sono affollati dagli esponenti del PdL che si profondono in continue dichiarazioni a sostegno del decreto Gelmini, accompagnate dall’immancabile attribuzione della responsabilità delle proteste alla Sinistra. Insomma, se si fa passare l’idea che si tratta solo di gente indottrinata e chiassosi studenti, si pongono le premesse perché le loro voci possano essere ignorate senza rimorso. Tuttavia, sembra difficile ammettere che anche questa volta possa finire tutto in un fuoco di paglia, poiché le cifre caratterizzanti di questo movimento (che non trova precedenti nella storia recente) sono proprio la sua spontaneità e la sua consapevolezza informata. In un Paese troppo spesso addormentato, o che ancora peggio preferisce non vedere, stupisce, e può intimorire, che improvvisamente non si marci più tutti in fila, ma che si cerchi di aprire una discussione.

Tutto nasce da semplici genitori, di tutte le estrazioni sociali e di diverse opinioni politiche che, allarmati dai cambiamenti che potrebbero compromettere l’educazione dei propri figli, decidono di informarsi, di approfondire l’argomento, di partecipare in qualche modo alle decisioni che il proprio governo prende. Questo dovrebbe essere salutato come un momento di crescita democratica, come un avvicinamento del cittadino alla politica, invece fa paura perché una persona consapevole non è disposta ad essere suddito silenzioso. Forse si tende troppo spesso, ormai, a sottovalutare le capacità cognitive del singolo e l‘impegno che può generare dall’unione di più singoli. La miglior garanzia contro la possibile strumentalizzazione, però, è data proprio dal conoscere e dal comprendere i motivi della protesta; inoltre, la nascita dal basso di quest’ultima contraddice implicitamente ogni attribuzione partitica.

La risposta migliore alle accuse del governo viene proprio dalle piazze italiane di questi giorni: a chiunque le osservi apparirà chiara la fondamentale trasversalità della protesta che si sta esprimendo attraverso canali e forme molteplici, proprio perché diverse sono le persone che la animano. Oggi è possibile vedere genitori seduti simbolicamente nei banchi collocati in piazza a Bologna per difendere la scuola elementare dei propri figli; ricercatori precari chiedere l’elemosina per strada; maestre coinvolgere i propri alunni nella partecipazione. All’interno delle Università italiane, dalla Sicilia al Veneto, non passa giorno senza che si organizzino assemblee, dibattiti e dimostrazioni pubbliche del dissenso, nelle quali chi cerca di mettere di mezzo un colore politico viene fischiato: gli stessi esponenti del PD, infatti, sono stati respinti quando hanno tentato di avvicinare i manifestanti. Gli studenti marcano più che possono la propria autonomia, semplicemente perché sanno che la messa a rischio del loro futuro non è “una questione di sinistra”, se mai una questione di civiltà, di pari opportunità, di tutele. L’argomento non può non riguardare ognuno di noi.

Infatti, i decreti del governo, pur attaccando livelli diversi dell’istruzione italiana, suscitano le rimostranze di tutte le categorie coinvolte. Oggi i docenti protestano accanto agli studenti; questa è già una piccola rivoluzione degna di nota. Una delle iniziative intraprese dai professori di varie università è rappresentata da una lettera indirizzata ai genitori degli universitari, alle loro famiglie, per spiegare che “La nuova L.133 di quest’anno prevede un ulteriore taglio di ben 1500 milioni di euro per i prossimi 5 anni. E’ evidente la volontà di emarginare l’Università pubblica, costringere le Facoltà ad innalzare severamente le tasse di iscrizione e di selezionare gli accessi degli studenti sulla base del loro reddito familiare. Così l’Università è destinata a esistere solo per pochi ragazzi. E d’altra parte, la possibilità che la legge offre ai Rettori di trasformare le Università in fondazioni private conferma questa volontà da parte delle forze di governo”.

Tra le tante iniziative, c’è anche una raccolta di firme all’attenzione del Presidente della Repubblica Napolitano per sensibilizzare le istituzioni. Inoltre, è apparso sul sito Internet dell’Istituto Superiore di Sanità un comunicato del 22 ottobre nel quale si spiega che “il sistema di sorveglianza sull'influenza, 'Influnet', è stato sospeso per protesta contro le norme che colpiranno la ricerca pubblica, portando al ridimensionamento del personale precario e privando così l’Istituto dell'irrinunciabile contributo fornito da colleghi e colleghe che operano con contratti di lavoro a tempo determinato o di collaborazione coordinata e continuativa”. I ricercatori sottolineano che “la difficile decisione di sospendere l'attività, é voluta da tutto il personale”. Questa presa di posizione mira a dimostrare che, se verranno applicate le nuove regole, molte altre attività di rilevante impatto sulla sanità pubblica rischiano di scomparire.

In conclusione, appare chiaro che il Paese ha capito che non si tratta di una protesta politica in senso stretto, ma che di certo tocca una questione politica: l’importanza dell’istruzione pubblica e della qualità che questa deve assicurare, quale diritto irrinunciabile di tutti. Ciò che i cittadini stanno portando avanti è una dimostrazione di buona politica, di politica vera, concreta, interessata e partecipata; stanno lanciando un messaggio al governo: “Questa volta, non staremo a guardare.”


Cosi’ non va, studenti
di Paolo Barnard – Comedonchisciotte - 23 Ottobre 2008

No, così non va cari studenti, cari insegnanti, cari attivisti. L’opposizione e l’indignazione sono fallate quando sono selettive, quando cioè si animano contro l’uno ma non contro l’altro. Poi: nulla di buono potrà mai scaturire se è solo un’ossessione per l’Odioso Designato (Silvio Berlusconi) che vi ha infiammati fino a questo livello. Infine: la protesta è ancor più vana quando sbaglia clamorosamente il target.

Sarò subito chiaro. Le masse di voi giovani che oggi sconquassano istituti e atenei per protestare contro l’assalto all’istruzione dell’attuale ministro, rimasero inerti quando quell’assalto veniva pianificato dal governo Prodi, con colpi di scure assai più profondi di quelli oggi in gioco. Dov’eravate ragazzi? E i vostri docenti? Eppure, leggete qui di seguito:

“L'incontro di ieri mattina tra il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e i sindacati della scuola è stato il detonatore che ha fatto esplodere l'inquietudine sotterranea che da settimane attraversava l'intero versante sindacale di fronte all'incognita della Finanziaria (2007, nda). Il confronto si è arroventato di colpo quando Enrico Panini, leader della FlcCgil, ha estratto dalla sua cartellina un foglio contenente le misure che la prossima Finanziaria dedica alla scuola. Sotto accusa tre articoli: 17, 18 e 19. Il primo stabilisce che, dal 2007/08 al 2012/13, sarà innalzato progressivamente fino a 12 il rapporto tra alunni e docente… un giro di vite che alla fine porterebbe alla riduzione di quasi 100mila posti per gli insegnanti. Inoltre, stretta sui posti di sostegno e sul personale Ata… provvedimenti che potrebbero costare la cattedra a circa 10mila docenti. E altrettanti potrebbero essere cancellati dalla paventata abolizione della deroga nella formazione delle classi nelle quali sono presenti alunni con handicap. «Più che una proposta dilegge Finanziaria siamo di fronte a un chiaro esempio di come si può far impallidire anche un concetto come quello di macelleria sociale», ha attaccato Panini.”

Così scriveva il Sole 24 Ore il 27 settembre del 2006. E notate: l’articolo parla di “inquietudine sotterranea che da settimane attraversava l'intero versante sindacale”, dunque il tempo per sollevarsi c'era. Si parlava di ben oltre 100.000 cattedre a rischio, ben più delle odierne 87 mila della Gelmini. Perché in quelle settimane non vi mobilitaste? Perché nessun allarme e nessuna occupazione per oltre un anno? Vero, nell'autunno del 2007 scendeste in piazza, ma le agitazioni di allora furono minuscole rispetto a quanto state facendo oggi, e soprattutto si accesero nella maggioranza di voi quando l'allora ministro Fioroni minacciò i vostri interessi di parte (obbligo dei debiti , maturità ecc.) e non prima quando, ribadisco, in gioco c'erano i medesimi tagli che oggi sembrano così scandalizzarvi. Perché? Vero anche che la minaccia dei colpi di scure del buon Prodi rientrò, ma poi… leggete qui:

“Giungono a maturazione i frutti avvelenati di una Finanziaria (2007 nda) che ci avevano detto avrebbe fatto piangere i ricchi e finalmente rilanciato l'impegno dello Stato a sostegno della scuola. La situazione economica e strutturale della scuola pubblica diviene ogni giorno più drammatica. I tagli alla superiore sono i più evidenti e vistosi, resi ancor più gravi dall'aumento delle iscrizioni a livello nazionale… Il crollo dei finanziamenti sta minacciando il Tempo Pieno e prolungato, sta impedendo di pagare e fare le supplenze quasi ovunque, con decine di migliaia di classi che ogni giorno restano senza insegnanti. Molte scuole non hanno più i soldi neanche per le spese più elementari, gesso o carta igienica… I professionali stanno per essere massacrati, si annunciano riduzioni vistose dell'orario settimanale… Dopo un ridicolo balletto con i sindacati ‘amici’, il governo ha ribadito che nel 2007 non darà un euro per il rinnovo del contratto di docenti ed Ata, deprimendo ancor più una categoria al limite del tracollo… E dire che basterebbe che il governo rinunciasse a costruire gli F35 (i caccia, nda) destinando all'istruzione almeno la metà di quei soldi.”

Così si esprimevano nel maggio del 2007 i Cobas Scuola. E allora.

No, così non va cari ragazzi. Lo slancio civico, la difesa dei diritti, sarebbero in voi una manifestazione straordinaria se non fosse che ancora una volta l’evidenza mi costringe a concludere che ciò che anima questo vostro insolito livello di indignazione è la deleteria febbre contro l’Odioso Designato, e non la sostanza dell'ingiustizie. Ancora una volta. Come ai tempi del desolante spettacolo del ‘pacifismo’ italiano di cinque anni fa. Ricordiamo tutti quell’epocale 15 febbraio del 2003, quando una massa di quasi tre milioni di italiani marciò su Roma per protestare contro l’intervento italiano in Iraq e in Afghanistan. In Iraq l’Italia è rimasta per nove mesi del governo di centrosinistra, in Afghanistan ancora siamo. Ma dei tre milioni di ‘pacifisti’ del 2003, quanti scesero in piazza nei mesi del mandato Prodi dall'aprile del 2006? Lungo cioè la terrificante strage di civili che le cosiddette coalizioni hanno perpetrato in quei due Paesi e che oggi arriva a una stima di oltre un milione e seicentomila morti? Poche centinaia si agitarono nelle piazze, di cui neppure uno dopo l’annuncio lanciato da Luciano Bertozzi su Nigrizia che ci rivelava come il buon Prodi avesse previsto nella finanziaria 2008 qualcosa come… 23 miliardi di euro in spese militari, armando poi Paesi come la Turchia o Israele, vere e proprie bestie nere dei Diritti Umani. Perché allora, col centrosinistra a palazzo Chigi, neppure una frazione dell’indignazione febbrile che oggi vi percuote fece capolino nelle strade? Mi dite perché?

Infine. Dove state andando a sbattere? Contro chi? Ha senso indignarsi con il pescecane che ha azzannato la rete del pescatore? Mi spiego, è semplice. Le destre politiche di tutto il mondo sono cromosomicamente programmate dai loro padroni per fare una e solo una cosa: distruggere il bene comune e il senso di collettività, per sempre, e imporre il privato individuale ovunque. Sono nate per fare questo. Punto. Esattamente come gli squali sono nati per azzannare. Significa demolire scuola pubblica, sanità pubblica, servizi pubblici. Possiamo certamente inorridire, ma che senso ha indignarsi con chi sta facendo il suo dovere? L’indignazione se la meritano coloro il cui compito era di impedire che la destra facesse il suo dovere: e cioè la sinistra, la miserevole inesistente patetica sinistra. Quella cosa che oggi sta appiattita sotto lo stuoino della destra pur continuando a biascicare retoriche di sinistra. Le leggi dell’Odioso Designato si disfano in poche settimane se c'è il consenso politico (cioè popolare). Il problema è che quel consenso non c'è, o meglio, la sinistra non ha saputo crearlo, non ne è stata capace, anzi: non ha voluto. Questo è il problema. Invece di perdere tempo a odiare Berlusconi e il suo clan, perché non vi chiedete le ragioni per cui le sinistre sono finite a brandelli, svendute alle destre, protettrici del piduista Silvio, privatizzatrici, precarizzatrici, traditrici del nostro bene comune?

Indignatevi con loro ragazzi, strattonatele, prendetele a schiaffi, fate i sit-in e le lezioni in strada di fronte alla CGIL, alle sedi del PD, sotto casa di Romano Prodi. Questo ha senso. La destra fa il suo dovere. E' la sinistra che non l'ha fatto.

sabato 25 ottobre 2008

Un governo coi coglioni. Al suo interno.

Una serie di articoli sul dna di questo governo.

Nulla di nuovo per carita’, avendo gia’ dimostrato dal 2001 al 2006 cosa e’ capace di fare. Ma questa volta sembra veramente deciso a migliorarsi…


Io sono io, e voi non siete un c....(*)
di Marco Ferri – Megachip – 25 Ottobre 2008

Il capo del governo italiano ha detto che se gli studenti continuano a protestare contro i tagli alla scuola, lui gli manda la polizia. Ha anche detto che i giornalisti la devono piantare di creare “ansia” dalle pagine dei giornali, dai microfoni del telegiornali. Giorni fa, il ministro dell'istruzione ha detto che lei quelli che protestano proprio non li capisce. Il ministro delle pari opportunità ha querelato una donna che di mestiere fa satira, perché non gradisce essere presa in giro. Il ministro della funzione pubblica non ammette critiche, per lui gli impiegati pubblici sono “fannulloni”. Va in giro per tutti i talk show a dirlo e ridirlo.

Da quando si è insediato il nuovo governo è diventata una prassi consolidata procedere per decreto legge e poi imporre il voto di fiducia. Così succede che prima non si vuole far discutere il Parlamento, poi non si accettano né critiche, né proteste né che di queste si occupino i giornali.

Questi atteggiamenti sono legittimi e legittimati dal fatto che il capo del governo risulta gradito a oltre il 60% degli intervistati, secondo più di un recente sondaggio d'opinione. E'quanto ha apertamente dichiarato il capo del governo italiano durante un convegno di industriali a Napoli.

Come si spiega questo diffuso atteggiamento di decisionismo burbero?

Secondo Raffaele Simone, linguista di reputazione internazionale, questi atteggiamenti appartengono alla dottrina politica di quella che ha definito “Neodestra” italiana. In “Il mostro mite” (Garzanti, 2008), Raffaele Simone postula questa dottrina, mettendo a confronto il linguaggio dottrinale con quello colloquiale:

a) postulato di superiorità (“io sono il primo, tu non sei nessuno”);

b) postulato di proprietà (“questo è mio e nessuno me lo tocca”);

c) postulato di libertà (“io faccio quel che voglio e come voglio”);

d) postulato di non-intrusione dell'altro (“non ti immischiare negli affari miei”);

e) postulato di superiorità del privato sul pubblico (“delle cose di tutti faccio quello che voglio”).

Se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti del governo, sia che si tratti di un intervento a un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale, che in genere è la preferita, perché ben si presta a essere citata su un giornale o al telegiornale. A volte ci si spinge troppo in là, e allora pronta arriva la smentita, che è in realtà il talento di dire due volte esattamente la stessa cosa, una volta affermandola, una volta negando non la cosa in sé, quanto l'interpretazione che ne è stata data. La domanda che spesso ci poniamo è perché sia possibile che questo modo di condurre la politica abbia successo, come dimostrano i sondaggi. “Quella che (i postulati della Neodestra) descrivono è una società aggressiva, egoistica e pericolosa”, scrive Raffaele Simone in “Il mostro mite”.

In effetti, viviamo tempi precari: reduci dalla grande paura del terrorismo islamico, inaugurato con l'Attacco alle Torri Gemelle, coinvolti nella “guerra preventiva” e nel timore di attentati nelle nostre città, siamo attualmente spaventati dalla globalizzazione finanziaria ed economica e dalle grandi migrazioni, siamo molto preoccupati per il tenore e lo stile di vita, allertati dai pericoli di un' imminente e grave recessione economica.

Il decisionismo burbero fa leva sulla semplice constatazione che un “popolo spaventato si governa meglio”? In effetti, temiamo di perdere qualcosa (lo stipendio, il posto di lavoro, la casa, la vacanza, l'auto, l'i-phon) che consideravamo un diritto di proprietà. Ragion per cui, senza mezzi termini diamo credito, apertamente o in modo più defilato a chi si candida a proteggere grandi o piccoli possessi acquisiti, grandi o piccoli privilegi. Poiché meno si ha, più l'eventualità di una perdita è sinonimo di disastro, ecco che il ceto medio ( medio perché ha qualcosa in più delle classi basse, e molto di meno di chi possiede di più), sentendosi molto minacciato tende a premiare col suo consenso governi come quello che abbiamo in Italia in questi mesi e che sembra intenzionato a durare a lungo.

L'attuale governo ha restituito la parte residua dell'Ici, ha fatto sparire “la monnezza” a Napoli, ha reso invisibili le prostitute, ha spinto in periferia i campi nomadi, punisce i “fannulloni” nel pubblico impiego. Fin qui tutto sembrava filare liscio. Quando ha deciso di tagliare i costi alla scuola, qualcosa si è inceppato.

Complice fortuito l'arrivo della bolla speculativa dei mutui, l'operazione di “risparmio” ideata dal ministro Tremonti e vestita da riforma dalla ministro Gelmini non ha avuto successo.

Il mondo della scuola si è ribellato: genitori e scolari, studenti e insegnanti, professori, prèsidi di facoltà e addirittura rettori di atenei hanno detto no. “La crisi non la paghiamo noi” si è letto sugli striscioni di migliaia di manifestanti in tutta Italia. Questa idea, semplice e comprensibile a tutti, ha fatto breccia fino a preoccupare seriamente il governo, come dimostra la minaccia far intervenire la polizia nelle scuole e nelle università: il pericolo avvertito è che scolari, studenti, genitori, insegnanti, prèsidi e rettori, facenti per lo più parte del ceto medio, possano rappresentare il punto critico di rottura del consenso fin qui incassato dalla coalizione di governo.

Bisogna aggiungere che la protesta nelle scuole ha trovato una prima saldatura il 17 ottobre, quando si è svolto lo sciopero generale contro il governo, indetto dai sindacati di base e a Roma sono sfilati in 350 mila. Anche qui l'occasione è stata forse fortuita, fatto sta che contro quella giornata si è scagliato il capo del governo a Napoli, durante il già citato intervento al convegno degli industriali italiani.

Anche l'opposizione parlamentare sta tentando di intercettare il malumore e il dissenso che dal mondo della scuola potrebbe contagiare la disapprovazione nei confronti del governo da parte dei ceti medi.

La manifestazione del 25 ottobre prossimo potrebbe essere un banco di prova, anche se per stessa ammissione dei dirigenti del Pd la protesta nelle scuole ha preso il via al di là e al di fuori delle organizzazioni di partito e anche se la data della manifestazione era stata decisa molto prima la nascita delle protesta (un altro caso fortuito con gli avvenimenti in corso).

Quali chances ha il centrosinistra italiano di tornare, dopo la sconfitta elettorale dello scorso aprile a rappresentare una concreta attrattiva sulla scena politica?

Abbiamo visto i postulati della dottrina della Neodestra, così come ce li ha proposti Raffaele Simone in “Il mostro mite”. Il quale ci propone quelli riferibili alla sinistra (che qui, per brevità propongo in “forma colloquiale”):

a) al “io sono il primo, tu non sei nessuno” si oppone “non siamo tutti uguali, ma dobbiamo diventarlo”;

b) al “questo è mio e nessuno me lo tocca” si oppone “entro certi limiti la mia proprietà può essere ridistribuita ad altri”;

c) al “io faccio quel che voglio e come voglio” si oppone “i diritti dei singoli non possono sminuire il bene pubblico”;

d) al “non ti immischiare negli affari miei” si oppone “gli interessi dei singoli possono essere limitati dall'interesse di tutti”;

e) al “delle cose di tutti faccio quel che voglio” si oppone “sebbene i privati abbiano prerogative e diritti definiti, il pubblico è preminente”.

Anche in questo caso, come si notava poco fa a proposito degli esponenti della Neodestra, se ascoltate con attenzione le parole che vengono organizzate in discorsi dagli esponenti dell'opposizione, sia che si tratti di un intervento ad un convegno, a una conferenza stampa, piuttosto che davanti ai microfoni di un cronista, vi accorgerete come questi postulati vengono continuamente riproposti, sia in forma “dottrinale” che in quella colloquiale.

La domanda è: sono attrattivi, possono essere condivisi dai ceti medi, che come si sa sono la base elettorale che elegge o manda a casa i governi nei paesi occidentali?

Non ci possono essere dubbi: la risposta è no. A meno che la congiuntura economica non spinga fino in fondo le contraddizioni che sta vivendo il ceto medio, che non affiori la netta sensazione di essere stati sfruttati sfacciatamente dalle banche e dalle finanziarie, che il possesso dei risparmi gli sia stato soffiato via dalle tasche, che lo stipendio è troppo basso, le spese troppo alte, le tutele evanescenti, che se una volta anche l'operaio voleva il figlio dottore, oggi anche il dottore ha un figlio precario.

In un certo senso e fatte le debite proporzioni è il senso della sfida alla Casa Bianca da parte di Barak Obama. Tra qualche giorno saremo in grado di vedere i neo-cons, la Neodestra americana può essere battuta.

Durante un recente dibattito televisivo, a un vice ministro che lo interrompeva col piglio tipico del politico della Neodestra, Eugenio Scalfari ha detto: “Lei non migliora mai, eh!?”. Ecco: se in un prossimo futuro le parole del fondatore di Repubblica dovessero anche solo venire in mente a milioni di elettori, allora, forse, si aprirà una nuova stagione politica.

La nuova stagione economica e sociale è già qui: la Neodestra non sa bene che pesci prendere, l'opposizione sconta forti ritardi sulla tabella di marcia delle contraddizioni politiche e sociali. A quanto pare, gli unici che al momento hanno le idee chiare sono gli studenti italiani: è contro quel“Non pagheremo noi la crisi”che si minaccia di mandare addosso la polizia. Beh, buona giornata.

(*)I sovrani del mondo vecchio

C'era una volta un Re che dal palazzo
emanò ai popoli quest'editto:
- Io sono io, e voi non siete un cazzo,
signori vassalli imbroglioni, e state zitti.

Io rendo diritto lo storto e storto il diritto:
posso vendervi tutti a un tanto al mazzo:
Io, se vi faccio impiccare, non vi faccio un torto,
perché la vita e la roba Io ve le do in affitto.

Chi abita in questo mondo senza il titolo
o di Papa, o di Re, o d'Imperatore, quello non può avere mai voce in capitolo -.

Con quest'editto andò il boia per corriere,
interrogando tutti sull'argomento;
e, tutti risposero: E' vero, è vero.

(Trilussa)


Il governo delle minacce
di Eugenio Roscini Vitali – Altrenotizie – 24 Ottobre 2008

“Non consentirò occupazioni di scuole e università e invierò le forze dell’ordine contro chiunque impedisca lo svolgimento delle lezioni”. Queste le parole del premier Silvio Berlusconi che, preoccupato soprattutto del boicottaggio dei mezzi di comunicazione che - a suo dire - non danno il giusto eco alle sue affermazioni, ha aggiunto: “Avete quattro anni e mezzo per farci il callo, non retrocederò di un millimetro”. Una conferenza stampa esaustiva, un diktak che ha avuto la risonanza che meritava e di cui hanno parlato tutti, giornali e televisioni; la limpida fotografia della situazione in cui versa il Paese: tolleranza zero e diritto minimo garantito, a patto che non esca dagli schemi.

Il decreto 137 sulla scuola e l’ultimo di una serie di passi che tende a riportare indietro l’Italia di almeno cinquant’anni: il populismo penale in nome della sicurezza, la militarizzazione delle città, la legge delega sul diritto allo sciopero, il nuovo modello contrattuale nel pubblico impiego e le proposte della Confindustria per un ritorno alle gabbie salariali; solo alcuni esempi che ci lasciano immaginare cosa accadrà nei tempi a venire. Berlusconi è uscito dalla discoteca, ha indossato lo scolapasta e dichiarato guerra al dissenso.

Passare alla linea dura ed attaccare ciò che è pubblico con atteggiamenti muscolari è infatti sicuramente sproporzionato e pericoloso e mette in discussione la libertà di espressione e la stessa autonomia universitaria. Di questo ne sono convinti i rettori di tutta Italia che si sono già dichiarati contrari all’intervento delle forze dell’ordine, soprattutto perché sono i primi a ritenere gli studenti italiani capaci di dimostrare pacificamente le loro argomentazioni e il loro dissenso, in modo trasversale ed apolitico. Secondo il premier, invece, non è così: i tagli alla scuola e all’università altro non sono che notizie ingigantite dai media, rei di fare cattiva informazione e di generare ansia e paure immotivate; dietro le “ridottissime” manifestazioni di piazza ci sarebbe poi l’immancabile regia dell’estrema sinistra, questa volta coadiuvata dai centri sociali.

Proteste fuori luogo quindi che il ministro Mariastella Gelmini continua a non capire (non pare l’unica cosa che non riesce a capire, a dire il vero), soprattutto perché a suo dire il decreto non riguarda l’università; un’università che per il centrodestra va comunque svecchiata e di cui vengono sottolineati i cosiddetti sprechi: 170 mila insegnati, 300 sedi distaccate e cinquemilacinquecento corsi di laurea, numeri che il governo considera sproporzionati rispetto alle esigenze dell’università italiana.

Poco importa che l’Italia sia fanalino di coda europeo per gli investimenti sulla formazione e sulla ricerca; se si vuole - come il governo vuole - concepire una selezione darwiniana, di classe, sulle future generazioni, è bene tagliare tutto quello permette l’universalità dei diritti, strumento necessario per un futuro possibile per tutti. Anzi, per confermare a tutti che non capisce, la Gelmini ha definito“terroristiche” le proteste. Quello che più preoccupa è il fatto che il decreto 137 è solo la punta dell’iceberg della ristrutturazione in atto e, se anche fosse ritirato o modificato, rimangono ben altre contestabili proposte.

La prima è senza dubbio l'annuncio del governo sul disegno di legge delega che dovrebbe riformare l’attuale regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici. E’ la fase attuale di un progetto che parte da lontano, dalla seconda metà degli anni settanta, quando gran parte del mondo imprenditoriale iniziò a mettere in discussione quanto sancito dallo Statuto dei lavoratori, ritenendo gli scioperi una delle cause prime della crisi economica di quegli anni. Un disegno criptato che venne allo scoperto e colse la sua prima grande vittoria nel 2003, quando boicottando il referendum sull’articolo 18 i lavoratori non seppero trasformare una battaglia giusta in un grande un motivo di lotta comune.

Oggi il diritto allo sciopero è garantito dall’articolo 40 della Costituzione della Repubblica Italiana ed è esercitabile nell'ambito delle leggi che lo regolano, inclusi lo sciopero per solidarietà, a scacchiera, a singhiozzo; oltre a quello per fini politici legati agli interessi dei lavoratori, autorizzato dal 27 dicembre 1974 dalla Corte costituzionale con sentenza n. 290. Il principio è poi rafforzato dalla legge n. 300 sullo Statuto dei lavoratori, articolo 1, libertà di opinione, che recita: “I lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge”. Lo sciopero, regolato dalla legge 146/90 e dalle successiva 83/2000, può quindi essere considerato come astensione dal lavoro messa in atto da una rappresentanza di lavoratori, più o meno vasta, che manifesta per la difesa degli interessi giuridici ed economici, sia di categoria che della collettività.

Le linee guida della legge delega per la riforma degli scioperi prevedono invece che l’astensione dal lavoro venga preceduta da un referendum che premetta di verificare il tasso di adesione e la partecipazione individuale preventiva, questo in modo da dare maggiore certezza sui livelli della protesta. Finalità dichiarata? Tutelare le organizzazioni confederali dalla concorrenza “sleale” delle organizzazioni meno rappresentative; dare una migliori informazione per i servizi di pubblica utilità; sapere quanti lavoratori aderiranno allo sciopero in modo da non recare danno ai diritti della persona e, soprattutto, danni irreversibili alle imprese. Manca solo che siano le imprese stesse a dirigere le rivendicazioni.

Il governo prevede inoltre che il ruolo di arbitro e conciliatore, attualmente affidato alla commissione di garanzia, sia assegnato, con delega di autorità sanzionatoria, ai prefetti. Il ministro del Welfare, MaurizioSacconi, incoraggia poi lo sciopero virtuale non come forma di astensione ma come adesione ad un fondo dove i lavoratori potranno versare la loro retribuzione, restituitagli solo in caso di accordo con il datore di lavoro. Nemmeno Licio Gelli aveva pensato a tanto e con tanta fantasia.

Basta questo per capire a cosa stima andando incontro? In un'intervista al quotidiano il Riformista, il ministro Sacconi ha recentemente delineato un altro aspetto della strategia del governo: ha attaccato gli aiuti di Stato alla Fiat, gli interventi per settori o per singole aziende (tralasciando ovviamente i debiti dell’Alitalia finiti sulle tasche dei contribuenti) e ha rivisto le posizioni del governo in materia di taglio delle tasse per i lavoratori, per anni cavallo di battaglia del Popolo delle Libertà. L’ex socialista Sacconi, che nel giugno scorso aveva definito "demenziale" la legge varata dal governo Prodi che impediva il licenziamento delle donne incinte, ha spiegato che spalmare la riduzione fiscale su tutti i redditi, come chiede la Cgil, sarebbe un provvedimento finanziariamente insostenibile; piuttosto sarebbe preferibile detassare del 10% i soli salari di produttività.

Una dichiarazione d’amore verso la Confindustria e il suo nuovo modello contrattuale, che altro non é che una manifesta volontà di limitare l’autonomia dei sindacati e delle categorie e il pericoloso tentativo di tornare alle gabbie salariali, subordinando la crescita della retribuzione alla produttività del sistema economico di settore. Che però, quando più ha guadagnato, più ha licenziato. La lotta di classe, fatta da loro, è redditizia.


Dalla P2 al “Pacchetto Ambiente”
di Furio Colombo – MicroMega – 24 Ottobre 2008

Il Disegno è semplice e comincia a diventare visibile: 1) Abolire il Parlamento e 2) Staccare l'Italia dall'Europa.Tutto ciò dimostra che il programma P2 in parte è già stato realizzato, in parte è rivisitato per aggiornare e modernizzare. I reduci della P2 stanno dicendo, senza più nascondersi dietro finte istituzioni: si può fare di più, molto di più. Stiamo parlando del Regime impiantato, in modo ormai molto saldo, in Italia, da Silvio Berlusconi. Vediamo prima i fatti compiuti. La Magistratura è sotto schiaffo. Pende su di essa una riforma-muserola. E' circondata da leggi e “Lodi” che impediscono (verso alcune persone) l'azione penale. E ogni dichiarazione di magistrati, per quanto garantista dalla Costituzione, viene denunciata come ribellismo e attacco alla politica.

La Forza Armate hanno un ruolo nuovo, mai avuto nel Paese. Pattugliare l'Italia con armi da guerra in cerca di zingari. Per compensare questa funzione umiliante, alcuni generali parleranno nelle scuole italiane per la gloria del 4 novembre. E' la data di una antica vittoria contro un Paese che fa parte, con noi, della Comunità Europea. Ma tutto serve per cancellare la Resistenza.

I media sono sotto sequestro. Persino i sondaggi favorevoli al candidato presidenziale Obama, considerato per prudenza “non amico” di Berlusconi (perché avversario di Bush) vengono taciuti o sminuiti nei telegiornali italiani. In questi giorni, riferendosi ai media italiani, il “Financial Times” ha detto “consenso bulgaro”.

Una ventata di razzismo ha invaso le polizie locali e le ronde leghiste assecondate da un governo che promuove la segregazione della scuola e la caccia ai bambini Rom. Inoltre, d'ora in poi in Italia, il medico che cura un clandestino lo deve subito denunciare e consegnare alla polizia.

Tutto ciò è già fatto.

Adesso è urgente rendere il Parlamento inerte, umiliato, senza lavoro, inutile, in modo da farne sempre più oggetto di sfiducia e dileggio dei cittadini.

Quanto al distacco dall'Europa, comincia adesso la parte finale, col pretesto del “Pacchetto Ambiente”: isolare l'Italia affinché l'Europa smetta di garantire ciò che resta della libertà di opposizione in questo Paese.

venerdì 24 ottobre 2008

Pensieri controcorrente

Quasi sempre l’autore dell’articolo pubblicato qui di seguito ha uno stile prolisso, caotico saltando molto facilmente di palo in frasca e avanza tesi discutibili ma che comunque escono dal pensiero comune e stereotipato di sinistra.

Il che rappresenta sempre un’ottimo esercizio per alimentare dubbi e riflessioni e ridimensionare certezze molto spesso fallaci.

Ecco un ulteriore esempio.


Obama, camorra, ONG, Foa: santi subito!
di Fulvio Grimaldi – 22 Ottobre 2008

I peggiori sono quelli del Ponte per… Si atteggiavano a Ponte per Belgrado, Ponte per Beirut, Ponte per Baghdad e sono finiti a fare il Ponte per…Washington. Trattasi di un’agenzia di viaggi, con contorno di medicinali in dono, andata a ramengo a causa dell’occupazione dell’Iraq. Scomparsa dalla scena dopo l’exploit delle “due Simone” rapite, liberate e passate di mano in mano dal Capo dello Stato al più osceno degli show in tv, torna ad arrampicarsi sulla ribalta in veste di cripto-collaborazionista e di sabotatrice della Resistenza irachena. La vicenda di questa ONG (viene la nausea solo a scrivere l’acronimo) risale a qualche lustro fa, quando esercitava il mestiere di tour operator, riconosciuto come associazione umanitaria, per curiosi di cosa diavolo fossero questo Iraq e questo Saddam, satanizzati da mezzo mondo, e per interessati al più vasto e antico patrimonio archeologico del mondo.

Tre o quattro volte ci ho viaggiato assieme: la Baghdad di Harun El Rashid e della straordinaria modernizzazione post-rivoluzione del 1968, le esuberanti arti e lettere della contemporaneità, la Babilonia degli assirobabilonesi, la Najaf delle moschee dei califfi, la Niniveh dei sumeri, la Kirkuk del petrolio, la Basra dei palmizi e dell’immenso Shatt el Arab, pervicacemente minacciato dagli espansionisti ayatollah persiani… Il tutto coronato da un lussuoso ricevimento in cima alla Torre di Saddam, offerto dai grati partner del “regime”, allora rispettato per poi, opportunamente, essere diabolizzato in sintonia con le centrali euro-sioniste-statunitensi della propaganda di guerra e genocidio. Qualcuno, nei gruppi di viaggiatori e nel Ponte subodorò traffici e impicci crestaioli, lanciò brucianti denunce e mollò l’impresa.

La riabilitazione venne con il “martirio” di Simona Torretta e di una Simona Pari che, si diceva, aveva servito in Kosovo l’italiota Ministero dell’Offesa. Chi non ricorda l’umiliante farsa della “liberazione”? Le due ragazze che, telecamere miracolosamente sul posto, spuntano al tramonto dal deserto, si levano il cappuccio dei sospetti sequestratori, come sempre funzionali alla demonizzazione dei partigiani iracheni, per essere abbracciati dal capo della militarizzata Croce Rossa Italiana, il forzitaliota Maurizio Scelli. La sceneggiata, insieme al clamoroso ingresso nell’armata tossica degli scopritori del “sanguinario dittatore”, fruttò all’ONG fiumi di compassionevoli offerte. Poi, di nuovo, l’immersione nel silenzio e nell’oblio. Il Ponte aveva mollato l’Iraq nel momento del massimo bisogno.

Ora la riemersione con la trovata, cara agli occupanti e odiosa a un’eroica e irriducibile, sebbene sepolta nell’occultamento, Resistenza, di una tournee nell’Italia dei creduloni e utili idioti di “un gruppo di organizzazioni e individui iracheni, appartenenti a tutti i gruppi etnici e religiosi, con diverse provenienze ideologiche e politiche, che si sono uniti per promuovere la nonviolenza come lo strumento di lotta più efficace verso un Iraq indipendente, democratico e pacifico. E “ogni iracheno che sceglie la nonviolenza è benvenuto a unirsi alla Settimana Irachena della Nonviolenza”. Bertinotti, taumaturgo della nonviolenza pro-imperialismo e pro-presidenza della Camera, ne è ovviamente l’ispiratore e complice. Ci si augura che, come l’infausto Veltrinotti, anche questa Ong con lasciapassare dei serial-killer occupanti e dei loro sicari un po’ autoctoni, un po’ iraniani, finisca inghiottita dall’oblio che seppellisce vermi e detriti. Quanto al popolo cui hanno ammazzato tre milioni di persone tra embargo e occupazione, espulso nel nulla altri quattro milioni e mezzo, devastato l’ambiente, frantumato e degradato la società, disperso il patrimonio culturale, distrutto l’ambiente, rubato il petrolio, ebbene la nonviolenza insieme, forse, al ritiro degli occupanti, porterà “l’indipendenza” e la “democrazia” dei padrini Usa e iraniani, dei cleptocrati del governo fantoccio, dei trapanatori di crani del “persiano” Moqtada al Sadr. Ne segue che il problema principale è l’eliminazione dei “terroristi” della Resistenza che, per quanto ribattezzati con il nome dell’agenzia Cia “Al Qaida”, si ostinano a rendere insostenibile l’occupazione e rinviata all’infinito la “Mission accomplished” (missione compiuta) del pilota di F-16 George Dabeliu Bush.

Vabbè, perfino il Ponte per… vorrà prendere le distanze da un Bush del quale parlar male è oggi come sparare sulla Croce Rossa. C’è Obama, no? Al quale la missione dei nonviolenti iracheni pontizzati toglie il cruccio che, ritirando un po’ di tagliagole Usa dall’Iraq, poi tutti gli iracheni insorgano in armi e spazzino via il regime dei pali della rapina e del nazionicidio. Se il manifestaiolo Marco D’Eramo, nelle sue estenuanti e superficiali cronache sul quell’esercizio del nulla incartato nella demagogia che sono le campagne presidenziali Usa, qualche leggera ombra aveva gettato sul nitore del cavaliere bianco Obama, vi aveva posto riparo “il manifesto” dell’antevigilia delle elezioni, con ben tre grandi spazi in un unico numero. Si parte col paginone addirittura sportivo e con “Obama, mancino puro”, nel quale quattro colonne dense di stupefatta ammirazione soddisfano l’irresistibile ansia del pubblico di tutto sapere sui prodigi del pallacanestrista Barack, dai cesti immancabilmente centrati dall’asilo nelle Hawaii, al primato nella specialità a Harvard, fino al toccante racconto di oggi e delle sue fughe nell’ora di pranzo, a infilare cesti con il fedele compagno Reggie Love e mantenersi nella splendida forma che sempre esibisce “il profeta del Yes, we can”. Non si lascia sfuggire l’occasione di potenziare il coro la redazione “cultura e visioni” che ci impressiona con il musicista di grido John Legend mentre proclama “Il mio soul benedetto da Obama”. Pare la mammina in camicia nera col pargoletto appena baciato dal Duce. Avendo “il manifesto” riconosciuto al canterino un lavoro “permeato di impegno sociale”, tale impegno non può non trovare esaltazione nel rivoluzionario Obama: “Sicuramente il mio impegno è ispirato da Obama, è ovvio che voterò per lui, è un leader speciale”. S. Cr., che sigla il pezzo, non ha nulla da aggiungere. Che c’entra, mica si occupa di politica.

Il pezzo forte, l’incoronazione, sono affidati a una penna di rango del “quotidiano comunista”. In una specie di delirio amoroso e di parata trionfale, Ida Dominijanni, disvestiti i panni femministi della fan di Hillary, canta con impeto boccelliano: “Yes, we can. Cambiare si può, anzi si deve, è il messaggio che suona da tutte le parti negli Stati Uniti, rimbalzando ormai da Obama e i suoi seguaci fin nel campo avverso. E di cosa è creatore il guru Obama? Di “un miracolo della politica… di un effetto messianico, lui, “il profeta del cambiamento alla fine del trentennio reaganiano. E’ sicuramente questo profeta che ci toglierà le catene del liberismo e dell’ossessione imperiale del “nuovo ordine mondiale”, ne è convinta Ida, e che riabiliterà il ruolo della mano pubblica, giacchè si tratta dell’energia della generazione nata dopo l’89 e mobilitata capillarmente da Obama. E’ il sentimento popolare di un’America perduta e da ritrovare (quella di Truman e della bomba, quella di Kennedy e del Vietnam?), che non si faceva odiare nel mondo (chiedilo ai cileni, ai vietnamiti, ai coreani…), a spingere verso il cambiamento, a strappare la storia alla ripetizione e piegarla a un esito diverso, a dare la misura di un cambiamento annunciato ma già operante. Con il cuore gettato oltre Atlantico, tra i piedi di Obama, Ida, voltando da lontano lo sguardo alle nostre miserie a-obamiane, si chiede quando mai “la fondata speranza” innervata dal caro Barack potrà essere nutrita in Italia: “Quanti anni di religione berlusconiana ci vorranno dalle nostre parti per decidere che si può e che si deve? Da dove dovrà spuntare un leader politico (come Obama) capace non di invocare il cambiamento ma di praticarlo fidandosi di chi ne è spontaneamente portatore"? Siamo alla, tipicamente marxiana, invocazione del taumaturgo. Non potrebbe essere diversamente per un “quotidiano comunista” che ha massimamente in uggia, come il suo ex-fidanzato Bertinotti e l’attuale moroso Vendola, vuoi i “terroristi” iracheni (leggi Sgrena), vuoi quelli taliban (leggi Forti), vuoi le trecentomila bandiere rosse (da ripiegare) dell’11 ottobre, vuoi l’anticoncertazionismo e la lotta di classe del mezzo milione del 17. Insomma, quella poco salottiera roba che sono le masse. Viene usata, in questa eulogia, la parola astratta “cambiamento” più volte dell’ “Ora pro nobis” di una novena. Proprio come il frenetico tic di Veltrinotti quando ci fa piovere addosso l’astrazione “innovazione”. Sappiamo cosa ne viene.

E allora vediamolo questo campionissimo del “cambiamento”, rilevando come nessun assalto di umorismo nero sia capace di penetrare la nebbia di Obama-mania che si è posata sulla coscienza della comunità sedicente illuminata. Cominciamo dal tifoso più recente: un nero che si schiera con un nero, wow! Peccato che quello dell’ex-mercenario della “Operazione Phoenix” di sterminio degli indocinesi, ex-generale ammazza-iracheni ed ex-ministro della difesa, Colin Powell, non sia tanto un contributo al profetico cambiamento, quanto la piaggeria di un miserabile cialtrone: il 5 febbraio del 2003, onde lubrificare la strada della morte del complesso militar-industriale di cui era commesso viaggiatore, esibisce al mondo, dagli scranni dell’ONU, le false prove, le ridicole provette, delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam. Era contro la guerra dell’Iraq, Osama? Votò per gli stanziamenti che la resero possibile e ora vuole mantenere nel paese scassato qualcosa come 80mila fucilatori e bombaroli, nonché una dozzina di megabasi.

Il discorso è diverso per Afghanistan e Pakistan: lì Obama vuole più mercenari, più ascari e più bombe. Quanto a Israele, chi più appassionatamente fedele al nazisionismo di lui? Al punto da essere il primo al mondo a sostenere l’ulteriore crimine della Gerusalemme tutta quanta capitale di Israele. Ecchè, c’è forse una lobby palestinese a Washington? In compenso la star del basket è di un cristallino rigore etico quanto all’economia: scopiazzando il nostrano guitto mannaro, ha votato a favore dell’immunità dei dirigenti della Telecom che hanno spiato mezza America e di tutti i manager bancarottieri e ladroni delle corporation salvate dal baratro autoprodotto. In fatto di sanità, di un sistema sanitario nazionale manco a parlarne. Se ne adonterebbero assai le compagnie di assicurazione che succhiano soldi ai ceti che possono e lasciano tra i germi i 45 milioni che non possono. E finanziano anche generosamente il loro garante nero. Energia? Come potrebbe l’ecologico Barack non sostenere la bufala del “carbone pulito” e delle trivellazioni nel tuo giardino? Nonché della proliferazione delle centrali nucleari, fatte passare sotto i due ossi gettati agli integralisti dell’ambientalismo? E, dunque, quanto ha applaudito, Obama, il segretario al Tesoro Paulson quando ha salvato l’economia statunitense pagando con i soldi di tutti i furti e le idiozie dei grandi banchieri.

Volete le ciliegine sulla torta di melma? Sostegno all’embargo contro Cuba e, coerentemente, alla pena di morte; creazione di una “Forza di Sicurezza Nazionale” che, alimentando la psicosi fascistogenica della paura, recluti ragazzi delle Medie e Superiori a mo’ di ronde padane; scelta di un autentico reazionario e guerrafondaio come Joe Biden a suo vice; ripristino della Leva obbligatoria per altri e nuovi episodi di “guerra infinita”; condivisione della necessità dello “scudo spaziale” per poter ammazzare dallo spazio; perché, e questa è decisiva, avalla a spada tratta l’inganno epocale, chiave di volta della fascistizzazione mondiale nella crisi finale del capitalismo, degli attentati dell’11 settembre 2001 e quindi della “guerra al terrorismo islamico”. Alla pazienza del lettore risparmio altre venti pagine su cosa si nasconde tra le pieghe di questo "volto umano” della cosca capitalista planetaria. Almeno McCain non ci fotte con altrettanta perizia e altrettanti sicofanti.

Natzinger va nel napoletano, ringhia su famiglia, vita, morte, sesso, ma si mangerebbe la lingua come un wuerstel piuttosto che pronunciare la parola “camorra”. Elemento secondario, trascurabile, specie se nell’agenda tu, papa, hai ancora tutti i numeri di Monsignor Marcinkus con il suo seguito di piduisti, mafiosi, banda della Magliana. E già, oggi compartecipano con te il governo di questa penisola. E non solo. Da sottoterra ti ringraziano i brandelli degli africani massacrati dai casalesi, i rom bruciacchiati dei campi messi alle fiamme per far spazio alle speculazioni edilizie camorriste, tutta una regione, un paese, che dalle mafie viene depredato di una ricchezza 3 volte il suo PIL. Ti saluta anche Roberto Saviano. Noi, che ricordiamo l’ancor più celebrato emissario polacco, non ci stupiamo: non aveva, quello, santificato, oltre ai pataccari Teresa di Calcutta e Padre Pio, anche il vescovo croato Stepinac, diretto e indiretto esecutore e benedicente delle stragi del tiranno hitleriano Ante Pavelic?

Chiudiamo col “manifesto” e con il vendolismo diffuso (a proposito, lo sapevate che questa gambetta sinistra della poltrona di Veltroni-D’Alema, da governatore della Puglia ha privatizzato l’acquedotto che abbevera tutto il Sud, e che sostiene i cinque inceneritori che i soliti incendiari industrial-camorristici vogliono incastrare nel territorio? E che, da omosessuale inviso alla, pur affine in peggio, Chiesa, ha intitolato l’aeroporto di Bari a Karol Woityla?). La dipartita dell’ultranovantenne ex-sindacalista Cgil Vittorio Foa è stata pianta e il suo protagonista venerato come “Padre nobile” da un’ecumene che sta a quella cattolica come un campo di calcio a una pista di bocce. Ragazzi, occhio quando tutti cantano nello stesso coro: è inevitabilmente un coro di destra. All’apologia non si è sottratto nessuno, da capi di Stato a capi di cosca. Napolitano, Fini, Schifani, Bertisconi, Sionetti, Polo... Silenzio consapevole da parte dei sindacati di base e di classe, quelli del mezzo milione del 17 ottobre. E pour cause. Io ho avuto a che fare non con lui, ma con la prima moglie, Lisa Foa. Al quotidiano “Lotta Continua”, di cui ero direttore responsabile, si occupava di esteri. Non ricordo persona più arcigna, spocchiosa, gelida. Vabbè che le colpe di un coniuge non cadono sull’altro.

Ma si parla di un bel pezzo, col marito, della lobby ebraica: alla cui competenza internazionale e coscienza politica sfuggiva del tutto l’abolizione del popolo palestinese. Come succede con l’attuale Furio Colombo del PD, che s' inalbera un giorno sì e l’altro pure alla vista del razzismo anti-rom e anti-migranti, acceso in Italia dal questo regime come da quello di prima, a lui caro, l’apartheid sanguinaria di Israele non è altro che legittima difesa. Una difesa che massacra contadini autoctoni e i loro ulivi, impone l’astensione dal cibo e dalla salute a un milione e mezzo di abitanti di Gaza, complotta per spaccare un popolo in due, tra quisling corrotti, con pretoriani addestrati dagli Usa, e cittadini resistenti, che pratica un’illimitata e incessante licenza di uccidere, che tiene e tortura in carcere, contro ogni diritto, 11mila adulti e minorenni, criminali perché patrioti, o semplice intralcio al posto di blocco. Che chiude dietro a un muro di auschwitziana memoria tre milioni di titolari di quella terra.

A me di Foa non risulta, dal Partito d’Azione a quello socialista e al sindacato, un colossale contributo al movimento reale che cambia lo stato di cose presente. Ha lasciato la Cgil al momento della sua momentanea radicalità, 1970, ha civettato con questo o quell’altro gruppo della galassia extraparlamentare. Non risultano incise nelle tavole di bronzo i suoi interventi in parlamento. No risultano rampogne a una Cgil sempre più gialla. Ha la gravissima tara di essere reclamato da Bertinotti come suo “maestro”. Le parole più spesso da lui pronunciate non erano neppure “cambiamento” o “innovazione”, ma “riformismo” e “gradualismo”. Riformismo militante, alternativo all’egemonia comunista. Quanto a Marx, beh, era un “determinista”. Come quell’estremista di Chavez che sentenzia : “O noi la facciamo finita con l’imperialismo, o l’imperialismo la farà finita con questo pianeta”. Determinista di un marxista venezuelano! Facciamoli tutti santi e che riposino in pace.

P.S. C’è una bella notizia. Il capo di una banda di delinquenti, tra i più sperimentati terroristi del mondo, pianificatori ed esecutori di pulizie etniche e genocidi, gente che spia ogni tua parola e ogni tuo sguardo, guardia imperiale di tutti i peggiori arnesi del totalitarismo del mondo, sarebbe stato ucciso in un attentato ad Amman. Lo dicono fonti israeliane. Già solo il fatto che abbia potuto essere il bersaglio di un’operazione armata significa il più grande fallimento mai sofferto dalla banda e, insieme, la più grande vittoria delle sue vittime. Si chiama(va) Meir Dagan. Era il capo del Mossad.

PP.SS. Settimane fa, il prete Moqtada al Sadr, noto per aver offerto ai suoi padrini di Tehran le teste trapanate di qualche decina di migliaia di iracheni, ha convocato da Qom una manifestazione contro l’accordo tra gli Usa e i quisling di Baghdad circa la permanenza degli occupanti. Hanno sfilato in 10mila gridando con sincerità “Yankee go home”. Il tagliagole per conto dell’Iran doveva raccogliere un po’ della collera contro gli Usa che anima ogni singolo cittadino dell’Iraq. Sia per ridarsi un minimo di credibilità, sia per agevolare i propri sponsor persiani nella collisione-collusione con i complici statunitensi.
50mila dicono le agenzie. Un milione, dicono le agenzie, hanno marciato il 19 ottobre a Baghdad contro ascari aguzzini e occupanti carnefici. E qui non c’erano solo le milizie scite strumentalizzate da Moqtada. C’erano tutti: iracheni sunniti, sciti e cristiani, arabi di altri paesi, curdi, assiri, uomini e anche donne e senza velo, quelle bandite quando non decapitate da Moqtada (ci pensi, Sgrena?). Questa, sì, che era una manifestazione seria di resistenza, fianco a fianco – e non in alternativa, come vorrebbero i bravi nonviolenti - dei partigiani che in questi ultimi mesi hanno ripreso un’offensiva tanto efficace, quanto occultata dai pudori dei comandi e dei media, tutti embedded. E così, se dio vuole, vanno le cose anche in Afghanistan, dove un’insurrezione ormai non di soli Taliban, ma di tutto un popolo, viene descritta sul "manifesto" da un’altra dama della guerra al velo, Marina Forti, chiamando la Resistenza in tre piccole colonne dieci volte “ribelli”. Proprio come Bush e il comandante in capo, generale Petraeus.

giovedì 23 ottobre 2008

Crisi finanziaria: un futuro a base di Carl Marx e Corano?

Un paio di articoli sul cataclisma finanziario ancora in corso e sull’arrivo in Europa delle banche islamiche.


Il terremoto capitalistico
di William Bowles – Creative-i.info – 17 Ottobre 2008

Traduzione di Enzo Suella per http://www.comedonchisciotte.org/

“E’ solo perché ci troviamo in questa situazione disastrosa che negli Stati Uniti, dove la proprietà privata è probabilmente più sacrosanta che in qualsiasi altra parte del mondo, si parla di un qualche genere di nazionalizzazione delle banche, ancorché limitato. In alcuni ambienti finanziari questo viene ora definito ‘cambio di regime’, - chiaramente prendendo a prestito l’espressione da un altro contesto. Ma il significato è chiaro: fine del neoliberismo e sviluppo di interventi aggressivi nell’economia da parte del governo. Questo è un chiaro riconoscimento che non ci troviamo di fronte a una crisi di liquidità da risolversi con l’immissione di più danaro nei mercati finanziari, o con l’abbassamento dei tassi d’interesse”. – Intervista a John Bellamy Foster: “Can the Financial Crisis Be Reversed?
Il 4 ottobre ho scritto:

Dove porta tutto ciò? Lo sbocco più probabile, almeno nel breve periodo, sembrerebbe quello di un qualche genere di capitalismo di stato, giacché i capitalisti si sono rivelati ancora più incompetenti di quanto fosse ritenuto possibile. Questo scenario si sta già sviluppando in tutta l’Unione Europea e, ovviamente, negli Stati Uniti, sebbene in misura ridotta. In effetti, si può sostenere che ciò che ha portato all’attuale situazione rende questa ideale per la creazione di uno stato che pone la sicurezza in primo piano, uno stato corporativo, alla Mussolini, con un partenariato diretto tra capitale e stato. E’ un fascismo che non ha bisogno di indossare gli stivali; vanno altrettanto bene gli abiti di Armani (a maggior ragione visto che li paghiamo).

Non so quante volte ho iniziato a scrivere questo saggio sul ‘terremoto capitalistico’ che sta avvenendo in mezzo a noi, addirittura completamente slegato da noi, grazie ad un lavorìo mediatico alquanto abile e, potrei aggiungere, a trent’anni di revanscismo da parte dei nostri padroni politici; il tutto allo scopo di slegarci dal processo politico. Milioni di noi sono colpiti da questa crisi, ma non ricevono nessuna dritta su come andrebbe risolta, soprattutto da parte dei nostri sindacati - be’, ciò che ne rimane – i quali non sono riusciti ad esprimere nessuna alternativa a questa follia. Non abbiamo una voce con la quale esprimerci, per cui veniamo ancora una volta trascinati dentro una crisi che non abbiamo provocato noi, ma che è endemica di questo sistema; una crisi che pagheremo noialtri, a meno che noi non si prenda delle misure per fermarla.
Bill Blum l’ha messa in questo modo:

“Non sappiamo più fare gli oggetti di cui la gente ha bisogno? Le fabbriche hanno preso fuoco? Non troviamo più gli attrezzi da lavoro? Sono spariti i progetti? Non abbiamo più persone che lavorino nelle fabbriche e negli uffici? Tutti i servizi di cui le persone hanno bisogno per vivere una vita felice sono così bene svolti che non c’è quasi più bisogno di essi? In altre parole: che cambiamenti avvengono nel mondo reale da provocare la crisi? Di necessità, nessuno. La crisi è di solito causata da cambiamenti che avvengono nel mondo irreale del capitalismo finanziario” – “Anti-Empire Report”, 1 ottobre 2008.

Per quanto mi riguarda, queste parole mi riportano direttamente alla mia giovinezza, quando le stesse identiche domande venivano poste in occasione di qualche precedente crisi del capitale. Ho iniziato questo saggio non so quante volte non solo perché mi è difficile stabilire quale dovrebbe essere il punto centrale, ma anche perché da tutte le parti mi arrivano analisi da parte di sinistroidi; sto cercando di assimilarle tutte prima di decidere con quale approccio avvicinarmi a questa pratica, francamente impressionante, di vera e propria incompetenza da parte dei Signori dell’Universo. Non è che non si siano accorti che la crisi stava arrivando, anche se loro sostengono il contrario. Le leggi fondamentali della fisica mantengono la loro validità persino nell’universo capitalistico; in altre parole, non si può creare qualcosa dal nulla, per cui dovevano sapere che prima o poi tutta questa costruzione disonesta sarebbe finita a gambe per aria. Che dico? sarebbe esplosa come una bomba! Un’analisi di spicco è quella di F. William Engdahl: egli sostiene che questo terremoto è stato architettato deliberatamente da una manciata di gruppi bancari, in particolare da Citibank e JPMorgan Chase, in quello che si riduce a essere un gioco di potere tra i capitali finanziari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, su chi possiederà il pianeta, o ciò che ne resta.

“Sapendo che a un certo punto critico la piramide, costituita da migliaia di miliardi di dollari in subprime di valore dubbio e in altri titoli ad alto rischio con alla base ipoteche immobiliari, sarebbe crollata, queste banche hanno deciso a quanto pare di diffondere il più globalmente possibile questi titoli cosiddetti “tossici’, allo scopo di attirare in questa trappola al miele le grosse banche globali, soprattutto quelle della UE” – F. William Engdahl: “Behind the Panic: Financial Warfare and the Future of Global Bank Power” .

Classico neo-darwinismo: solo il più adatto (cioè, il meno squattrinato) sopravviverà. Ma comunque, cospirazione o no, alla fine si giunge sempre allo stesso risultato: il caos.Detto questo, ciò dimostra –suvvia! non dite che non è vero – quello che noi di sinistra da sempre andiamo dicendo, e cioè che dobbiamo liberarci di questi parassiti; costoro non fanno nulla di buono per nessuno di noi – tutto ciò che fanno è far soldi e apportare distruzione. Persino all’inizio di questo gioco, chi ci governa era ben conscio di quale era la posta, ovvero che le speculazioni dell’era neoliberista si sarebbero ad un certo punto sfilacciate; erano ben consci che il re era nudo.

“Vogliamo il capitalismo degli imprenditori, non quello degli speculatori” – il presidente Sarkozy all’incontro al vertice UE/G8, il 4 ottobre 2008.

Ma qual è la differenza? Semplicemente che il primo usa soldi rubati dal secondo. Ma provate ad immaginare se noi veramente avessimo il potere organizzativo di offrire un’alternativa. Questo sì che davvero spaventerebbe Sarkozy e gli altri banditi. E come i guru dei mezzi di informazione non si stancano mai di ripeterci, è tutto senno di poi, solo che non lo è: questa crisi covava da anni. Tanto per tagliare il capello il quattro, ecco una perla della BBC, continuamente ripetuta nel corso degli anni, crisi dopo crisi, e di nuovo oggi con i dati di vendita delle automobili, che hanno segnato un tracollo, con il FTSE (1) che ha registrato il più grosso crollo della sua storia; ebbene, la Bibisi ci ha detto che questo era il riflesso di “un indebolimento della sicurezza dei consumatori”, che tradotto significa: al verde, anzi peggio; per la Bibisi, non bisogna spaventare l’opinione pubblica.
Ecco come la mette il bollettino di Channel 4 inviato via e-mail l’11 ottobre:

“Continua il ciclo tetro;forse dovremmo iniziare il programma di stasera riferendo parola per parola ciò che ha detto McCawber. Reddito, consumo, felicità, infelicità ecc. Opportuno, forse, ma un po’ in ritardo. Che è più o meno ciò che si dice degli sforzi provenienti finora da Washington, per imporre un qualche tipo di assennatezza al mondo delle banche che sta crollando in tutto il mondo. Finora molte belle parole già note. Questo pomeriggio altra vuota retorica da parte di George Bush”.

In precedenza, l’8 ottobre, per essere precisi, Jon Snow, l’autore, aveva detto questo nella sua lettera giornaliera:

“Sicuramente mi metterò nei guai: NON PENSO che la cosa diventi molto più grossa di così. Ma del resto, questo l’avrei potuto dire anche ieri. “E’ una cosa molto grossa, quasi al di là di qualsiasi descrizione finanziaria”.

Ma, caro Snow, non ci serve una descrizione, sappiamo cosa diavolo sta succedendo; ciò che ci serve è una soluzione e una descrizione che vada in qualche modo oltre i suoi commenti superficiali e le interviste completamente insensate degli ‘esperti’. Ed ecco, mentre scrivo, giunge una notizia, che suona ancora più disperata, sempre da Channel 4 – stavolta di Alex Thompson:

“Mentre il capitalismo internazionale continua a divorare se stesso, un po’ di conforto può venirci dalla speranza – sicuramente più di una speranza – che almeno gli ulteriori controlli ad opera dei governi sulle banche significheranno la perdita del posto di lavoro – oltre che dei bonus - di altri pagliacci superpagati (dalle suddette banche) che ci hanno messo in questo guaio”.

Bonus? Chi cazzo se ne frega dei bonus! Quello che vogliamo sono le banche! Del resto, non siamo ‘noi’ ora i proprietari? Ciò che sorprende è il modo in cui i mezzi di informazione continuano per la stessa strada, incuranti della realtà della situazione; ma io ho notato che molti ‘esperti’ stanno rispolverando dalle soffitte le copie (in gran parte non lette) di Das Kapital. Sembra che il vecchio avesse ragione, dopotutto, non che io avessi mai dubitato di lui – del resto, quante altre volte siamo stati in questa situazione, forse però non per un disastro così estremo come questo auto-creato.
Dal 1 ottobre 2008

Voglio dire, quanto ti puoi avvicinare alla verità? Nella metà del XIX secolo, tra un salto al bar dell’angolo e una visita alla biblioteca del British Museum, Marx scrisse una cosa sorprendentemente profetica (su un argomento sul quale non speculava molto spesso); riguardava quel che pensava fosse necessario perché avvenisse una rivoluzione veramente globale. La principale tra le profezie di cui ci ha fatto dono penso sia la sua osservazione che, prima che potesse aver luogo una rivoluzione socialista globale, il capitalismo avrebbe dovuto impossessarsi di tutti i paesi importanti, prima che potessero sussistere le condizioni perché la suddetta rivoluzione potesse avere una possibilità di successo. Detto in altri termini, questo significava, almeno nella sua epoca, industrializzare, ma soprattutto incorporare le loro economie in un abbraccio mortale. Sembra che stiamo entrando in quella fase. Dopotutto, se tutti i mercati pronti ad accogliere capitali sono stati sottoscritti fino alla saturazione, per dirla gentilmente, dove altro resta da andare, se non verso la distruzione? I teorici del capitalismo, per quello che valgono, una volta tanto l’hanno azzeccata, quando hanno definito tutto ciò ‘distruzione creativa’: l’imperativo insito che porta a rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione e a espandersi in nuovi mercati, anche se questo significa che per prima cosa bisogna distruggere tutto il resto. Svariati secoli di esperienza a cui attingere dimostrano abbastanza chiaramente che il capitalismo è spietato e crudele, nel momento in cui, come un virus, cerca di duplicarsi nella sua diffusione in tutto il mondo.

Sembra che ormai siano tutti d’accordo sul fatto che stavolta i pirati abbiano davvero incasinato le cose, per quegli ex ‘signori dell’universo’, cioè l’elite che ci governa, e a un livello tale che, in Europa almeno, persino la stampa capitalista si è del tutto rotta le palle dei neo-con – non che si lamentassero quando le cose andavano bene. Accidenti! quando ti serve un’ alternativa affidabile, mai che riesca a trovarla! Ora Der Spiegel, di proprietà di uno dei signori dell’universo, la Springer Press, ha detto questo, l’altro giorno:

“Dopo otto anni di presidenza George W. Bush è invecchiato, è diventato incostante e speranzoso. Resta ben poco della sua combattività e del suo entusiasmo per la forma fisica. Qui a New York, in un soleggiato martedì mattina, persino i suoi capelli sembrano spettinati e incolti; il suo abito blu è un po’ troppo largo di spalle, mentre sale sul palco, per l’ottava volta, per fare il suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU”. – Der Spiegel, 30 settembre 2008.

La cosa folle di questa crisi è che il mondo è inondato di lurido lucro, a tonnellate, capitale in eccesso che straripa dappertutto, tutto in ghingheri, ma senza un posto dove andare. Tutto questo casino è autocreato, figuriamoci gli hedge fund e gli speculatori, questi sono parte intrinseca degli ultimi trent’anni di capitalismo neoliberista.
La terza guerra mondiale?
Fa paura il fatto che, se il capitalismo rimane fedele alla sua forma, allora possiamo aspettarci a breve una guerra veramente grossa. E’, dopotutto, l’unico modo in cui tutto il capitale in eccesso può venire letteralmente bruciato. Fu una causa importante dello scoppio della prima e della seconda guerra mondiale e, a meno che non ci liberiamo di questi bastardi, sarà la causa della terza, o quarta, o quinta guerra mondiale – ho perso il conto delle guerre importanti che hanno fatto scoppiare con un pretesto o l’altro. Le ex potenze imperiali che hanno dato inizio alle precedenti guerre non sono più giocatori importanti, per cui possiamo escluderli (tutti insieme non sono neppure in grado di ‘pacificare’ una tribù scalcagnata). Rimangono la Cina e la Russia, gli unici paesi che hanno i mezzi per lanciarsi in questo sporco gioco, ma è poco probabile, a meno che non vengano invasi, che parteciperanno al ‘grande gioco’, per cui possiamo escludere anche loro.
Ora, sappiamo che gli Stati Uniti adorano iniziare le guerre, e non ci vuole molto, a livello di pretesti. Hanno però bisogno di un ‘nemico’ di un certo livello, e l’Iran non sembra, in questo momento, corrispondere a questo modello, ma, penso, è comunque un punto di partenza. Forse, allora, molti ‘piccoli’ nemici? Improbabile, visto il livello disastroso, anche se sempre mortalmente pericoloso, a cui sono scesi gli Stati Uniti come potenza militare. Ingrassate, anzi, dilatate all’estremo, le forze armate degli Stati Uniti non sono più quelle di una volta, se si ha bisogno di combattere una guerra veramente grossa; solo con la leva obbligatoria ce la si potrebbe fare.
Inoltre, e penso che questo sia persino più importante, i giorni in cui si poteva instillare un fervore patriottico per una vera guerra sembrano appartenere ormai al passato. Va bene affrontare un paese come l’Iraq, bombardato fino a riportarlo all’età della pietra, prima di occuparlo, e anche allora con solo alcune migliaia di soldati americani morti nell’arco di cinque anni – non è una guerra veramente grossa (paragonatela al Vietnam, con i suoi 58.159 soldati statunitensi morti, oltre i 3 o 4 milioni di vietnamiti e da uno e mezzo a due milioni di laotiani e cambogiani – ma del resto questi non contano), una guerra di quelle che bruciano capitali in enormi quantità e fanno fuori la concorrenza.

“I titoli delle banche britanniche sono crollati. Quelli della Royal Bank of Scotland hanno perso oggi un impressionante 39 % del loro valore, mentre le azioni della Halifax Bank of Scotland hanno perso il 42%”.

Il punto cruciale è che dovranno fare qualcosa e farlo presto. Ma la follia del capitalismo globale deve essere sicuramente chiara a tutti, eccetto, ovviamente, ai grandi mezzi di informazione. Da un lato, abbiamo esperti che parlano di una soluzione globale riguardo alla regolamentazione dei flussi di capitale attraverso i confini degli stati; dall’altro, ogni nazione va per conto proprio! Ma è ragionevole pensare che se tutte le nazioni sono in concorrenza tra di loro per accaparrarsi i mercati, l’inferno diventerà un posto freddo prima che prendano in considerazione l’ipotesi assennata di creare un ordine economico globale che porti vantaggi alle persone normali.
Il punto cruciale è che senza nessuna influenza politica siamo in balia di questi banditi adoratori di mammona.
Note del traduttore: (1) FTSE è l'abbreviazione di 'Financial Times Stock Exchange', un indice azionario gestito dal FTSE Group, una società ora indipendente che originariamente era nata come joint venture tra il Financial Times e il London Stock Exchange (da Wikipedia).


Europa, arrivano i petrodollari
di Luca Maio – Altrenotizie – 23 Ottobre 2008

Entro la fine del 2008 o al massimo nei primi mesi del 2009, aprirà in Italia la prima banca islamica, un istituto creditizio che basa la sua regolamentazione rispettando le regole della Sharia, ovvero l’insieme delle leggi che derivano dal Corano. Già nel 2007 è stata rafforzata la collaborazione economica, politica e sociale tra i paesi arabi e l’Italia e sono stati sostenuti i rapporti finanziari attraverso un centro di cooperazione e di dialogo gestito dalle due associazioni bancarie, ossia dall’Unione delle Banche Arabe (Uab), presieduta dall’Adnan Yousif e dall’ Associazione Bancaria Italiana, capeggiata da Corrado Fissola. La notizia era stata annunciata nell’ambito della seconda giornata del Forum Internazionalizzazione, svoltosi a Roma nel settembre dello scorso anno, durante la presentazione del memorandum siglato da entrambe le associazioni.
Grazie a tale intesa la ricerca negli studi economici e finanziari universitari italiani hanno aumentato l’interesse intorno a tema, creando un Master sulla finanza islamica all'Università “La Sapienza" di Roma che è già iniziato ad ottobre di questo anno. In Europa, l’espansione delle banche islamiche è in continua crescita, in modo particolare in Francia, in Germania e in Olanda, ma è in Gran Bretagna che si sta realizzando il centro più importante della finanza islamica del vecchio continente.
A Londra sono infatti già presenti due dei più rilevanti istituti creditizi che seguono le regole dei finanziamenti islamici e le regole della “Sharia”, poiché ad alimentare la domanda di prodotti finanziari islamici vi è una combinazione di investimenti nazionali - da parte di cittadini islamici residenti nel Regno Unito - e d’investimenti internazionali, provenienti dagli stati produttori di petrolio del “Gulf Cooperation Council”.
I principi della legge divina islamica, in quest’ ambito, prevedono delle modalità diverse dalla visione economica occidentale poiché nel Corano, ovvero il libro sacro dei musulmani, vi è la ferma condanna del prestito ad interesse che viene espressa in evidente contrapposizione della Zakat ossia dell’elemosina (cioè uno dei cinque pilastri dell’Islam). Attraverso i precetti islamici si sono “concretizzati” delle forme di finanziamento, definiti “bond islamici” o “sukuk” (suk in arabo significa mercato ndr) ovvero strumenti di raccolta di capitali che hanno caratteristiche simili a quelle di un’obbligazione convenzionale, con la differenza che, per rispondere alla legge coranica, si basano solo su attivita' patrimoniali.
Rispetto ai normali bond occidentali, tali obbligazioni non pagano i tassi d’interesse sul denaro - considerati usura, quindi peccaminosi - ma sulla base dei profitti originati da quel denaro una volta investito in una “reale” attività economica. In sostanza, il denaro può essere solo investito in settori compiacenti alla legge divina e sarà il profitto o l’utile di questi che porterà benessere nei conti correnti del credente islamico. Un'altra differenza, rispetto ai bond classici occidentali è che i musulmani non possono investire in settori contrastanti la legge divina islamica, come l’allevamento dei suini, dei casinò e dei giochi d’azzardo speculativi, delle armi, dell'industria dei vini e dei liquori, del tabacco e del porno-business.
L'Inghilterra sarà il primo paese occidentale a emettere buoni del tesoro compatibili con la legge coranica. La vendita di “sukuk” con il marchio della monarchia britannica è stata annunciata, questa estate, dal ministro del Tesoro Kitty Usher. L'obiettivo dell'esecutivo inglese è di attrarre i capitali dai paesi arabi, cresciuti a dismisura con l'aumento del prezzo del petrolio. Nel 2004 la loro emissione ha raggiunto la quota dei 7,2 miliardi di dollari, mentre nel 2006 il loro valore ha raggiunto la quota dei 27 miliardi di dollari.
Lo scorso anno sono state emessi “sukuk” con quote superiori ai trenta miliardi di dollari e, secondo stime recenti, nei prossimi tre anni governi e società dovrebbero emettere tali obbligazioni per più di trenta miliardi di dollari l’anno, portando le dimensioni di questo segmento del mercato a più di 150 miliardi di dollari. La crescita vertiginosa della finanza islamica è dovuta alla grande disponibilità di denaro liquido nei paesi produttori di petrolio e all'“allargamento” della base economica nel mondo musulmano. Tutto ciò potrà apportare un nuovo passo in avanti verso l’integrazione culturale in Europa e, in special modo in Italia?

mercoledì 22 ottobre 2008

La piccola chimica

Qui di seguito si capiscono tante cose sul perche’ il governo italiano non vuole accettare il pacchetto UE sul clima.
E con quel curriculum vitae che si ritrova, la Prestigiacomo si sta proprio dimostrando la persona giusta al posto giusto...

L’Italia che inquina e nasconde la mano
di Alessandro Iacuelli – Altrenotizie – 22 Ottobre 2008

Nel 2004, il professor Tullio Regge, del Politecnico di Torino, ebbe l'onestà intellettuale di scrivere tra le righe di un editoriale della rivista Le Scienze un quesito tanto interessante quanto attuale: chi è peggio tra gli Stati Uniti - che hanno rifiutato di ratificare il Protocollo di Kyoto - e l'Italia, che l'ha ratificato consapevole di non essere in grado di rispettarlo? Già, perché il nodo venuto al pettine in questi giorni di polemica con l'Unione Europea si riduce proprio a questo. Così, il resto dell'Unione vara un pacchetto climatico per la riduzione delle emissioni inquinanti, questo viene contestato dall'Italia; non per un'eventuale difetto nella difesa del clima, ma per i costi eccessivi richiesti alle industrie. Costi che naturalmente le industrie non intendono affrontare.

E' un’Europa a due velocità, quella che si spezza sempre di più a Bruxelles, come a Strasburgo, come a Lussemburgo. Si è spezzata in passato sulle politiche verso l'estero, sulle invasioni militari nei Balcani, sulle missioni in Medio Oriente, ed ora anche sulle politiche ambientali. Un'Europa che vede da un lato alcuni Paesi che dal punto di vista della tutela del clima e dell'ambiente sono realmente, e non solo a parole, all'avanguardia; dall'altro ci sono Paesi, spesso entrati dopo nell'Unione, soprattutto provenienti dall'ex Patto di Varsavia, che scontano ancora oggi una forte arretratezza nella riduzione di emissioni di CO2, di metano, di diossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo. Sono quei Paesi che, come affermato da Berlusconi, affiancano l'Italia nel contrastare il piano europeo di riduzione.
A chiedere invece l’immediata applicazione della norma, i fondatori della Ue, Francia in testa, il cui presidente Sarkozy definisce “irresponsabile” l’atteggiamento italiano e annuncia che, comunque, il piano sarà votato a maggioranza.

A dire il vero, nei giorni scorsi Berlusconi è stato molto attento a dire che con l'Italia ci sono nove Paesi, ma anche a non dire che questi nove del “fronte del no” sono Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovacchia. In pratica, non sono precisamente i Paesi fondatori o i Paesi guida dell'Unione Europea, o quelli all‘avanguardia in campo ambientale. Sono invece i Paesi che hanno un buon motivo per dire no: sono arretrati nell'adeguamento tecnologico rispetto ai Paesi dell'Europa occidentale, sono quelli che non hanno ancora standardizzato le procedure ambientali, sono quelli che hanno bisogno di più tempo.

Pertanto, il caso italiano è ben diverso da quei nove, ed anche le richieste hanno motivazioni diverse, non solo perché è certo che quei nove Paesi hanno meno soldi degli altri.

Almeno, rispetto a certi casi eclatanti del passato, stavolta l'esecutivo italiano sta giocando a carte scoperte. Stavolta niente demagogia vuota di significato, ma il vero motivo per il quale si dice no e, attraverso il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo, si minaccia addirittura il veto: facciamo l'interesse delle nostre imprese, e non vogliamo che debbano aprire i cordoni delle borse, questo è il motivo, peraltro reale, addotto dal governo.

E' qui che entra in gioco il quesito posto da Regge sulla più diffusa rivista scientifica italiana: la riduzione delle emissioni. Perché ridurre le emissioni costa, e molto. Il trattato prevede l'obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 nel periodo 2008-2012. La riduzione prevede il ricorso a meccanismi di mercato, i cosiddetti “Meccanismi Flessibili”, che hanno come obiettivo quello di ridurre le emissioni al costo minimo possibile.

In pratica, si prefiggono di massimizzare le riduzioni ottenibili a parità d’investimento. Con questi meccanismi, vari Paesi del mondo, a dire il vero non molti, hanno iniziato realmente a ridurre le emissioni. Molti altri, la maggioranza, sono riusciti invece a sviluppare ulteriori attività industriali mantenendo costante il livello di emissioni, senza alcun incremento. L'Italia invece appartiene ad un'altra categoria: quella, ristretta, dei Paesi che in questi anni, nonostante la firma e la ratifica del Protocollo di Kyoto, hanno incrementato la quantita di emissioni inquinanti. In pratica, mentre si aderisce ad un trattato per ridurre l'inquinamento in atmosfera, ogni anno inquiniamo sempre di più.

In una logica sana, e non malata, sarebbe normale che chi inquina di più paghi di più per risanare le proprie malefatte ambientali: ma l'Italia, così come un bambino pescato in flagrante a fare una marachella, piuttosto che arrossire e chiedere scusa, promettendo di riparare, non solo nasconde la manina, ma preferisce difendere il proprio operato e dire un vigoroso no all'Unione Europea. Avremmo il dovere di pagare di più, dovendo recuperare di più degli altri, visto che abbiamo incrementato le nostre emissioni. Ma non c’è un governo che agisce con una logica caratterizzata dalla buona fede.

D'altronde, ci sono di mezzo i soldi per la riduzione delle emissioni, quindi i soldi delle industrie più inquinanti, industrie che per il governo vanno difese a spada tratta. Si tratta di lobby ricche e potenti, quelle delle industrie chimiche, petrolifere, farmaceutiche, estrattive e della lavorazione dei metalli. Quelle che inquinano, che dovrebbero pagare e ridurre le loro emissioni; ma per loro fortuna, o grazie al loro lavoro di lobby, hanno a disposizione un potere politico, un governo, che sembra essere piuttosto il loro sindacato internazionale.

D'altronde, di più non si può pretendere, visto che l'attuale ministro dell'Ambiente della Repubblica italiana non può certo difendere l'ambiente a scapito degli industriali; infatti è titolare del 21,5% della Fincoe di Casalecchio di Reno (BO), a cui si aggiungono la quota di proprietà del resto della famiglia, quella della sorella, e quella che detiene suo padre, vicepresidente di Confindustria a Siracusa. La famiglia Prestigiacomo, messa assieme, detiene la maggioranza assoluta dell’azienda, holding proprietaria al 99% della tristemente celebre Coemi Spa di Priolo. A sua volta, la Coemi controlla il 60% della “Vetroresina Engineering Development” di Priolo (SR).Poi c'é la Sarplast, anch'essa dell’attuale ministro dell’ambiente. Fallì nel 1997 a causa di una serie di incidenti e malattie dei dipendenti e, nel 2000, finì sotto inchiesta da parte della Procura di Siracusa con un fascicolo che parla di lesioni colpose. Operai hanno avuto figli con malformazioni congenite, altri operai non fumatori con polvere nei polmoni, un dipendente morto cadendo da un traliccio e pochi mesi prima un altro rimasto gravemente ferito.

Un curriculum di tutto rispetto, per un ministro dell'Ambiente che è prima di tutto un industriale nel settore chimico e petrolifero, tra i più inquinanti in assoluto. Ma si sa, in Italia il conflitto d’interesse è ormai una cosa priva di senso, altrimenti non avremmo anche un ministro del Lavoro, con delega alla Salute, marito della donna che dal 2005 è direttore generale di Farmindustria, l'associazione che promuove gli interessi delle industrie farmaceutiche.

Così, il governo italiano ha deciso di schierarsi con se stesso, a scapito dei cittadini ed a favore di chi inquina, per un mero calcolo economico, e con una miopia non solo ambientale ma soprattutto politica che resterà nella storia, e non solo dell'Italia.

Mentre il resto d'Europa cerca di correre ai ripari e di ripulire l'aria da tutti respirata, qui nella penisola c'è ancora un governo ed un sistema d'impresa che ha sporcato e che continuerà a sporcare, urlando istericamente di avere il diritto di farlo.

Il governo iracheno costretto a chiedere modifiche al SOFA

Sabato scorso Moqtada al-Sadr ha portato in piazza a Baghdad 50mila persone per protestare contro il Patto di Sicurezza - il SOFA, Status of Forces Agreement - e per chiedere invece un ritiro immediato delle truppe USA dal territorio iracheno.
E ieri il governo iracheno ha deciso di chiedere agli Stati Uniti una serie di modifiche al SOFA. Il portavoce del governo ha dichiarato infatti che dei cambiamenti sono necessari perchè il patto venga accettato dal Paese.

Quindi gli sforzi del premier fantoccio Nouri al-Maliki diretti a una veloce approvazione dell'accordo sembrano essere stati vani. Finora solo i due partiti della rappresentanza curda hanno comunicato che approveranno il piano senza alcuna riserva.

Nelle settimane passate il governo di Baghdad e quello di Washington avevano invece fatto sapere che il Patto non è modificabile nè emendabile e che il parlamento iracheno lo doveva approvare o rigettare.
Ma l'Alleanza Iraq Unito aveva espresso perplessità su almeno sette punti. I maggiori contrasti si concentrano naturalmente sull’immunità garantita ai soldati Usa e ai contractors che potrebbero essere processati dalle autorità giudiziarie irachene solo per reati commessi fuori dalle basi militari e solo se fuori servizio.Ma anche in questi casi, solo dopo l'ok di una commissione mista composta da iracheni e statunitensi.

Altra cruciale questione poi e’ quella relativa alle date del ritiro Usa dall'Iraq. Il mandato Onu scade a fine anno e l'accordo prevede che le truppe americane lascino Baghdad e le altre città dal giugno 2009, per poi uscire definitivamente dall'Iraq nel 2011. A meno che il governo iracheno non chieda a Washington di rimanere...

Comunque da ieri ufficialmente il governo iracheno contesta la possibilità per le truppe Usa di restare per altri tre anni "se richiesti" e le limitazioni sulla giurisdizione dei soldati statunitensi e dei contractors che si sono macchiati di crimini contro la popolazione.
Questa decisione, secondo il portavoce del governo, non è stata facile da prendere ed e’ arrivata dopo 5 ore di estenuanti colloqui. Non e' difficile immaginare il perche'...

Il SOFA, che avrebbe dovuto gia’ essere siglato nel luglio scorso secondo i piani dell’Amministrazione Bush, deve essere firmato al massimo entro la fine dell'anno, quando scade il mandato delle Nazioni Unite.
In caso contrario gli USA non avrebbero piu’ la "scusa legale" per mantenere le proprie truppe sul suolo iracheno. Anche se in realta' non l'hanno mai avuta...


Uno scomodo Sofa
di Nicola Sessa – Peacereporter – 22 Ottobre 2008

Il ticchettio del cronometro, quando il tempo sta per scadere, aumenta sempre più di intensità e a Washington si sente fortissimo. A 70 giorni dalla scadenza del mandato Onu che permette alle truppe straniere di operare sul suolo iracheno, il Sofa, il cosiddetto 'Patto sulla Sicurezza' preparato dalle cancellerie di Washington e Baghdad, è in pieno stallo. Su spinta delle parti politiche, il governo di al-Maliki ha chiesto di rinegoziare l'accordo. Secca la risposta del Segretario alla Difesa Usa Robert Gates: "Il Patto non si tocca. Se l'intesa non verrà raggiunta, bisogna aspettarsi delle gravissime conseguenze".

"Prendere o lasciare". Quello che per Stati Uniti e Iraq doveva essere un accordo chiuso, un pacchetto che il Parlamento iracheno doveva “prendere o lasciare” è al centro di un denso dibattito tra le diverse fazioni politiche che siedono nell'emiciclo legislativo. Le speranze che il Sofa (Status of Forces Agreement) venga ratificato dal parlamento diventano ogni ora più liquide: i negoziatori Usa pressavano affinché l'accordo fosse concluso e approvato dal Parlamento entro fine luglio, per evitare che si arrivasse alle elezioni provinciali – previste per il primo ottobre scorso e poi rimandate al nuovo anno - che avrebbero potuto modificare la componente politica del Paese mediorientale. Ma la resistenza mostrata dalla classe politica deve aver stupito Washington e lo stesso premier Nouri al-Maliki che con una nota di imbarazzo ha dovuto comunicare all'ambasciatore statunitense Ryan Crocker, lunedì, l'ennesima fumata nera.

La sostanza dell'accordo. Dal seno del Consiglio Politico per la Sicurezza Nazionale sono venute fuori tutte le perplessità derivanti da un accordo che di bilaterale sembra avere ben poco se non che una parte abbia dettato e l'altra scritto. Il Sofa concede un'estensione del termine di permanenza alle forze straniere in Iraq di tre anni, cosa che permetterebbe alle truppe americane di rimanere di stanza fino al 2011. L'accordo prevede una prima fase, che vedrà da giugno il ritiro dei soldati da Baghdad e dalle altre città rimanendo all'interno delle proprie basi per fornire supporto tecnico e formativo all'esercito iracheno e una seconda fase nel corso della quale le truppe rientreranno progressivamente in patria fino al 2011.

I punti spinosi. E' stata la fazione sciita a invitare il governo a riaprire formalmente le trattative per modificare ed emendare il 'Sofa'. Due su tutti sono i punti dell'accordo che i membri del Consiglio Supremo Isalmico dell'Iraq (Siic) vorrebbero cancellare: 1. La questione della responsabilità di soldati e contractors che la società irachena vedrebbe sottratta alla propria sovranità. 2. La possibilità per l'esercito Usa di rimanere anche oltre il 2011 “qualora il governo iracheno ne facesse richiesta”.
L'immunità per i crimini commessi dagli statunitensi è una nota molto spinosa: secondo l'accordo questi, che attualmente sono sottoposti alla sola legge marziale americana, potrebbero essere processati da un tribunale iracheno solo per i reati commessi fuori servizio e fuori dalle basi militari. E anche in questi casi, sarebbero processabili solo dopo il vaglio di una commissione mista composta da iracheni e statunitensi.
Sul secondo punto, in molti sono dell'idea che la possibilità per il governo iracheno di richiedere la permanenza delle truppe americane anche dopo il 2011, sia più un suggerimento poco velato che non un'opzione di Baghdad.

Se i due partiti della rappresentanza curda hanno comunicato che approveranno il piano senza alcuna riserva, il leader sciita radicale Moqtada al-Sadr, è invece deciso nel non volere neanche prendere in esame il 'Sofa': sabato scorso ha portato in strada a Baghdad 50mila persone per dire un secco no al Patto di Sicurezza chiedendo un ritiro immediato delle truppe Usa dal territorio iracheno.
Nouri al-Maliki dovrà aumentare i suoi sforzi per riordinare e rendere confortevole il 'Sofa' dell'ospite americano.

martedì 21 ottobre 2008

Un'Italia nordcoreana

Qui di seguito alcune notizie che non sono passate sui tg nazionali, a ennesima riprova che ormai il livello dell’informazione in Italia e’ diventato uguale a quello della Corea del Nord, come denunciato qualche giorno fa dal Financial Times.

E non e’ una novita’, e’ un fatto assodato da anni.


Informazione nordcoreana
di Marco Travaglio - Passaparola – 20 Ottobre 2008

"Buongiorno a tutti. Molti sul blog di Beppe e sul mio, voglioscendere.it, mi hanno chiesto di parlare della mia condanna per diffamazione nei confronti di Cesare Previti, in primo grado. Non intendo farlo perché non intendo usare questo spazio per ragioni mie. Penso che per difendersi dai processi bisogna andare nei processi e se una sentenza non la si condivide la si deve appellare. La sentenza non c'è nemmeno ancora, non è stata depositata, lo sarà fra sessanta giorni. Ci sarà modo di leggerla e di capire che cosa abbia trovato di diffamatorio questa giudice in un mio articolo disponibile sul mio blog perché chi vuole si faccia un'idea.

Volevo invece partire da questo caso, o non caso a seconda, perché una persona che frequenta il blog voglioscendere.it mi ha mandato una mail riportandomi il messaggio che ha spedito al direttore del TG1, Gianni Riotta, in cui esprimeva stupore per il fatto che il TG1, che non da manco le notizie delle condanne a ministri, agli imprenditori, ai parlamentari, avesse trovato il tempo per dare la notizia della condanna a me che sono un privato giornalista. Oltretutto non solo era una condanna per diffamazione, non per aver rubato, ma era anche una condanna in primo grado e il TG1 ovviamente non l'ha detto per cui, per esempio, alcuni miei parenti si sono spaventati pensando che dovessi immediatamente andare in carcere per otto mesi. Dice questo ragazzo, Andrea, a Riotta: "Almeno Travaglio il coraggio di parlare e scrivere di Previti & c. ce l'ha e non è servo di nessuno. Inoltre, piccolo particolare, la condanna è in primo grado anche se questo il TG1 l'ha dimenticato. Il TG1, telegiornale del servizio pubblico, e non partitico, ha dimostrato una volta di più il suo vero volto al servizio dei soliti noti. Loro non molleranno mai, noi neppure. Distinti Saluti, Andrea D'Ambra." Questa è la risposta che gli da Riotta: "Caro D'Ambra, abbiamo dato una notizia come sempre facciamo. Capisco che per lei è una brutta notizia ma, se le stesse a cuore il mio pensiero, sappia che io sono contrario a qualsiasi condanna per diffamazione, sempre. Preferiva non dessimo la notizia? Si chiama censura ed è qualcosa che in Italia è frequente. GR." E' talmente frequente che lui se ne intende parecchio, di censura, visto che censura tonnellate di notizie ogni giorno.

Ecco, naturalmente il fatto di essere contrario alle condanne per diffamazione sempre è una pura follia: i giornalisti che diffamano devono essere condannati per diffamazione! Poi uno deve decidere se sia più saggia la pena pecuniaria, detentiva, l'obbligo di rettificare. Ma non è che noi possiamo vivere con la licenza di uccidere senza che veniamo minimamente sanzionati, altrimenti ci sarebbero diffamatori professionali che continuerebbero senza più nemmeno la paura di essere puniti. Per carità, lungi da me chiedere l'abolizione del reato di diffamazione: semmai bisognerebbe tipizzarlo meglio e stabilire che quando uno racconta un fatto vero non si scappa. Le parole che ha usato, il contesto in cui l'ha raccontato non contano, conta solo il fatto vero. E quando esprime una propria opinione, anche per dire che il presidente degli Stati Uniti è un cretino, può dirlo, se lo motiva.

Infatti, negli Stati Uniti, si può dire che il presidente è un cretino. Il regista Michael Moore ha pubblicato un libro, che in Italia è edito dalla Mondadori, che si intitola "Stupid white man" e si riferisce all'attuale presidente degli Stati Uniti Bush, al quale viene dato del coglione. E non è successo niente. Con queste precisazioni, se uno pubblica un fatto falso e si rifiuta di rettificarlo sul giornale, allora certo che deve essere sanzionato per diffamazione. Ma il ragazzo gli risponde ancora: "Caro Riotta, per me la brutta notizia è che sono costretto a vederla quotidianamente, con i dieci minuti e passa di sfilati di politici a cui non viene fatta nessuna domanda ma a cui si lascia lo schermo e il microfono. Nessuna critica, nessuna informazione data ai telespettatori. A che serve il giornalista? A che serve chiamarlo telegiornale? Basterebbe "spazio autogestito" - dai partiti ovviamente. Nonostante la mia giovane età, fortunatamente ho avuto l'occasione di visitare qualche Paese estero e devo dire che in nessuno ho visto un telegiornale pubblico che faccia ciò che purtroppo accade nel nostro, perché è di tutti e non dei partiti. Sinceramente non riesco a ricordare di aver mai visto una notizia al TG1 come quella della condanna di Travaglio, quando questa riguarda ministri, parlamentari, banchieri o imprenditori. Ne ricordo informazioni sulle prescrizioni di Berlusconi e Andreotti che anzi voi avete sempre scambiato per assoluzioni. La censura lei deve conoscerla bene, se mi dice che in Italia è frequente. Perché bisogna passare da un opposto all'altro, censurare o fare cattiva informazione? Era così dura specificare che si trattava di una sentenza di primo grado? Ci avete bombardato di notizie e interviste sull'inquisito presidente della regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, lo avete dipinto come un martire - probabilmente lo sarà. Del Turco è la dimostrazione che quando riguarda altri il TG1 da la parola all'imputato, invece con Travaglio, guarda caso, così non è stato. Ha ragione Travaglio a dire che ora, se foste coerenti, dovreste fornire tutti i nomi dei giornalisti del TG1 condannati negli ultimi anni in primo, secondo ed eventualmente terzo grado. Ci sarà da divertirsi." Io penso che sia giusto chiedere ciò al TG1, non perché ha dato la notizia della mia condanna ma perché ha dato notizia solo della mia! Io spesso sono costretto a spiegare che tutti i giornalisti che fanno cronaca giudiziaria vengono querelati, ormai, dalle persone appena le nominano! Previti è uno che querela anche quando viene semplicemente nominato: in quell'articolo per il quale sono stato condannato era mezza riga! Querela quando lo nomini, quindi i giornalisti che fanno la giudiziaria hanno, di solito, centinaia di cause fra penali e civili per diffamazione. Se uno fa la pesca a strascico è chiaro che alla fine qualche giudice che, magari sbagliando, gli da ragione lo trova.

Allora o si danno tutte le notizie o non se ne da nessuna, non mi ricordo che il TG1 abbia dato notizia delle condanne di altri. Non ricordo nemmeno che abbia raccontato che Bruno Vespa abbia perso la causa in primo grado con Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, per avere inventato un complotto nella campagna elettorale del 2001 e aver raccontato che c'erano state riunioni fra politici e l'ex presidente della Rai per fare in modo che Satyricon invitando me e Santoro parlando di Dell'Utri e della mafia facessero uno sgarbo al Cav. Berlusconi. Era tutto inventato, i testimoni citati hanno smentito, era una bufala di Vespa, una delle tante. Vespa ha perso la causa, è soccombente in primo grado in quella causa: non ricordo che il TG1 ne abbia dato notizia. Eppure Bruno Vespa credo sia molto più famoso di me che faccio cinque minuti a settimana ad Annozero mentre Vespa due ore al giorno. Chiusa parentesi per dire cos'è il giornalismo.

Se andate sul canale di Raisat Extra, o su Dagospia, trovate la trascrizione dell'intervista che David Letterman ha fatto a John McCain. Voi sapete che due settimane fa McCain ha disertato, con una scusa poi rivelatasi falsa, l'intervista al Letterman Show e David Letterman l'aveva sputtanato pubblicamente dandogli del bugiardo. Da noi cosa sarebbe successo? Da noi un McCain italiano avrebbe querelato e fatto causa civile chiedendo milioni di dollari al giornalista cattivo. In America, dove hanno tanti difetti ma la democrazia funziona, McCain si è presentato da Letterman. E' un gesto che indica di per se stesso il fatto che McCain ha capito di avere sbagliato e per recuperare consensi davanti al pubblico trasversale che vede Letterman ha dovuto andarci e sottoporsi a domande del tipo: "Che rapporti aveva col suo finanziatore Liddy, uno che era finito in galera?" Seconda domanda: "La Palin potrebbe essere Presidente? - il vice presidente prende il posto del presidente quando questo sta poco bene - Governa uno Stato con 24.000 impiegati". E avanti di questo passo, tra prese per il culo e domande serie addirittura sui finanziatori che sono finiti in galera. Pensate a un David Letterman Show in una campagna elettorale italiana.

Sarebbe un po' come avere Grillo che fa Porta a Porta. Sarebbe un po' come un Annozero in cui Santoro può intervistare i leader perché magari ci vanno, invece ad Annozero, come avete visto, almeno fin'ora i leader non si avvicinano, avendo la possibilità di avere Vespa che le domande non gliele fa. Oppure che gli prepara dei compitini, delle pietanzine o dei vestitini "cuciti addosso" come disse in una famosa intercettazione*. Ecco, forse anche Riotta che se la tira da "Ammerigano" del Kansas City, come direbbe Alberto Sordi, potrebbe dare un'occhiata. Letterman, oltretutto, è un intrattenitore non un giornalista. Insomma, probabilmente le condanne dei politici Letterman le darebbe invece di occuparsi di quelle provvisorie dei giornalisti, anzi di un giornalista, e basta.

Vi segnalo due o tre notizie che naturalmente non troverete mai al TG1. Una l'ha data ieri anche il blog di Grillo: il sequestro dell'area destinata all'inceneritore Marcegaglia, in Puglia, con indagini che vedono indagato anche un funzionario della Regione per il settore ambiente. Il gruppo Marcegaglia, importante sia di per se perché è un colosso della siderurgia sia perché la figlia del fondatore è presidente della Confindustria, è spesso protagonista di notizie di tipo giudiziario in questo periodo. Muoiono operai nei cantieri Marcegaglia e il TG1 non dice una parola. Steno Marcegaglia viene condannato insieme a Colaninno e Geronzi - quattro anni ha avuto - per il crack Italcase Bagaglino e il TG1 naturalmente non da la notizia. Il gruppo Marcegaglia patteggia per corruzione come azienda e tramite il suo rappresentante che è il figlio di Steno e fratello della signora Emma Marcegaglia per corruzione, tangenti in cambio di appalti dall'EniPower. Silenzio del TG1. E adesso il sequestro del cantiere.

Ma andiamo avanti. Abbiamo una splendida notizia da Milano. Marcello Dell'Utri dichiara: "A parte i suoi errori, Mussolini non era quel greve individuo che hanno cercato di lasciarci come immagine dopo la guerra. Il Duce era un uomo che aveva molte qualità e dai diari emerge l'aspetto umano, la sua cultura, la sua capacità politica e di statista in maniera prepotente." Siamo in tempo di riabilitazione quindi quando uno dice "a parte gli errori"... e certo, se uno mette da parte tutti gli errori diventiamo tutti santi! Il bello non è tanto la riabilitazione di Mussolini che purtroppo non è un'esclusiva di Dell'Utri, abbiamo sentito anche Berlusconi, Alemanno, in passato Fini. Il bello è che viene fatta sulla base dei cosiddetti diari di Mussolini che ogni tanto Dell'Ultri presenta alla stampa nella speranza che questa si sia dimenticata che sono falsi! Dell'Utri ha investito non so quanti soldi nell'acquisto dei cosiddetti diari di Mussolini che tutti gli storici hanno già stabilito essere un falso grossolano. Lui continua a presentarli alla stampa dicendo "Vedeste che aspetti umani vengono fuori". Sì, ma sono aspetti umani del falsario, non di Mussolini! Quando vedete in televisione parlare di Dell'Utri di solito se ne parla nella sua veste o di politico o di bibliofilo. La domanda è come possa essere bibliofilo uno che non riesce a distinguere dei diari veri dai falsi che tra l'altro tutti i giornali d'Europa hanno definito falsi.

Un'altra notizia che credo sia sfuggita al TG1, e che meriterebbe forse approfondimenti, è la decisione dell'AGCOM - Autorità per la garanzia nelle comunicazioni, cosiddetta Authority: quando vogliono fregare la gente usano un termine in inglese così glielo mettono in quel posto all'inglese - e del governo Berlusconi. Insieme hanno deciso finalmente di dare una frequenza a Europa7 che aspetta dal 1999 di poter accendere le trasmissioni, dopo aver avuto la concessione. Era ovvio che tutti si aspettassero che le frequenze venissero tolte a chi non ne ha più diritto. Voi sapete che per la Corte Costituzionale Rete4 deve andare su satellite e che per il bando di gara del 1999 Rete4 ha perso la concessione a trasmettere. Se trasmette è perché i governi le hanno continuamente concesso proroghe per fare una cosa che non potrebbe più fare. Abbiamo un occupante abusivo di frequenze pubbliche che si chiama Mediaset, abbiamo un imprenditore che a quelle frequenze ha diritto da nove anni, abbiamo il Consiglio di Stato e la Corte Europea di Lussemburgo e la Commissione Europea che hanno stabilito che questo signore debba avere delle frequenze. Rischiamo multe altissime non solo per tutti gli anni passati ma anche per il futuro se non verranno date queste frequenze.

Cosa decidono l'AGCOM e il governo Berlusconi? Che la frequenza la portiamo via a Rai1 e Rete4 continua a tenersi quelle che non potrebbe avere. Io lo trovo spettacolare: c'è un signore che ha affittato casa, la casa è occupata da un abusivo, invece di mandar via l'abusivo prendono un signore che ne ha affittata un'altra, lo sbattono fuori di casa e ci mettono quello per non disturbare l'abusivo. Io lo trovo meraviglioso. Non credo che la cosa si sia molto notata, in questi giorni, in televisione. E dire che viene portata via a Rai1 questa frequenza, quindi forse il TG1 avrebbe potuto magari farlo notare. Non dico protestare, figuriamoci protestare contro un governo così meraviglioso, però almeno farlo notare...

Andiamo avanti perché le notizie che non avrete mai si accavallano. Per esempio non so se Riotta si senta chiamato in causa ma c'è il Financial Times che sostiene che in Italia Berlusconi riceve dai media, televisioni e molti giornali, "un'adulazione vicina ai livello Nordcoreani". Chissà se il giornalista corrispondente da Torino, Guy Dinmore, ha mai visto il TG1 per formarsi questa idea secondo cui Berlusconi viene trattato altrettanto bene che il presidente Kim Jong-II, il Caro Leader come lo chiamano in Korea. Vedremo se si riferiva o meno al TG1: "livelli di adulazione pari a quelli nordcoreani", questo è.

Non credo sia stato mai nemmeno raccontato un altro fatto veramente significativo, che è quella cronaca dall'estero che aiuta a capire che cosa succede in Italia rispetto agli altri Paesi e quali sono gli standard di democrazia da noi rispetto alle democrazie normali. La cronaca estera, di solito, la fa quello col ciuffo dall'Inghilterra, la fanno degli strani personaggi - alcuni anche bravi - ma altri molto strani che ritengono che per il fatto di trovarsi all'estero devono fare del colore, del bozzettismo, devono essere simpatici. Parlano sempre di qualche vicenda pruriginosa nelle corti reali europee, pettegolezzi, gossip. La cronaca estera è diventata gossip. Purtroppo all'estero succedono anche cose serie, tutt'altro che gossippare. Per esempio: Mandelson, il re dell'alluminio e il superyacth. Nuovo scandalo per l'ex commissario europeo. "Il politico laburista, appena richiamato al governo dal premier Brown, rischia di doversi dimettere per la terza volta". Che cosa avrà fatto questo collaboratore di Blair, ministro del business? L'ha combinata veramente grossa, tant'è che ci sono delle scommesse su di lui che danno dieci a uno l'addio prematuro. E' stato per quattro anni commissario al commercio dell'Unione Europea e adesso è arrivata su di lui un'indiscrezione poco edificante. Lui ha passato l'estate a Corfù nella villa di Roschild, e fin qui niente di male. "Ma una bella sera al molo della villa ha attraccato il Queen K, superyacht di proprietà dell'oligarca russo Oleg Deripaska, in arte 'Re dell'alluminio'." Che cosa ha fatto l'incauto ministro di Gordon Brown? E' salito su quello Yacht per qualche ora. Secondo alcuni per un drink, secondo altri addirittura per cena e per passarci una notte. Ha accettato l'ospitalità per una notte sullo yacht di un oligarca russo. Adesso si domandano se si debba dimettere da ministro. Io credo che noi faremmo la firma se i nostri ministri si limitassero ad accettare un passaggio o un drink sullo yacht di un oligarca, anche perché l'oligarca numero uno ne ha parecchi di yacht oltre che di ville, e nessuno gli ha mai chiesto niente.

Altro dall'estero: Sarah Palin. Sarah Palin ha perso punti, oltre a quelli che aveva perso per le ignorantate che fa ogni volta che apre bocca, perché si è scoperto che in Alaska, dove è governatrice, c'è un'indagine da parte del Congresso Americano, che riguarda il licenziamento del capo della Polizia dello Stato dell'Alaska, Walter Monagan. Perché è stato licenziato da Sarah Palin, il capo della Polizia? Perché non avrebbe avuto l'astuzia di esaudire un desiderio della Palin, anzi andò contro i voleri della Palin. Cosa fece? Danneggiò un parente della Palin, quindi per ragioni di parentela - c'è scritto sul Corriere - secondo il capo degli investigatori, ci sono prove sufficienti per dimostrare che Sarah Palin e suo marito Todd cercarono una vendetta personale contro un agente protagonista di un divorzio astioso dalla sorella del governatore. E' evidente che Todd Palin abbia abusivamente usato l'ufficio e lo staff della moglie senza che lei obiettasse. C'è un poliziotto che divorzia dalla sorella della Palin, la Palin chiede al capo della Polizia di punirlo, lui non lo fa e lei lo trasferisce. Una storia che ricorda vagamente una vicenda rosa che è finita sui giornali - non sul TG1 naturalmente per carità: il TG1 da le notizie mica gli scandali. Qualche mese fa si scoprì che una valletta della Rai era diventata molto amica, diciamo così, del nostro Presidente del Consiglio. Nel frattempo si era separata dal marito col quale però aveva dei rapporti anche perché avevano un figlio piccolo. A un certo punto, per tenerlo buono, la ragazza sarebbe intervenuta per fare in modo che il marito venisse promosso. Il marito lavorava ai servizi segreti, credo al Sisde, e ottenne delle gran belle promozioni grazie a questa simpatica amicizia col nostro Presidente del Consiglio. Sennonché i due litigarono, diciamo che le trattative per chi dovesse tenere il figlio e cose del genere andarono a ramengo, i due non si parlavano più e, guarda caso, il marito fu degradato e spedito a un incarico dove guadagnava un terzo di quello che guadagnava prima. Allora lui scrisse una lettera dicendo che se avesse parlato lui avrebbe potuto rovinare il nostro attuale Presidente del Consiglio proprio in campagna elettorale, e, guarda caso, recuperò le posizioni perdute e fu riportato in auge con una decisione che qualcuno attribuisce addirittura al nostro attuale Presidente del Consiglio. Poi l'Espresso scoprì che c'era pronto a Palazzo Chigi un decreto per nominare questa graziosa signorina portavoce del governo e del Presidente del Consiglio. Anche lì si sarebbe potuto parlare di abuso di potere, se qualcuno avesse parlato della faccenda, invece per fortuna il TG1 ha cose più interessanti.

Dalla Norvegia intanto giunge notizia che c'è una deputata che telefonava alle maghe e che quindi non verrà più ricandidata alle europee. Una parlamentare laburista. Dall'Inghilterra giunge notizia che il Parlamento inglese ha respinto la legge anti terrorismo presentata da Brown. Noi ci domandiamo come sia possibile che il Parlamento respinga una legge fatta dal governo che ha la stessa maggioranza che c'è in Parlamento. Dove funziona la democrazia il Parlamento è autonomo e controlla il governo fermando qualche abuso, ogni tanto, com'è capitato anche con la prima versione del decreto salvabanche di Bush e del suo ministro.

Ma vorrei concludere con una notizia che induce veramente all'ottimismo, anzi due. Vengono dalla Campania, regione più che mai martoriata. Cosa succede? Una è il ritorno di Pomicino. Pomicino, che era rimasto fuori dal giro per pochi mesi, non di più. Pomicino è l'ex ministro del bilancio della Prima Repubblica, noto per l'allegria nella gestione del bilancio pubblico negli anni in cui il debito pubblico schizzò alle stelle. Non era solo colpa sua ma anche colpa sua visto che tra commissione bilancio e ministero del bilancio ha messo le mani sui nostri soldi per molti anni. Oltre a essere stato condannato per corruzione e finanziamento illecito ma questi sono dettagli. Insomma, è stato nominato al Controllo strategico della pubblica amministrazione. Chi l'ha nominato? Il ministro Rotondi.

Comitato scientifico di Palazzo Chigi per il controllo strategico della Pubblica Amministrazione. Abbiamo l'esperto in buchi che va a fare il controllo strategico. E' una cosa meravigliosa: sono notizie che portano un grande ottimismo per il risparmio che avremo grazie a Pomicino. Ce lo fa pensare, almeno. Chissà com'è contento Brunetta che ai tempi del debito pubblico era uno dei consiglieri di Craxi, dava una mano anche lui a scavare il buco mentre oggi da una mano a riempirlo sempre con i nostri soldi.

L'altra notizia con cui vi lascio è questa: cito dal Mattino, sono esattamente nove righe, una microbrevina tipo "fuggito barboncino, ricca ricompensa a chi lo ritrovasse". "A volte ritornano, o forse non se ne sono mai andati. Eccone uno, Carlo Camilleri, il consuocero di Clemente Mastella è stato eletto presidente di Confidi di Benevento, per il prossimo triennio. L'ingegnere è titolare di un importante studio di progettazione. Camilleri nello scorso gennaio fu coinvolto nell'inchiesta giudiziaria che sfociò negli arresti" suoi ma anche della consuocera, cioè la moglie di Mastella, l'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere. Lui fu arrestato prima in carcere poi ai domiciliari per: associazione a delinquere, falso materiale e ideologico commesso da pubblico ufficiale, corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa, rivelazione di segreti d'ufficio, concussione. Insomma, una bella serie di reati. "Camilleri è stato eletto all'unanimità dall'assemblea dei Soci insieme al Consiglio di Amministrazione". Qualcuno di voi dirà: "ma cosa diavolo è questa Confidi". Il nome è molto bello... Confidi, sa di fiducia, di confidare. Cos'è? Spettacolare: è l'organismo promosso dall'unione industriali di Benevento e significa "Consorzio di garanzia collettiva fidi", con lo scopo di facilitare l'accesso al credito bancario attraverso la concessione di garanzie collettive a condizioni particolarmente vantaggiose e trasparenti. Basato su principi di mutualità e senza scopi di lucro, Confidi si rivolge alle piccole e medie imprese attraverso specifiche convenzioni bancarie ecc... L'obiettivo è quello di creare un sistema di garanzia sempre più accreditato e riconosciuto per elevare al massimo le capacità di accesso al credito delle imprese socie. E' un garante dei prestiti alle imprese.

Pensate, uno che è reduce dalla custodia cautelare per sei o sette reati fra cui associazione a delinquere, concussione, truffa e turbativa d'asta. Io lo trovo meraviglio quindi mi auguro che anche voi abbiate seguito questo mio percorso verso un grande ottimismo e fiducia finale. E ovviamente mi auguro che facciate circolare queste notizie perché purtroppo il TG1 non le ha date. Passate parola."


* Devo rettificare due inesattezze nel Passaparola di oggi. Il presidente Nord-coreano si chiama Kim Jong-Il e la frase di Bruno Vespa sulla trasmissione "confezionata addosso" all'ospite Gianfranco Fini non era contenuta in un'intervista, ma in una telefonata intercettata fra lui e il portavcoe di Fini, Salvo Sottile.

lunedì 20 ottobre 2008

Afghanistan: i talebani continuano ad avanzare

In Afghanistan, come e’ noto, la situazione sul campo e’ in continuo peggioramento per la coalizione a guida NATO.
Oggi poi un'operatrice umanitaria britannica è stata assassinata nella parte sud di Kabul, dove due persone a bordo di una moto le hanno sparato a bruciapelo. Mentre a Khunduz, nel nord, un'esplosione innescata da un attentatore suicida ha ucciso 2 militari tedeschi e 5 bambini al momento del passaggio di un convoglio.
E negli ultimi giorni i militari italiani sono stati vittime di due attacchi nel corso dei quali 5 soldati sono stati feriti.

Tutto cio’ testimonia quanto sia sempre piu’ forte la presenza talebana in tutto il Paese ormai.

Ma l’Italia di fronte a questo tragico quadro che fa?
Frattini oggi ha dichiarato mentre era in volo verso il Pakistan "Con i talebani nessun colloquio" - mentre il governo di Kabul lo ha gia’ avviato - e ha concluso col solito cerchiobottismo italiota “E’ un errore legittimare politicamente i talebani, ma e’ giusto includerli nei colloqui”. Fenomenale veramente il nostro mancato tennista finito per caso alla Farnesina...
E’ comunque tutto da verificare se i talebani a questo punto abbiano ancora interesse a negoziare con chi sta perdendo la guerra.

Ma non basta. Il governo italiano e’ anche diviso al suo interno sulle strategie future da intraprendere.
Mentre infatti Frattini esclude l'invio di nuovo soldati italiani in Afghanistan "Non penso sia la soluzione giusta", La Russa lega invece le possibilità di arrivare alla pace ad una maggiore presenza militare sul territorio. Insomma, grande unita’ di intenti…

Evidentemente nel governo nessuno ha ancora letto il rapporto dell’Aise (l’Agenzia di informazioni di sicurezza esterna) del primo semestre 2008.

Ma si sa, in Italia c’e’ ben altro di piu’ importante a cui pensare, come ad esempio chi eleggere alla Consulta e alla Commissione di Vigilanza RAI.

Nulla di nuovo comunque, e’ sempre il solito Paese peracottaro.


L'avanzata dei talebani
di Enrico Piovesana – Peacereporter – 20 Ottobre 2008

I talebani stanno rapidamente avanzando in tutto l'Afghanistan. A ovest, dove le truppe d'occupazione italiane sono costantemente sotto attacco. A sud, dove i guerriglieri assediano da giorni la città di Lashkargah. E soprattutto a est, dove la resistenza islamica sta chiudendo il cerchio attorno alla capitale Kabul.

Ovest. I sempre più frequenti attacchi contro le forze italiane nelle province occidentali - tre solo negli ultimi dieci giorni - dimostrano che i talebani sono ormai all'offensiva anche sul fronte occidentale. Lo conferma anche l'ultimo rapporto dei servizi segreti italiani (Aise) sulla guerra in Afghanistan, dove si sottolinea "la tendenza del fronte islamico radicale e antigovernativo a estendere il fronte offensivo alle regioni occidentali del Paese, in particolare alle province di Farah ed Herat dove sono presenti assetti nazionali".

Sud. La città meridionale di Lashkargah, nella provincia di Helmand, è sotto assedio talebano da una decina di giorni. La guerriglia, che controlla ormai tutti i villaggi e le zone rurali attorno al centro abitato, ha già tentato alcune incursioni in città, bersagliando i palazzi governativi con lanciarazzi e artiglieria leggera. L'esercito afgano ha inviato rinforzi per difendere la città, mentre l'aviazione Nato cerca di 'alleggerire la pressione' bombardando le zone rurali controllate dalla guerriglia. Come Nad Alì, dove pochi giorni fa le bombe alleate hanno ucciso ventisette civili, tra cui tredici bambini e tre donne.

Est. I talebani hanno ormai il pieno controllo delle zone rurali a sud, a est e ovest della capitale afgana. In due terzi dei distretti delle province di Wardak e Lowgar, a soli 30-40 chilometri da Kabul, i barbuti comandano alla luce del sole, gestendo la sicurezza, la giustizia e l'educazione scolastica. La polizia afgana si tiene alla larga e la popolazione locale si sente sicura. I talebani controllano con posti di blocco tre delle quattro strade d'accesso a Kabul: passa solo chi non è sospetto di lavorare per il governo o per la Nato. Solo la Shomali Road, verso nord, è ancora sotto controllo governativo. Per adesso.

sabato 18 ottobre 2008

Riflessioni di Fidel Castro sulla crisi finanziaria

Qui di seguito tre articoli/riflessioni sulla crisi finanziaria in corso firmati da Fidel Castro che confermano quanto il Lider Maximo goda di ottima salute fisica ma soprattutto mentale.

Fidel inoltre sfoggia anche una notevole dose di ironia sulle misure escogitate dagli USA per contrastare la crisi e sfotte pure Berlusconi per le sue incredibili frasi in lode a Bush pronunciate qualche giorno fa durante la sua visita negli USA.

Lunga vita a Fidel!

L'insolito
di Fidel Castro Ruz - Granma - 15 Ottobre 2008

Domenica 12 ottobre, i paesi dell’Eurozona hanno accordato un piano anticrisi su iniziativa di Sarkozy, Presidente della Francia.
Lunedì 13 sono state annunciate le cifre multimilionarie di denaro che i paesi europei lanceranno nel mercato finanziario per evitare il collasso.
Le azioni si sono riprese alla sorprendente notizia.

Grazie agli accordi menzionati, la Germania ha impegnato nell’operazione di riscatto 480.000 milioni di Euro, la Francia 360.000 milioni, l’Olanda 200.000 milioni, Austria e Spagna 100.000 milioni ognuna e così via, sino a raggiungere, assieme al contributo della Gran Bretagna la cifra di 1.7 milioni di milioni di Euro che in quel giorno - dato che la relazione di cambio tra una e un’altra moneta varia in continuazione - equivalevano a 2,2, milioni di milioni di dollari, da sommare ai 700.000 milioni di dollari degli Stati Uniti.

Le azioni delle grandi corporazioni che non erano già rovinate hanno visto una rapida crescita del loro valore, che pur essendo lontano dal compensare le perdite sofferte nei nove giorni tragici, permetterà ai politici e ai banchieri del capitalismo sviluppato di respirare un poco d’ossigeno.

In quello stesso giorno, ma di sera, il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, in un banchetto organizzato in suo onore nella Casa Bianca, ha fatto un discorso per rendere omaggio a Bush.
“Abbiamo fiducia in questo presidente che ha avuto il coraggio di mettere in pratica quello che considerava giusto, quello che doveva fare per sè, per il suo popolo e per il mondo”.

Ed ha esagerato davvero!

Lo stesso 13 il Premio Nobel dell’Economia corrispondente al 2008 è stato consegnato al cittadino degli Stati Uniti, Paul Krugman che è senza dubbio un difensore del sistema capitalista, ma è anche molto critico del presidente Bush.

Con il titolo di “Gordon lo ha fatto bene”, pubblicato il 14 nel quotidiano El País, egli esprime diverse idee, alcune delle quali meritano una citazione testuale:
“È naturale affrontare il problema della mancanza di capitali finanziari facendo sì che lo Stato dia alle istituzioni finanziarie più capitali in cambio di una parte delle loro proprietà.

Questa specie di nazionalizzazione parziale temporanea è la soluzione preferita in privato da Ben Bernanke, il presidente della Riserva Federale.
Annunciando il suo piano di aiuti finanziari di 500.000 milioni di Euro, Henry Paulson, segretario del Tesoro Statunitense, ha disapprovato questa soluzione sostenendo che questo si fa nel caso di fallimento.
Il governo britannico è andato alla radice del problema ed ha attuato con incredibile rapidità per risolverlo.

Paulson — dopo aver perduto, si presume, varie settimane molto importanti, ha fatto marcia indietro e adesso pretende di comprare azioni bancarie invece di attivi ipotecari tossici.
Come ho già detto, non sappiamo ancora se queste misure funzioneranno…

Questa visione chiara è arrivata però da Londra e non Washington.
È difficile evitare la sensazione che la risposta iniziale di Paulson sia distorta dall’ideologia. Va ricordato che lavora per un governo la cui filosofia si può riassumere in “quel che è privato è buono, quel che è pubblico è cattivo”.

In tutto l’esecutivo i professionisti esperti sono stati destituiti e forse nel Tesoro non c’è più nessuno capace e con un’esperienza tale da saper dire a Paulson che quel che stava facendo non aveva senso.

Per fortuna dell’economia mondiale, quello che stanno facendo Gordon Brown e i suoi ministri sì che ha un senso e forse hanno mostrato il cammino per superare questa crisi.
Nemmeno il Premio Nobel dell’Economia 2008 è sicuro, come confessa, che queste misure funzioneranno.

Sono fatti insoliti.

Martedì 14 le azioni nella borsa sono scese di prezzo di alcuni punti. I sorrisi erano più che mai stereotipati.
I paesi capitalisti europei, saturi di capacità produttiva e di merci, disperatamente necessitati di mercati per evitare gli scioperi degli operai e degli specialisti nei servizi, i risparmiatori che perdono il loro denaro, i contadini rovinati, non sono in condizione d’imporre condizioni e soluzioni al resto del mondo.

Questo lo proclamano i leader d’importanti paesi emergenti e di quelli che, poveri e saccheggiati economicamente, sono vittime di scambi senza uguaglianza.
Oggi mercoledì 15, il valore delle azioni nelle borse è caduto di nuovo strepitosamente.

McCain e Obama discuteranno con ardore il tema economico.
Nella grande democrazia degli Stati Uniti la metà di coloro che hanno il diritto di voto non è iscritta; tra gli iscritti la metà non vota e solo il 25% degli elettori sceglie coloro che governano. Molti di quelli che desidererebbero votare per il candidato negro, non lo possono fare.
Le inchieste dicono che questo candidato conta su una grande maggioranza.
Senza dubbio nessuno sa dire quale sarà il risultato.

Il 4 novembre è un giorno di grande interesse per l’opinione mondiale, data la crisi economica nella quale si dibatte la società degli Stati Uniti.
In materia elettorale posiamo sentirci sicuri di una sola cosa: nelle prossime elezioni in Gran Bretagna Gordon Brown non sarà eletto Primo Ministro.


Il fantasma della casa bianca
di Fidel Castro Ruz – Granma - 13 Ottobre 2008

Tre giorni fa, venerdì 10 ottobre, il mondo ha tremato per l’impatto della crisi finanziaria di Wall Street.
Si è perso il conto dei milioni di dollari in biglietti di carta che la riserva federale ha iniettato alle finanze mondiali per far sì che le banche continuino a funzionare e i risparmiatori non perdano il loro denaro.

La riunione dei ministri delle finanze del Gruppo dei 7 ha accordato d’applicare le seguenti misure:
Svolgere azioni decisive e utilizzare tutti gli strumenti disponibili per appoggiare le istituzioni finanziarie importanti per il sistema e prevenire il loro fallimento.
Fare tutti i passi necessari per scongelare i mercati di credito e monetari e assicurarsi che le banche e altre istituzioni finanziarie abbiano ampio accesso a liquidità e fondi.
Assicurare che le banche a altri intermediari finanziari maggiori possano, in base alle necessità, riunire capitali di fonti pubbliche e private in quantità sufficienti per ristabilire la fiducia e permettere di continuare a dare prestiti alle famiglie e per gli affari.
Assicurare che le rispettive sicurezze nazionali di deposito e dei programmi di garanzia siano forti e consistenti, in maniera che i piccoli risparmiatori continuino ad avere fiducia nella sicurezza dei loro depositi.
Attuare, quando sia appropriato, per rilanciare i mercati secondari per le ipoteche.

Nella stessa giornata il segretario al Tesoro degli Stati Uniti ha confermato che il governo comprerà azioni delle banche, sommandosi all’iniziativa britannica. Sia gli Stati Uniti che il Regno Unito hanno indicato che compreranno azioni preferenziali, che sono quelle che ricevono i primi dividendi, ma non hanno diritto di voto.

Il presidente Bush non ha considerato necessaria la sua presenza in questa riunione dei ministri delle finanze e si riunirà con loro sabato 18.
Ma dov’era venerdì 10 ottobre?
Niente meno che a Miami! Partecipava a una raccolta di fondi per i candidati repubblicani nella Florida.

Con l’approvazione di solo il 24% dei cittadini è il capo di Stato con il minor appoggio di tutta la storia degli USA.
Si è riunito con imprenditori e capoccia, le scorie cubane di Miami. Continuava lì la sua maniaca ossessione anticubana, che è stata la priorità del suo tenebroso periodo di otto anni, alla guida dell’impero.
Non ha potuto contare neanche con l’appoggio della FNCA - la Fondazione Cubano Americana - creata da Reagan nella sua crociata contro Cuba.
Per ragioni puramente demagogiche, la FNCA gli aveva chiesto di togliere con carattere provvisorio la proibizione d’inviare aiuti diretti ai familiari e ai danneggiati dai due devastatori uragani che hanno colpito il nostro popolo.

Raúl Martínez, un ex sindaco di Hialeah, rivale del congressista Lincoln Díaz-Balart, aveva criticato l’attuale politica di chi è stato eletto presidente con l’inganno e la frode, con meno voti nazionali del suo avversario, in virtù del peso della Florida nel conteggio dei voti elettorali, quando in realtà nemmeno lì aveva la maggioranza.

Domenica 12 ottobre l’Unione Europea, con la presidenza della Francia, ha accordato di chiedere agli Stati Uniti l’organizzazione di un Vertice per rifondare il sistema finanziario internazionale.
Lo ha detto così il presidente Nicolás Sarkozy, dopo una riunione dei paesi della Eurozona a Parigi.

Sarkozy ha detto che l’ Europa ora si deve unire agli USA e ad altre potenze per attaccare le cause della crisi finanziaria che ha affondato i mercati delle borse.
“Dobbiamo convincere i nostri amici statunitensi della necessità di un Vertice internazionale per rifondare il sistema finanziario, ha segnalato Sarkozy, presidente di turno della UE. Non sarà un regalo per le banche”, ha anche affermato con enfasi il Presidente della Francia.

Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, entra oggi nei suoi ultimi 100 giorni d’incarico, con una fortissima mancanza di popolarità e con una delle crisi economiche più importanti degli ultimi decenni.

Il ministro del Brasile al Patrimonio, Guido Mantega, ha criticato il FMI che indica i paesi avanzati come modelli da seguire ed ha dichiarato che nelle future riforme del sistema finanziario non dovranno primeggiare le norme di queste nazioni.
“Il mondo assiste incredulo, mentre la crisi attuale rivela debolezze ed errori gravi nella politica di paesi che erano considerati come modelli, paesi che erano presentati come riferimenti del buon governo”, ha detto Mantega parlando al Comitato Monetario e Finanziario Internazionale, principale organo dirigente del FMI.

Con l’economia mondiale fatta a pezzi, il Presidente degli USA eletto in forma tanto irregolare e irresponsabile, ha messo nei guai tutti gli alleati della NATO e il Giappone, sviluppato e ricco socio militare economico e tecnologico degli Stati Uniti, nel Pacifico.
Miami oggi è un enorme problema e Bush si è trasformato in un fantasma.

Le borse non sono cadute perchè erano già sul pavimento. Oggi respiravano felici per le colossali iniezioni di denaro che le hanno gonfiate artificialmente a spese del futuro.
L’assurdo però non si può mantenere. Bretton Woods agonizza. Il mondo non tornerà ad essere mai più lo stesso.


La legge della giungla
di Fidel Castro Ruz – Granma - 11 Ottobre 2008

Il commercio nella società e tra i paesi è lo scambio di beni e servizi prodotti dagli esseri umani. I padroni dei mezzi di produzione si appropriano dei guadagni. Loro dirigono come classe lo stato capitalista e si vantano d’essere i portatori di sviluppo e benessere sociale attraverso il mercato, al quale si rende omaggio come a un dio infallibile.

Nei paesi esiste l’antagonismo tra i più forti e più deboli, tra quelli che si alimentano meglio, che hanno imparato a leggere e scrivere, che sono andati a scuola, che accumulano più esperienze, più relazioni sociali, più risorse, e coloro che mancano di tutti questi vantaggi nella società; tra quelli che hanno il clima migliore, più terre coltivabili, più acqua, più risorse naturali nello spazio in cui gli è toccato vivere quando non esistono più territori da conquistare, quelli che dominano la tecnologia, che hanno più sviluppo e maneggiano infinite risorse mediatiche e gli altri che, al contrario, non utilizzano nessuna tra queste prerogative.

Sono le differenze, a volte abissali, per definire le nazioni ricche o povere.

È la legge della giungla.

Le differenze tra le etnie non esistono quando ci si riferisce alle facoltà mentali dell’essere umano. Si tratta di qualcosa scientificamente molto più certo.
La società attuale non è la forma naturale dell’evoluzione dell’uomo: ha subito una creazione da parte dell’uomo già mentalmente sviluppato, senza la quale non si potrebbe concepirne la stessa esistenza. Quello che ci si chiede quindi è se l’essere umano potrà sopravvivere al privilegio d’avere un’intelligenza creatrice.

Il sistema capitalista sviluppato, il cui massimo esponente è il paese con una natura privilegiata, dove l’uomo bianco europeo ha sviluppato le sue idee, i suoi sogni e le sue ambizioni, oggi è in piena crisi.
Non è quella abituale che accade ciclicamente e nemmeno quella traumatica degli anni trenta; è la peggiore di tutte da quando il mondo ha seguito questo modello di crescita e sviluppo.

L’attuale crisi del sistema capitalista sviluppato si produce quando l’impero è prossimo a cambiare la sua cupola del potere nelle elezioni che si svolgeranno tra venticinque giorni ed è l’ultima cosa che ci manca di vedere.

I candidati dei due partiti che decidono queste elezioni cercano di persuadere gli sconcertati votanti, molti dei quali non si sono mai preoccupati di votare, che loro, come candidati alla presidenza sono capaci di garantire il benessere e il consumismo che fanno definire lo statunitense un popolo di classe media, senza il minimo proposito di vari cambi in quello che considerano il più perfetto sistema economico che il mondo ha mai conosciuto.

Un mondo che, ovviamente, nella mentalità di ognuno di loro, è meno importante della felicità di trecento e tanti milioni di abitanti d’una popolazione che non giunge al 5% degli abitanti del pianeta.

Il destino dell’altro 95% degli esseri umani, la guerra e la pace, l’atmosfera respirabile o meno, dipenderanno in gran parte dalle decisioni del capo istituzionale dell’impero, se è vero che questo incarico costituzionale ha o no potere reale nell’epoca delle armi nucleari e degli scudi spaziali, maneggiati con un computer in circostanze tali che i secondi sono decisivi e i principi etici hanno una vigenza sempre minore.

Non si può ignorare il ruolo più o meno nefasto che corrisponde a un presidente di questo paese.
Negli Stati Uniti esiste un profondo razzismo e la mente di milioni di bianchi non si concilia con l’idea che una persona negra, con moglie e bambini, occupi la Casa Bianca, che si chiama così: Bianca.

Per puro miracolo il candidato democratico non ha subito la sorte di Martin Luther King, Malcolm X e altri che proponevano sogni d’uguaglianza e giustizia in decenni recenti.
Inoltre ha l’abitudine di guardare l’avversario con serenità e di ridere delle difficoltà politiche di un oppositore che guarda verso il vuoto.

D’altra parte il candidato repubblicano, coltivando la sua fama d’uomo bellicoso, è stato uno dei peggiori alunni del suo corso a West Point.
Non sapeva nulla di matematica, ha confessato e di può supporre molto meno delle complicate scienze economiche.
Il suo avversario lo supera in intelligenza e serenità. Quello che abbonda a McCain sono gli anni e la sua salute non è molto forte.

Cito questi dati per segnalare l’eventuale possibilità che, se succedesse qualcosa alla salute del candidato repubblicano, se lo eleggeranno, la signora del Rifle, l’inesperta ex governatrice dell’Alaska diventerebbe la presidentessa degli Stati Uniti. Si osserva che non sa niente di niente.

Meditando sul debito pubblico attuale degli Stati Uniti, che il presidente Bush scarica sulle nuove generazioni in questo paese: diecimila duecentosessantasei milioni di dollari.
Ho calcolato il tempo che dovrebbe trascorrere un uomo per contare il debito che praticamente è raddoppiato con Bush, in otto anni.

Supponendo otto ore di lavoro netto al giorno, senza perdere un secondo al ritmo rapido di cento biglietti da un dollaro al minuto, per 300 giorni di lavoro l’anno, un uomo tarderebbe settecentodiecimila milioni di anni per contare questa somma. Non ho trovato un’altra forma grafica per immaginare il volume di questa somma di denaro, di cui si parla quasi ogni giorno, attualmente.

Il governo degli Stati Uniti, per evitare il panico generalizzato, dichiara che garantirà i depositi dei risparmiatori sino a 250.000 dollari e amministrerà banche e cifre di denaro che Lenin, con l’abaco, non avrebbe mai immaginato di contare.

Possiamo chiederci adesso che apporto darà l’amministrazione Bush al socialismo. Ma non ci facciamo illusioni. Quando il funzionamento delle banche si normalizzerà, gli imperialisti le ridaranno alle imprese private, come hanno fatto diversi paesi in questo emisfero. Il popolo paga sempre i conti.

Il capitalismo tende a riprodursi in qualsiasi sistema sociale perchè è parte dell’egoismo e degli istinti dell’uomo.
Alla società umana non resta altra alternativa che superare questa contraddizione, perchè altrimenti non potrà sopravvivere.

In questo momento il mare di denaro gettato alle finanze mondiali dalle banche centrali dei paesi capitalisti sviluppati, sta colpendo fortemente le borse dei paesi che cercano di superare il sottosviluppo economico e si rivolgono a queste istituzioni. Cuba non ha una borsa valori.
Senza dubbio sorgeranno altre forme di finanziamento più razionali e più socialiste.

La crisi attuale e le brutali misure del governo degli Stati Uniti per salvarsi accresceranno l’inflazione e la svalutazione delle monete nazionali e le perdite dolorose dei mercati, con prezzi più bassi per le merci dell’esportazione con scambi disuguali maggiori.

Ma porterà anche una maggior conoscenza della verità ai popoli, più coscienza, più ribellione e più rivoluzione.

Vedremo ora come svilupperà la crisi e cosa accadrà negli Stati Uniti in questi venticinque giorni.

venerdì 17 ottobre 2008

La leadership mondiale degli USA e' finita per sempre

E’ ormai diventato un imperativo cominciare a discutere di un nuovo sistema economico che sostituisca quello che abbiamo dovuto sopportare per decenni e che e’ in coma irreversibile.
Idem dicasi perche’ si cominci a fare i conti con il fatto che gli USA non saranno mai piu’ - e di fatto gia’ non lo sono piu’ - l’unica superpotenza globale.

Ma parallelamente anche la cosiddetta “sinistra” - e non solo in Italia - deve assolutamente trovarsi una nuova identita’ e porsi nuovi obbiettivi, approfittando proprio dello sfacelo in corso d’opera.
Finora pero’, quantomeno in Italia e in Europa piu’ in generale, si sta dimostrando del tutto inerte di fronte a cio’ che sta accadendo, condannandosi quindi ad una perenne irrilevanza politica.


Il nuovo secolo americano (accorciato di 92 anni)
di Mike Whitney – The Smirking Chimp – 3 Ottobre 2008

L’era dell’America Superpotente sta per finire. La crisi finanziaria è stata l’ultima goccia. La poca fiducia di cui ancora godeva, dopo l’invasione dell’Iraq e il ripudio dei trattati internazionali, è ora esaurita. Gli Stati Uniti hanno inquinato il sistema economico globale con obbligazioni da mutuo senza valore e, facendo ciò, hanno spinto 6 miliardi di persone incontro ad una recessione lunga e dolorosa. Qualcosa che non sarà facile perdonare.

La rabbia verso gli Stati Uniti sembra affiorare dappertutto allo stesso tempo. Era particolarmente visibile durante la recente apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Normalmente, questo è un evento noioso, pieno di vuote ciance politiche e di cerimoniali pretenziosi. Non questa volta. Mentre il mondo scivola verso una recessione che sono stati gli USA a creare, i leader stranieri hanno iniziato a fustigare gli Stati Uniti in modo sempre più violento. I discorsi sono stati taglienti e pieni di rancore; nessuno vuole più “trattenere i pugni”. Hugo Chavez, in Venezuela, ha così riassunto il clima di incontri come questo:

“Io penso che, più prima che poi, questo impero cadrà, con vantaggio del mondo intero, permettendo di creare un equilibrio: un mondo policentrico e multipolare. Questo garantirà la pace nel mondo. Alla creazione di questo mondo multipolare noi stiamo offrendo il nostro piccolo contributo”.

Ciò che Chavez condanna è il modello “unipolare” di governo globale voluto da Bush, dove tutte le decisioni di importanza cruciale per il mondo – dal riscaldamento globale alla proliferazione nucleare – vengono prese da Washington. A nessuno piace prendere ordini, così come a nessuno piace vedere gli Stati Uniti impicciarsi perennemente dei suoi affari interni. Ecco perché nessuno dei notabili dell’ONU sembrava particolarmente dispiaciuto nel vedere i mercati finanziari statunitensi in caduta libera. Si chiama schadenfreude, l’atto di trarre piacere dalle sventure altrui, e ce n’era un bel po’ la settimana scorsa alle Nazioni Unite.

Molti dignitari sembrano convinti che l’improvviso crollo economico americano offra una possibilità di cambiamento. Ed è quello che tutti vogliono: un cambiamento concreto. Nessuno vuole altri 8 anni come quelli appena trascorsi. Ecco perché il tema centrale del discorso di Chavez è stato ripetuto fino alla noia dai leader degli altri paesi. Essi ripudiano l’attuale sistema e vogliono avere un ruolo maggiore nella progettazione del futuro.

Questo non significa che il mondo detesti l’America. Significa che tutti vorrebbero un attimo di respiro dalle torture, dai rapimenti, dai bombardamenti di civili, e ora dal contagio finanziario che si è esteso a tutto il sistema globale. La mancanza di regole e di politiche monetarie negli USA hanno alimentato l’inflazione, scatenato rivolte per il cibo, mandato alle stelle il prezzo del petrolio. Gli Stati Uniti sono come un commensale che non capisce quando è ora di tornarsene a casa. Forse un tocco di recessione servirà a riequilibrare l’approccio di Washington e renderà i suoi leader più sensibili ai bisogni del resto del mondo.

Il giornalista John Gray ha riassunto tutto ciò in un suo articolo sull’Observer, “Un momento catastrofico del crollo del potere americano”:

“La capacità di controllare gli eventi non è più nelle mani dell’America... dopo aver creato le condizioni che hanno prodotto la più grande bolla finanziaria della storia, i leader politici americani sembrano ora incapaci di comprendere le dimensioni dei pericoli di fronte ai quali si trova il paese. Impantanati nelle loro rabbiose guerre culturali e in continua lite gli uni con gli altri, sembrano non rendersi conto del fatto che la leadership politica dell’America sta rapidamente tramontando. Sta sorgendo, quasi inavvertito, un nuovo mondo in cui l’America è solo una fra molte grandi potenze, destinata a fronteggiare un futuro incerto che non è più in grado di forgiare”.

Gli Stati Uniti dovranno imparare ad unirsi alla famiglia delle nazioni e ad andare d’accordo con i loro vicini, che lo vogliano o no. Semplicemente, non esiste altra scelta: il dollaro sta crollando, i deficit sono alle stelle, il mercato finanziario è a pezzi. L’America dovrà imparare a cooperare o restare isolata in un mondo che va rapidamente integrandosi. “Collabora o arrangiati da solo”: un messaggio che Washington dovrà imparare in fretta per adeguarsi ai nuovi paradigmi di potere.

Certo, un mucchio di soldi continueranno a confluire nelle operazioni segrete e negli sporchi trucchi della CIA, tanto per tenere viva la speranza che lo status di Superpotenza venga ripristinato. Questo è prevedibile. Perfino gli inamovibili farabutti della famiglia reale britannica sognano ancora di ricostruire l’Impero. Ma i realisti sanno che si tratta solo di un’innocua fantasticheria. Non avverrà nulla di tutto questo. Gli Imperi hanno una data di scadenza assai limitata ed è impossibile rimetterli insieme. Di solito finiscono su un campo di battaglia costellato di cadaveri o in un torreggiante falò finanziario che non lascia dietro di sé altro che mucchi di cenere e schegge di vetro. Possiamo solo sperare che l’abisso finanziario spalancato di fronte a noi sia meno terribile di quanto prevediamo. Ma quando una nazione semina denti di drago, non può aspettarsi di raccogliere dolci frutti.

Il giornalista Steve Watson riferisce su Infowars:

“Un membro del Council on Foreign Relations, ex consigliere politico del noto membro del Bilderberg Henry Kissinger, ha scritto un pezzo sul Financial Times londinese in cui si invoca una “nuova autorità monetaria globale” col potere di monitorare tutte le autorità finanziarie nazionali e tutte le grandi compagnie finanziarie.

“Anche se il massiccio piano di salvataggio progettato dagli USA avesse successo, ad esso dovrebbe far seguito qualcosa di ancora più drastico: la creazione di una Autorità Monetaria Globale in grado di controllare mercati divenuti ormai senza confini”, scrive Jeffrey Garten, anch’egli ex managing director della Lehman Brothers”. (Infowar.com)

Il sogno di un “governo unico” mondiale è duro a morire, ma è comunque già morto. La Federal Reserve è al centro dell’attuale sistema finanziario globale. Le sue diramazioni includono il Council on Foreign Relations, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il cartello bancario del G-7 e migliaia di rapaci ONG che hanno esteso la morsa della cabala bancaria di Washington e del suo sistema dollarizzato su tutto il pianeta. Il neoliberismo sta crollando. Ciò a cui stiamo assistendo sono gli spasmi scomposti di un paziente infartuato che entra nelle ultime fasi dell’arresto cardiaco. Non esistono né farmaci né procedure mediche che potranno riportare il paziente in buona salute.

Nessuno guarda più agli Stati Uniti o ai suoi “mercenari della domanda” per tracciare una rotta del futuro economico del proprio paese. Quei giorni sono finiti. Gli Stati Uniti dovranno risollevarsi dalle macerie e ricominciare daccapo senza le massicce iniezioni di capitali a basso interesse da parte di Cina, Giappone e Stati del Golfo. I rubinetti del denaro sono stati chiusi. Abbiamo lacrime e sangue davanti a noi. E’ il prezzo che si paga per aver truffato il mondo intero con obbligazioni da mutuo senza valore e altra immondizia “illiquida”.

Il presidente russo Vladimir Putin ha sintetizzato in questo modo i recenti avvenimenti nei mercati finanziari:

“Tutto ciò che sta accadendo nella sfera economica e finanziaria ha avuto origine negli Stati Uniti. E’ una crisi vera quella che abbiamo di fronte e ciò che preoccupa è assistere all’incapacità di prendere decisioni appropriate. Questa non è più un’irresponsabilità limitata ad alcuni individui, è un’irresponsabilità dell’intero sistema, lo stesso sistema che – come sapete – avrebbe pretese di leadership globale”.

Sempre alle Nazioni Unite, il Ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbuck, ha esposto sentimenti molto simili, dicendo:

“Gli Stati Uniti sono gli unici responsabili di questa crisi finanziaria. Sono loro la causa della crisi, non l’Europa, né la Repubblica Federale di Germania. La passione anglosassone per i profitti stratosferici e per le massicce gratificazioni a banchieri e amministratori delle compagnie ha provocato questa crisi finanziaria”.

Ha poi aggiunto: “Le conseguenze a lungo termine della crisi non sono chiare, ma una cosa mi sembra verosimile: gli USA perderanno il proprio status di superpotenza nel sistema finanziario globale. Il sistema finanziario del mondo sta diventando multipolare”.

Steinbuck non ha fatto altro che dare eco ai sentimenti del cancelliere Angela Merkel, che nella sua critica ha utilizzato un linguaggio più diplomatico:

“L’attuale crisi dimostra che a livello nazionale si possono fare alcune cose, ma che la stragrande maggioranza degli interventi deve essere decisa a livello internazionale. Dobbiamo premere per l’introduzione di regole più chiare, affinché una crisi come quella attuale non possa più ripetersi”.

La Merkel sa che l’Europa è stata aggredita dalla deregulation del sistema americano, che permette a imbroglioni ed artisti della truffa di spadroneggiare. Perfino adesso – nel bel mezzo del più grave scandalo finanziario della storia – non un solo amministratore delegato o finanziario delle principali banche d’investimento è stato incriminato o trascinato in prigione. I mercati americani sono una “terra di nessuno” priva di legge, dove nessuno è ritenuto responsabile di nulla, non importa quanto grande sia il suo crimine o quante persone siano state danneggiate. Ma c’è un prezzo da pagare per aver imbrogliato gli investitori e gli Stati Uniti lo pagheranno. Già ora, l’acquisto di buoni del Tesoro americani è rallentato fino quasi a strisciare. Nei prossimi mesi, al sistema di supporto vitale dell’America sarà staccata la spina e la tenda a ossigeno verrà portata via. I protetti di Kissinger non ne sono preoccupati; ma la classe lavoratrice americana dovrebbe esserlo. Abbiamo di fronte una catastrofe ferroviaria e molte persone soffriranno senza motivo.

Così lo Spiegel Online descrive la situazione:

“La crisi bancaria sta ponendo fine al dominio americano sui mercati finanziari e sulla politica mondiale. I paesi industrializzati stanno scivolando nella recessione, l’era del turbocapitalismo sta giungendo alla fine e la potenza militare degli Stati Uniti si sta dissolvendo... Questi non sono più gli Stati Uniti muscolari e arroganti che il mondo conosceva, la superpotenza che dettava le regole a tutti gli altri e considerava il suo modo di pensare e fare gli affari come l’unica strada per il successo.

Oggi è in vetrina una nuova America, un paese che non ha più fiducia nei suoi antichi valori e ancor meno nelle sue elite; né nei politici, che non sono stati capaci di scorgere i problemi all’orizzonte, né nei leader economici, che hanno cercato di vendere agli americani un mondo fasullo di prosperità... E’ in vetrina anche la fine dell’arroganza. Gli americani pagano adesso il prezzo della loro superbia”. (Spiegel Online, “L’America perde la posizione di dominio sull’economia”).

Entrambi i candidati alla presidenza hanno giurato di proseguire la dottrina unilateralista di Bush. Obama è pronto, tanto quanto McCain, a violare i confini di stati sovrani, invadere paesi che non rappresentano una minaccia immediata alla sicurezza degli Stati Uniti, a proseguire con le sfacciate violazioni del diritto internazionale quando ciò serve agli interessi dei mandarini occidentali. Ma il cambiamento arriverà comunque. Il momento unipolare è passato. Man mano che si aggrava la crisi finanziaria, la capacità bellica americana risulterà erosa a causa del prosciugamento dei capitali e delle risorse. E’ solo questione di tempo prima che la macchina bellica si fermi scoppiettando e le truppe ritornino in patria. Quando i massacri avranno fine, inizierà il vero nuovo ordine mondiale.


Sta cambiando il mondo
di Alfredo Reichlin – L’Unita’ – 17 Ottobre 2008

Michele Salvati riconosce, sul Corriere della Sera, che non è scoppiata solo una bolla speculativa. È successo qualcosa di molto grosso che segna una data. È arrivato al capolinea un ordine economico. Cambiano i rapporti tra i poteri mondiali. Mi scuso se non sono un economista, ma di questo si deve parlare.

Noi abbiamo assistito a una vicenda del tutto nuova nella storia moderna, cioè al fatto che una oligarchia politico-finanziaria ha preteso di governare il mondo sottomettendo al suo potere la politica, intendendo per politica la sovranità dello Stato (moneta compresa) i diritti universali del cittadino, quale che sia la sua capacità di consumo, la società intesa come storie, culture, legami, progetti, non riducibili allo scambio economico. Di questo si è trattato. Ed è tanto vero che il mondo esulta perché gli Stati europei hanno mostrato l'intenzione di restituire il comando al «Sovrano».

Era evidente (almeno per menti libere) che non poteva continuare all'infinito un sistema in base al quale somme immense di denaro (molte volte più grandi della ricchezza reale prodotta) si muovono da un luogo all'altro del mondo in tempo reale prescindendo dai bisogni veri della gente, dalle relazioni umane, dai diritti sociali, dalle risorse reali, dai territori. Il fenomeno è stato, davvero, grandioso e certe polemiche anti-capitalistiche di “rivoluzionari” invecchiati lasciano il tempo che trovano.

In questo modo è stata anche favorita l'apertura di nuovi mercati e il finanziamento di cose straordinarie come l'intelligenza artificiale, le medicine (e - perché no? - le armi del 2000). E tutto ciò ha anche reso possibile un salto nello sviluppo dei paesi emergenti. Tuttavia è grazie a questo sistema che il paese più ricco del mondo ha potuto vivere a credito molto al di sopra delle sue risorse attirando, grazie al ruolo imperiale del dollaro l'ottanta per cento del risparmio mondiale.

Mentre all'interno (ma non solo all'interno degli Stati Uniti) si sviluppava un enorme gioco speculativo: credito facile, indebitamento di massa, ben al di là dal ricavato del proprio lavoro, creazione di una economia di consumi la quale si è tradotta in un crescente aumento delle disuguaglianze e in una devastante pressione sui beni pubblici e sulle risorse naturali. E mentre ai lavoratori e ai ceti medi si offriva l'eterna illusione che indebitandosi si potevano arricchire all'infinito con l'idea che il denaro si può fare col denaro, avveniva in realtà una impressionante redistribuzione del potere e delle ricchezze a favore delle oligarchie dominanti.

Un enorme gioco di specchi che si è rotto quando - come diceva Keines - «lo sviluppo del capitale reale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un “casinò”». Salvati non lo dice con queste parole. Ma mi è sembrato significativo il suo riferimento al libro di Robert Reich ferocemente polemico con questo sistema. Bene.

Ma se è così un problema molto grosso - politico ma anche intellettuale e morale - non può non porsi. E non solo a chi scrive. A me sembra evidente che il cominciare a pensare a un modello diverso per il governo dell'economia mondiale è un compito (ma anche un dovere etico-politico) non più rinviabile. Oltre tutto i governi europei hanno messo sul piatto qualcosa come due o tremila miliardi di dollari (tratti, evidentemente dalle tasche della gente, pensionati e operai compresi) per salvare le banche. Benissimo. Si può almeno cominciare a pensare a un futuro diverso?

Salvati non sfugge a questo problema. Egli non nega che una alternativa sarebbe necessaria e riconosce che i modelli capitalistici possano essere diversi tra loro, anche profondamente, così come il modello keinesiano, cioè il compromesso tra il capitalismo e la democrazia era del tutto diverso dalla svolta ultra liberista degli anni 70. Salvati non è Ostellino. Il problema che lui solleva è un altro ed è il vero problema che sfida oggi la sinistra e giustifica la sua inerzia. Mancano - dice - le condizioni.

E le condizioni di cui parla non sono tanto quelle oggettive (la profondità della crisi, la insostenibilità del modello attuale) quanto quei “grandi riorientamenti ideologici, culturali, teorici e, da ultimo, politici altrettanto profondi” che consentirono quei due grandi passaggi (il keinesiano tra gli anni 30 e 40 e il neo-liberismo degli anni 70).

Io ho molto rispetto per Salvati, un vecchio amico che ho sempre ascoltato con attenzione. Ma non resisto al bisogno (anche morale) di ricordare, a proposito di condizioni culturali, che cosa è stata in questi anni la vera e propria distruzione del pensiero politico della sinistra e di una sua qualunque visione autonoma rispetto al pensiero unico dell'oligarchia finanziaria. Un martellamento quotidiano mai visto prima contro i salari, (sempre troppo alti), i sindacati (inutili), la privatizzazione delle pensioni come condizione per lo sviluppo, (se ne accorgeranno i pensionati americani legati ai valori di Wall Street) le imprese che valgono solo per il valore delle azioni e non per ciò che producono.
Per non parlare della scala dei valori dominanti: l'ossequio perfino ridicolo per la ricchezza e la genialità dei banchieri, questi nuovi eroi del nostro tempo.

Forse parla in me un vecchio comunista che dovrebbe solo tacere. Parlino allora i liberali. Ci spieghino dove va a finire non la “classe” ma la libertà della persona se la società viene ridotta a società di mercato, se gli uomini sono messi in relazione tra loro non in rapporto alla loro sostanza umana ma in quanto “maschere” dietro alle quali non ci sono creatività e progetti di vita ma individui che si misurano con un solo metro: la capacità di consumo, il denaro. Perché Salvati chiama questo sistema “liberale”?

Mi dispiace, io non sono d'accordo. E non perché non capisca la necessità di una rivoluzione culturale oppure sottovaluti la debolezza della sinistra che paga anche per la sua illusione di ritagliarsi uno spazio (una “terza via”?) nel “casinò” di questi anni. Non c'erano le condizioni: così ci è stato detto. È molto triste sentirlo ripeterle. Certo, anch'io come Salvati non vedo in giro un nuovo Keines e non credo che Obama abbia la statura di Roosevelt. Ma respingo l'idea della politica che c'è in questo modo di ragionare.

È esattamente ciò che ci ha portato non al rischio di perdere (si può sempre perdere e poi rivincere) ma di finire nell'irrilevanza. Le condizioni si creano. Questo non si è capito e si continua a non capire: quanto conta, più della ricchezza il cervello della gente. Le condizioni non ci saranno mai se la politica non torna ad essere prima di tutto conoscenza, scoperta della realtà, libertà di pensiero, idee forti e quindi energie nuove rimesse in movimento. La storia di questi anni dovrebbe insegnare qualcosa.

Gli uomini come Salvati hanno l'intelligenza e il livello per contribuire a creare queste famose condizioni, almeno culturali. Troppi di loro in questi anni non lo hanno fatto. Eppure non ci voleva la zingara per capire che questo gigantesco gioco sui debiti era insostenibile. Perciò non mi piace che adesso siano gli stessi a dirci che la crisi è grave aggiungendo però che non ci sono le condizioni per cambiare. So anch'io che non sarà facile cambiare. Ma anch'io pongo una condizione. È quella di poter dire alla gente che esiste una grande e nobile ragione per cui costruiamo un nuovo partito. E che questa consiste nella convinzione che è giunto il momento di lottare per un mondo più giusto nel quale una nuova sinistra europea sia protagonista.

giovedì 16 ottobre 2008

Anche il governo USA andra' in bancarotta


Beppe Grillo ha lanciato la "sua" opa su Mediaset spiegando i buoni motivi per metterla in atto "Innegabili i vantaggi. La presidenza del Consiglio e in futuro quella della Repubblica. Togliersi dalle balle Emilio Fede e Paolo Liguori e Clemente Mimun. Guadagnare un patrimonio grazie alla pubblicità incassata da Publitalia. Veline senza limiti. E non solo. Ci sarebbe vera informazione. Travaglio direttore del telegiornale. Saviano inviato speciale (e non emigrato all'estero). Dario Fo responsabile della cultura".

Il problema per Grillo è, ovviamente, uno solo "Trovare chi ci mette i soldi", ma "l'affarone" è reale perché «la Mediaset mercoledì aveva un valore in Borsa di 3,990 euro per azione. E cioè, il 41,11% in meno da inizio 2008». Da inizio 2007 Mediaset è scesa da 9,501 euro a 3,990. Se un anno fa per comprarla bisognava pagare 100, oggi costa circa 40. Mi serve solo un partner industriale. La Bbc per esempio. Io sono a disposizione per la comunicazione dell'asta pubblica. Aspetto una telefonata, un fax, una mail. Astenersi perditempo".

E mentre in Italia Berlusconi lancia l'allarme sulle opa ostili, qui di seguito un articolo con prospettive parimenti interessanti...

Estate 2009: cessano i pagamenti del governo americano
Fonte Geab – 15 Ottobre 2008
Traduzione a cura di G.P.

In occasione della pubblicazione del GEAB N°28, LEAP/E2020 ha deciso di lanciare un nuovo allarme nel quadro della crisi sistemica globale poiché i nostri ricercatori stimano che all’estate 2009, il governo americano cesserà i pagamenti e non potrà dunque rimborsare i suoi creditori (detentori di buoni del tesoro US, di titoli di Fanny Mae e Freddy Mac, ecc.). Questa situazione di bancarotta avrà ovviamente conseguenze molto negative per l' insieme dei proprietari di attivi in dollari US. Secondo il nostro gruppo, il periodo che si aprirà in quel momento diventerà propizio alla messa in atto di “un nuovo dollaro„ destinato a rimediare brutalmente al problema della cessazione dei pagamenti e alla fuga massiccia di capitali fuori dagli Stati Uniti.

Questo processo deriverà dai cinque fattori seguenti che sono analizzati nei particolari nel GEAB N°28:
1.L' evoluzione recente, in aumento, del dollaro US è una conseguenza diretta e provvisoria della caduta delle borse mondiali
2.Il “battesimo politico„ dell' Euro che ha appena avuto luogo dà un'alternativa “di crisi„ al dollaro US, come “valore-rifugio„ credibile
3.Il debito pubblico americano si gonfia in modo ormai incontrollabile
4.Il crollo in corso dell’economia reale degli Stati Uniti impedisce ogni soluzione alternativa alla cessazione dei pagamenti
5. “Forte inflazione o iperinflazione negli Stati Uniti nel 2009„, questo è il vero problema. Ma ci si può già fare un'idea dell’evoluzione a venire osservando l'Islanda che il nostro gruppo segue con la lente d'ingrandimento dall’inizio 2006. Questo paese costituisce infatti un buon esempio di ciò che attende gli Stati Uniti, ed anche il Regno Unito. Si può considerare, come fanno d’altronde un buono numero di Islandesi oggi, che il crollo del sistema finanziario islandese è venuto dal fatto che esso era sovradimensionato in rapporto alla taglia dell’economia del paese.

L' Islanda ha preso in materia finanziaria dal Regno Unito (1). Come il Regno Unito in materia finanziaria ha preso dagli Stati Uniti e che gli Stati Uniti hanno preso dal pianeta intero, non è inutile meditare sul precedente islandese(2) per apprendere il corso degli eventi dei prossimi dodici mesi a Londra e Washington (3). Assistiamo infatti attualmente ad un doppio fenomeno storico: da una parte, dal mese di settembre 2008 (così come annunciato nel GEAB N°22 del febbraio 2008), l'insieme del pianeta è ormai cosciente dell'esistenza di una crisi sistemica globale caratterizzata da un crollo del sistema finanziario americano ed il contagio al resto del pianeta. D'altra parte, un numero crescente di attori mondiali intraprendono un’azione in proprio davanti all'inefficienza delle misure raccomandate o adottate dagli Stati Uniti, tuttavia centro del sistema finanziario mondiale da decenni. L' esempio del 1° Summit di Eurolandia (o Eurozona), che si è tenuto domenica 12 ottobre 2008 e le cui decisioni, per la loro ampiezza (quasi 1.700 miliardi EUR) e la loro natura (4), hanno permesso un ritorno di fiducia sui mercati finanziari di tutto il pianeta, è, a questo titolo, completamente esemplare “del mondo del dopo-settembre 2008„.

Perché c'è “un mondo del dopo-settembre 2008„. Per il nostro gruppo, è ormai ovvio che questo mese resterà nei libri di storia di tutto il mondo come quello “che data„ lo scoppio della crisi sistemica globale; anche se si tratta in realtà della fase “di decantazione„, l'ultima delle quattro fasi di questa crisi individuata fin dal giugno 2006 da LEAP/E2020 (5). Come sempre quando si tratta di grandi insiemi umani, la percezione del cambiamento per i più non interviene che quando il cambiamento è di fatto già avvenuto. In questo caso, il settembre 2008 segna l'esplosione principale “del detonatore finanziario„ della crisi sistemica globale. Secondo LEAP/E2020, questo secondo semestre 2008 è infatti il momento in cui “il mondo s’immerge nel cuore della fase d' impatto della crisi sistemica globale„ (6). Ciò vuol dire per i nostri ricercatori che alla fine di questo semestre, il mondo entra nella fase detta “di decantazione„ della crisi, vale a dire la fase in cui le conseguenze dello choc si mettono in moto. E’ de facto la fase più lunga della crisi (tra tre e dieci anni, a seconda dei paesi) e quella che interesserà direttamente il più grande numero di persone e di paesi. E’ la tappa che vedrà anche liberarsi le componenti dei nuovi equilibri mondiali di cui LEAP/E2020 presenta le prime due illustrazioni grafiche in questo GEAB N°28 (7). Così, come noi abbiamo ripetuto a più riprese dal 2006, che questa crisi è molto più importante, in termini d'impatto e di conseguenze, di quella del 1929. Storicamente, siamo tutti primi attori, testimoni e/o vittime di una crisi che contagia tutto il pianeta, con un grado senza precedenti d'interdipendenza tra paesi (a causa della globalizzazione di quest'ultimi vent’anni) e delle persone (il grado d' urbanizzazione, e dunque di dipendenza per le necessità di base - acqua, prodotti alimentari, energia,… - è oggi senza precedenti nella Storia). Tuttavia, il precedente degli anni '30 e le sue terribili conseguenze distruttive sembrano ai nostri ricercatori abbastanza presenti nelle memorie collettive tanto da permetterci, se i cittadini sono vigilanti ed i dirigenti lucidi, di poter evitare un bis che conduce ad una (o più) conflagrazione (i) principale (i).

Europa, Russia, Cina, Giappone,… costituiscono senza dubbio gli attori collettivi che possono garantire che l'implosione in corso della potenza dominante di quest'ultimi decenni, cioè gli Stati Uniti, non conduca il pianeta ad una catastrofe. Infatti, ad eccezione dell’URSS di Gorbatchev, gli imperi hanno tendenza a tentare invano d' invertire il corso della Storia quando sentono la loro potenza crollare. E’ compito delle potenze partner di incanalare in modo pacifico il processo, come ai cittadini ed elite del paese interessato di dare prova di chiarezza per affrontare il periodo molto penoso che si annuncia.

La "riparazione d'urgenza„ dei canali finanziari internazionali, realizzata soprattutto dai paesi della zona euro in quest'inizio di Ottobre 2008 (, non deve mascherare tre fatti essenziali: 1.questa “riparazione d' urgenza„, necessaria per evitare un panico che minacciava di inghiottire tutto il sistema finanziario mondiale in alcune settimane, non tratta temporaneamente che un sintomo. Non fa che prendere tempo, da due a tre mesi al massimo, poiché la recessione globale e il crollo dell’economia americana (la tabella quì sopra mostra la crescita vertiginosa dei fondi prestati alle banche americane dalla FED) accelera e crea nuove tensioni economiche, sociali e politiche; che occorre trattare con anticipo fin dal mese prossimo (una volta attuati “i pacchetti finanziari„) 2. anche se era assolutamente necessario rimettere in marcia il sistema del credito, i giganteschi mezzi finanziari dedicati su tutto il pianeta “alle riparazioni d' urgenza„ del sistema finanziario mondiale non potranno essere messi a disposizione dell’ economia reale nei mesi a venire per fare fronte alla recessione globale. 3. “la riparazione d'urgenza„ costituisce una marginalizzazione, e dunque un indebolimento supplementare degli Stati Uniti, poiché mette in atto processi contrari a quelli raccomandati da Washington con i 700 miliardi USD del TARP di Hank Paulson e Ben Bernanke: una ricapitalizzazione delle banche da parte dei governi (decisione che Hank Paulson è obbligato a seguire ora) ed una garanzia dei prestiti interbancari (infatti i governi di Eurolandia si sostituiscono agli assicuratori dei crediti, un settore che è nel cuore delle finanze mondiali e principalmente americane da decenni).

Queste evoluzioni deviano sempre più dai legami decisionali e flussi finanziari dell’orbita americana nel momento in cui l'economia degli Stati Uniti e l' esplosione del loro debito pubblico (9) e privato ne avrebbe più che mai bisogno; senza parlare delle pensioni che vanno in fumo (10). L'ultimo punto illustra come, nei mesi a venire, le soluzioni alla crisi e le sue diverse sequenze (finanziarie, economiche, sociali e politiche) divergeranno sempre più: ciò che è buono per il resto del mondo non lo sarà per gli Stati Uniti (11) ed ormai, Eurolandia in testa, il resto del mondo sembra determinato a fare le sue scelte. Lo choc brutale che genererà la cessazione dei pagamenti da parte degli Stati Uniti nell’estate 2009 è in parte una conseguenza di questo découplage decisionale delle grandi economie del mondo rispetto agli Stati Uniti.

È prevedibile e può essere ammortizzato se l'insieme degli attori cominciano fin d'ora ad anticiparlo; si tratta del resto di uno dei temi sviluppati in questo GEAB N°28. LEAP/E2020 spera soltanto che lo choc del settembre 2008 “abbia educato„ i responsabili politici, economici e finanziari del pianeta affinché essi comprendano che si agisce meglio quando si anticipa piuttosto che nell’urgenza. Sarebbe un peccato che Eurolandia, Asia ed i paesi produttori petrolio, come i cittadini americani, del resto, scoprano brutalmente nel corso dell’estate 2009, in seguito ad un fine settimana prolungato o alla chiusura amministrativa delle banche e borse per molti giorni sul territorio americano, che i loro buoni del tesoro US ed i loro dollari US non valgono più del 10% del loro valore poiché “un nuovo dollaro„ viene istituito (12).

NOTE:

(1) L'Islande a adopté depuis plus de 10 ans tous les principes de dérégulation et de financiarisation de l'économie qui ont été développés et mis en œuvre aux Etats-Unis et au Royaume-Uni. Reykjavik était devenu une sorte de « Mini-Me » financier de Londres et Washington, pour reprendre le personnage du film très britannico-américain Austin Powers. Et les trois pays ont entrepris de jouer financièrement à « la grenouille qui veut se faire aussi grosse que le boeuf », pour reprendre la fable de Jean de la Fontaine dont la fin est fatale à la grenouille.
(2) Ainsi la bourse islandaise s'est effondrée de 76% après avoir été fermée quelques jours pour « éviter » la panique ! Source : MarketWatch, 14/10/2008
(3) A ce titre, attardons-nous sur le montant du « paquet financier » annoncé par Londres, soit 640 milliards EUR dont 64 milliards EUR pour recapitaliser les banques et 320 milliards EUR pour renflouer les dettes à moyen terme de ces mêmes banques (source : Financial Times, 09/10/2008). Avec une économie en chute libre à l 'image du marché immobilier, une inflation galopante, des retraites par capitalisation qui s'évanouissent en fumée, et une monnaie au plus bas, à part accroître la dette publique et affaiblir encore plus la Livre, on voit mal comment cela peut « sauver » des banques déjà très mal en point. A la différence des banques des pays de la plupart de la zone Euro, le système financier britannique, comme son homologue américain, est au cœur de la crise, et non pas une victime collatérale. Et Gordon Brown peut bien jouer à Churchill et Roosevelt réunis (Source : Telegraph, 14/10/2008), mais dans sa méconnaissance évidente de l'Histoire, il oublie que ni Churchill ni Roosevelt n'étaient aux commandes de leurs pays depuis 10 ans quand ils ont dû affronter chacun leur « grande crise » (cela vaut d'ailleurs pour les Etats-Unis et l'administration Bush - Paulson et Bernanke inclus - qui viennent tous du « problème » et font donc très peu probablement partis de la « solution »). Sans compter que Roosevelt et Churchill organisaient les sommets comme Yalta ou Téhéran en laissant Français et Allemands à la porte, alors que c'est lui qui a dû rester à la porte du Sommet de l'Euroland.
(4) Source : L'Express, 13/10/2008
(5) Source GEAB N°5, 15/05/2006
(6)Source GEAB N°26, 15/06/2008
(7)LEAP/E2020 présente ainsi une synthèse de ses anticipations sur la phase de décantation de la crise grâce à une carte du monde de l'impact de la crise différenciant entre 6 grands groupes de pays ; ainsi qu'un calendrier anticipatif 2008-2013 des 4 séquences financière, économique, sociale et politique pour chacune de ces régions.

(8) Car c'est bien la zone Euro, l'Euroland, qui a permis d'arrêter la spirale de panique globale. Depuis des semaines, les initiatives américaines et britanniques se sont succédées sans effet. C'est l'irruption d'un nouvel acteur collectif, le « sommet de l'Euroland » et ses décisions d'envergure, qui ont constitué le phénomène nouveau et rassurant. C'est d'ailleurs un nouvel acteur que Washington et Londres ont systématiquement empêché d'émerger depuis le lancement de l'Euro il y a 6 ans. Et il a fallu toute une mise en scène diplomatique (réunion préalable, photo de groupe pré-sommet,... ) pour permettre au Premier Ministre britannique de faire croire qu'il n'était pas marginalisé dans ce processus, alors qu'il n'appartient de facto pas aux sommets de la zone euro. Dans ce GEAB N°28, LEAP/E2020 revient sur ce phénomène et les conséquences systémiques durables de la tenue du 1er sommet de l'Euroland.

(9)Le plan de sauvetage financier américain a déjà accru de 17.000 USD la dette de chaque Américain. Source : CommodityOnline, 06/10/2008

(10) Ce sont en effet 2.000 milliards USD de retraites par capitalisation qui ont disparu en fumée ces dernières semaines aux Etats-Unis. Source : USAToday, 08/10/2008
(11) En tout cas à court terme. Car notre équipe est persuadée que pour le peuple américain, à moyen et long termes, il n'est pas mauvais du tout que le système dominant à Washington et New-York soit fondamentalement remis en cause. C'est en effet ce système qui a plongé ce pays dans les problèmes dramatiques où des dizaines de millions d'Américains se débattent aujourd'hui, comme l'illustre parfaitement cet article du New York Times du 11/10/2008

(12) Même si c'est une mesure de peu d'ampleur par rapport à la perspective de cessation de paiement des Etats-Unis, ceux qui pensent qu'il est temps de réinvestir dans les marchés financiers peuvent trouver utile de savoir que le New York Stock Exchange vient de réviser tous ses seuils d'interruption...

mercoledì 15 ottobre 2008

Saviano costretto a emigrare per sopravvivere


Ecco un altro buon motivo per ritenere l'Italia un Paese di merda e senza futuro.

Un piano per uccidere Saviano

di Fulvio Bufi – www.robertosaviano.it – 15 Ottobre 2008


Il piano della Camorra per uccidere Roberto Saviano sarebbe entrato nella fase operativa. Deciso all'unanimità dalle famiglie che aderiscono al cartello dei Casalesi e addirittura fissato con una scadenza a breve termine: entro Natale i clan vogliono ammazzare l'autore di Gomorra e se necessario anche i carabinieri che gli fanno da scorta. Contano di farlo con un attentato spettacolare sull'autostrada Roma-Napoli durante uno dei frequenti spostamenti dello scrittore e degli uomini che lo proteggono. L'informativa giunta ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli nasce da una confidenza del pentito Carmine Schiavone, cugino e omonimo del boss soprannominato Sandokan, il capo dei capi dei Casalesi, riconosciuto come tale anche ora che è detenuto e condannato all'ergastolo.


Schiavone ha cominciato a collaborare con i magistrati nel 1993 e al processo Spartacus, il più importante contro le cosche del Casertano, conclusosi in appello nello scorso giugno, la sua deposizione si è sviluppata per quarantanove udienze. Di quelle cosche conosceva ogni segreto, finché ne ha fatto parte. Ma anche oggi che vive con una identità nuova in una località dell'Italia centrale, continuerebbe ad avere contatti a Casal di Principe, il paese dal quale i clan hanno mutuato il nome, e di cui sono originari tutti gli Schiavone. E da uno di questi suoi contatti il collaboratore di giustizia avrebbe appreso del piano per eliminare Saviano. E ne ha parlato con un ufficiale di polizia. Da qui l'informativa alla Dda e l'innalzamento del livello di attenzione per proteggere l'incolumità dello scrittore. In Procura a Napoli i magistrati sottolineano che una informazione de relato ha bisogno di essere verificata da ulteriori accertamenti, ma ammettono anche che i rischi per Saviano sono consistenti da tempo, e quest'ultima novità non farebbe che confermare la fondatezza delle preoccupazioni che loro stessi hanno più volte espresso.


Una preoccupazione che cresce ulteriormente se si mettono in parallelo le confidenze di Schiavone con le prime deposizioni di Oreste Spagnuolo, uno dei killer dei sei africani ammazzati il 18 settembre scorso a Castelvolturno, che dopo l'arresto ha scelto di diventare collaboratore di giustizia. Spagnuolo ha parlato e sta parlando molto di Giuseppe Setola, il boss di quella frangia dei casalesi che avrebbe firmato non solo la strage di Castelvolturno ma anche numerosi altri omicidi negli ultimi mesi. Colpisce particolarmente un colloquio riferito dal pentito: «Ricordo che Setola ha parlato del fatto che cercava di procurarsi dell'esplosivo con un detonatore con telecomando; non mi ha spiegato cosa voleva farci ma diceva che era un modo facile per uccidere». Setola potrebbe aver trovato l'esplosivo che cercava, e ciò che non spiegò a Spagnuolo potrebbe essere proprio che aveva intenzione di usarlo per Saviano.


Tutto sarebbe in linea con la svolta stragista dei Casalesi iniziata proprio quando Setola - evaso dagli arresti domiciliari in una clinica - ha preso il controllo di un manipolo di uomini, tra i quali c'era anche Spagnuolo, e ha cominciato a regolare i conti con parenti di pentiti, imprenditori antiracket, con le comunità di immigrati che vivono in provincia di Caserta. Una svolta sanguinaria all'insegna delle azioni clamorose, in pieno stile corleonese dei primi Anni '90. E a cosa somiglierebbe un attentato in autostrada se non alla strage del 23 maggio 1992 a Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro? I casalesi hanno da sempre un'impronta mafiosa che li rende diversi da tutti gli altri clan della camorra.


Non a caso in Campania soltanto loro hanno progettato di eliminare un magistrato, il pm Raffaele Cantone. Per Saviano la protezione dei carabinieri è iniziata due anni fa, e proprio ieri lo scrittore ne ha parlato intervenendo ai microfoni della trasmissione di Radiotre, Fahrenheit. «Sono stati due anni di vita duri», ha detto, aggiungendo che «all'inizio sembra che non ce la puoi fare, quando il tuo quotidiano viene stravolto e capisci che puoi solo peggiorare, perché vivi costantemente nel sospetto, nella mancanza di fiducia, nella solitudine, mentre le persone che ti sono attorno spariscono». Lo scrittore parla dei blitz recenti («Temo che gli ultimi arresti possano rendere gli uomini del clan più disperati») e di problemi anche molto pratici, in questi anni di vita blindata, come quando non riusciva a trovare casa a Napoli perché in nessun condominio volevano un vicino a rischio come lui. Ora racconta di aver scoperto la boxe, che lo diverte e lo rasserena: «Faccio molta palestra, ma sempre con quelli che chiamo i miei ragazzi, cioè i carabinieri (spesso più adulti di lui, ndr), che mi accompagnano giorno e notte e che qualche volta mi chiamano capitano».



IO PRIGIONIERO DI GOMORRA LASCIO L’ITALIA PER RIAVERE UNA VITA

di Giuseppe D’Avanzo – La Repubblica – 15 Ottobre 2008


Andrò' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre.

Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".

Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali.

Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

martedì 14 ottobre 2008

Thailandia e Cambogia sull’orlo di una crisi di nervi

Si e' riaccesa di nuovo la tensione tra Thailandia e Cambogia per via di un'area territoriale al confine tra i due Paesi oggetto di contesa da quasi 50 anni e che circonda l'antico tempio hindu di Preah Vihear, la cui sovranita' e' rivendicata da entrambi ma assegnata alla Cambogia dalla Corte internazionale di giustizia nel 1962. Il tempio poi e' stato inserito nella lista del Patrimonio dell'Umanita' dall'Unesco nel luglio scorso e cio' ha riscatenato la tensione che si trascina fino ad oggi.

Venerdi' scorso inoltre c'e' stato un breve conflitto a fuoco con due soldati thailandesi e uno cambogiano feriti - piu' altri due soldati thai feriti perche' saltati su una delle migliaia di mine presenti nela zona - mentre oggi scadeva l'ultimatum lanciato dal premier cambogiano Hun Sen per il ritiro dei soldati thailandesi dall'area, altrimenti "la Cambogia muovera' una vera e propria guerra su larga scala", ha minacciato Hun Sen.

Ma entrambi i Paesi hanno ben altri problemi da affrontare; in primis la Thailandia con una situazione politica interna in subbuglio da almeno 5 mesi e un quadro economico non certo positivo di questi tempi per i due Paesi.

La Thailandia ha comunque promesso di usare la forza solo per difendere la sua sovranita', ma non ritirera' i soldati dalla zona che ritiene essere all'interno dei suoi confini.

La telenovela continua…

Via i soldati dal tempio
di Fabio Radivo e Beniamino Capro – Peacereporter – 14 Ottobre 2008
Un luogo di culto in rovina, chiuso ai turisti e circondato dalle mine potrebbe scatenare un conflitto tra due Paesi che avrebbero ben altri problemi a cui pensare. Ma Thailandia e Cambogia stanno lì, a guardarsi in cagnesco sul confine intorno al tempio di Preah Vihear, che entrambe reclamano per sé.

Oggi scadeva un ultimatum lanciato dal primo ministro cambogiano Hun Sen ai 84 soldati thailandesi che stazionano nella zona: se non vi ritirate, sarà guerra.
Ora Phnom Penh dice che le truppe rivali hanno lasciato la zona contesa, mentre Bangkok nega che i suoi militari abbiano fatto un passo indietro. Nell'incertezza, i rischi che la tensione degeneri restano alti.

Assegnato alla Cambogia dalla Corte internazionale di giustizia nel 1962, il tempio di Preah Vihear è ritornato oggetto del contendere lo scorso luglio, quando l'Unesco lo ha inserito nella lista del Patrimonio dell'umanità. E' stato come riaprire una vecchia ferita: le aspirazioni thailandesi sul tempio sono così ritornate attuali. I nazionalisti, parte del movimento di opposizione che da settimane assedia la sede del governo a Bangkok, hanno accusato l'allora premier Samak Sandaravej di avere una posizione troppo morbida sulla questione. Tra le accuse reciproche, Bangkok e Phnom Penh hanno inviato in totale circa 1.400 militari nella zona.

Dopo sei settimane di minacce, alla fine quasi tutti i soldati sono rientrati. Ma la scorsa settimana uno scambio di colpi ha ferito due soldati thailandesi e uno cambogiano. Altri due militari di Bangkok sono rimasti gravemente feriti saltando su una mina.

La Thailandia sostiene che i suoi soldati ancora in zona stanno lavorando proprio alla bonifica dei terreni minati, con ordigni rimasti là da decenni. Ma la Cambogia ci vede più il pericolo di una manovra a sorpresa per impossessarsi del tempio, dall'alto valore simbolico – è cento anni più vecchio di quello di Angkor Vat, perla della civiltà Khmer – ma anche dal grande potenziale turistico.

E mentre i contatti diplomatici tra i due Paesi continuano, il nuovo premier thailandese Somchai Wongsawat – che da tre settimane lavora dalla sala Vip del vecchio aeroporto di Bangkok, data la protesta popolare ancora in atto – non vuole dare segni di debolezza, sostenendo che per la Thailandia è impossibile fare tornare indietro le sue truppe.
"E' come se ci chiedessero di ritirarci da casa nostra", ha detto. Un portavoce dell'esercito di Bangkok, intanto, ha ribadito che il paese è “pronto" a rispondere militarmente, se attaccato. Sarebbe un atto di autodifesa in base allo Statuto dell'Onu, ha aggiunto un portavoce del ministero degli esteri.

I caccia thailandesi sorvolano il confine da settimane. A O'Tateak, a circa dieci chilometri dalla frontiera, la popolazione cambogiana, pur abituata al ringhiare degli eserciti, questa volta è più preoccupata. "Ci sono state parecchie scaramucce tra le guardie di confine cambogiane e thailandesi", racconta a PeaceReporter Mauro Cipolotti, che a Battambang è logista per Emergency, mentre è di ritorno proprio dalle zone di confine dove Emergency ha dei posti di pronto soccorso. "Proprio poco fa abbiamo incrociato dei carri armati cambogiani che stavano andando verso la frontiera, e gli abitanti della zona ci confermano che la tensione è davvero più alta del solito, questa volta. Sebbene alcuni non credano che nemmeno questa volta possa cominciare un conflitto armato, i più sostengono che appena le piogge cesseranno, la guerra con la Thailandia comincerà".

Mauro interrompe la chiacchierata, si sporge dal finestrino del fuoristrada su cui sta viaggiando. "Pioverà ancora per qualche giorno. E nonostante oggi in tutto il Paese si festeggi la fine della stagione delle pioggie, ci sono ancora tante nuvole. Ma al massimo tra due tre settimane comincerà la stagione secca. E allora per i militari non ci saranno ostacoli alle manovre".

lunedì 13 ottobre 2008

Crisi finanziaria: l'inutile "Prozac" della liquidita' creata dal nulla

Dopo le misure messe a punto dai 15 governi dell'area Euro, che sosterranno le banche colpite dalla crisi con la garanzia dei debiti a medio termine fino al 31 dicembre 2009, le Borse mondiali hanno reagito con uno sprazzo di euforia come se tutte quante avessero preso una bella dose di Prozac.

Oggi poi il governo tedesco ha approvato un piano di 480 miliardi di euro per il salvataggio del sistema bancario tedesco. Pero' tutta questa immissione di liquidita' creata dal nulla non risolvera' affatto il problema che e' davanti a tutti, ma che si finge di non vedere.
Se ne parla qui di seguito.

Inflazione: il prossimo fardello
di Chris Payne - The Guardian - 8 Ottobre 2008
Traduzione di Alcenero per http://www.comedonchisciotte.org/

Abbiamo preso a prestito troppo denaro appoggiandoci sul valore di beni che si stanno svalutando. Il risultato sarà l'inflazione.

E' ora chiaro che ogni governo occidentale farà del proprio meglio per assicurarsi che nessun risparmiatore perda i propri depositi. La Federal Reserve sta prestando direttamente alle società, e qui nel Regno Unito, il governo sta per iniziare a comparare partecipazioni nelle banche britanniche. Non c'è modo di sfuggire alla durezza della crisi. Le autorità monetarie in tutto il mondo si sono ora concentrate nel cercare di assicurarsi che venga evitato il destino degli Stati Uniti nella grande depressione degli anni '30, quando la produzione cadde del 30%. Invece, la loro speranza è che la recessione futura sia più simile a quella dei primi anni '70, quando le economie occidentali si ridussero di un valore compreso tra il 5% e il 10%. Qualcosa di doloroso ma non di catastrofico.

Ciò a cui non possiamo sfuggire è che la quantità di denaro nel settore bancario supera di gran lunga il valore dei beni usati come garanzia per i prestiti. È così che vanno le cose: se vuoi comprare una casa, hai bisogno di prendere in prestito 100.000 sterline. Allora vai a una banca e loro emettono il prestito, depositando in quel momento 100.000 sterline sul vostro conto. Quel denaro prima non esisteva: si tratta di nuovo denaro.

Tu compri la tua casa, e all'altro estremo della catena, il venditore rideposita le 100.000 sterline nel sistema bancario. La quantità di denaro in circolazione è cresciuta di 100.000 sterline ed è rappresentata dai "risparmi" messi in banca dal venditore. Ma quei risparmi sono un riflesso del valore della casa. Se il prezzo della casa era raddoppiato in mano ai precedenti proprietari, 50.000 sterline in quei risparmi sono risultato dell'inflazione causata dal denaro creato dal settore bancario.
Supponete che il mercato immobiliare crolli. Vi sarà ora più denaro nel sistema bancario di quello che è il valore nel mercato immobiliare. Dunque anche il valore di quel denaro deve cadere.

Durante la crisi asiatica di 10 anni fa andò esattamente così. Molte banche si dichiararono insolventi, molti risparmiatori persero i loro depositi, il valore del denaro nell'economia cadde in modo da riflettere il nuovo, più basso, valore dei beni nell'economia stessa. È esattamente quello che è successo in Thailandia, ma, diversamente che nel nostro caso, il loro governo era semplicemente troppo povero per salvare i risparmiatori a cui capitava di avere depositi nella banca sbagliata.

In Occidente siamo abbastanza ricchi da far sì che le banche non crollino, cancellando singoli risparmiatori. Di fatto, perché alcuni risparmiatori dovrebbero cavarsela solo perché sono stati abbastanza fortunati da mettere i loro depositi nella banca giusta? Però, ciò a cui non possiamo sfuggire è che il valore del denaro in circolazione deve ristringersi per adattarsi al valore in caduta della proprietà per il cui acquisto era stato prestato. Per quanto ci possa non piacere, il valore dei nostri risparmi deve cadere.

Il processo tramite cui accade ciò si chiama inflazione. Le banche centrali stanno creando denaro a destra e sinistra per fornire liquidità alle banche. I governi stanno enormemente aumentando i loro passivi acquisendo cattivi debiti o investendo direttamente nelle banche per stabilizzare i fondi dei loro azionisti. Ma la cosa è persino peggiore, perché il governo e' anche in passivo per tutte le sue spese nei pubblici servizi. Cercherà di prendere in prestito tutto quello che può dai risparmiatori in tutto il mondo, ad esempio i cinesi. Ma alla fine molti governi dovranno ridursi a "stampare denaro" per pagare tutti questi costi e il risultato di ciò sarà un enorme inflazione.

Ciò che dovrebbe essere ormai chiaro è che gli scorsi anni hanno rappresentato uno straordinario boom alimentato dal credito. Abbiamo tutti guadagnato di più, prestato di più e visto i prezzi delle case salire a livelli record. E gli introiti dei governi tramite le imposte erano da periodo di boom. Eppure tutto quel denaro valeva meno di quanto pensavamo. Come risultato il governo deve ora espandere la fornitura di denaro per salvare banche, risparmiatori e l'intera economia, pur continuando la sua normale spesa. Tutto ciò può essere solo causa di inflazione, il risultato finale sarà che ogni sterlina varrà di meno.

Perderemo tutti denaro nel momento in cui l'inflazione eroderà il valore dei nostri risparmi. Quantomeno è qualcosa di più equo di fallimenti bancari indiscriminati. Eppure avverrà comunque, e il meccanismo sarà l'inflazione. Potremmo evitare una grande depressione, ma ci sentiremo tutti meno ricchi alla fine del processo.

domenica 12 ottobre 2008

Dopo Hiroshima e Nagasaki c’e Bassora

Qui di seguito il testo e il video dell’inchiesta - curata da Maurizio Torrealta e Alessandro Rampietti e trasmessa pochi giorni fa da Rainews24 – con l’accusa da parte di un veterano USA della Guerra del Golfo del 1991 sull’uso di una bomba atomica USA sganciata nella zona tra Bassora e il confine con l’Iran.

L’accusa del veterano: la terza bomba nucleare
di Maurizio Torrealta e Alessandro Rampietti – Rainews24 – 8 Ottobre 2008

Nell’inchiesta un veterano americano che ha partecipato a "Desert Storm", accusa l’Amministrazione americana di aver utilizzato una piccola bomba nucleare a penetrazione di 5 chilotoni di potenza nella zona tra la città irachena di Basra ed il confine con l’Iran.

Per controllare queste dichiarazioni Rainews24 ha cercato di verificare se durante la prima guerra del Golfo era stato registrato un evento sismico pari a 5 chilotoni. Consultando l’archivio "on line" del "Sismological International Center" ha trovato che proprio nella zona descritta dal veterano, era stato registrato un evento sismico di potenza corrispondente a 5 chilotoni, l’ ultimo giorno del conflitto.

Si tratta dunque di un indizio che richiede lo sviluppo di un vasto lavoro di verifiche che noi di Rainews24 vogliamo svolgere coinvolgendo giornalisti di altri paesi, i centri sismici che hanno registrato l'evento ai quali richiediamo ulteriori dati sulle onde sismiche, e le organizzazioni internazionali preposte al monitoraggio nucleare. La redazione ha deciso di trasmettere questa intervista perché la situazione sanitaria a Basra ha raggiunto livelli di pericolosità davvero critici: i decessi annuali per tumore, secondo il responsabile del reparto oncologico dell’ ospedale di Basra, Dott Jawad Al Ali, sono aumentati da 32 nel 1989 (prima della guerra del Golfo) a più di 600 nel 2002. Il Dipartimento della Difesa statunitense chiamato ad esprimersi sulle accuse del veterano ha dichiarato che durante "Desert Storm" sono state utilizzate solo armi convenzionali.

Documenti:
- Note su Jim Brown
- Il testo della nostra inchiesta in italiano ed inglese
- Il video (in italiano e in inglese)
- I dati sulla situazione sanitaria a Basra (immagini, anche molto crude e realistiche, raccolta dal Dr. Jawad al Ali, oncologo dell'ospedale di Bassora) (PowerPoint file - 1,33 MB)
- I dati sugli eventi sismici nell area nel mese di Febbraio 1991 rilevati sul sito dell'ISC
- Il dato sismico di magnitudo 4.2 che abbiamo individuato durante Desert Storm
- La tavola di confronto tra Chilotoni e Scala Richter [file doc]
- I dati simici rintracciati nel sito della rete di monitoraggio sismico NORSAR relativi ai giorni 1, 2 e 3 marzo 2002 in Afghanistan
- Il testo delle 2 lettere del Dipartimento della difesa Americana

Trascrizione del filmato:

-Può presentarsi?
il mio nome è Jim Brown, sono un veterano dell'esercito americano con dieci anni d' esperienza.

-Quando è stato in Iraq?
Sono stato mandato in Arabia Saudita in appoggio alle truppe che dovevano intervenire in Iraq, Ho iniziato la mia attività il 25 settembre e ho lasciato l' Arabia Saudita il 16 di Febbraio. 1991.

-Cosa è avvenuto là che non è mai stato rivelato?
I militari americani assieme ai loro alleati hanno sganciato una bomba nucleare di circa cinque Chilotoni di potenza, nell'area di Bassora in Iraq.

-Dove è stata usata ?
La bomba fu utilizzata tra la città di Basra ed il confine con l' Iran.

-Chi l'ha sganciata?
E' stata usata dai militari americani, l'arma utilizzata è una bomba nucleare da cinque Chilotoni viene anche chiamata bomba nucleare a potenza variabile.

-Che tipo di arma era ?
L' Arma è essenzialmente una bomba a penetrazione ad alta efficienza, quando viene sganciata penetra all'interno dell'obbiettivo, in questo caso è penetrata all' interno del terreno ed è esplosa là dentro. Viene anche utilizzata per rendere inaccessibili certe aree. Significa in pratica che l' intera area viene irradiata di radiazioni. E' anche un messaggio molto efficacie se volete dire a qualcuno di stare lontano da quel posto. Viene chiamata "Bunker Booster"


La versione del veterano
di Maurizio Torrealta

Secondo l'accusa del veterano Jim Brown , durante la prima guerra del Golfo una piccola bomba nucleare di 5 Chilotoni, sarebbe stata fatta esplodere tra la città irachena di Basra ed il confine con l'Iran. Se cosi fosse stato, si sarebbe trattato della terza bomba nucleare usata durante un conflitto dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki

Una bomba nucleare di 5 Chilotoni è una bomba relativamente piccola, più piccola di quella di Hiroscima che era di 16 Chilotoni, e di quella di Nakasakhi che era di 22. Gli effetti della radioattività, però sono ugualmente terribili.

Siamo venuti a conoscenza della testimonianza di Jim Brown grazie a Willam Thomas un giornalista canadese che ha molto lavorato con I veterani dell'Esercito Americano e ci ha messo in contato con lui.



JIM BROWN
-Non ha paura di parlare di queste cose?
Bisogna capire cosa é la paura. C'è un punto in cui devi dire: basta, e quando superi quella linea non hai molto compagnia accanto a te, o lo fai o non lo fai, quando ero nei militari ho alzato la mano destra ed ho fatto un giuramento ed ho detto "questo è quello che io difenderò"


Chi è Jim Brown ?
Nato nel 1965 entra nell' esercito a 22 anni , diventa Ingegnere meccanico nella decima divisione montana di Fort Drum. Partecipa a Desert Storm in Arabia Saudita dal 25 settembre del 1990 al 16 Febbraio 1991,rientra per problemi familiari e comincia ad accusare strani disturbi. Come altri veterani inizia una lunga battaglia perché la sua malattia venga riconosciuta. si ammala, a suo dire, a causa di un vaccino contro l' antrace che gli è stato iniettato in Arabia Saudita. Nel 1997 viene ripreso ufficialmente per alcuni contrasti e degradato da Ingegnere di Livello 4 ad ingegnere di 3 livello. L'abbassamento di livello non gli permette di svolgere la mansione delle quale è incaricato e quindi viene congedato, ma con onore. La sua attività nell' organizzazione dei veterani dell'esercito americano lo ha gia portato ad essere citato dalla grande stampa, come in questo articolo del 2003 sul New York Times e a essere ascoltato dal Comitato di Consulenza della Presidenza degli Stati Uniti sulle malattie dei Veterani della Guerra del Golfo.
Di ritorno da Desert Storm fonda l'Organizzazione di Veterani Gulf Watch Intelligent Networking Sistem. Jim Brown parla per la prima volta dell'uso di una piccola bomba nucleare sotto pseudonimo nel sito del giornalista canadese Thomas William. Questa è invece la prima intervista televisiva di Jim Brown sull'argomento.


- Perchè è stata usata?
la spiegazione migliore che sono stato in grado di verificare fino ad ora è che è stata usata per mandare un messaggio a Saddam che eravamo determinati a finire questa guerra e vincere il confllitto


Ma quali sono i riscontri al suo racconto? Abbiamo controllato se nella banca dati online del Centro Sismologico Internazionale, nella area intorno alla citta di Basra in Iraq, era stato registrato un evento sismico della stessa forza di 5 Chilotoni, 5 Chilotoni corrispondono ad una Magnitudo di circa 4,2 nella scala Richter .

Abbiamo trovato che l'unico evento sismico avvenuto durante i 43 giorni di Desert Storm è stato un evento di magnitudo : 4.2 scala Richther ed è stato registrato proprio nella zona descritta da Jim Brown tra la città di Basra e il confine con l'Iran. E' catalogato con il numero 342793 è avvenuto il 27 di Febbraio del 1991 , proprio l'ultimo giorno del conflitto, alle ore 13:39. Il fenomeno è stato registrato da 9 centri sismici, 2 in Iran, 4 in Nepal, uno in Canada, uno in Svezia ed uno in Norvegia, questi due ultimi hanno anche misurato l'intensità dell esplosione di circa Magnitudo 4, 2. La sua profondità viene collocata nel primo livello superficiale che fa da 0 a 33 km.

Ulteriori informazioni possono essere fornite dall’ analisi delle onde sismiche registrate dalle stazioni nei diversi Paesi ma data la vastità del lavoro chiediamo agli organismi internazionali che svolgono il monitoraggio antinucleare ed ai centri sismici nazionali coinvolti , di aiutarci nella raccolta di elementi certi e dirimenti per capire se sia trattato di una esplosione o di un terremoto.

Ma in che contesto storico e politico un'arma come quella di cui ci parla il veterano avrebbe potuto essere utilizzata durante "Desert Storm"? rileggiamo la sequenza dei fatti:

il 2 agosto 1990 Saddam Hussein invade il Kuwait

16 gennaio 1991 Il Presidente George Bush annuncia al mondo che è inizata "Desert Storm", la più grande opeazione bellica dopo il 1948, 28 paesi intervengono a fianco degli Usa.

Ma come avrebbe reagito il mondo islamico?


Dichiarazione di James Baker
Noi vogliamo creare le basi che ci mettano nella posizione di avere una credibile opzione per l’ uso della forza (nucleare) che è molto differente da dire che il Presidente abbia preso la decisione di muoversi in quella direzione, noi vorremo che fosse un segnale molto chiaro - e lo è molto chiaro -ed indiscutibile che quando il Presidente dice che non vuole escludere la possibilità non l'abbiamo esclusa come opzione ma la riteniamo una credibile opzione.

Se Saddam avesse utilizzato armi chimiche o batteriologiche il Pentagono avrebbe potuto rispondere anche con l'atomica, ma sull' utilizzo del nucleare viene lasciata una voluta ambiguita, tanto che lo stesso Segretario di Stato James Baker conia l'espressione "Dottrina dell'ambiguità calcolata,

JIM BROWN
Il punto centrale è che comunque fosse andata si sarebbe trattato di risultato positivo per gli Stati Uniti: potevano lanciare questa bomba in una delle zone più deserte immediatamente disponibili, nel corso di un conflitto , poteva essere riconosciuta per quello che in realtà era o non poteva neanche essere riconosciuta dal momento che esplodeva in parte sottoterra, poteva essere vista una versione minore del caratteristico fungo atomico, ma se si era abbastanza distanti, non si sarebbe capito quello che stava succedendo. Gli effetti potevano essere immediati e a lunga scadenza.

Ma nel 1991 un’altra arma fa il suo debutto sul campo di battaglia: l'uranio impoverito
- Durante Desert Storm per la prima volta sono stati usati proiettili all' uranio impoverito: perche?
L'uranio impoverito e l' uranio non impoverito, entrambi mostrano una sorta di firma radioattiva che poteva permettere di confonderli uno con l'altro, di scambiarli l'uno con l'altro, inoltre con l'uranio impoverito, gli effetti immediati che vengono provocati sugli individui, sui palazzi, sui veicoli, imitano in qualche modo gli effetti che vengono provocati da una esplosione nucleare più grande come l'essicazione dei corpi, l'immediata distruzione delle strade, la perdita di sangue dagli occhi e dal naso. Le radiazioni rilasciate da piccoli proiettili all uranio impoverito sono anche esse sempre presenti, ma se questi proiettili vengono usati ripetutamente come ad esempio nelle mitragliatrici dell’aereo A 10, un proiettile dopo l'altro, uno dopo l' altro, provocano un forte impatto di radiazioni, non solo nelle polveri che rilasciano, ma nelle radiazioni liberate dalle esplosione dei proiettili .

-Poteva servire a coprire?
Poteva coprire praticamente tutto quello che avveniva

Se fosse fondata la denuncia del veterano Jim Brown, quale potrebbe essere stato l'evento che ha convinto l'amministrazione americana ad usare una mini atomica proprio l'ultimo giorno di guerra? Possiamo solo fare un'ipotesi: 2 giorni prima della ipotetica decisione di sganciare una bomba atomica, il 25 febbraio , un missile scud lanciato dagli iracheni riuscì a colpire la base americana di Dhahran in Arabia Saudita uccidendo 28 militari americani e ferendone 99. Questo provocò un forte reazione americana : nella notte tra il 26 ed il 27 di febbraio fu distrutta una intera colonna di macchine di fuggitivi appena oltre il confine del Kuwait. Potrebbe non essere stata l'unica azione di ritorsione si tratta di un'ipotesi azzardata ma la politica dell' amministrazione americana nel 91 è stata volutamente ambigua.

-Ci sono dei testimoni?
Ci sono testimoni, io personalmente ho parlato con persone che si trovavano sul posto nel periodo in cui questo è successo , so di altre persone che hanno parlato con altre persone- lo so che sembra strano, ma questo è il modo in cui funziona la intelligence comunity : si sente una informazione da un individuo, la si verifica con un altro e alla fine si butta fuori l' intero dettaglio e si raccoglie la storia completa. Quando è coinvolto il governo , non esiste un governo al mondo che ammetterà mai di avere fatto nulla di questo genere.

-Come è venuto a saperlo?
L' organizzazione che ho creato che si chiama GULF WATCH Intelligence Networking System, noi abbiamo provato per molti anni a raccogliere queste informazioni per farle diventare pubbliche ed impedire che possa succedere questo di nuovo , perché ti posso garantire che se sono riusciti a passarla liscia su questo argomento nel 91, l'hanno passata liscia anche nel 2002 e continueranno a passarla liscia finché gli verrà permesso di fare questo e questo deve finire.


Prima di mandare in onda questa intervista abbiamo informato il Dipartimento della difesa che un veterano dell’esercito americano ci aveva raccontato che una minibomba nucleare era stata usata durante Desert Storm, ci hanno chiesto delucidazioni sul giorno in cui sarebbe successo e ci hanno inviato il seguente comunicato:
Durante la guerra del Golfo del 1991 sono state usate solo armi convenzionali, Gli Stati Uniti hanno un certo numero di munizioni che hanno una capacità esplosiva di oltre 5000 pound (duemila tonnellate), non è possibile per noi confermare il preciso incidente al quale vi riferite , ma se una bomba potente fosse stata sganciata in quel luogo è ragionevole supporre che la detonazione sarebbe stata registrata dalle attrezzature di rilevamento sismografico. Di nuovo sono state utilizzate solo munizioni convenzionali durante la guerra del golfo del 1991.


In un lettera successiva il Dipartimento della Difesa ci informa che potrebbe essere stata utilizzata la bomba BLU-82 che ha una capacità esplosiva di circa 7000 tonnellate e ribadisce che sono state utilizzate solo armi convenzionali. La bomba BLU-82 detta anche madre di tutte le bombe o taglia margherite facendo esplodere di ossigeno idrogeno ed altri elementi nell' aria e non sottoterra produce però una maglitudo 3 scala Richter e non 4.2 come appare nei dati sismici.

JIM BROWN

Queste bombe venivano usate contemporaneamente con altre testate: l’FI, le bombe a aereosol esplosivo, conosciute anche come MOEB, madre di tutte le bombe.

La differenza principale tra le due è che la MOEB, o la bomba FI, hanno gli stessi effetti di una bomba nucleare, possono anche causare l’effetto di un fungo atomico, ma non c’è inquinamento radiattivo. Mentre il problema con una testata nucleare è che quando esplode non hai solo la detonazione ma rimangono delle fuoriuscite di inquinamento radiattivo. Questa non è una cosa che semplicemente accade e poi passa, è una cosa che succede e resta. Inoltre, c’è una questione generazionale che si pone.


Il racconto di Jim Brown è tanto agghiacciante quanto al momento privo di tutte quelle conferme che possano certificarne la veridicità la sua tesi che l'uso dell'uranio impoverito abbia potuto coprire l'esplosione di un'atomica resta una pura ipotesi che tuttavia doverosamente registriamo attenendoci ad una sorta di "principio di precauzione : quando un'ipotesi, non palesemente falsa, è di così drammatica rilevanza sociale, parlarne è molto meglio che tacerne aspettando anche perchè molte persone e troppi bambini si sono ammalati dopo "Desert Storm" nella zona intorno a Basra. Siamo riusciti a contattare durante una conferenza ad Istanbul il dott Jawad al ali responsabile della divisione oncologica dell' ospedale di Basra, autore di diverse ricerche su la radioattività nella città.

JAWAD AL ALI

La storia delle radiazioni in Bassora è cominciata durante la prima guerra del golfo nel 1991 quando circa 300 tonnellate di proiettili e bombe all’uranio impoverito sono state sganciate su Bassora e questo ha portato alla moltiplicazione del livello delle radiazioni rispetto a quello di sfondo che a Bassora era molto basso.

E' stato l'attacco più aggressivo quello del 1991, hanno distrutto completamente le infrastrutture del Paese, hanno distrutto tutti i ponti e non era possibile viaggiare da Basra a Bagdad. Il problema si è ripetuto nel 2003 e questa volta centinaia di tonnellate di Uranio impoverito sono state scaricate di nuovo sulla popolazione civile in aree dove abitava solo gente comune e questo ha provocato nuovi problemi cioè l'aumento dei tumori,l'aumento di malformazioni congenite come sapete il tempo di decadimento della radioattività dell’uranio è di 4,5 bilioni di anni, il problema si configura dunque come un tentativo di uccidere la popolazione irachena tramite l'avvelenamento del suolo e delle risorse idriche dell’Iraq per milioni di anni.



- E’ difficile fare ricerca sulla radioattività a Basra?
Non vogliono che nessuno parli di radiazioni eccetto i portavoce ufficiali e noi non lo siamo, possiamo fare ricerche sulla diffusione del cancro ma non possiamo fare studi sui fattori di rischio, non danno fondi per nessuna di queste ricerche, puoi fare ricerche epidemiologiche o cliniche ma non ricerche su radiazioni o relative a questo settore


Fare indagini sulle radiazioni in Iraq è difficile non solo in Iraq ma anche in Italia sentiamo l' esperienza dell'allora Ministro all'ambiente Gianni Mattioli.

PROF. GIANNI MATTIOLI

E' nel gennaio del 2001 che chiede di incontrarmi il Ministro della sanità iracheno Mubarak, nel corso dell'incontro Mubarak mi presenta gli elementi per una situazione davvero grave per zone che erano state bombardate con proiettili all uranio impoverito, la richiesta da parte del ministro Mubarak è che l'Italia collabori ad una ricerca epidemiologica per mettere in evidenza la dimensione della problematica, la individuazione delle zone ma anche possibilità in qualche modo di innescare salvaguardia. Io venni a sapere che c'era una precisa obiezione, un vero e proprio divieto da parte dell'Amministrazione atlantica, del Patto Atlantico

Ma nonostante i divieti di svolgere ricerche i dati sugli effetti delle armi utilizzate a Basra con gli anni cominciano drammaticamente ad emergere.


JAWAD AL ALI

Questo grafico mostra l'aumento della mortalità a causa di tumori a Basra che è aumentato in modo significativo e nel 2001 ha superato il numero di 600 morti all'anno a causa di tumori, nel 1989 i morti per tumore erano solo 34.Per quanto riguarda le foto, ho collezionato le foto dei casi più strani come l'istiocitoma fibroso maligno sono tumori molto rari e sono strettamente associati alle radiazioni, sono causati dalle radiazioni cosi ho documentato con le foto quei tumori.

Ho collezionato foto di bambini che hanno tumori , perche i tumori sembrano avere cambiato gruppi di età in cui si manifestano , alcuni tumori che prima si manifestavano in pazienti anziani ora si manifestano in paziegiovanissimi di soli sei anni, c'è stato uno slittamenteo di tipologie di tumori da fascie di eta di pazienti maturi a bambini sotto i dieci anni e questo è rarissssimo e così come è rarissimo che si manifesti tumore all apparato linfatico di bambini sotto i dieci anni sono casi rarisimi.

Le altre foto sono foto di famiglie moglie e marito che hanno avuto piu di un caso di tumore nella stessa famiglia, ho studiato circa 31 casi di questo genere con più di un parente affetto dal tumore nella stessa famiglia e le famiglie sono aumentate fino a 71, è molto raro che una famiglia abbia due casi di tumore Perché avviene che tutti e due sono affetti da tumore?

JAWAD AL ALI
Questa mappa mostra la distribuzione di quelle famiglie che hanno almeno due malati di cancro , 21 famiglie si trovano nella area centrale di Basra, 7 nell’area Nord ed una in quella Ovest e 2 nella zona sud est

Questa è la mappa della distribuzione percentuale dei cinque tumori più comuni

Gli effetti disastrosi della guerra a Basra sono evidenti, tra le cause probabili anche le radiazioni , per il dottor Jawad provocate dall'uranio impoverito. Quello che racconta Brown, e cioè che le armi ad uranio impoverito celassero l'uso di una bambo atomica, lo ripetiamo ancora una volta, non che una sua ipotesi. quello che e? certo, invece, e' che nel 1991 le armi all' uranio vengono sdoganate, i proiettili all'uranio impoverito entrano a far parte degli arsenali della nato di Israele della Russia e della Cina e di altri paesi, e si affiancano alle bombe nucleari che sono già negli arsenali americani, inglesi, francesi, israeliani, russi , cinesi, indiani e pachistani e di altri paesi, pronte ad essere utilizzate sul campo. Davanti a questa, che è già ora una realtà spaventosa, non chiudiamo gli occhi davanti alle immagini di alcune delle vittime che il dott Jawadi ha avuto in cura.

JAWAD AL ALI


Questa è Ali Isra ha 15 anni e soffriva di leucemia acuta ed è morta a causa della leucemia.

Questa è Wala Habit Mosan, ha 5 anni ha un tumore alle ovaie, che è molto raro a questa età , è una malattie delle donne di mezza eta.

Questa è una donna anziana con un tumore molto grosso ai linfonodi del collo e nella parte alta del torace

Questo bambino che ha solo 5 anni, ha un Non Hodgkins linfoma che è raro sotto i dieci anni ed è morto il primo giorno di ammissione all'ospedale.

Questo ragazzo ha 14 anni si chiama Leiv, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso al torace ed è morto per questa ragione .

Questa bimba ha 3 anni ha un linfoma Non Hodgkins che molto raro a questa età, è morta a causa di questo tumore dopo una operazione al torace.

Questa signora ha un tumore alle ossa, alla mascella, era una rifugiata in Iran e poi viveva nella zona attorno a Basra.

Questa giovane, Sheda ha 12 anni, ha un tumore alle ossa, il tumore si è diffuso le è stato tagliato un braccio , è morta per questi tumori

Questo ha una testa molto grossa piena di liquido sono foto simili a quelle di Hiroshima dopo l esplosione della bomba atomica


JIM BROWN

-pensa che l'abbiano usata altre volte?
In Afghanistan nel 2002.

-Può essere più specifico sulle date?
Dall’ 1 al 3 Marzo

Invitiamo i nostri colleghi giornalisti di tutto il mondo e le organizzazioni internazionali preposte al monitoraggio dell’attività nucleare nel pianeta a collaborare nella verifica di queste notizie.

sabato 11 ottobre 2008

E' in Thailandia la soluzione per la crisi finanziaria globale

La crisi finanziaria globale si sta rivelando ormai sempre piu’ di una portata tale che il gotha politico-economico mondiale non sa assolutamente come farvi fronte e quali rimedi escogitare. Piani di salvataggio, tagli del costo del denaro, riunioni d’emergenza di G4 e G7 non stanno funzionando per arginare i crolli dei mercati azionari mondiali.

Ma, in attesa della reazione delle Borse dopo quanto deciso al vertice del G7, e’ in un piccolo tempio buddhista, il Wat Prommanee a poco piu’ di 100 Km dalla capitale thailandese Bangkok, che si trova la soluzione per tutti i mali, compreso ovviamente il tracollo economico cui stiamo assistendo in queste settimane.

La soluzione e’ denominata “morte spirituale” e consiste in una cerimonia officiata da un monaco dove la persona che si presta di sua sponte al rito si sdraia per qualche minuto in una bara con un mazzo di fiori in mano poggiato sul capo, sospira qualche preghiera e poi “muore”. I monaci passano poi sulle bare un tessuto bianco (il colore del lutto nell’Asia buddhista) per attivare la morte simbolica e attirare il karma negativo al fine di espellerlo.

Ci si presta a tutto cio’ per “rinascere” con la speranza di ottenere cosi’ la buona sorte in campo affettivo, economico, etc. etc.

La “cerimonia della bara” e’ diventata negli ultimi anni molto popolare in Thailandia e i monaci del Wat Prommanee garantiscono che chiunque entri nella bara otterra’ cio’ che desidera. Un salto nella bara di due minuti costa circa due euro, mentre l’intera cerimonia quasi il doppio. I monaci naturalmente raccomandano l’intero “pacchetto” di 90 minuti, altrimenti solo l’80% dei desideri si realizzera’. Ogni bara poi e’ contrassegnata da un numero a caso di 3 cifre, che puo’ essere giocato poi alla lotteria nazionale.

Ecco quindi la soluzione per i poveri risparmiatori sparsi nei 5 continenti.

Ma per ottenere un vero ed efficace recupero dell’economia mondiale, sarebbe il caso che nelle bare atte allo scopo in questione ci andassero i vari ministri del Tesoro, i governatori delle banche centrali, i leader politici del G7 e non solo, i banchieri, i capitani d’industria, gli economisti ultras del neoliberismo, gli analisti economici dei vari mainstream media, i broker delle Borse mondiali e anche tutti quegli sfigati di impiegati di banca che consigliando certi investimenti hanno mandato sul lastrico milioni di persone.

Per tutti costoro e’ consigliabile una sana “morte spirituale” con l’augurio di vedere realizzati tutti i loro desiderata…

Ma, data l’enorme gravita’ della situazione, sarebbe forse ancor meglio che mentre ciascun membro del gotha politico-economico mondiale si ritrova dentro la propria bara per il rito di cui sopra, le masse di risparmiatori accorressero per richiudere tutte le bare e procedere immediatamente con il tradizionale rito buddhista post-mortem: la cremazione.

D’altronde di questi tempi dai capitali in fumo ai capitalisti in fumo il passo potrebbe essere breve e si sa che dalle ceneri si puo’ solo rinascere e ripartire alla grande.



Like a rolling stone

di Gianluca Freda - blogghete - 9 Ottobre 2008

Com’era bello il fascismo! Quando c’era il mascellone le crisi finanziarie e borsistiche avevano sull’economia italiana lo stesso effetto di un terremoto in Giappone. Tante pagine di giornali dedicate alla catastrofe, interventi pensosi di insigni naturalisti, un sacco di chiacchiere sul tram tra impiegati morti di sonno. Ma alla fine dei conti, le conseguenze pratiche sulla vita quotidiana si riducevano, per l’italiano medio, ad uno spettacolo pirotecnico a cui assistere incuriositi tenendosi a debita distanza. Questa beata strafottenza verso le crisi internazionali non era dovuta, in realtà, alle doti del mascellone, né ad una posizione internazionale dell’Italia particolarmente solida in economia. Al contrario, era proprio la povertà dell’Italia di allora, la sua struttura ancora semirurale, il suo isolamento commerciale ed economico, a permetterle di guardare alle crisi globali con la stessa curiosità disinteressata con cui si assisterebbe ad una lontana eruzione solare. Il Duce non era che l’espressione ruspante di questo felice provincialismo, che teneva l’Italia lontana dai luculliani banchetti del capitale, ma anche dalle dolorose indigestioni.

Oggi tutti i giornali parlano di una crisi economica “simile a quella del 1929”. Sta arrivando il 1929! Il 1929 è già qui! E’ la nuova Grande Depressione! A questi inguaribili ottimisti vorrei dire che non sanno di cosa stanno parlando. Nessun italiano lo sa. Una crisi come quella del ’29 qui da noi non c’è mai stata. Ci sarà adesso, per la prima volta nella nostra storia e nessuno sembra avere un’idea chiara di ciò che ci aspetta. Nel 1929 la nostra produzione industriale non poteva crollare, essendo pressoché inesistente. La disoccupazione era diffusa, ma endemica e connaturata. Nessuno si stupiva di vedere un povero né essere poveri era cagione di particolare discredito sociale. Siccità e grandinate erano pericoli più temuti della recessione e la stessa parola “recessione”, in un paesetto come l’Italia fascista, non aveva un gran significato. Nessuno temeva di perdere la casa, perché le case, per chi le aveva, erano da generazioni un bene appartenente alla famiglia, non ad una banca creditrice di mutui quarantennali. Chi non possedeva una casa, aveva comunque una scelta: poteva imparare l’arte edilizia e costruirsela da solo, dove trovava spazio; oppure poteva restare a dormire sotto uno di quegli splendidi ponti edificati dal programma di sviluppo urbano del Ministero dei Lavori Pubblici. A tutti coloro che si sono battuti per entrare ad ogni costo nella rutilante giostra del capitalismo globalizzato – perché l’economia rurale, si sa, era una cosa brutta e antiquata – faccio i miei migliori auguri di buona e duratura crisi economica. Sarà una nuova esperienza d’apprendimento, che permetterà ai nostri dotti economisti della domenica di parlare di argomenti sperimentati sul campo, anziché proferire teoretici vaticini fondati sul nulla negli inserti borsistici dei rotocalchi.

In un certo senso, siamo stati, ancora una volta, relativamente fortunati. La nostra economia è declinata a poco a poco negli ultimi vent’anni ed è rimasto ormai ben poco che crollando possa fare rumore. Le grandi aziende sono state svendute, i piccoli imprenditori lottano già da anni contro il fisco vampirico e lo spettro del fallimento, i nostri servizi pubblici sono già una fogna e lo sono sempre stati, la disoccupazione è un concetto relativo per chi ha un lavoro precario, un lavoro a progetto, un mezzo lavoro pagato a ore. Sarò incosciente, ma mi aspetto solo cose buone da questa crisi. Come cantava Bob Dylan: “When you’ve got nothing, you’ve got nothing to lose”. L’esplosione del bubbone immobiliare, annunciata da anni, è l’inizio di un processo di guarigione del corpo sociale, che – se siamo fortunati – potrebbe perfino passare, non dico per la morte del capitalismo in sé, ma almeno per il decesso doloroso e meritatamente orrendo, di questo capitalismo farlocco; un capitalismo che non ha più alcun capitale alla sua base, ma solo cartaccia moltiplicata all’infinito per produrre e acquistare altra cartaccia. Tonnellate e tonnellate di immondizia azionaria che si riverseranno, all’improvviso, sulle nostre teste ignare. Ma guardate il lato positivo: potremo finalmente dare una ripulita e più radicale sarà la pulizia, meglio sarà per tutti. Da oggi in poi – se siamo saggi – accoglieremo ogni spacciatore di fetenzie finanziarie con gli onori che si merita: mezzo chilo di pallettoni dritto nella zona pelvica. Le banche, quelle che sopravviveranno, torneranno a essere banche, non puzzolenti suq di spazzatura azionaria venduta come investimento.

Questo disastro finanziario globale è la fine di un incubo. L’economia globale era, da anni, un cadavere vivente, morto e marcito, tenuto in piedi, come fosse vivo, da continue iniezioni di liquidità. Si prendeva il corpaccione decomposto, lo si puntellava con miserabili tagli di mezzo punto ai tassi d’interesse, se ne liftava alla meno peggio il volto scarnificato e scheletrito con profluvi di chiacchiere sulla crescita e sul liberismo, poi gli si faceva fare “ciao” al popolo bue muovendogli con i fili la manina ossuta. E tutti lo riverivano, si sdilinquivano, rispondevano al saluto con un sorriso fino alle orecchie: “Ciao, simpaticone, ciao”. La fine di questo accanimento necrofilo sui resti mortali della Grande Bufala è una notizia che infonde speranza. Significa che dovremo metterci insieme, spremere le meningi, inventare nuovi modelli economici, liberarci una volta per tutte delle nozioni preconcette – la Crescita del Pil! La Moneta Unica! Il Rispetto dei Parametri di Maastricht! – che ci hanno trascinato giù per lo scarico insieme alla merda cartacea a cui avevamo affidato i nostri destini. Dovremo liberarci del dollaro, dovremo fare piazza pulita del liberismo opprimente che ci ha asfissiato per trent’anni, dovremo – qui ci vorrà coraggio – lasciare affondare i capitani americani con la loro nave di cartone e appropriarci, a pistolettate, di tutte le scialuppe disponibili. Oppure dovremo, semplicemente, sparire nel consueto buco nero della storia. Lì dentro, saremo in compagnia delle innumerevoli civiltà che non hanno saputo reagire, per sopravvenuta decerebrazione, ad una banale crisi economica e potremo attendere, con fiduciosa pazienza, i buoni barbari che arriveranno puntuali, ancora una volta, a sostituire gli imperi caduti nella trappola della loro stessa stupidità terminale. Anche questa non sarebbe una prospettiva disprezzabile. Come ci si sente a restare da soli? Come ci si sente a non avere una casa a cui tornare, come un perfetto sconosciuto, come una pietra che rotola?

Ragazzi, ci si sente da dio.

venerdì 10 ottobre 2008

Caos balcanico: anche Montenegro e Macedonia riconoscono il Kosovo

Due articoli diversi ma che evidenziano fino a che punto e’ arrivato il guazzabuglio balcanico iniziato con la mattanza del 1991-1995, rafforzato poi dai bombardamenti della NATO sulla Serbia durati piu’ di 70 giorni nel 1999, e ulteriormente rinvigorito ieri dal riconoscimento del Kosovo anche da parte di Montenegro e Macedonia, proprio il giorno dopo che l'Assemblea generale dell'Onu aveva deciso di ricorrere alla Corte internazionale per un parere sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo.

E intanto Belgrado ha gia’ espulso l’ambasciatore montenegrino e si appresta a fare altrettanto con quello macedone. Il caos balcanico s’ingarbuglia ulteriormente.


Serbia, piccola notizia per un grande pasticcio
di Ennio Remondino – Megachip – 10 Ottobre 2008

Piccole notizie che sfuggono maliziosamente all'attenzione. A nascondere i fatti scomodi. Agenzia di stampa inglese Reuters, 17 e 32 di ieri: “Serbia wins U.N. assembly vote to refer Kosovo independence to international court of justice”. La Serbia, annuncia la Reuters, vince la votazione all'assemblea delle Nazioni Unite per ottenere il giudizio della Corte Internazionale sulla legittimità della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo.

La risoluzione, aggiunge poco dopo l'Ansa, è stata approvata con 77 voti a favore, 6 contrari e 74 astensioni, tra cui numerosi paesi europei. Gli astenuti che con il loro “non voto” hanno consentito questo importante risultato politico per la Serbia, sono la vera curiosità. “ L'Europa dell'Unione, si è presentata al voto divisa: Cipro e Spagna, ad esempio, hanno appoggiato la richiesta serba, perché -proprio come Belgrado- i rispettivi governi temono che le minoranze separatiste seguano il modello del Kosovo, dichiarando l'indipendenza.

L'Italia invece, come la Francia e la Gran Bretagna, si é astenuta”. Si astengono anche Francia, Germania e Londra, capofila Ue del partito “americano” del riconoscimento. Che accade insomma? I giudici della Corte internazionale di giustizia dovrebbero impiegare dai due ai tre anni per preparare il parere legale sullo status dell'ex provincia serba a maggioranza albanese. Di fatto un prolungato spazio vuoto che all'assemblea Onu ha messo accanto, nel voto, Paesi con obiettivi molto diversi tra loro. Precisato che contro il ricorso di giustizia hanno votato, manco a dirlo, Stati Uniti ed Albania, perché il “tradimento” inglese dei cugini d'oltreoceano? L'ambasciatore della Gran Bretagna all'Onu, John Sawers, ha detto che la richiesta di avere un parere della Corte “è più politica che legale e serve a rallentare il riconoscimento del Kosovo come stato indipendente''. "L'indipendenza del Kosovo è e rimarrà una realtà -ha proseguito Sawers- ed è stata riconosciuta da 22 dei 27 Paesi dell'Unione europea, la stessa organizzazione di cui la Serbia vorrebbe entrare a far parte''.

Traduzione della traduzione. Diamo un contentino “politico” alla Serbia sapendo che: 1, il Kosovo per Belgrado è definitivamente perso; 2, se la Serbia vuole sperare di affacciarsi all'Unione europea, deve, prima o poi ingoiare il rospo. Risultati immediati, pochi. Progettati, molti. Guai possibili, infiniti. Sicuramente, da oggi, rallenterà ulteriormente il difficile cammino internazionale del Kosovo albanese a caccia di riconoscimenti. Soltanto 48 Stati sovrani sui 192 che fanno parte delle Nazioni Unite. Sicuramente ci saranno nuovi problemi all'ammissione del Kosovo nel Fondo Monetario Internazionale e nelle altre “Istituzioni tecniche” che preludono al pieno riconoscimento di sovranità. Sicuramente, l'assemblea dell'Onu seppellisce definitivamente i trionfalismi di un vertice politico kosovaro che aveva venduto alla sua opinione pubblica il bengodi occidentale a garanzia americana già dall'altro ieri. Rettropensieri degli europei, ieri a favore del riconoscimento del Kosovo, ma pieni di timori e perplessità oggi? Meglio tenere in sospeso quella banda di scalmanati: costano troppo e garantiscono troppo poco.

Adesso il problema degli “amici europei” è la Serbia dell'amico Boris Tadic, cui prima o poi qualcuno dovrà decidersi a dare qualche cosa di concreto. Tipo, la partizione del Kosovo. Il nord di Mitrovica, con l'aggiunta di qualche monastero ortodosso dal lato giusto del fiume Ibar che ridiventa ufficialmente serbo. Ed il Kosovo albanese che confina con Macedonia ed Albania a litigare coi vicini del suo sud-ovest nella stessa lingua. Geopolitica della speranza, alla ricerca di qualcuno che, sul campo, ci creda davvero. Che sarà e farà, da domani, la missione civile Onu dell'Unmik? Che rapporti riuscirà a creare con l'illegittima Eulex dell'Unione europea? L'accettazione di fatto della missione europea Eulex, è il prezzo delle molte astensioni europee che Belgrado dovrà pagare a breve. Ma le cambiali in scadenza sono molte altre. Il Kosovo albanese stesso, la parte attualmente perdente del suo gruppo dirigente, allevata come gli altri alla “politica” del kalashnikov, sarà disposta ad aspettare gli anni della Corte di giustizia internazionale? E quanti altri interessi nazionali nell'area si sono nel frattempo divaricati tra i sempre più dubbiosi alleati strategici degli Stati Uniti? Ad azzardare un suggerimento al comandante italiano della Nato in Kosovo, potrebbe essere prudente passare già ora allo stato d'allerta “arancione”.


Montenegro e Macedonia aprono al Kosovo
di Nicola Sessa – Peacereporter – 10 Ottobre 2008

Belgrado era ancora con i calici tra le mani per festeggiare la vittoria diplomatica alle Nazioni Unite, quando in serata è arrivata la peggiore notizia che ogni serbo potesse ricevere. Il governo del Montenegro ha riconosciuto all'unanimità la sovranità della Repubblica del Kosovo.

Tu quoque, Montenegro? Il sangue ha cominciato a ribollire e come prima mossa, il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ha chiamato l'ambasciatrice montenegrina per comunicarle l'espulsione dal Paese: Anka Vojvodic e chiunque avrebbe dovuto sostituirla, è considerata persona non grata. La notizia ha squarciato il cielo della Serbia che si è sentita tradita dai fratelli serbi del Montenegro, costola di Belgrado che fino al 23 maggio 2006, prima del referendum separatista, era un tutt'uno con essa. La Serbia deve essersi sentita come Giulio Cesare alle Idi di Marzo. E' vero, da giorni circolava la voce insistente che Podgorica avrebbe fatto questo passo, è anche vero che il premier kosovaro Hashim Thaci aveva invitato Belgrado a non esultare per la vittoria di Pirro conseguita all'Assemblea Generale dell'Onu, poiché presto sarebbe rimasta a bocca aperta per gli imminenti accrediti diplomatici di Pristina. Ma nessuno pensava che potesse davvero succedere. Anche perché, poche ore prima, il Montenegro era tra i 77 Paesi che avevano votato la mozione della Serbia affinché la Corte di Giustizia Internazionale fosse investita della questione di legittimità dell'indipendenza del Kosovo.

Belgrado in cambio di Bruxelles. Il presidente del Montenegro Filip Vujanovic non ha usato un giro di parole troppo lungo per dire che la decisione è stata presa negli interessi della sua nazione e del suo popolo: “Il Montenegro vuole entrare a far parte dell'Europa e della Nato e il riconoscimento del Kosovo è una ovvia condizione per la nostra integrazione”. La decisione di Podgorica, avrà delle conseguenze devastanti nelle relazioni tra le due nazioni e, secondo il ministro dell'Interno serbo Ivica Dacic, tra i popoli stessi: “E' difficile credere come Egitto, Indonesia, Spagna o Panama – nazioni che non hanno riconosciuto l'indipendenza kosovara – capiscano l'importanza che il Kosovo ha per la Serbia e Montenegro, più del Montenegro stesso”.

Difficilmente questa frattura balcanica verrà mai ricomposta, tanto che ci sono già proposte di rivedere la poetica dell'epica montenegrina per riconsiderare i concetti di “eroismo e fermezza di carattere”.

I sonni tranquilli di Pristina. L'ex primo ministro serbo, il leader del Partito Democratico della Serbia (Dss) Vojislav Kostunica, ha attribuito la responsabilità di quanto accaduto anche a Belgrado. Secondo il suo parere governo è stato troppo morbido nella gestione dell'affaire Kosovo: davanti alla Corte di Giustizia avrebbe dovuto portare non solo la questione di legittimità, ma anche tutti i Paesi che avevano proceduto a un riconoscimento illegale. Questa mossa, secondo l'esponente del Dss, avrebbe evitato sicuramente il riconoscimento da parte del Montenegro e della Macedonia, perché anche Skopje, in tarda serata, ha comunicato che il governo, su indicazione del parlamento, ha proceduto al riconoscimento di Pristina. La cosa è passata quasi indolore a Belgrado, anestetizzata e stordita dal colpo ricevuto dal sangue del suo sangue, da un paese dove un terzo della popolazione si proclama serbo. In Kosovo, intanto, si dorme più tranquilli adesso che due suoi vicini, nel cuore del Balcani, si sono stretti al suo fianco.

Iraq: altro che pacificazione

Un aggiornamento sulla situazione in Iraq, ben lungi dall’essere pacificato. Anzi, potrebbe di nuovo esplodere da un momento all’altro con l’ennesima e sanguinosa guerra etnico-religiosa.


Iraq: Fine del Movimento del Risveglio?
di Robert Dreyfuss - The Nation - 30 Settembre 2008
Traduzione di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq

In una intervista esclusiva con The Nation, il comandante del Movimento del Risveglio a guida sunnita di Baghdad dice che gli attacchi da parte del governo iracheno e dei miliziani alleati del governo contro i leader e i membri del movimento potrebbero innescare un nuovo movimento di resistenza sunnita. Questa forza di resistenza – dice – compirà attacchi contro i soldati americani e l’esercito e le forze di polizia iracheni. "Guardati attorno", dice. "E' già tornato. Sta diventando più forte. Guarda quello che sta succedendo a Baghdad".

Il comandante, Abu Azzam, ha parlato con The Nation al telefono da Amman, in Giordania, la settimana scorsa, prima di tornare a Baghdad: ha esposto uno scenario per una nuova esplosione in Iraq - scenario che manderebbe in pezzi frantumi l'idea compiaciuta degli americani, secondo cui la "surge" di truppe statunitensi del 2007-08 avrebbe stabilizzato questo Paese devastato dalla guerra. Anche se l'incremento delle forze Usa è riuscito a reprimere alcuni degli scontri confessionali più violenti, è stato l’emergere del Movimento del Risveglio nel 2006 che ha schiacciato “al Qaeda in Iraq”, e ha portato l'ordine ad al Anbar e a Baghdad.

Il 1 ottobre è previsto che il governo iracheno assuma la responsabilità del Movimento del Risveglio, che comprende circa 100.000 combattenti, in maggioranza sunniti, nelle province di al Anbar, Salahuddin, e Diyala, e nei sobborghi occidentali di Baghdad prevalentemente sunniti. Composto da molti ex ba’athisti, ex ufficiali delle forze armate dell’epoca di Saddam Hussein, e da altri nazionalisti laici, il [movimento del] Risveglio - in arabo, sahwa, che le forze armate Usa chiamano anche “Figli dell’Iraq” - comprende migliaia di ex guerriglieri della resistenza irachena del 2003-07.

Il governo sciita confessionale del Primo Ministro Nuri al-Maliki considera il Movimento del Risveglio con estremo sospetto, e il sentimento è reciproco. Secondo parecchie fonti irachene intervistate per questo articolo, esiste una seria possibilità che la calma relativa che ha prevalso in Iraq nell’ultimo anno possa andare in frantumi, se il governo a guida sciita e la milizia sua alleata – le Brigate Badr del filo–iraniano Consiglio supremo islamico iracheno (ISCI), ingaggeranno una lotta di potere armata con le forze del [movimento del] Risveglio per il controllo di Baghdad ovest.

Finora, gli Stati Uniti stanno cercando di persuadere Maliki con le lusinghe a sostenere il [movimento del] Risveglio, offrendo dai 300 ai 500 dollari al mese per ogni membro della milizia sunnita. Al tempo stesso, ufficiali delle forze armate Usa in Iraq hanno promesso di garantire i pagamenti alle forze sunnite e di proteggere i [membri del] Risveglio da attacchi o rappresaglie da parte del regime. Ma fra i sunniti, compresi quelli intervistati per questo articolo, è diffusa la preoccupazione di essere lasciati a se stessi, e che gli Stati Uniti non abbandoneranno il governo di Baghdad, nonostante le sue tendenze confessionali, filo-iraniane.

In questo caso, dice un ex alto funzionario iracheno, molti sunniti potrebbero rivolgersi a una fonte di sostegno improbabile: la Russia. "I russi sono molto attivi", dice. "Stanno parlando con molti iracheni, fra i quali leader della resistenza e membri del [movimento del] Risveglio, a Damasco, in Siria. Sono impegnati in discussioni con ba'athisti di grosso calibro". Secondo questo funzionario, ex ba’athisti, ufficiali dell’esercito, e membri del [movimento del] Risveglio a Damasco, Amman, e all’interno dell’Iraq starebbero guardando alla Russia per un appoggio, in particolare dato che la Russia sembra intenzionata a riaffermarsi in Medio Oriente. "I russi hanno intenzione di mettersi in gioco con forza con i sunniti", dice. "L’ho sentito dire da membri del sahwa a Damasco e ad Amman: 'Se gli americani ci abbandoneranno, andremo dai russi.'".

Abu Azzam, che ha contribuito a fondare il [movimento del] Risveglio nell’area di Baghdad, ha la sua base ad Abu Ghraib, un sobborgo della capitale, ed è il comandante della regione. Negli ultimi mesi, dice, “centinaia” di suoi combattenti sono stati assassinati dai miliziani del Badr, oppure uccisi in battaglie con le forze di polizia irachene controllate dalle Brigate Badr dell’ISCI. Il mese scorso, la polizia ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti, ma Maliki lo ha annullato dopo un breve periodo di confusione. "In Iraq il ministero della Giustizia e la polizia sono controllati dai partiti religiosi", dice Abu Azzam. "Non era un vero mandato di arresto". Tuttavia, è stato inquietante per il movimento, ed è stato generalmente considerato come un segnale di ciò che verrà.

Secondo il New York Times, il governo Maliki ha ordinato di arrestare 650 leader del [movimento del] Risveglio nella zona di Baghdad, e centinaia di altri a nord della capitale, nella provincia di Diyala. Secondo quanto riferito dal Times, Jalaladin al-Saghir, un alto funzionario delle Brigate Badr dell'ISCI, avrebbe detto: "Lo Stato non può accettare i [membri del] Risveglio. I loro giorni sono contati".

Il governo iracheno si è impegnato a reclutare il 20 % delle forze del [movimento del] Risveglio nell'esercito e nella polizia. Tuttavia, questo impegno è considerato dalla maggior parte dei sunniti come una azione da parte di Maliki per far contenti gli americani – anche se Maliki non ha alcuna intenzione di mantenere la sua promessa.

"Maliki dice agli americani quello che pensa vogliano sentirsi dire", dice a The Nation un leader del [movimento del] Risveglio. "Io dico continuamente agli americani che si tratta di un trucco, ma non lo capiscono. Gli americani sono così ingenui: presuppongono buona volontà da parte di Maliki. Noi non riusciamo a capire: gli americani sanno che Maliki sta lavorando a stretto contatto con gli iraniani, dunque: perché gli credono? Perché lo ascoltano?"

Secondo Abu Azzam, il fatto che l'80 % delle forze del [movimento del] Risveglio verranno tenute fuori dai servizi di sicurezza significa che non avranno un lavoro, e saranno arrabbiati. "Il piano del governo è di prendere il 20 %, inserirli nelle forze di sicurezza, ma togliendoli dai quartieri nei quali hanno la loro base", dice. Questo, aggiunge, è sciocco, perché queste milizie conoscono i quartieri, e sanno moltissimo sugli estremisti fondamentalisti filo-al Qaeda e filo-sunniti, casa per casa. "Se li si sposta, tutta questa conoscenza va perduta", dice. "E poi li sostituiranno con unità dell'esercito iracheno composte in maggioranza da forze sciite confessionali". E' una formula per il disastro, e una nuova guerra civile.

La scorsa settimana, il Parlamento iracheno ha approvato una legge imperfetta ma fattibile per regolare le elezioni provinciali, che dovrebbero tenersi agli inizi del 2009. Abu Azzam sta formando il suo partito politico, il "Fronte iracheno della dignità", per presentarsi per lo più nei sobborghi di Baghdad. In altre province, ci sono altri partiti che stanno emergendo dal [movimento del] Risveglio, fra i quali il "Fronte nazionale per la salvezza dell'Iraq", che ha la sua base ad al Anbar. Si prevede che la maggior parte dei partiti collegati al [movimento del] Risveglio facciano man bassa del voto sunnita ad al Anbar, Salahuddin, Diyala, e nei sobborghi occidentali di Baghdad, assestando un KO all'Iraqi Islamic Party, la formazione religiosa sunnita legata ai Fratelli musulmani che a volte ha fatto parte della coalizione di Maliki. L'Iraqi Islamic Party è stato eletto con solo il 2% del voto sunnita, quando quasi tutti i sunniti avevano boicottato le elezioni manipolate del 2005. Lo sceicco Ali Hatim, leader del "Fronte nazionale per la salvezza dell'Iraq", ha detto a un giornale in lingua araba:

Stiamo combattendo una battaglia decisiva contro l'Islamic Party. Al Qaeda non costituisce più alcun pericolo per l'Iraq, ed è finita: il vero pericolo sono coloro che ci combattono in nome della legittimità e della religione: intendo dire l'Islamic Party. Se non fosse stato per l'intervento del governo e delle forze Usa, questo partito non sarebbe durato due giorni ad al-Anbar.

Tuttavia, i partiti favorevoli al [movimento del] Risveglio sono assai più preoccupati della minaccia proveniente da Maliki e dalle forze del Badr legate all'ISCI che non dell'Iraqi Islamic Party, che non possiede una milizia di una qualche consistenza. E non esiste alcuna garanzia che si accontenteranno di partecipare a un processo politico che li limiti alle elezioni ad al Anbar e in poche altre roccaforti sunnite ma li escluda dal potere a Baghdad e nel governo centrale – specialmente se la campagna di violenze e omicidi contro i loro combattenti continuerà.

Secondo fonti irachene, gli assassinii di leader sunniti di primo piano vengono commessi da squadroni della morte collegati alle Brigate Badr, spesso con il sostegno diretto di unità dei servizi di intelligence iraniani, che lavorano a stretto contatto con le forze del Badr. Dal 2003, le Brigate Badr e i servizi di intelligence iraniani hanno assassinato migliaia di ex ba'athisti, ufficiali dell'esercito e dell'aeronautica, intellettuali e professionisti sunniti, e altre persone contrarie all'influenza iraniana in Iraq.

Molti esperti di Iraq a Washington non credono alla la possibilità che i russi diano il loro appoggio a una nuova forza di resistenza in Iraq, ma non la escludono del tutto.

Questo mese, qualche tempo fa, un ex alto funzionario del Ba'ath ha chiesto apertamente aiuto a Mosca. Salah Mukhtar, che è stato un collaboratore di Tariq Aziz, l'ex ministro degli Esteri iracheno sotto Saddam, nonché ambasciatore iracheno in India e in Vietnam, ha detto che "la mossa preventiva della Russia in Georgia è una azione formidabile dal punto di vista strategico quanto a tempismo, obiettivi, e tattica", e ha invitato la Russia a rivolgere la sua attenzione all'Iraq:

Il tallone di Achille degli Stati Uniti è l'Iraq.... Il progetto colonialista Usa per un controllo assoluto del nostro pianeta può essere seppellito in Iraq.
Solo appoggiando la resistenza patriottica irachena e rafforzando le sue capacità militari possiamo accelerare la fine del colonialismo Usa in tutto il mondo .... La chiave per sconfiggere gli Stati Uniti nel mondo e isolarli in un angolo è che la Russia fornisca sostegno, direttamente o indirettamente, alla resistenza irachena.
La chiave per liberare il mondo mettendo il bavaglio agli Stati Uniti necessita il coinvolgimento della Russia nella battaglia in Iraq.

Nonostante la spavalderia di questa dichiarazione, non è impossibile che la Russia possa stare giocherellando con l'idea di confrontarsi con gli Stati Uniti in Medio Oriente in modo più diretto. Con tutta probabilità, questo dipenderà da un ulteriore deterioramento significativo dei rapporti fra Usa e Russia riguardo alla Georgia, all'Iran, e ad altri punti di contenzioso. Nel frattempo, tuttavia, è probabile che agenti dei servizi segreti russi stiano stabilendo contatti discreti con gli iracheni.

In ultima analisi, malgrado la calma ingannevole in Iraq, il Paese rimane sul punto di esplodere. Non solo è possibile che la guerra fra sunniti e sciiti possa riaccendersi, ma nel nord e nel nord-est dell'Iraq si sta sviluppando un altro focolaio, che riguarda le aspirazioni dei kurdi ad allargare il proprio territorio. Gli arabi iracheni, sia sunniti che sciiti, si opporrebbero a qualsiasi ulteriore espansionismo kurdo, specialmente al desiderio dei kurdi di prendere il controllo di Kirkuk e della provincia di Ta'amim, zone ricche di petrolio. Inoltre, c'è tuttora la possibilità che le forze dell'esponente religioso ribelle Muqtada al-Sadr possano riaffermarsi, con il sostegno iraniano, se Maliki dovesse capitolare di fronte alle pretese Usa per un "accordo sullo status delle forze" e un trattato fra Stati Uniti e Iraq che ceda una parte eccessiva di sovranità irachena alle forze di occupazione americane.


Iraq: I segreti della camera della morte
di Robert Fisk - The Independent - 7 Ottobre 2008
Traduzione di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq

Nel centro di detenzione di massima sicurezza governativo a Baghdad i prigionieri vengono giustiziati sommariamente.

Come in tutte le guerre, le storie oscure, non raccontate, del conflitto in Iraq defluiscono dal suo paesaggio distrutto come le acque luride del Tigri. E tuttavia le rivelazioni arrivano.

L'Independent è venuto a sapere che nelle prigioni gestite dal governo "democratico" di Nuri al-Maliki vengono compiute esecuzioni segrete.

Le impiccagioni vengono eseguite regolarmente – da una forca in legno, in una cella piccola e stretta – in quello che un tempo era il quartier generale dei servizi segreti di Saddam Hussein, a Kadhimiya. Non esiste alcuna documentazione pubblica di queste uccisioni in quella che adesso è chiamata "struttura di detenzione di massima sicurezza" di Baghdad, tuttavia si dice che la maggior parte delle vittime – da quando l'America ha introdotto la "democrazia" in Iraq ce ne sono state centinaia – siano insorti, che ricevono la stessa giustizia sommaria che dispensano ai loro prigionieri.

I segreti delle camere della morte irachene restano per lo più nascosti a occhi stranieri, ma alcune anime coraggiose occidentali si sono fatte avanti per raccontare questo orrore carcerario. I resoconti offrono solo un scorcio della storia irachena, a volte interrotto in modo stuzzicante, altre volte cupamente prevedibile. Coloro che lo raccontano sono depressi quanto pieni di disperazione.

"La maggior parte delle esecuzioni sono di presunti insorti, di un tipo o dell'altro", mi ha detto un occidentale che ha visto la camera delle esecuzioni a Kadhimiya. "Ma impiccare non è facile". Come sempre, il diavolo sta nei dettagli.

"C'è una cella con un sbarra sotto il soffitto con sopra una corda, e una panca sulla quale la vittima sta in piedi con le mani legate", mi ha detto un ex funzionario britannico la settimana scorsa. "Io sono stato nella cella, anche se era vuota. Ma non molto tempo prima che io andassi a vederla, avevano portato lì questo tizio per impiccarlo. Lo avevano fatto stare in piedi sulla panca, gli avevano messo la corda attorno al collo, e lo avevano spinto giù. Ma lui era saltato sul pavimento - riusciva a stare in piedi. Perciò, hanno accorciato la lunghezza della corda e lo hanno rimesso sulla panca, e lo hanno spinto giù di nuovo. Non ha funzionato".

Nelle esecuzioni brutali in Medio Oriente non c'è nulla di nuovo: 10 anni fa, nella città libanese di Sidone, un poliziotto aveva dovuto aggrapparsi alle gambe di un condannato, per strozzarlo, dopo che non era riuscito a morire col cappio. A Baghdad, tuttavia, la morte crudele sembra essere una specialità.

"Hanno iniziato a scavare nel pavimento sotto la panca, in modo che il tizio cadesse abbastanza da spezzarsi il collo", ha detto il funzionario. "Hanno rotto le mattonelle e il cemento sottostante. Ma non ha funzionato: riusciva ancora a stare in piedi quando l'hanno spinto giù dalla panca. Così, l'hanno portato semplicemente in un angolo della cella e gli hanno sparato un colpo alla testa".

Dicono che fra i prigionieri condannati a Kadhimiya, un distretto sciita di Baghdad, ci siano stupratori e assassini, oltre che insorti. Un prigioniero, un ceceno, è riuscito a fuggire dal carcere assieme a un altro, dopo che ai due era stato fatto arrivare clandestinamente un fucile. Hanno ucciso due guardie a colpi di arma da fuoco; le autorità hanno dovuto far intervenire gli americani perché li aiutassero a catturare nuovamente i due. Gli americani ne hanno ucciso uno, e hanno sparato alla gamba al ceceno, che ha rifiutato le cure mediche, così la ferita è andata in cancrena. Alla fine, gli iracheni lo hanno dovuto operare, e gli hanno tolto tutte le ossa dalla gamba. Quando ha incontrato un visitatore occidentale che era andato a vedere il carcere, "andava in giro con le stampelle, con la gamba destra disossata buttata sulla spalla".

In molti casi, sembra, gli iracheni non tengono né divulgano alcuna documentazione dei veri nomi dei loro prigionieri o di quelli che sono stati impiccati. Per anni, gli americani – responsabili del famigerato carcere di Abu Ghraib fuori Baghdad – non conoscevano l'identità dei loro prigionieri. Ecco, ad esempio, la nuova testimonianza resa all'Independent da un ex funzionario occidentale all'Iraq Survey Group anglo-americano, che cercava le famigerate ma mitiche armi di distruzione di massa: "Siamo andati nelle stanze adibite agli interrogatori ad Abu Ghraib, e abbiamo chiesto di un particolare detenuto. Dopo circa 40 minuti, gli americani hanno fatto entrare questo tizio incappucciato, che si trascinava, incatenato mani e piedi.

"Lo hanno fatto sedere su una sedia davanti a noi, e gli hanno tolto il cappuccio. Aveva una lunga barba. Gli abbiamo chiesto dove aveva studiato, ha risposto ripetutamente: 'Mosul'. Poi ha detto di aver lasciato la scuola a 14 anni – ricordatevi, questo tizio avrebbe dovuto essere uno scienziato missilistico. Gli abbiamo detto: 'Sappiamo che hai un dottorato e sei andato alla Sorbona: vorremmo che tu ci aiutassi, dandoci informazioni sul progetto missilistico di Saddam'. Io però mi dicevo: 'Questo tizio non sa nulla sui fottuti missili’. Poi è venuto fuori che aveva un nome diverso dall'uomo del quale avevamo chiesto: era stato arrestato per strada dagli americani quattro mesi prima – non sapeva perché. Così abbiamo detto agli americani: 'E' l'uomo sbagliato!'. Allora gli hanno messo le catene, e lo hanno riportato nella sua cella, e dopo 20 o 30 minuti hanno portato qualcun'altro. Gli abbiamo chiesto dov'era andato a scuola, e ci ha detto di non essere mai andato a scuola.

"Di nuovo la persona sbagliata. Era una farsa totale. L'incompetenza delle forze armate Usa era incredibile, criminale. Alla fine, ovviamente, hanno trovato il tizio giusto, lo hanno fatto entrare, e gli hanno tolto il cappuccio: aveva il respiro affaticato, era soprappeso, tarchiato, disorientato, un po' spaventato".

In questa occasione, gli americani avevano trovato l'uomo giusto. Gli investigatori britannici e quelli americani hanno chiesto alle guardie di togliere all’uomo le catene, cosa che hanno fatto – legando però una delle gambe dell'uomo al pavimento. Sì, aveva un dottorato.

Di nuovo la testimonianza del funzionario: "Abbiamo ripercorso la sua storia, quello su cui aveva lavorato: era evidentemente solo un funzionario di secondo piano in uno dei programmi missilistici di Saddam. Gli scienziati iracheni non avevano le cognizioni su come costruire missili nucleari, né avevano il sostegno finanziario necessario. La cosa è rimasta solo nei sogni di Saddam".

Lo scienziato-prigioniero di Abu Ghraib ha raccontato in modo mesto a coloro che lo tenevano in carcere di essere stato arrestato dagli americani dopo che questi avevano buttato giù la porta d'ingresso di casa sua a Baghdad, e avevano trovato due Kalashnikov, un hijab da donna, versetti del Corano, e, cosa ovviamente di interesse per quelli che lo avevano catturato, "libri di testo di fisica e di missilistica sui suoi scaffali". Tuttavia, questo prigioniero presumibilmente prezioso non era mai stato accusato o interrogato in precedenza, nonostante avesse ammesso di essere uno scienziato missilistico.

"Non so che cosa gli sia successo", mi ha detto l'ex funzionario. "Ho cercato di dire alle forze armate Usa e a quelle britanniche che avevamo arrestato quest'uomo, ma che aveva una moglie, dei figli, una famiglia. Ho detto che mettendo in carcere quest'unica persona innocente si sarebbero radicalizzati 50 uomini dalla sera alla mattina. No, non so cosa gli sia successo".

Per molti degli investigatori che lavorano per le autorità anglo-americane a Baghdad, il processo per il crimine per il quale lo stesso dittatore iracheno è stato in seguito impiccato è stata una esperienza terribile che fondamentalmente è finita in disgusto. Attraverso i documenti catturati, hanno potuto vedere i meccanismi interni, oscuri, della polizia segreta di Saddam. L'idea del processo a Saddam non era tanto quella di assicurare alla giustizia i membri del passato regime quanto quella di mostrare agli iracheni come dovrebbero funzionare la giustizia e lo stato di diritto.

"Era stimolante vedere Saddam che veniva sottoposto a contraddittorio", dice uno degli inquirenti del tribunale. "Il punto più basso è stato quando è stato giustiziato. Quello che mi ha fatto andare avanti è stato vedere il modo in cui Saddam trattava le sue vittime: guardavo un microcosmo di tutte le morti che c'erano state in Iraq. Ma quando lui è stato giustiziato, è stato fatto in un modo talmente brutale".

Saddam Hussein è stato impiccato nella stessa unità "di sicurezza" a Kadhimiya, dove gli uomini di al-Maliki, in un’eco del terrore ba’athista dei tempi di Saddam, adesso impiccano le loro vittime.


La pena di morte in Iraq

*In Iraq la pena di morte era stata sospesa dopo che era stato deposto Saddam Hussein, nel 2003. E’ stata reintrodotta dal governo a interim nell’agosto 2004.
*Le Nazioni Unite, l’Unione Europea, e le organizzazioni internazionali per i diritti umani tutti si sono espressi contro la reintroduzione.
*All’epoca, il governo sosteneva che la pena di morte era una misura necessaria finché il Paese non si fosse stabilizzato. Amnesty International afferma che "l’entità della violenza in Iraq è aumentata, invece di diminuire, il che indica chiaramente che la pena di morte non si è dimostrata un deterrente efficace".
*Saddam, il suo fratellastro Barzan al-Tikriti, e l’ex presidente del tribunale iracheno Awad Hamed al-Bandar sono stati impiccati alla fine del 2006 per la parte avuta nell’uccisione di 148 persone nella cittadina prevalentemente sciita di Dujail nel 1982. Alcuni video girati di nascosto di tutte e tre le esecuzioni in seguito sono diventati pubblici. Si può vedere il corpo di Saddam su una barella da ospedale, con la testa ruotata a 90 gradi. Barzan – ex capo dei servizi segreti iracheni – è stato decapitato dal cappio. A detta di alcuni funzionari, si sarebbe trattato di un incidente.
*Secondo Amnesty, lo scorso anno ci sono state almeno 33 esecuzioni di cui si è a conoscenza in Iraq. Si stima che siano state condannate a morte oltre 200 persone.

giovedì 9 ottobre 2008

1991: gli USA e la loro bomba atomica sull’Iraq

Oggi andrà in onda su Rainews24 alle ore 20 il documentario a cura di Maurizio Torrealta intitolato “Le accuse del Veterano: la terza bomba nucleare”. Ma anche domani si potra’ vederlo su RaiTre alle ore 5:30 di mattina.

Come al solito il servizio pubblico della RAI quando deve mandare in onda sull’analogico - e non sul satellite - qualcosa di veramente interessante sceglie sempre degli orari impossibili, se non ridicoli.


Le accuse di un veterano americano: nel 1991 sganciammo una bomba atomica in Iraq
di Alessio Marri – Megachip – 9 Ottobre 2008

Mancherebbe la “pistola fumante”, ma le prove sembrano supportare le sue gravissime accuse. Jim Brown, veterano della prima Guerra del Golfo, non ha dubbi: negli ultimi giorni del febbraio 1991, l'aviazione americana, proprio al termine del conflitto che non sovvertì forse volutamente il regime del Raìs Saddam Hussein, sganciò tra Bassora e i confini dell'Iran una bomba atomica della potenza di cinque kilotoni.

A raccogliere le sconvolgenti dichiarazioni Maurizio Torrealta, giornalista responsabile del settore inchieste per Rainews24 e autore di straordinari documentari tra i quali “Falluja, la strage nascosta” dove si denunciò per primi l'impiego da parte dell'esercito statunitense di armi chimiche ai danni della popolazione irachena. “Non possiamo da soli verificare definitivamente l'autenticità delle dichiarazioni, vista la complessità delle indagini – ha chiarito all'inizio della conferenza stampa svoltasi presso la sede nazionale dell'Fnsi, la federazione nazionale dei giornalisti italiani – ma le ricerche, che auspichiamo vengano approfondite dagli organismi internazionali predisposti, si muovono in questa direzione”. Diversi sono infatti gli elementi che comprovano le agghiaccianti affermazioni dell'ex soldato Brown, ingegnere degradato per la sindrome del Golfo dal rango di quarto livello al terzo e, infine, congedato con onore per l'impossibilità di svolgere le sue funzioni. Un dato su tutti: le rilevazioni effettuate dal Centro sismologico internazionale proprio in quell'arco temporale durante il quale secondo Brown si sarebbe svolto l'attacco. Infatti il 27 febbraio alle ore 13:39 nella zona circostante Bassora ai confini con l'Iran, una scossa sismica pari ai 4,2 gradi della Scala Richter è stata registrata dai sismografi del Csi. Esattamente lo stesso livello di magnitudo causato da l'innesco e l'esplosione di una bomba atomica di quella potenza.

Contemporaneamente i casi di tumori, malformazioni e leucemie nella zona sarebbero cresciute esponenzialmente. Jawad Al Alì, responsabile del Reparto oncologico dell'ospedale di Bassora, intervistato da Torrealta, mostra durante il documentario i dati frutto delle ricerche: dai 34 casi di tumori del 1989 si è passati agli oltre 600 degli ultimi anni. Moltissimi all'interno delle stesse famiglie, un fenomeno assolutamente fuori dal comune. “Abbiamo assistito a una rarissima forma di slittamento dell'età legata a particolari tumori, bambini sotto i dieci anni affetti da malattie e malformazioni inspiegabili”. In scena, mentre Torrealta lo intervista, decine di immagini strazianti di donne e bambini vittime delle radiazioni. L'utilizzo, in più sedi accertato, di proiettili all'uranio impoverito, dal comprovato contagio radioattivo del suolo e delle risorse idriche, non mina comunque l'impianto accusatorio. Secondo Brown infatti piccole testate nucleari sarebbero state impiegate anche nei primi giorni di marzo del 2002 in Afghanistan.

Facendo un passo indietro e ricontestualizzando le strategie militari ai primi anni Novanta torna alla mente la celeberrima “dottrina dell'ambiguità calcolata” varata dal segretario di stato americano James Baker e fortemente appoggiata dall'amministrazione repubblicana capeggiata da Bush padre.

Durante “Desert Storm” l'impiego di bombe atomiche non era affatto scartato a priori: “Il presidente non esclude l'impiego di armi nucleari – disse Baker in un'infuocata conferenza stampa - ma la considera semmai un'opzione credibile”.

Forti dubbi invece sorgono sulle motivazioni plausibili che possano giustificare un tale atto di barbarie. Rainews24 prova a suggerirne una: mancano pochi giorni al ritiro definitivo delle truppe americane quando un missile Scude iracheno colpisce una base americana uccidendo una ventina di soldati ferendone una ottantina. In seguito a quell'incursione, in un'ottica da mera e semplice vendetta, ebbe luogo una delle stragi più cruente e spietate degli ultimi venti anni: “l'autostrada della morte”. Sull'Highway 80, che unisce il Kuwait alla provincia irachena di Basra, vennero rinvenute le carcasse di migliaia di veicoli carbonizzati. Tra le migliaia di morti soldati in ritirata ma soprattutto civili sfollati inermi alla ricerca di un rifugio sicuro. Forse l'attacco nucleare potrebbe rientrare nella stessa malsana logica di morte.

Di fronte alla tesi che si trattasse in realtà di bombe “Blue-82”, la cosiddetta madre di tutte le bombe, simile ad una piccola testata nucleare, il veterano Brown ha ribattuto energicamente: “A differenza dell'attacco svoltosi nel '91 che colpì il sottosuolo, le blue-82 necessitano di ossigeno per causare l'esplosione”. Le rilevazioni del Csi confermano quest'ipotesi, l'impatto avvenne tra 0 e 33 km sottoterra. Di fronte a un certo grado di diffidenza Brown conclude svelando la propria fonte: “Ho fondato un associazione che conta circa trecento veterani, la “GulfWacth IW”, da lì ho tratto queste informazioni, da lì ne ho ricevuto conferma”.

Un'altra Hiroshima?
di Christian Elia – Peacereporter – 8 Ottobre 2008

''Di giornali italiani ce n'erano pochissimi, ma c'erano colleghi iraniani, russi, giapponesi, spagnoli. Fa riflettere''. Maurizio Torrealta di RaiNews24 ha presentato oggi, in anteprima, l'ultima inchiesta che apre uno scenario inquietante. Gli Stati Uniti, durante la guerra del Golfo nel 1991, per la precisione l'ultimo giorno del conflitto, avrebbero sganciato nei pressi di Bassora, nell'Iraq meridionale, una testata atomica della potenza di cinque kilotoni.

Un fantasma ingombrante. Per intenderci, quella sganciata su Nagasaki nel 1945 era di una potenza di ventidue chilotoni, quindi si tratta di una 'testata nucleare piccola'. Ma questo non rende meno grave quello che sarebbe accaduto. ''Un intervento su sito canadese di un veterano statunitense, trovato in internet, ha dato avvio all'inchiesta'', racconta Torrealta. ''Raccontava di un ordigno atomico sganciato nei pressi di Bassora, vicino al confine con l'Iran, durante l'operazione chiamata Desert Storm (l'attacco all'Iraq guidato dagli Usa nel 1991, dopo l'invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam ndr).

Da quel momento ci siamo attivati e siamo riusciti a entrare in contatto con il veterano Usa. Abbiamo lavorato un anno per convincerlo a farsi intervistare in video e a raccontare la sua storia, cha ha confermato punto per punto. Allora abbiamo incrociato le sue dichiarazioni con le rilevazioni del Seismological International Center (struttura non governativa tedesca che monitora gli eventi sismici del mondo ndr). Potrebbe essere solo una coincidenza, ma nello stesso giorno i sismografi hanno registrato un'attività pari a quella che potrebbe scatenare una bomba del genere nella stessa zona della denuncia del veterano Usa''.

Questo potrebbe risolvere ogni dubbio? ''La prova definitiva sarebbe data dalla registrazione delle onde dell'evento sismico, per capire se sono di superficie o di profondità'', risponde il giornalista di RaiNews24, ''perché in quel caso il dubbio si risolverebbe, in quanto se fossero di superficie è ovvio che non si sarebbe trattato di un terremoto''. Sembrerebbe un fatto semplice, ma non è così. ''Per fare questa verifica serve la collaborazione di diversi centri sismici, nove in tutto il mondo, che hanno registrato l'evento sismico. L'argomento è delicato, e scatena fantasmi particolari. Noi apriamo il nostro lavoro a tutti, invitando chiunque abbia informazioni in questo senso a collaborare con noi, per accertare la verità''.

Un'altra rappresaglia? Un altro elemento importante che supporterebbe questa tesi è che, come spiega il giornalista, ''il tasso di mortalità annua, a Bassora, è passato da 32 nel 1989 a più di 600 nel 2002''.
Pare un lavoro complesso, ma che con la buona volontà necessaria si potrebbe realizzare. ''Si, anche perché oggi abbiamo presentato solo un'anteprima di un'intervista molto più lunga. Il militare Usa racconta un sacco di cose che vanno verificate'', spiega Torrealta, ''ma che non devono essere ignorate. Lui, ad esempio, sostiene che tra il 1 e il 3 marzo 2002, in Afghanistan, è stato utilizzato un ordigno simile. Una dichiarazione che non può restare senza una verifica e che chiama tutti a indagini accurate, a lavorare insieme, con le competenze necessarie. Sarebbe gravissimo se, nel silenzio più assoluto, fosse stata utilizzata un'arma atomica. La radioattività lascia traccia''.
Un dubbio pesante come un macigno, ma perché da un punto di vista tattico o strategico gli Usa avrebbero sganciato una bomba atomica l'ultimo giorno del conflitto, ormai vinto? Perché lo avrebbero fatto contro quegli sciiti che, prima di essere abbandonati a loro stessi, si erano sollevati contro Saddam aiutando le truppe della Coalizione?

''Per noi la priorità era verificare se quello che il militare raccontava fosse vero'', risponde Torrealta, ''poi sul perché una scelta di questo tipo possa essere stata fatta non mi pronuncio. Abbiamo fatto solo delle ipotesi. Due giorni prima della fine del conflitto, un missile Scud aveva colpito una base Usa uccidendo ventotto militari statunitensi. L'amministrazione di Bush padre aveva da sempre dichiarato che avrebbero utilizzato l'atomica se fossero stati attaccati con armi chimiche o batteriologiche. Ma tutta la questione dell'uso dell'atomica, in quel conflitto, era ambigua. L'allora Segretario di Stato Usa James Baker III, sulla questione, aveva coniato la 'dottrina dell'ambiguità calcolata': non si negava e non si confermava l'eventuale uso di armi atomiche. Non sarebbe neanche l'unica rappresaglia per l'attacco alla base Usa, visto che il giorno dopo venne attaccato un convoglio in fuga dal Kuwait. E fu una strage''.

mercoledì 8 ottobre 2008

Crisi economica globale: Marx e Lenin avevano ragione, in fin dei conti...

Qui di seguito alcuni di articoli che ci ricordano quanto Marx e Lenin avessero ragione nel denunciare i limiti insiti nel sistema capitalistico e i danni che esso avrebbe arrecato alla stragrande maggioranza delle persone.

E’ nel DNA di tale sistema economico provocare crisi della portata cui stiamo assistendo in queste settimane.

E non e’ ancora finita.


Il problemino del capitalismo
di Thomas Walkom - Toronto Star – 27 Settembre 2008
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Alcenero

La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta.
Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia.

Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato.

Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo. Cosa che regolarmente avviene.

Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un mondo migliore.

Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il capitalismo da se stesso.

Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale.

I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola.

Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo.

Per molto tempo ha funzionato.

Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco.

Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea.

In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione decollò.

Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia?

E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo sindacalizzati.

Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit.

Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si concentrò sullo stritolamento dei salari.

In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa.

Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri.

La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree.

Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto nel mercato immobiliare. N.d.t.].

A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra.

In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le restrizioni al prestito vennero attenuate.

Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative.

Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.].

Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a bassa leva. N.d.t.].

In fin dei conti le società private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato sarebbe continuato a crescere di valore.

Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Vedi Wikipedia. N.d.t.]

Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano.

In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale.

I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare.

Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la struttura economica della crisi.

Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile do ut des. E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui abbiamo bisogno per vivereuna vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo.

E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato.


Marx, Tremonti, crisi del 29 e disastro prossimo venturo
da Pensare in profondo blog – 6 Ottobre 2008

Uno legge il sole 24 ore e pensa "Questa crisi sarà una cosa grave, però in fondo è una di quelle crisi come le altre e ne usciremo come sempre". Intanto bisognerebbe capire chi ne uscirà bene.

I segnali del sistema sono inquietanti. Per un verso assistiamo a trasferimenti di depositi di correntisti inglesi nelle banche irlandesi perché lì, a differenza che in Inghilterra, il governo assicura che i conti correnti saranno tutelati per intero.

Intanto in Germania la Merkel, per evitare il panico, assicura che il governo tedesco farà la sua parte con i risparmiatori.Il tutto mentre la Hypo real hestate (tedesca) non riesce a farsi prestare soldi dalle altre banche e rischia il fallimento.

Da noi, che siamo tra i più inguaiati d'Europa, Berlusconi è il più "sghiscio" per due semplici motivi:

1- Siamo l'economia più indebitata del pianeta (grazie al suo amico Craxi), insieme agli USA (adesso), e non saprebbe come garantire per intero i risparmi sui conti correnti. L'attuale garanzia sui 103.000 euro (per chi ne ha) , in caso di fallimento della banca,funziona in questo modo: liquidazione entro 20.000€ in tempi ragionevoli, il resto seguendo i tempi di liquidazione della banca.Il tutto, è ovvio, a carico dello stato. Se non fosse per quel cacchio di debito pubblico si dormirebbe sereni.

2- Lui preferirebbe un fondo europeo a garanzia.In pratica una colletta gigantesca sulla quale, ho idea, che tedeschi e nord europei non sono tanto dell'avviso.In mezzo a questo casino prendiamo nota delle dichiarazioni più strampalate.
Profumo, quello dell'Unicredit, mentre prova a ricapitalizzare il suo istituto con 6,6 miliardi di euro ci racconta che la situazione è come quella del 1929. Il tutto confessando anche che lui a 60 anni si toglierà dall'arena perché un po' sfinito lo è.

Tremonti, mentre riscopre Marx leggendolo nelle pause della svendita di Alitalia ai soliti noti, ci racconta che forse è "solo la fine dell'inizio". In pratica una specie di tunnel degli orrori economico e finanziario di cui non si percepiscono le conseguenze. Ne usciremo con un mondo nuovo, più industria e meno finanza e che noi stiamo messi meglio degli altri.
Se non fosse che qualcuno (l'unico decente del PD, Bersani) gli ha ricordato come, nel 2003, era uno di quelli che magnificava il sistema dei mutui negli USA, e che premeva per replicarlo da noi, ci sarebbe da credergli sulla parola.

Questa mattina l'amministratore delegato del gruppo Toscano(vendono case), intervistato sulla "bolla immobiliare in Italia", ci raccontava serafico che "da noi i prezzi tengono nella media, ci sono leggeri cali delle quotazioni intorno al 2% del valore negoziato anche se c'è stata una contrazione delle vendite del 25% nell'ultimo trimestre nelle grandi città". In sostanza tu puoi anche raccontarti, davanti allo specchio, "la mia casa vale 300.000€ e non rompetemi i coglioni" per gasarti un po' e continuare a sentirti ricco,però rivendertela è solo un po' dura.

In mezzo a tutto questo la vita scorre.Le persone, al momento, non danno segnali di panico. D'altra parte se ti leggi il sole 24 ti rendi conto che siamo in una botte di ferro.
I risparmi sono al sicuro, la disoccupazione aumenta ma solo perché quelli che non rientravano nelle statistiche si sono alzati dal letto ed un cazzo di lavoro lo vorrebbero anche loro ( i disoccupati scoraggiati),i costi delle materie prime diminuiscono e quindi questo ci farà recuperare potere d'acquisto (questo pezzo lo ha scritto la Marcegaglia), forse il petrolio un po' meno perché i paesi emergenti crescono impetuosamente (siamo sotto i 90$ a barile contro i 150 di Agosto) e questo porta squilibrio nel rapporto domanda offerta (questo pezzo è opera di Moratti),se fallisce una banca alla fine da noi non paga nessuno (ricordate il Banco di Napoli?) perché abbiamo una serie di ingegneri finanziari che il mondo ci invidia (per come abbiamo trovato una soluzione per l'Alitalia),se avete un po' di soldi e non sapete proprio cosa fare ASPETTATE perché non ci stiamo capendo un cazzo ed infine, per chiudere in bellezza, ricordate che non è colpa degli speculatori malvagi (in fondo "L'avidità è connaturata al modo di funzionare dell'economia e per questo ci vogliono regole per incanalare questa forza possente verso il bene comune") e non rompete il cazzo con la vostra pretesa di vederli appesi ai lampioni.

Tutto qua, mi chiedo se Tremonti ha letto il pezzo in cui Marx scrive che "L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta per mezzo della forza materiale, ma la teoria diventa, essa pure, una forza materiale, quando si impadronisce delle masse."


Vladimir Lenin aveva predetto la situazione attuale?
da Information Clearing House – 4 Ottobre 2008

Traduzione trascritta dall’Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare), a cura di Marxist Internet Archive.


Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.

Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal Capitolo VII].

[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal Capitolo I]

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]

Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione.

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:

"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa".

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo"

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese. [Dal Capitolo VIII]


I conti correnti sono davvero garantiti? Due mezze verita' somigliano molto ad una bugia
di Pietro Cambi Crisis – 7 Ottobre 2008

Ormai lo sapete:
noi di Crisis non abbiamo molta stima dell'informazione ufficiale, di quella istituzionale ed anche di quella dei Media tradizionali.

E' una sfiducia basata sui fatti e straconfermata dall'attualità.

Vi ricorderete la serie dei post sui rischi occulti dei mutui italiani, anche quelli a tasso fisso.

Semplicemente basandomi sui FATTI dimostravo come, in realtà, il tasso fisso NON ESISTE, non in una situazione come quella di questi giorni ( mesi? anni?).

Ora vorrei scrivere due parole sulle garanzie che incessantemente vi ribadiscono certe ed inossidabili, per i conti correnti fino a 103291,38 euro per nominativo ( se avete un conto cointestato quindi la cifra raddoppia). Questa cifra viene restituita in caso di necessita dal Fondo di Garanzia Interbancario, che è costituito con una piccola quota degli accantonamenti obbligatori di TUTTE le banche.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare bisogna intanto dire che questo fondo è stato istituito sotto il governo Prodi, nel 1996 (la bislacca cifra è la traduzione in euro di 200.000.000 di vecchie lire).

Poi bisogna chiedersi cosa succede se, concretamente, una banca ha una crisi di liquidità e non è più in grado di restituire, a semplice richiesta, i depositi dei suoi correntisti ( non è necessario che fallisca).

Intanto ci deve essere una dichiarazione di insolvenza dell'istituto ed una autorizzazione della Banca D'Italia ( che vi ricordo, En passant, essere un isituzione PRIVATA, al contrario di quello che crede il 90% dei cittadini).

Concretamente SOLO il 20% della cifra DEVE essere messa a disposizione dal Fondo interbancario ENTRO 3 MESI.

I mesi possono arrivare a NOVE, nel caso di situazioni ECCEZIONALI e previa autorizzazione da parte della Banca D'Italia.

Il RESTO, ovvero l'80 % DEI VOSTRI SOLDI, viene liquidato solo quando comincia la liquidazione della banca, quindi con tempi che possono essere ( e di fatto lo sono SEMPRE) LUNGHI.

Inoltre il fondo si attiva nella misura in cui ( lo so è un tipico sessantottismo, perdonatemelo) ha liquidità disponibile.

Quanto è grande questa liquidità?

Dallo 0.4. allo 0.8 % dei fondi rimborsabili delle banche associate, ovvero, in pratica dell'intero sistema bancario.

Basta quindi il fallimento di una banca i cui conti correnti corrispondano spannometricamente allo 0.8 del totale italiano e questo fondo di garanzia cesserà di esistere, di fatto, per mancanza di disponibilità.

Quindi, ricapitolando

1) E' vero che i conti correnti sono garantiti ma solo entro i limiti IMPORTANTI che ho indicato.

2) E' vero che sono garantiti ma solo fino all'esaurimento della liquidità del Fondo di Garanzia

Sono due classiche mezze verità quindi che, viste dal basso, da noi tapini microrisparmiatori, somigliano moltissimo ad una bugia: i risparmi dei conti correnti, questa è la verità, NON SONO GARANTITI in caso di crisi finanziaria della banca, se non per una modesta percentuale del loro valore ed anche questa ottenibile con tempi non brevi e solo se il contagio non coinvolge che un piccolo numero di istituti.

Il resto, con calma, se tutto va bene ed in percentuali tutte da definirsi presumibilmente, esempi storici alla mano, non alte.

Non dobbiamo neppure lamentarci troppo: lo standard europeo prevedeva SOLO 20.000 euro rimborsabili...

martedì 7 ottobre 2008

Afghanistan: GB negozia con i taleb, e l’Italia che fa?

E’ risaputo che i militari sono molto spesso piu’ pragmatici e realisti dei leader politici che li mandano in guerra. E infatti nei giorni scorsi il generale inglese a capo del contingente britannico in Afghanistan ha finalmente pronunciato la fatidica frase che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire finora, ma che tutti hanno gia’ da tempo ben stampata in mente “In Afghanistan non vinceremo. Il massimo a cui possiamo aspirare è di ridurre gli attacchi della guerriglia ad un numero gestibile per l`esercito afghano. Ma non dobbiamo aspettarci che quando ce ne andremo non ci saranno più bande di uomini armati che scorazzano in questo paese, sarebbe irrealistico”. Finalmente qualcuno con i piedi per terra e la mente lucida.

E mentre Downing Street sta negoziando con i vari leader della guerriglia per un ritiro dignitoso, che fa Palazzo Chigi? Continuera’ ancora a seguire come un cane fedele l’idiota della Casa Bianca, giunto ormai al termine del suo mandato?


Generale inglese: «in Afghanistan, non vinceremo»

di Guido Santevecchi – Il Corriere della Sera - 06/10/2008

«Non vinceremo questa guerra»: sono quattro parole esplosive come altrettante bombe quelle pronunciate dal generale Mark Carleton-Smith, il comandante del contingente britannico in Afghanistan.

Parlando dalla sua base nella provincia meridionale di Helmand, dove ha a disposizione ottomila soldati, il generale avverte l’opinione pubblica in patria che «non si deve aspettare una vittoria militare decisiva».

Bisogna abbassare il livello delle speranze occidentali, dice l’ufficiale, che a 44 anni, con una carriera tutta nelle forze speciali oggi comanda la 16ma Air Assault Brigade dell’esercito e quindi non è sospettabile di essere un animo tenero e pacifista.

La sua analisi, tracciata apertamente per il Sunday Times, è che «si tratta di portare questa guerra che non possiamo vincere a un livello di ribellione gestibile, che non rappresenti una minaccia strategica e possa essere tenuta sotto controllo in futuro dall’esercito afghano». Perché non c’è da prevedere che quando le forze della Nato lasceranno il teatro d’operazioni, tra qualche anno, «non ci siano sul terreno delle bande armate in questa parte del mondo: sarebbe irrealistico», conclude il generale.

Il ragionamento di Carleton-Smith non è disfattista: rivendica per i suoi uomini il successo di aver «tolto il pungiglione ai talebani per il 2008» (si calcola che quest’anno siano stati uccisi 7 mila guerriglieri), ma guarda anche al numero di perdite che la sua brigata ha dovuto subire in questi mesi: 32 soldati caduti in azione e 170 feriti, che hanno portato il totale delle vittime britanniche dall’inizio della campagna afghana nel 2001 a 120.

II generale chiede di lavorare sul fronte politico: i talebani hanno un seguito tra la popolazione, quindi serve un negoziato: «Se i talebani fossero disposti a parlare di un regolamento politico... ebbene, questo sarebbe esattamente il tipo di progresso che conclude le insurrezioni di questo tipo e la gente non dovrebbe trovarlo sgradevole».

Da Kabul arrivano molti segnali. Gli americani stanno preparando un aumento temporaneo delle forze, un surge sul tipo di quello che ha migliorato la situazione in Iraq (il termine surge è stato studiato per evitare di usare escalation, che fu sinonimo di disfatta in Vietnam). II comandante Usa McKiernan ha chiesto 14 mila uomini, tre brigate per rafforzare il suo contingente di 34 mila uomini.

«Pompare sempre più forze non servirà a battere i talebani militarmente: i sovietici avevano il triplo degli uomini della Nato e non ce l’hanno fatta. Il punto è usare in modo più efficace il contingente», ha detto al Corriere Paul Burton, direttore del Senlis Council, un gruppo di analisti che ha molti contatti tra la gente afghana.

Ha fatto scandalo anche un commento dell’ambasciatore britannico a Kabul, Sir Sherard Cowper-Coles, secondo il quale la strategia «è destinata al fallimento», perché «la presenza militare occidentale è parte del problema, non della sua soluzione».

Secondo Sir Sherard alla fine, entro cinque o dieci anni, l’unico modo «realistico» di riunificare l’Afghanistan sarebbe di trovare «un dittatore accettabile». Le frasi dell’ambasciatore sono state riferite in un dispaccio confidenziale inviato a Parigi da un diplomatico francese e fatte filtra- re alla stampa. Il Foreign Office ha reagito sostenendo che il pensiero di Cowper-Coles è stato distorto. Però ora il pensiero del generale Carleton-Smith non si presta a interpretazioni equivoche.

La realtà è che politici e militari a Londra sono convinti che non si possa vincere la guerra e serva un negoziato. E siccome gli inglesi di guerre afghane ne sanno qualcosa, dai tempi dell’Impero, forse sarebbe il caso di ascoltarli.

Il presidente Hamid Karzai la- settimana scorsa ha chiesto al re saudita di mediare con gli insorti e ha proposto al leader storico dei talebani, il Mullah Omar, di farsi vivo.


Londra tratta con i Taleban: un accordo onorevole e un ritiro dignitoso
di Vittorio Sabadin – La Stampa - 06/10/2008

Il governo e i diplomatici di Gordon Brown stanno lavorando per porre fine alla guerra in Afghanistan, non attraverso un attacco decisivo ai Taleban, ma nell`unico modo con il quale sono sempre terminati i conflitti in quella regione: un accordo onorevole e un ritiro dignitoso.

Le voci che si rincorrono da settimane su una trattativa segreta con i numerosi capi della guerriglia sembrano trovare conferma nella dichiarazione del più anziano fra gli alti ufficiali britannici impegnato sul campo, il brigadiere Mark Caleton-Smith, il quale ha dichiarato all`inviata del Times Christina Lamb che «gli inglesi non devono aspettarsi una vittoria militare, ma devono invece essere preparati a un possibile accordo con i Taleban».

Caleton-Smith, che comanda la 16ma brigata d`assalto (32 caduti e 170 feriti negli ultimi sei mesi nella provincia di Helmand) ha detto apertamente quello che molti comandanti militari impegnati in Afghanistan si limitano a pensare: «Non vinceremo questa guerra. Il massimo a cui possiamo aspirare è di ridurre gli attacchi della guerriglia ad un numero gestibile per l`esercito afghano. Ma non dobbiamo aspettarci che quando ce ne andremo non ci saranno più bande di uomini armati che scorazzano in questo paese, sarebbe irrealistico».

Bruttissime notizie, per gli afghani che avevano sperato in una vita migliore dopo l`intervento degli americani e dei loro alleati, e pessime prospettive anche per il fratello del presidente Hamid Karzai, che secondo il New York Times sarebbe fortemente sospettato dal Dipartimento di Stato Usa di essere uno dei principali trafficanti di droga del paese. Ahmed Wali Karzai, capo del consiglio provinciale di Kandahar, non è mai stato incriminato perché protetto dal fratello, che ha chiesto alla Cia e agli Stati Uniti «prove evidenti» dei suoi misfatti. La produzione di oppio nel paese è largamente superiore a quella del 2001, l`anno dell`attacco americano. Secondo le stime dell`Onu è arrivata a circa 7.000 tonnellate, che servono a produrre il 93% dell`eroina venduta nel mondo, con un giro d`affari di 2,7 miliardi di dollari.

E` stato l`arresto di una guardia del corpo implicata nel traffico di droga a fare cadere forti sospetti sul fratello del presidente Karzai, cosa che spiegherebbe come l`occupazione del paese da parte delle forze della coalizione non abbia permesso di distruggere le coltivazioni di oppio delle quali venivano accusati i Taleban, ma le abbia anzi moltiplicate grazie a complicità ai più alti livelli.

Si vedrà nei prossimi mesi se la mediazione britannica porterà a qualche risultato. Anche i guerriglieri dopo sette anni di guerra sono stanchi di combattere e avrebbero manifestato disponibilità a una trattativa che dovrà ovviamente avere l`appoggio degli Usa, forse più facile con Obama che con McCain.

Ma poichè nessuno è mai riuscito a conquistare e a controllare l`Afghanistan, finirà quasi certamente anche questa volta con un accordo e un ritiro, come è avvenuto con gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci, i Maurya, i Kushan, gli Unni, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, i Britannici e i Sovietici. I politici studiano raramente la storia, ma i militari la conoscono molto bene.

lunedì 6 ottobre 2008

Il Piano Paulson e quello tedesco non incantano nessuno

Oggi si e’ tenuta la prima seduta delle borse mondiali successiva alla definitva approvazione del Piano Paulson e al summit del G4 a Parigi. L'effetto è stato lo stesso: a picco le asiatiche, in forte ribasso quelle europee.

Come era prevedibile, le iniziative americane di venerdì scorso e quelle europee di sabato non hanno fermato il panico tra gli investitori.

L’euro poi e’ sceso ai minimi di due anni e mezzo fa contro lo yen e di un anno e mezzo fa contro il dollaro, mentre la BCE sembra manifestare insofferenza per il procedere dei governi nell'affrontare la crisi in ordine sparso, fottendosene bellamente dei suoi poteri Antitrust.

Anche oggi quindi un’altro passo in avanti verso il baratro. Ma niente paura, per fortuna c’e’ il Papa a rincuorare i poveri risparmiatori con questa massima “Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine. Solo la parola di Dio è fondamento della realtà e cambia il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce la realtà nella parola di Dio”.

Certamente”…..direbbe il petomane di Cipri’ & Maresco.


Il Piano Paulson e’ legge: nasce la nuova dittatura bancaria
di Ilvio Pannullo – Altrenotizie – 6 Ottobre 2008

Analizzando con attenzione il piano di risanamento imposto, in questi giorni, al Congresso americano, si può cogliere un’agghiacciante analogia con la celebre scena epica narrata nel romanzo di J.R.R. Tolkien: quando, cioè, Sauron, l'Oscuro Signore di Mordor, il potente spirito del Male de Il Signore degli Anelli che fa da antagonista al racconto, forgiò tra le fiamme del monte Fato l’Unico Anello: “Una banca per domarli, Una banca per ghermirli e nel buio incatenarli”. Spiace per i fans, ma il paragone è decisamente calzante; non tanto e non solo per l’oscurità del piano che in questi giorni ha ormai visto la luce in terra americana, quanto piuttosto per la cupidigia e l’avidità di potere delle menti che lo hanno partorito, in questo figure reali e drammaticamente simili al Grande Occhio di fantastica creazione.

Prima di entrare nel merito della vicenda interesserà sapere che, già all'inizio di quest'anno, il Tesoro aveva indicato una traccia di riforma della governance dei mercati al fine di garantire una maggiore autorità alla banca centrale, a cui – stando al piano originario – sarebbe stata deputata la supervisone sulla stabilità del sistema finanziario nel suo intero (!) complesso. Dotare la Fed di più poteri, tuttavia, è un processo che avrebbe potuto richiedere anni e, comunque, avrebbe reso necessaria l'approvazione del Congresso, unica espressione viva della oramai mutilata sovranità popolare americana.

Già, però, lo scorso marzo si notarono alcuni segnali di cambiamento, quando la Fed decise, per la prima volta nella sua storia, di fare prestiti alle banche d'investimento finite sotto pressione. Si trattava della banca d’investimenti Bearn Sterns salvata dal fallimento perché acquistata, attraverso soldi pubblici, da JP Morgan, anch’essa allora una banca d’investimenti, il cui capitale, però, era ed è interamente di proprietà di privati. La mossa alimentò l’ipotesi che l'istituzione avrebbe dovuto avere poteri di supervisione anche sulle investment banks, poteri che oggi spettano alla Sec, la Consob americana.

In quell’occasione ci si affrettò a definire la finestra aperta dalla Fed “temporanea”, non mancando di sottolineare come ultimo termine, prima della sua chiusura, il settembre di quest’anno. Lo stesso ministro del Tesoro Paulson, ex numero uno di quel colosso bancario che risponde al nome di Goldman Sachs – che, sarà certamente un caso, è l’unica banca insieme a JP Morgan ad aver giovato di questa crisi straordinaria – si disse concorde con la linea di principio alla base dell'iniziativa della banca centrale e dichiarò: “Dobbiamo riflettere su come dare alla Fed l'autorità di accedere a informazioni necessarie, in mano a complesse istituzioni finanziarie, per proteggere il sistema e stabilizzarlo quando è in pericolo”. È il pericolo, infatti, lo strumento, la leva attraverso la quale agire per accentrare sempre più potere in capo alla banca centrale americana e più potere si ha – la storia insegna – più velocemente lo si può ulteriormente concentrare nelle mani di quei pochi che già lo detengono.

Nonostante, infatti, l’articolo 1 sezione 8 della Costituzione americana stabilisca che il Congresso deve avere il potere di coniare moneta (creare moneta ndr) e di stabilirne il valore, attualmente ad avere questo potere è la FED, una società privata. È, infatti, la Federal Reserve e non il Congresso americano a controllare e trarre profitto dal produrre moneta attraverso il Tesoro e controllando il valore della moneta stessa tramite la gestione del tasso d’interesse; quell’interesse, cioè, che le banche commerciali dovranno restituire alla Fed in aggiunta al capitale che la stessa conferisce loro stampando la moneta di cui fanno richiesta.

Non sorprende affatto, quindi, che l’idea di una Fed con poteri sulle banche d'investimento trovi un ampio consenso nel sistema bancario: di recente Timothy Geithner, presidente della Federal Reserve Bank di New York, ha sostenuto che la banca centrale ha bisogno di maggiore autorità sulle banche d'affari che possano avere bisogno di un suo supporto finanziario. La questione era, però, capire come il Tesoro Usa avrebbe potuto mettere in pratica queste riforme: alcuni analisti avevano paventato che la modalità con cui intervenire sarebbe potuta essere quella di un intervento per via amministrativa.

Una soluzione che avrebbe evitato di dover passare per il Congresso dove i tempi avrebbero rischiato di allungarsi. Straordinariamente, però, l’attuale crisi finanziaria e il panico paventato dalle stesse istituzioni americane – su tutti il Ministro del Tesoro Paulson e il Presidente Bush – hanno reso possibile l’impossibile: approvare la modifica del ruolo della Fed direttamente attraverso una legge votata dal Congresso e senza che questo lo impegnasse, come ci si sarebbe logicamente aspettato, in lunghe discussioni sul merito delle modifiche.

Ma c’è di più, molto di più: un esponente democratico del Congresso ha avvertito che un’atmosfera di panico è stata intenzionalmente creata perché fosse approvato il decreto sugli aiuti finanziari, affermando inoltre che diversi congressisti sono stati avvertiti, prima del voto di lunedì, che se la legge fosse stata bocciata in America sarebbe stata instaurata la legge marziale. Proprio così: la legge marziale. Il membro del Congresso Brad Sherman, eletto nel ventisettesimo distretto della California, ha infatti pubblicamente affermato, in un discorso tenuto il 2 ottobre alla Camera dei Rappresentanti, che conosce personalmente diversi rappresentanti del Congresso che hanno affermato di essere stati minacciati con la prospettiva della vera e propria legge marziale se avessero votato in opposizione al piano di aiuti da 700 miliardi di dollari.

Sherman ha essenzialmente avvertito che potenti forze che vogliono che il decreto passi hanno tentato di ricattare i rappresentanti democraticamente eletti. “L’unico modo in cui possono far passare questo decreto è creando e sostenendo un’atmosfera di panico. Questa atmosfera non è giustificata” ha affermato Sherman. La notizia, ovviamente oscurata dal mainstream ufficiale, arriva da Steve Watson, dal sito infowars.net. “A molti di noi – ha continuato il membro del Congresso - è stato detto in conversazioni private che se lunedì avessimo votato contro il decreto il cielo sarebbe crollato, il mercato sarebbe caduto di 2000 o 3000 punti il primo giorno, altri 2000 il secondo giorno; e ad alcuni membri del Congresso è stato persino detto che ci sarebbe stata la legge marziale in America se avessimo votato no. Questo - ha insistito il deputato - è ciò che chiamo spargere paura. Ingiustificata. Dimostrata falsa. Abbiamo una settimana, abbiamo due settimane per scrivere un buon decreto. L’unico modo per far passare un cattivo decreto è mantenere la pressione del panico”. L’intero discorso dell’onorevole Sherman, membro della Camera dei Rappresentanti dal 1997 nonché membro del Comitato sui Servizi Finanziari, è disponibile sul sito CSPAN.

Adesso che lo sciagurato progetto è legge, il Congresso americano dovrebbe costringere la Presidenza e l’intero governo ad un’immediata indagine