lunedì 8 febbraio 2010

Update italiota

Un collage di articoli di aggiornamento dell'attuale penosa situazione italiota su cui è doveroso stendere uno spesso velo pietoso, anche se però non basta un solo velo per poterla coprire in toto...

Ciancimino: "Forza Italia è nata grazie alla trattativa mafia-Stato"

di Salvo Palazzolo - www.repubblica.it - 8 Febbraio 2010

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.

"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere: lui mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".

Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi.

Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.

Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?".

Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: «E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo», dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri”, è l'accusa del figlio dell'ex sindaco. Che aggiunge: “ Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

L’audizione di Massimo Ciancimino è proseguita con altre domande, poste dal pubblico ministero Nino Di Matteo. Oggetto dell’i nterrogatorio torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano.

“Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior - visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”.

Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo” . Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori:”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse - sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.

Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone - chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”.

Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie di quella casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’u dienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’erano il papello e altri documenti”.


Berlusconi, la fabbrica del debito
di Adriano Bonafede e Massimiliano di Pace - www.repubblica.it - 1 Febbraio 2010

Nei 7 anni e 2 mesi dei 3 governi del Cavaliere, dal 1994 al 30 novembre del 2009, lo Stato ha accumulato un ulteriore indebitamento per circa 430 miliardi. Più o meno 7.500 euro per ciscun cittadino italiano.

Se non avessi trovato questo debito pubblico...". Quante volte il presidente del Consiglio si è lamentato di non avere spazi di manovra nella finanza pubblica a causa del debito dello Stato? Un macigno da 1.800 miliardi, che genera ogni anno un costo mostruoso di circa 70/80 miliardi di euro.

Dovendo pagare questa cifra ogni anno, di soldi per tutte le belle cose che lui vorrebbe fare (riduzione delle tasse, aiuti alle famiglie e chissà quali altri mirabolanti misure) non ce ne sono. Questa è la vulgata di Berlusconi.

Ma le cose stanno davvero così? Non proprio, guardando alle cifre della Banca d’Italia. Se prendiamo in considerazione tutti i periodi in cui lui è stato al governo, dal 1994 fino ad oggi, eliminando quindi tutti i periodi in cui ha governato il centro sinistra, viene fuori qualcosa di sorprendente: fra i tanti esecutivi italiani, sono stati proprio quelli a matrice Berlusconi a creare un considerevole lascito di debito pubblico.

In soldoni: durante i 7 anni e 2 mesi di governi di Berlusconi (fino al 30 novembre 2009, ultima data per la quale si hanno i dati) sono stati accumulati 430 miliardi di debito pubblico, ossia circa 7.500 euro per ciascun cittadino italiano, bambini e nonni compresi, che comporta il pagamento di 250 euro l’anno a persona di interessi (essendo 3,2% il tasso medio attuale pagato dai titoli di stato a tasso fisso).

Guardando il debito causato da Berlusconi dal punto di vista delle famiglie, ogni nucleo di 4 persone dovrà ridare prima o poi allo Stato la bellezza di 30mila euro, e per il momento gli toccherà pagare gli interessi di questo piccolo mutuo, perpetuo fino a quando non si restituiranno, pari a 1.000 euro l’anno, da assolvere ovviamente con maggiori tasse.

Tutto questo solo perché Berlusconi ha ritenuto indispensabile prendersi cura del nostro Paese in questi 7 anni, con il consenso, è giusto ricordarlo, di diversi milioni di Italiani.

Il ruolo che ha avuto Berlusconi nell’impoverire gli italiani è ancora più chiaro se si considera il valore nominale dei titoli di stato emessi annualmente, in aggiunta a quelli esistenti l’anno precedente, durante i suoi governi: un quarto di tutto il debito pubblico della Repubblica Italiana.

E non si tratta di una crescita proporzionale alla durata: perché gli esecutivi guidati da Berlusconi sono durati finora l’11% del tempo della storia della Repubblica, mentre hanno prodotto il 24% del debito totale. Certo, questi confronti sono un po’ a spanne, perché non considerano che il vecchio debito "pesa" in realtà molto più di quello nuovo, che è espresso in euro "svalutati" rispetto al passato.

Ma se se si "rivaluta" secondo le tabelle dell’Istat il valore del debito pubblico degli anni passati, quindi lo si trasforma in euro di oggi, il contributo dei governi di Berlusconi al debito pubblico italiano risulta indubbiamente più contenuto (261 miliardi di euro al valore del 2009, pari al 15% del totale), ma resta comunque di gran lunga superiore al debito prodotto dai governi di centrosinistra che si sono succeduti dal 1995 al 2008.

Infatti, a fronte dei 261 miliardi di euro (al valore di oggi) di debito accumulato in 7 anni e 2 mesi da Berlusconi, vi sono solo 80 miliardi di euro di debito accumulato dai governi di Centrosinistra in 8 anni e 5 mesi di esistenza. Se si guarda l’evoluzione del debito pubblico pro capite in termini reali, ossia depurato dall’inflazione (in euro 2009), si ha la conferma che con Berlusconi gli Italiani ci hanno rimesso.

Infatti, il debito pubblico pro capite è passato in termini reali dai 25.360 euro del 1994 ai 29.773 del 2009, un aumento quindi di 4.410 euro , di cui ben 3.390 (cioè il 77 per cento del totale) sono attribuibili agli anni di governo Berlusconi, che però hanno coperto meno della metà del tempo trascorso (7 anni su 15).

La situazione poi peggiora di molto se si considera che la quantificazione del debito pro capite include gli stranieri residenti in Italia, ma che non essendo cittadini italiani, non dovrebbero essere tenuti a rispondere del debito. Se quindi si escludono i residenti stranieri dalla popolazione italiana, il debito pro capite aumenta sensibilmente: nel 2009 sarebbe di 31.800 euro, e non di 29.733, ossia 2mila euro in più.

Che Berlusconi non si sia preoccupato delle generazioni future, lo dimostrano anche i dati del rapporto debito pubblico/Pil, che vengono considerati dall’Unione europea per verificare il rispetto del Patto di Stabilità.

Quando Berlusconi fece la sua prima comparsa come Presidente del Consiglio, l’Italia aveva un rapporto debito pubblico/Pil del 121,8%, che lui lasciò inalterato in quei pochi mesi, ma che i Governi di centrosinistra (Dini, Prodi I, D’Alema, Amato) ridussero di 13 punti percentuali in 6 anni, portandolo nel 2001 al 108,8%.

Negli anni successivi di Governo di Berlusconi, quel rapporto si ridusse di soli 2,3 punti percentuali nell’arco di 5 anni, mentre Prodi, che gli successe nel 2006, in appena un anno lo ridusse di ulteriori 3 punti.

Ma da quando Berlusconi ha ripreso le redini del Governo nel 2008, il rapporto è cresciuto a dismisura, complice anche bisogna riconoscerlo, comunque una crisi economica ben al di fuori dal comune.

Nel 2009 il rapporto debito/Pil è risalito al 115%, un valore che ci riporta al 1998. In pratica, i sacrifici previsti da 10 anni di dure leggi finanziarie sono stati vanificati. In conclusione, i dati della Banca d’Italia smentiscono le affermazioni di Berlusconi, ossia che il debito pubblico costituisca l’eredità degli altri governi, e non del suo, e soprattutto che i suoi esecutivi non abbiano mai messo le mani nelle tasche degli italiani.

Lui le sue mani le ha messe in quelle tasche. E le mette ancora: infatti ogni anno, solamente per il debito pubblico di responsabilità dei suoi governi, lo Stato spende 1518 miliardi per interessi. Che lui trova, naturalmente, con le imposte o ulteriore debito. Di certo sono gli italiani che in un modo o nell’altro devono pagare questi interessi. Ecco la quadratura berlusconiana del cerchio: prendere i soldi dalle tasche degli Italiani senza che questi se ne accorgano.

Purtroppo il livello raggiunto dal debito pubblico italiano, 1.800 miliardi di euro, circa 30mila euro per cittadino, ossia 120mila per una famiglia di 4 persone, dovrebbe far suonare seri campanelli d’allarme, se non altro perché circa la metà dei titoli di stato italiani sono in possesso di investitori esteri: 816 miliardi di euro al 30 settembre 2009.

Questo vuol dire che ogni anno escono dall’Italia in media circa 35 miliardi di euro come pagamento degli interessi sui titoli, che è un importo multiplo delle ultime leggi finanziarie, e non si sa per quanto tempo ancora lo Stato italiano se lo potrà permettere.

Non solo, ma l’Italia resta esposta al rischio, tutt’altro che teorico, di rimanere senza risorse, se alcuni fondi di investimento esteri decidono di non riacquistare i titoli di stato italiano giunti a scadenza.

In una tale evenienza, lo Stato italiano potrebbe avere difficoltà a pagare gli stipendi dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, e le pensioni dei 16,8 milioni di pensionati, dato che le tasse, anche se ritenute alte, non sono sufficienti a pagare tutta la spesa pubblica, come prova il sistematico deficit pubblico.

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Berlusconi e Travaglio uniti contro: i palestinesi
di Pino Nicotri - www.pinonicotri.it - 7 Febbraio 2010

Papino il Breve seppellisce Obama del Cairo e vuole comprarsi l’Eni spendendo però il meno possibile. Ecco perché gli serve danneggiarla con il demenziale ordine di abbandonare l’Iran, il nostro maggiore fornitore di petrolio: per farne calare il prezzo dell’oro nero in Borsa. E se in Italia ci scappasse l’attentato sarebbe l’occasione buona per passare dalle leggi ad personam alle leggi speciali. E’ il Partito dell’Amore, bellezza!

In Israele il nostro capo del governo Silvio Berlusconi ha dato il meglio di sé, cioè a dire il peggio in assoluto. Sulla spinta verso il cielo dei suoi fenomenali tacchi non ha saputo resistere alla tentazione di sentirsi più vicino al Dio della bibbia aggiungendo di getto al testo del discorso scritto l’infelice e indecente frase “La reazione di Israele a Gaza è stata giusta”. Oltre che l’ONU, una bella fetta della stessa popolazione israeliana, compreso un bel gruppo di militari che a Gaza c’erano, tutti sanno che la reazione contro Gaza non è stata affatto “giusta”.

Ho dimostrato in una precedente puntata del blog che massacrare in due settimane 1.400 persone su un totale di 1.400.000 abitanti equivale a massacrare l’1 per mille dell’intera popolazione. In appena due settimane! E ho dimostrato che neppure l’intera campagna angloamericana di bombardamenti incendiari sulle città tedesche è arrivata a tanto, e in un periodo 50 volte più lungo.

Con la sua bella improvvisata il Chiavalier Papino il Breve ha sotterrato Obama e il suo discorso de Il Cairo, peraltro cadavere già sotterrato da Netanyahu. Diciamo che Berlusconi ne ha sigillato la tomba.

Non vorrei essere nei panni di Marco Travaglio, o del Paolo Guzzanti riciclato nè di altri maestrini “di sinistra”, antiberlusconisti a tutto volume, ma per quanto riguarda Gaza berlusconissimi e filo mattanza anche loro.

Travaglio col suo solito tono professorin-ieratico ha subito messo in chiaro nel suo blog, non appena i carri armati e i bombardamenti si sono messi in moto, che quella di Israele non era una guerra offensiva, ma una giusta operazione difensiva.

Capisco che oggi è ormai impossibile non dico fare carriera ma anche solo non essere soffocati se non ci si inchina verso chi ha in mano gli assi, però certi eccessi andrebbero evitati. Guzzanti nel suo blog modestamente intitolato “Rivoluzione italiana” ha addirittura augurato a Israele “buona guerra” contro Gaza, festeggiandola o supportandola con pacifiste del calibro di Fiamma Nierenstein, la vera vincitrice di questa fase politica.

Chi come noi crede nel diritto all’esistenza anche di Israele sa bene che le frasi da irresponsabile come quelle di Berlusconi, ripetizione imparaticcia di quanto incautamente risposto da Netanyahu a un giornalista nel corso della sua visita a Roma, legittimano di fatto anche la violenza di Hamas e affini.

E infatti: se è giusto che Israele reagisca in quel modo per pochi morti in vari anni è simmetricamente ovvio che i suoi avversari o nemici ritengano altrettanto giusto reagire come reagiscono a causa dei molti più morti, espropri, demolizioni di case e sradicamento di ulivi e aranceti subiti in 60 anni.

E’ bene ricordare che mancano all’appello oltre 400 villaggi palestinesi, e che le stesse cittadine prese di mira dai missili artigianali di Hamas, Sderot e Askelon, prima che ne venisse cacciata la popolazione erano cittadine palestinesi e avevano nomi palestinesi.

In altre parole, chi declama le corbellerie berluscon-netanyahuine vuole solo soffiare sul fuoco. Per alimentare ancora l’incendio che consuma quella parte del mondo e portare le fiamme di nuovo anche in Iran, mentendo ancora una volta con le balle “atomiche” come già fatto contro l’Iraq. Dico portare le fiamme “di nuovo” perché da Cesare e Crasso e altri ancora dell’antichità romana fino ai vari Napoleone e Lawrence di Arabia, è l’Europa che ha invaso il Vicino e il Medio Oriente.

Il primo pezzo di seta che i romani hanno visto lo ha portato Giulio Cesare dopo una campagna militare in Anatolia oppure, più probabilmente, dai reduci della battaglia di Carre, in Mesopotamia occidentale, dopo la sonora sconfitta e l’uccisione di Crasso. Se una volta c’era da mettere le mani sulla Via delle Spezie e sulla Via della Seta, sulla Via dell’Incenso e sul Periplo del Mare Etiope, cioè sulle rotte commerciali del Mare Arabo e del Mare Indiano che alimentavano Roma prima e l’Europa dopo di ogni ben di Dio, dai sapori ai saperi fino all’oro, oggi c’è da mettere le mani sull’oro nero… Nulla di nuovo sotto il sole: business as usual… Si insiste a darci a bere che l’Iran vuole l’atomica o comunque lanciare missili su Israele.

Non credo che il governo iraniano, pur composto da preti e pertanto capace del peggio, non sappia che non farebbe neppure in tempo a mettere un missile in linea di lancio per ritrovarsi senza non solo quel missile. Peggio ancora se riuscisse a lanciarlo: ne seguirebbero una terribile rappresaglia e l’invasione militare.

Il governo di preti dell’Iran vuole forse giocare la carta della tensione internazionale per meglio rafforzarsi all’interno puntando sul nazionalismo, esattamente come hanno sempre fatto gli Stati Europei e a quanto pare vuole fare l’Italia berluscona di Papino il Breve.

Ma che voglia anche farsi invadere equivale a pensare che il pretume al governo sia composto da aspiranti suicidi: se l’Iran fosse invaso il suo governo verrebbe travolto, perché questa volta non verrebbe più invaso solo dall’Iraq armato alla carlona e quindi costretto a una guerra di posizione capace di produrre solo morti.

La trovata “buonista” anzi “buonistissima” di fare entrare Israele nella Comunità Europea ha il pregio di dar ragione al mondo arabo e islamico che ci accusa di usare Israele come testa di ponte di una nuova versione del nostro plurisecolare vizio del colonialismo. E’ ovvio che s’è l’Europa si allarga fino a territori che non sono europei si legittima chi parla di nuovo colonialismo.

Scusate, ma in quale altro modo potremmo definire questo allargamento su terre altrui? Che diremmo se l’Unione Araba o l’Unione Africana o l’Unione Asiatica decidessero di fare entrare nel loro seno, che so, l’Austria o la Svizzera? Oppure: che diremmo se l’Onu assegnasse loro S. Marino o Montecarlo e loro ci ficcassero qualche centinaia di testate atomiche? Dubito che lo stesso Bossi si limitarebbe a farsi i gargarismi o una bevutina con acqua del dio Po.

Strana idea anche quella che a una democrazia, quale è il sistema politico israeliano, debba essere concesso di tutto, carneficine come quella di Gaza comprese. Erano democrazie anche la Francia e l’Inghilterra, il che però non ha impedito loro di fare le cose orribili che hanno fatto nei loro imperi coloniali in tutto il mondo.

Abbiamo sempre qualcosa da esportare a fil di spada e a cannonate in terre altrui, dalla “civiltà”, di Roma ovviamente, alla “vera religione”, dalla “moralità”, perché gli africani e gli indios osavano andare in giro nudi a casa loro, al “liberalismo economico” e a “un altro Dio e un altro Re!”, come cantava la canzone fascista “Faccetta nera”.

Ora esportiamo la “democrazia”. Tutte esportazioni che sono sempre e solo scuse per importare a costo minimo materie prime e merci varie altrui. Cioè per sfruttare popoli e territori altrui. Dimenticando che la nostra “civiltà superiore” e democratica è l’unica al mondo che ha avuto per ben due volte, con Roma prima e con l’Euroamerica dopo, l’intero sistema produttivo e l’intero assetto sociale basato sullo schiavismo!

Se anziché la nostra tratta dei neri a spese dell’Africa, con annesse devastazioni, ci fosse stata per quasi tre secoli una altrui tratta dei bianchi a spese nostre, oggi il Terzo Mondo sarebbe l’Europa. Di “superiore” abbiamo solo la capacità di uccidere gli “altri” in quantità industriale. Come del resto ben sanno gli ebrei europei.

Oggi ci si riempie la bocca con le facili ciance delle radici “cristiane” abbellite buonisticamente con la dizione “giudaico cristiane”.

A parte il fatto che più che di radici sarebbe più realistico e aderente al vero parlare di provenienze, visto anche che da Virgilio in poi ci vantiamo che i romani sono arrivati da Troia, cioè dalla Turchia, il problema è che il termine “giudaico” per le asserite radici è corretto NON per motivi religiosi, come vuole farci intendere il Vaticano e i suoi baciapantofola, ma tutt’altro motivo. Vale a dire, solo perché gli ebrei hanno contribuito all’identità e alla cultura europea post medioevale elaborando in Spagna assieme agli arabi musulmani per ben 800 anni tutto ciò che poi a noi è servito per innescare il Rinascimento.

Perfino Dante e S. Francesco, oltre che Leonardo da Vinci e S. Tommaso e Galilei, senza quel pensiero e quegli apporti ebraico-musulmani o musulmano-ebraici non esisterebbero. Altro che le balle papaline diventante ora anche berluscone e legaiole.

Se proprio vogliamo parlare di radici europee, dobbiamo allora parlare di radici “giudaico-musulmane-cristiane”. A meno che si voglia ridurre l’Europa alla creatura fatta nascere dal papato per il proprio interesse materiale quando chiamò i germani di stirpe franca guidati da Pipino il Breve e poi da suo figlio Carlo Magno, veri e propri talebani dell’epoca che hanno cristianizzato l’Europa col ferro e col fuoco, a invadere il Belpaese per sconfiggere i longobardi e impedire così l’unità d’Italia che questi stavano già realizzando con mille anni di anticipo sui Savoia. Prima o poi mi soffermerò sulle interessanti analogie tra la “discesa in campo” del Vaticano, cioè del governo della Chiesa, e la “discesa in campo” di Papino il Breve, al secolo Berluscon de’ Berlusconi: ognuno dei due ha agito solo ed esclusivamente per difendere la propria pagnotta.

O meglio, la propria “roba”: parola che non a caso è parente del verbo rubare, inteso come bottino di guerra. Il Vaticano e Berlusconi sono “scesi in campo” per difendere il proprio bottino. Tutto il resto è abbellimento successivo degli avvenimenti. O, come direbbe il rabbino Hillel, “tutto il resto è commento”. Ma prezzolato.

Guarda caso - ma non è affatto un caso - sia il potere della Chiesa che quello di Berlusconi si basano entrambi sugli stessi tre pilastri: il potere delle immagini, quello dell’informazione e l’enorme disponibilità di soldi. Il potere delle immagini della Chiesa era ed è quello delle immagini sacre, esibite ovunque e a più non posso.

I mosaici, i dipinti e le vetrate delle cattedrali che raccontano storie bibliche, di santi, della Madonna, di Cristo, ecc., erano e sono l’equivalente di Mediaset per Berlusconi, e viceversa: per entrambi un modo per creare, diffondere e illustrare la realtà nella quale vogliono che la gente creda, in modo da condizionarne le idee.

Il monopolio detenuto per secoli dalla Chiesa sulla circolazione dei libri equivale al monopolio che Berlusconi ha di fatto sulla televisione, rafforzato dai giornali suoi o di famiglia, per condizionare il più possibile la testa della gente.

L’enorme massa delle proprietà che aveva la Chiesa e la conseguente enorme disponibilità di quattrini equivale alla gran massa di proprietà e quattrini di Berlusconi oggi, con gli stessi scopi e gli stessi effetti: creare ancor più consenso assoldando il maggior numero possibile di intellettuali perché trasformino in cultura, e in cultura dominante, ciò che serve per giustificare e stabilizzare il potere dei loro ricchissimi datori di lavoro.

Se i poeti di Roma, compreso Virgilio, opportunamente pagati creavano i miti perfino della divinità dell’Urbe e delle discendenze eroiche, i Giuliano Ferrara, i Vittorio Sgarbi e i Ferdinando Adornato di oggi possono ben fare quello che fanno. Anche oggi “l’immagine” e il mito è tutto.

Ma se l’Europa e gli Stati Uniti amano così tanto l’esportazione della democrazia, perché mai l’abbiamo distrutta in Iran col golpe anti Mossadeq? Beninteso, oltre che in Congo con il golpe anti Lumumba, in Indonesia con il golpe anti Sukarno, in Cile con il golpe anti Allende, in Argentina…., ecc., ecc., ecc. E perché mai accettiamo regimi odiosi come quello arabo saudita? E se Papino il Breve ama così tanto la democrazia da esportazione perché non la esportiamo anche in Vaticano?

E no! Al Vaticano per avere i voti elettorali del suo gregge gli lecchiamo la suola della pantofola pur essendo un pericoloso pezzo di Medioevo ancora cacciato in gola alle democrazie moderne. Beh, potremmo mandare i carri armati e la democrazia almeno a Montecarlo… Che oltretutto parlava italiano ed era sotto la protezione del regno di Sardegna fino al 1861.

Anziché blaterare dovremmo:

- convincere i palestinesi ad accettare quel poco che ormai c’è da accettare, togliendosi dalla testa qualunque illusione di rivincita o peggio ancora di “distruzione” o “cacciata in mare” degli israeliani.

Un conto è distruggere il “regime sionista”, che essendo un regime come gli altri si può anche cambiare come se ne sono cambiati altri, compreso il regime comunista in Urss o il “regime democristiano” in Italia, e un altro conto è distruggere un Paese, per giunta con la sua popolazione.

I palestinesi dopo 60 anni dovrebbero capire che dai “fratelli” arabi possono aspettarsi solo di essere trattati come appestati o carne da macello.

- Convincere Israele a farla finita con il colonialismo dei suoi coloni, a rendersi semmai conto che quando si ha in casa una minoranza di un’altra popolazione che supera il 20% del totale allora si deve ammettere che si è un Paese binazionale, senza pretendere di chiudersi in un ghetto e detenere l’intero potere. Visto che parliamo di democrazia, Israele dovrebbe finalmente dotarsi di una Costituzione e stabilire infine i suoi confini senza ambiguità e irredentismi “biblici”, motivo di legittimo allarme per i Paesi vicini.

Vero è che neppure l’Inghilterra ha una Costituzione, ma è anche vero che pur essendo tuttora una monarchia ha inventato lei l’Habeas Corpus e non ha nessuna ambiguità territoriale in fatto di confini.

- Trattare con i Paesi vicini di Israele e con Israele per trovare un accordo realistico e una pace vera, con disarmo nucleare israeliano e rinuncia alle armi nucleari dei vicini. Ovviamente con un trattato che garantisca a tutti loro la nostra alleanza anche militare in caso di guai dall’esterno.

- Espandere la Comunità Europea? Sì, benissimo. Ma certo non solo a Israele. Credo si possa fare di più che fare entrare solo Israele e la Turchia, due facce militarmente poco rassicuranti e poco rassicuranti anche come politica verso le minoranze interne, vedi per esempio i curdi per quanto riguarda la Turchia. Se sono oltre 2.000 anni che da Roma all’Europa intera, e ora anche con gli Usa, tentiamo di impadronirci del territorio che va dall’Iran al Marocco, significa che comunque c’è un intreccio di rapporti. Forti.

Perché non studiare allora una integrazione più completa, ma pacifica? Credo che l’ideale sarebbe una Comunità del Vicino e Medio Oriente, estesa magari al Nord Africa, collegata man mano sempre più strettamente alla Comunità Europea. Oltretutto, sarebbe l’unico modo per non finire tutti, Europa compresa, come vasi di coccio tra i vasi di ferro Usa e Cina.

E a proposito di Cina continuiamo a far finta non solo di non sapere che da qualche tempo ha anche lei navi militari nell’ex Mare Nostrum, ma anche che si è offerta di finanziare la Grecia, cioè un intero Stato della Comunità Europea per evitarne il tracollo economico e che sta cercando di comprarsi quanti più porti possibili anche nel Mediterraneo.

Ma l’Occidente non punta a nulla di tutto ciò, non punta cioè a risolvere i problemi ma a sfruttarne le tensioni. Prova ne sia che la Comunità Europea ha mandato a occuparsi del problema israelo-palestinese un mascalzone patentato come Blair, che infatti non se ne occupa, batte la fiacca e si gode le prebende in attesa di un’altra catastrofe che faccia il nostro (solito) gioco. A noi serve il petrolio! E il gas.

Motivo per cui: “Divide et impera”, più il complementare “Mors tua vita mea”. As usual. Noi preferiamo che vengano finanziate le madrasse: cristiane, musulmane ed ebraiche. Che sfornano tutte un bel numero di fondamentalisti: vale a dire, rispettivamente, nuovi crociati, talebani o kamikaze ed irredentisti “biblici”.

Un mix infernale. Incendiario e potenzialmente devastante.
Politica gretta, cieca, cinica ed egoista, che potrebbe finire col costarci caro. E che come tutte le politiche grette, cieche, ciniche ed egoiste potrebbe provocare rivolgimenti oggi impensabili negli assetti politico territoriali anche europei.

In fatto di petrolio Berlusconi punta a comprarsi l’Eni, magari in tandem con il suo caro amico molto democratico Putin e con il noto campione di democrazia Gheddafi, al quale ne ha già venduta una quota, mi pare del 5% con possibilità di arrivare al 20. Perché l’Eni? Per poter vendere Mediaset e magari anche i giornali a Murdoch e poter quindi dire che il conflitto d’interessi non c’è più, restando comunque padrone di un settore ancor più strategico e vitale.

Ecco perché in Israele Berlusconi ha sparato a zero contro l’Iran mettendo nei guai Eni. Costringendola cioè a dare l’addio a un mercato come quello dell’Iran, vitale per il nostro rifornimento energetico, addio già imposto a tamburo battente, nero su bianco, con una lettera del governo all’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni. Indebolire oggi l’Eni significa potersela comprare spendendo molto meno domani. Altro che interesse nazionale!

Sì, ha ragione il ministro berluscone degli Esteri, Franco Frattini, quando ha fatto eco alle sparate del suo datore di lavoro politico dichiarando a pettino in fuori: “Serviamo solo i nostri valori”. I valori economici, di Berlusconi&C. Come dice Maurizio Costanzo, “Consigli per gli acquisti”.

E a proposito di Iran ed Eni vale la pena ricordare che già una volta il cane a sei zampe è stato stoppato a Teheran: quando l’Eni stava aiutando l’Iran del democraticamente eletto Mossadeq a scrollarsi di dosso le Sette Sorelle sanguisughe angloamericane. Ed è stata quell’audacia di Enrico Mattei, il padre dell’Eni, a decretarne in seguito la morte con l’attentato al suo aero caduto vicino Pavia qualche anno dopo.

Ora la storia si ripete, purtroppo temo però non come farsa. Berlusconi se punta all’Eni forse punta non solo all’Eni, ma anche ad altro. A cosa? Ripeto ciò che ho detto in altra puntata: se poco più di una sassata in faccia in piazza Duomo gli ha giovato politicamente come gli ha giovato, un eventuale attentato in Italia per ritorsione di qualche demente inviperito per i suoi discorsi in Israele gli gioverebbe ancora di più. Dalle leggi ad personam alle leggi speciali. Dal parlamento ridotto a stadio a uno ridotto a suburra corporativa.

Dalle leggi razziali contro i semiti ebrei a quelle contro i semiti araboislamici, con il vantaggio di farci restare comunque razzisti e antisemiti, però facendoci sentire sempre “ittagliani brava gente”. Ma che dico? C’è da aggiungere i padani bravissima gente…. Pensate che grande filmone: BB, cioè Berlusconi e Bossi, alla guida della nostra guerra contro Osama!

Altro che Bush! Altro che Obama! Altro che Viagra: con una tale scarica di adrenalina e con una tale aureola di mega eroi galattici i due vecchietti potrebbero trombare escort, veline, miss, statiste, giornaliste, ministre e candidate elettorali ancora per decenni. E con la benedizione del papa.

E’ il Partito dell’Amore, bellezza! Solo che gronda odio, sempre di più e alla grande.

Per il resto: i vergognosi retroscena del caso Boffo, il vergognoso invio della portaerei Garibaldi ad Haiti NON per portare aiuti umanitari, che si inviano semmai più rapidamente con gli aerei e le navi da trasporto, ma inviata - con apposita sosta di tre giorni in Brasile - per mettere in vetrina la nostra industria di armamenti navali approfittando del palcoscenico mondiale regalatoci dai 220 mila morti di Haiti.

Che in definitiva sono solo “negri” e mulatti, insomma roba esotica e retrograda, puzzolente e incivile, mica pura razza ariana o addirittura celto-padana. Tutte cose che preferisco non commentare. Anche perché, diciamo la verità, ma che vogliamo di più? Come sempre, “Dio è con noi”… Ora anche quello d’Israele. Meglio di così si muore!

Appunto.



Una scuola elitaria
di Benedetta Guerriero - Peacereporter - 5 Febbraio 2010

La riforma del ministro Gelmini introduce una riduzione degli indirizzi di studio e delle ore scolastiche

“Una riforma epocale”. Così il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha definito la riforma delle scuole superiori. Anche il premier Silvio Berlusconi è intervenuto per lodare l'operato del ministro che avrebbe finalmente messo a punto la riforma giusta per creare “una scuola per le imprese”.

Ridotti gli indirizzi e le ore di lezione. La Gelmini ha parlato di snellimento del sistema scolastico. Sindacati e addetti ai lavori di tagli. Il nostro Paese sembra destinato a non trovare un accordo sulla scuola. Ogni volta che qualcuno prova a mettere ordine, lo schieramento politico opposto grida e contesta. Risultato l'immobilismo.

“Non è una riforma – ha detto Domenico Pantaleo, delegato nazionale della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil -. Piuttosto un'applicazione rigorosa dei tagli decisi dal ministro Tremonti che porteranno a un ulteriore indebolimento delle superiori”.

Il responsabile della Cgil non contesta la riduzione degli indirizzi, fondamentale per mettere un po' d'ordine nel ginepraio delle possibilità e delle sfumature di studio tra cui i ragazzi potevano scegliere, né il potenziamento di alcune discipline, quali le lingue. Peccato, però, che il potenziamento sia fatto a discapito di alcune materie. Non ultima la geografia che pure permette di orientarsi e conoscere il mondo in cui viviamo.

“Ci sono molti aspetti della riforma – prosegue Pantaleo – che non ci convincono. In primis la soppressione del biennio unitario. Un ragazzo di tredici anni si trova così a dover effettuare una scelta irrevocabile, senza poter tornare indietro. Non siamo nemmeno d'accordo sulla diminuzione dell'orario scolastico. All'incirca salteranno 17mila cattedre. Altri posti di lavoro che vanno in fumo.

La Gelmini ha citato il modello della Finlandia. Benissimo. Ma noi non andiamo in quella direzione. In Finlandia hanno meno ore frontali, ma molti laboratori pratici”. Nel corso della conferenza stampa congiunta Gelmini-Berlusconi i riferimenti al modello europeo di istruzione sono stati continui. Lì si vuole arrivare. O almeno è quello che si vuole far credere, perché è difficile che, continuando a sottrarre risorse all'istruzione, si vada migliorando il servizio.

Ma l'aspetto della riforma che preoccupa maggiormente Pantaleo è il progressivo avvicinamento a un'idea classista di scuola. “Avremo i licei per i ragazzi che possono permettersi il lusso di studiare – afferma Pantaleo – mentre agli istituti tecnici e ai professionali andranno quelli con meno possibilità.

Se a questo si aggiunge il fatto che gli studenti ora possono scegliere di frequentare l'ultimo anno, facendo apprendistato, ritorniamo all'avviamento lavorativo. Altro che scuola europea, torniamo a un modello ottocentesco”.

Classismo, che per la Flc non riguarderebbe solo gli alunni con meno possibilità economiche, ma anche quelli con difficoltà di apprendimento. Anche loro rientrerebbero, infatti, nella categoria di coloro con meno chances.


La scuola che non ti vuole bene

di Mariavittoria Orsolato - Altrenotizie - 8 Febbraio 2010

Ci è voluto quasi un anno ma, alla fine, inesorabile, la scure di Maria Stella Gelmini si è abbattuta anche sulle scuole superiori. Lo scorso giovedì il Consiglio dei Ministri ha infatti dato il via libera ai tre decreti che a partire dal prossimo anno scolastico rivoluzioneranno (in peggio) i licei, gli istituti professionali e quelli tecnici.

Tutti i tagli agli orari sono stati confermati e anche lo smembramento delle sperimentazioni ha avuto atto: seppure i licei rimarranno sostanzialmente inviolati - fatta eccezione per i nuovi licei delle scienze umane e musicali - sull’altare sacrificale del bilancio sono finiti gli istituti di settore, spolpati degli indirizzi e ridotti ad affidarsi a stage con aziende private.

Non sono quindi valse a nulla le proteste e gli scioperi che durante tutto l’anno scorso hanno infiammato il settore scolastico: secondo la ministra, fresca di nozze, la sua è una “riforma epocale” grazie a cui il nostro disastrato paese potrà avvicinarsi agli standard richiesti dall’Unione Europea.

Peccato che, in realtà, le modifiche predisposte per il nostro ordinamento scolastico, oltre a non tenere in minimo conto le trasformazioni sociali e culturali che interessano questa velocissima generazione di ragazzi, siano ben lontane dalle eccellenze svedesi o tedesche. Il più macroscopico punto debole dell’epocale riforma sta infatti nel drastico taglio agli orari, non solo delle lezioni ma anche di funzionamento dei plessi scolastici.

Pare infatti che la ministra, nella sua spasmodica ricerca di perfezione storica, abbia grossolanamente tralasciato l’assunto fondamentale secondo cui l’orario delle lezioni non è lo stesso dell’orario scolastico. Tagliando quest’ultimo si produce l’inevitabile riduzione del tempo in cui gli studenti potranno fruire di strutture didattiche come palestre, biblioteche, teatri e laboratori: secondo il modello europeo questi apparati sono il naturale corollario ad un tempo scolastico che non è, e non deve essere, solo quello dell’apprendimento frontale, tant’è che la maggior parte delle attività didattiche si consuma e si sviluppa proprio in questo segmento.

Se infatti pensiamo che nella stragrande maggioranza dei sistemi educativi comunitari il tempo pieno è una risorsa grazie alla quale poter organizzare e veicolare il tempo libero dei ragazzi, mal si capisce come mai Berlusconi - immancabilmente presente all’illustrazione dei provvedimenti - abbia sottolineato come “l’Italia avrà delle scuole comparate a quelle degli altri Paesi europei e saranno in linea con gli istituti dei paesi più avanzati”.

Non importa, infatti, che le attività organizzate nell’orario fuori dalle lezioni siano di stampo culturale, di approfondimento disciplinare o di semplice svago; nei tanto decantati modelli europei la scuola è un’istituzione in grado di trasmettere significati e comportamenti in un ambito protetto e di valorizzare quelle che, mano a mano, emergono come eccellenze o semplici competenze.

Per i ragazzi italiani, chiamati sempre più insistentemente a uniformarsi ai criteri di preparazione d’oltralpe, questa scuola non ha invece praticamente nulla da offrire a meno che essa per prima non venga presentata come un’istituzione credibile, capace di tradurre quelli che sono gli insegnamenti impartiti in comportamenti civici.

Che sia forse per ovviare a questa “obsoleta” funzione che dai licei, da sempre fucine della futura classe dirigente, è stato cancellato l’insegnamento di diritto?

In ogni caso, la diminuzione dell’orario scolastico in Italia significherà un sostanziale imbarbarimento delle nuove leve generazionali: costretti ad autorganizzarsi, gli adolescenti nostrani saranno inevitabilmente portati ad assimilare comportamenti non codificati, a riunirsi nei famigerati branchi o, al meglio, a lobotomizzarsi su siti di social networking o di altre amenità, col risultato che gli atteggiamenti prenderanno ad essere sempre più discostati dalla società civile, sopraffatti dall’irragionevolezza di messaggi commerciali (come quelli del marchio Diesel che trionfanti ti impongono un “Be Stupid”) e impoveriti dal linguaggio becero delle tv pomeridiane.

Non stupiamoci allora se i nostri ragazzi sono il fanalino di coda di Eurolandia: le indiscutibili competenze di un avvocatessa che gioca a fare la ministra premaman, non hanno tenuto in debito conto i soggetti ai quali la riforma è rivolta.

Soggetti che hanno subito mutazioni repentine sia nell’aspetto che nella sostanza, giovani adolescenti dai comportamenti sempre più adulti e praticamente privi di una qualsiasi mediazione che non sia quella data dall’autoformazione, spesso e volentieri traviante.

Ma i giovani italiani diventano un problema solo quando taglieggiano i compagni, danno fuoco a poveri barboni “per vedere l’effetto che fa”, o vendono il proprio corpo in cambio di ricariche o vestiti firmati. Questa è la politica governativa per la scuola: piangere sul latte versato in settant’anni di fallimenti didattici.

Nel frattempo le decine di migliaia di insegnanti condannati dalla riforma a lasciare le loro cattedre, aspettano a braccia conserte di essere cancellati dalla pubblica istruzione come segni di gesso sulla lavagna.


Oltre il Billionaire - L'altra faccia della copertina

di Michele Murgia - Il Fatto Quotidiano - 6 Febbraio 2010

È probabile per molti sia stato uno choc scoprire dai giornali che riportano la vertenza Alcoa che in Sardegna ci sono industrie e non solo spiagge, ma è vero, come è vero che queste industrie sono in crisi, sull’isola esattamente come ovunque.

Ma come tutti i luoghi cristallizzati in un immaginario onirico, la Sardegna non può permettersi di essere un ovunque qualsiasi, perché vista dalla costa tirrenica non è forse neanche un luogo. Piuttosto è uno stato d’animo, così stabilmente impresso che non ammette variazioni.

Dici “Sardegna” e anche chi non c’è mai stato ti sorride, proiettandosi in una dimensione parallela in cui ogni cosa è solare, marina, bilionaria e trendy. Non certo industriale. Al massimo, unica variante d’immagine alternativa a quella vacanziera, può essere pastorale, purché per pastore si intenda quello bucolico con il silenzio in bocca e la sapienza un po’ pericolosa di chi con la natura ci ha fatto società in nome collettivo.

Nella geografia fantastica dove è collocata per molti la Sardegna – la stessa di Topolinia e della Terra di Mezzo, va detto – è difficile innestare persino la semplice constatazione che il mondo pastorale sia oggi radicalmente modificato dalle tecnologie, dai flussi migratori e dalle regole spietate dell’economia globale, che per prime conformano agli standard proprio le produzioni tradizionali.

Ma nessuno vuol sentir dire questo mentre ordina un pecorino sardo al ristorante, perché i luoghi dello spirito sono inviolabili, l’evidenza non è sufficiente a intaccarli.

È una rispettabile forma di sopravvivenza, si ha bisogno che i sogni stiano immobili proprio nella misura in cui tutto il resto va nella direzione opposta a quello che tutti, quando ancora aveva senso chiedersi cosa fare da grandi, sognavamo di diventare. Per questo, fuori dai contorni della cartolina, la Sardegna vera con i suoi problemi non solo non esiste, ma neppure deve esistere, è un anti-luogo, una perenne zona di rimozione.

Perché operai, disse questo premier in campagna elettorale, quando potete essere tutti giardinieri? Nel mondo-giardino tutto quello che non è abbastanza fotogenico da entrare nelle pagine di Chi è una fastidiosa interferenza sul digitale terrestre, abuso di qualche disfattista rete locale all’assalto delle frequenze delle anime altrui.

Le pro loco sono d’accordo da sempre: i problemi della Sardegna non fanno bella figura sulle brochure, e il risultato di questa pantomima collettiva è che persino i sardi a volte sembrano credere di vivere in un luogo sospensivo, dove ogni problema è ridimensionato dal fatto di rappresentare da quarant’anni il sogno di qualcun altro.

Questo auto inganno è parte del prezzo di aver accettato anche culturalmente che una parte diventasse il tutto, che il non-luogo per eccellenza divenisse sineddoche dell’intero mondo sardo, con tutte le sue ricche contraddizioni ridotte a ballo tondo intorno all’area di svago del danaroso barone di turno.

Nessuno stupore se la Costa Smeralda è oggi l’unica Sardegna che ci è permesso fotografare, l’unica che ci renda riconosciuti e riconoscibili ai più; l’altra son fatti privati, panni da lavare in casa, una Cosa Nostra senza neanche la soddisfazione del fatturato, perché se la criminalità organizzata è altrove, un’industria fiorente e l’onestà disorganizzata al massimo può essere uno sciopero disperato in piazza quando perdi il lavoro.

Pochi sembrano trovare il coraggio di dire a questi operai che sono stati ingannati, che il futuro dei loro figli è nelle energie pulite, in un turismo sostenibile che non si spenda nell’edilizia, e soprattutto nella ricerca tecnologica, unica industria compatibile con un paesaggio che ha ancora senso definire intatto.

Sanno che non farà eleggere nessuno la constatazione che la “rinascita” invocata in piazza dai sindacati non può essere quella dell’industrializzazione dopata dai contributi statali, e che non è sviluppo il lavoro svilito ad ammortizzatore sociale, girato in voto al momento del ricatto come una cambiale all’incasso.

Forse non è un caso che a dirlo siano solo gli indipendentisti, quelli che stanno crescendo con il voto degli under 30, la prima generazione che non avverte più lo sfondo di una cartolina statica su cui mettersi in posa, o il bisogno di un nume esterno da invocare come cavalleria quando il fortino di cartapesta del parco giochi estivo crolla senza rumore sul falso mito di sè stesso, portandosi dietro i resti della fragile fantasia di una industria pesante in mezzo al mare.

Nel frattempo però la Sardegna in cartolina si riorganizza a modo suo: mentre gli operai in piazza disperano per il lavoro, l’assessorato alle politiche sociali di Cagliari si prepara a fronteggiare il dramma organizzando tre giorni di festeggiamenti per il cinquantesimo compleanno di Barbie, proposta nientemeno che come icona di emancipazione femminile. Chissà se esiste la Barbie Operaia.


Italiani delocalizzati

di Beppe Grillo - www.beppegrillo.info - 8 Febbraio 2010

Quello che succede in Italia è surreale. Le nostre aziende hanno esportato la produzione in Cina, in Romania, in Bulgaria, in Polonia, in Brasile con la benedizione dei governi.

Il guadagno ottenuto è finito nelle tasche degli imprenditori che hanno abbassato i costi di produzione e mantenuti invariati i prezzi. E i prodotti fabbricati all'estero, se progettati in Italia (quindi quasi sempre), hanno conservato il marchio "Made in Italy".

I dipendenti italiani sono stati licenziati a centinaia di migliaia, ma questo è un dettaglio. All'export delle nostre aziende corrisponde da tempo la chiusura delle filiali delle multinazionali presenti in Italia.

Da qualche mese sta diventando una fuga di massa. Dopo Alcoa, Fiat, Yamaha, Motorola e Nokia (per citarne solo alcune) è il turno della Glaxo che lascia a piedi 500 dipendenti in Veneto. Le nostre aziende delocalizzano e le imprese straniere chiudono. Il prossimo passo sarà la delocalizzazione degli italiani.



Fine di un'illusione
di Pietro Ancona - http://medioevosociale-pietro.blogspot.com - 7 Febbraio 2010

La gravissima scelta del Congresso dell'Idv di appoggiare il discusso ed equivoco sindaco di Salerno nella corsa per la Presidenza della Campania compiuta addirittura per acclamazione da un Congresso voglioso di governo e di stare in maggioranza spegne le speranze di un'alternativa morale e politica al bipolarismo tra simili o addirittura eguali.

Nonostante l'avvertimento di De Magistris che votare De Luca significa consegnare la Campania alla camorra e ai casalesi, le pulsioni profonde del Congresso, alimentate dai segnali lanciati da Di Pietro e da Bersani, hanno travolto tutto e tutti.

Avevo visto situazioni simili nei congressi socialisti che di fronte alla prospettiva di acquisire comunque un poco di potere non si curavano nè del come, nè del quando, nè delle cose che bisognava almeno salvare in una azione di governo.

La frase di Di Pietro "di opposizione si può morire" preceduta da quella sulla piazza che "non basta" conclude malinconicamente una fase della politica italiana in cui il pungolo dell'IDV era riuscito spesso a trascinare il PD lontano dall'abbraccio mortale con il centro destra e dal pensiero unico.

Il merito di tutto questo è anche di Casini e della idea di inaffidabilità che ha generato nel PD che lo voleva alleato. I due forni di Casini che poi è il forno solo della convenienza di potere hanno spinto Bersani a trovare una intesa con Di Pietro, a conquistarlo ideologicamente alla sua teoria e prassi della politica che prevede la ricerca dell'accordo con la maggioranza.

Bersani ha commissariato il Congresso IDV. Lo ha seguito dalla prima all'ultima battuta ed è riuscito nel suo disegno. Un Di Pietro "moderato" che appoggia De Luca in Campania e smentisce il malcapitato Genchi per le cose che aveva avuto l'ingenuità di dire sul conto del false flag di Tartaglia, un Di Pietro che potrebbe confluire nel PD diventa una acquisizione importante per la stabilizzazione a destra del PD che, a questo punto, potrebbe anche lasciare al loro destino gli espulsi dal Parlamento comunisti e verdi.

Mi auguro a questo punto che tutte le persone che in qualche modo hanno appoggiato Di Pietro a crescere ed a resistere in questi mesi decidano di compiere una scelta diversa e di collocarsi davvero a sinistra.

Micromega, il Fatto, i tanti gruppi che fanno capo a Grillo, il popolo viola e quanti altri hanno ammirato e sostenuto il coraggio con cui Di Pietro si è battuto contro Berlusconi infischiandosene financo delle buone maniere ed ha strattonato lo stesso Presidente della Repubblica richiamandolo alle sue responsabilità di custode della Costituzione debbono prendere atto che il moderatismo italiano ha dominato alla grande il Congresso e che il politicismo di gran parte di coloro che sono arrivati all'IDV soltanto per conquistarvi spazi disponibili chiusi altrove l'ha avuto vinta senza bisogno di combattere tanto.


Riassumendo

di Giulietto Chiesa - Megachip - 7 Febbraio 2010

Allora, riassumiamo: Di Pietro abbraccia Bersani. E anche De Luca.

Vendola (confermando una parabola già chiara) abbraccia l'uno, l'altro e il terzo. Quelli che hanno esultato per il suo trionfo in Puglia sarà bene che rifacciano tutti i conti.

Travaglio e Il Fatto Quotidiano sono delusi. Avevano creduto davvero, poverini, che Di Pietro sarebbe diventato il “polo a sinistra”, e che avrebbe fatto l'opposizione.

Adesso faticano a capacitarsi del “fatto” che Di Pietro si fa i “fatti” suoi, usando i gonzi che si prestano a essere usati.

Di Pietro, a sua volta, mi ha rubato il termine Alternativa. Si vede che qualcuno dei suoi mi legge. Gli è piaciuta la mia idea. Non avendone di proprie arraffa quelle altrui.

Solo che gli sarà difficile spacciare per Alternativa la sua “alternativa” insieme al il PD e a a un inquisito.

E che dirà Beppe Grillo che ne ha accompagnato l'ascesa?

Del resto bastava ricordarsi che Di Pietro fu contro la commissione d'inchiesta per i fatti di Genova, che è a favore della base di Aviano, che è a favore dell'Alta Velocità.

E vedremo di quale “alternativa” sarà capace quando il PD accetterà la “riforma” della Costituzione concordata con Berlusconi.


Idv: prove (incerte) di governo
di Nicola Lillo - Altrenotizie - 8 Febbraio 2010

“L’alternativa per una nuova Italia”. Si è aperto con questo slogan il congresso dell’Italia dei Valori, iniziato il 5 febbraio e terminato ieri con la conferma a presidente del partito di Antonio Di Pietro. Una nuova Italia che, in realtà, sembra conformarsi alla precedente. Vittoria inizialmente scontata per l’ex pm, poi confermata dopo il ritiro dello sfidante Barbato.

“Siamo pronti a un altro governo per il Paese. Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza che ci voleva a un regime piduista, ma ora siamo alla svolta. Siamo pronti al governo”, ha detto Di Pietro, prendendo la parola dopo la conferma per acclamazione. “La piazza non basta. E' finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande responsabilità di governo che vogliamo”. Il partito “dovrà ora mettere in campo un'azione politica di contrasto e anche di stimolo al governo”.

Parole che non hanno fatto attendere la risposta polemica di Pier Ferdinando Casini: “L'Italia dei Valori è un macigno su qualsiasi alternativa credibile a Berlusconi. Persino Di Pietro - osserva il leader dell'Udc - si rende conto che la posizione dell'Idv è sterile e non porta da nessuna parte”. Ma oltre ai battibecchi e alle solite “frecciate”, il Congresso ha dato qualche spunto su cui riflettere.

Di Pietro ha ribadito di essere pronto a passare la mano fra qualche anno, ma che in questa fase c'è ancora bisogno della sua leadership: “Sento il dovere di continuare a tenere il timone di questa nave finché non arriva in un porto sicuro. Aiutatemi a portare a questa barca alla riva e, dopo di che, io non vedo l'ora di tornare un po' alla mia masseria”. “Porterò questa nave dell'Italia dei valori - ha aggiunto - insieme ai comandanti delle navi della flotta del centrosinistra al 2013 per riconquistare il governo; dopo, mi chiamate come socio onorario e dovrete fare da soli”.

Quello che ha stupito è stato però il tema regionali. Il leader dell'Italia dei Valori ha ribadito la possibilità di trovare un accordo con Vincenzo De Luca, candidato del Pd alla Regione Campania, a patto che accetti “una serie di paletti”.

De Luca, intervenuto al congresso e applauditissimo, afferma: “Non possiamo non combattere insieme questa battaglia”. Il risultato è un ossimoro: l’Italia dei Valori appoggia un candidato due volte rinviato a giudizio per reati gravissimi, cioè concussione, associazione per delinquere, falso e truffa. Sicuramente un errore per Di Pietro, che dopo questa apertura al PD potrebbe perdere un po’ di fiducia da parte dell’elettorato.

E’ frutto di una circostanza che nasce da una situazione di stallo. In Campania, infatti, il Pdl ha avanzato la candidatura di Caldoro, craxiano e non lontano da Cosentino e Cesaro. Il Pd sorregge De Luca, che inizialmente non è appoggiato dall’Idv. Ma, causa fermezza del Partito Democratico nella propria decisione, Di Pietro non ha fatto altro che cadere nel ricatto che gli si poneva dinanzi. O De Luca, o la Campania al Pdl.

L’errore dell’opposizione è comunque a monte. I Bassolino, Sandra Mastella e tutti gli scandali sorti negli ultimi anni, non hanno fatto muovere un dito al partito di Bersani. Questo lassismo ha portato alla candidatura di un plurinquisito. Unica voce fuori dal coro dei sì, ululati al congresso, è l'europarlamentare dell'Idv, Luigi De Magistris, secondo il quale “la Campania ha bisogno di altro, non di De Luca”.

Ma l’appuntamento al congresso riserva altri scossoni e, di conseguenza, altre critiche. Gioacchino Genchi, il consulente informatico delle più importanti procure d’Italia (lavorò con Falcone, Borsellino e in ultimo con De Magistris), avrebbe infatti affermato che “nel lancio della statuetta del duomo di Milano a Berlusconi non c'è nulla di vero”.

Per poi precisare: “E' evidente che il mio intervento di oggi è stato totalmente frainteso. Le mie parole, infatti, non facevano alcun riferimento alla dinamica dell'attentato e non intendevano affatto metterne in dubbio la veridicità. Mi riferivo, in realtà, a quanto accaduto immediatamente dopo: ovvero, al fatto che la scorta del presidente del Consiglio non abbia provveduto con tempestività e immediatezza ad allontanare il premier da quella situazione di grave pericolo”.

Ma è comunque bufera. Il tema sembra infatti essere un “tabù”, nonostante le voci, i dubbi, i filmati che si sono susseguiti sul web per diversi giorni. Nessuno può parlarne. Ma a rilanciare le sue dichiarazioni è stato, ancora, Luigi De Magistris, per il quale “la magistratura deve fare approfondimenti seri. Come dissi subito - afferma - ci sono aspetti che non mi convincono, ma non credo sia utile aprire una polemica politica. Vero è - aggiunge - che dopo quell'episodio non si è più parlato di vicende di Berlusconi e questa è la cosa grave”.

Risponde pronto il Pdl, con il suo portavoce Daniele Capezzone: “E' inaudito che si sollevino ombre su un attentato che avrebbe potuto uccidere Silvio Berlusconi. Sorge il dubbio che qualcuno desideri un altro caso Tartaglia”.

Si accoda Gasparri, che annuncia “un'interrogazione urgente per sapere se il capo della Polizia Antonio Manganelli si avvale ancora della collaborazione di un personaggio del genere nel dipartimento della Pubblica Sicurezza. Se così fosse la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”.