domenica 17 gennaio 2010

Terremoto ad Haiti: le solite lacrime di coccodrillo dell'Occidente

Dopo il tragico terremoto di Haiti si è naturalmente messa in moto in tutto il mondo la conseguente gara di solidarietà per la raccolta dei fondi da destinare all'assistenza dei sopravvissuti e alla ricostruzione. Così come sono cominciate le richieste di adozione dei bambini haitiani.

La commozione scaturita dalle strazianti immagini sapientemente montate dai media mainstream regna quindi incontrastata.

Purtroppo nessuno ricorda i motivi storici del perchè un terremoto del settimo grado Richter possa provocare una tale carneficina in uno dei Paesi più poveri del mondo, mentre il 17 Ottobre 1989 un terremoto della stessa magnitudo colpì la Bay Area nel nord della California facendo solo 63 morti.

Haiti, in fondo a tutte le classifiche socio-economiche, è stata scientemente mantenuta per decenni in condizioni di estrema povertà. E la situazione non è certo cambiata con l'arrivo della miriade di organizzazioni non governative (Ong) e agenzie Onu, presenti in loco ormai da anni. Anzi.

E adesso per l'ennesima volta la sovranità di questo Paese è stata seppellita sotto le macerie insieme alle decine di migliaia di morti.
Veri e propri eserciti con l'ausilio di un altro esercito costituito da cosiddetti volontari delle più svariate Ong stanno per invadere definitivamente quello che è rimasto di Haiti.

Ma d'altronde ora è il momento della "compassion", come ha detto ieri il presidente USA Barack Obama inquadrato davanti alla Casa Bianca tra Bill Clinton e George W. Bush, a cui ha assegnato il compito di raccogliere fondi per la ricostruzione.

Di tragedia in tragedia....


Quello che non vi sentite dire su Haiti (e che invece dovreste conoscere)
di Carl Lindskoog - www.commondreams.org - 14 Gennaio 2010
Versione italiana da http://iononstoconoriana.blogspot.com

Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un'interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera. Case "costruite una sull'altra", edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sottosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro.

Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse.

Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite.

Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l'amplificazione dell'impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana.

Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l'ombra oscura di "Papa Doc" Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista.

Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato "Baby Doc", è diventato presidente a vita all'età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986.

E' stato nel corso degli anni '70 ed '80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d'affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.

Dopo l'incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una "Taiwan dei Caraibi". Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all'esportazione.

A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.

Dal punto di vista della Banca mondiale e dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l'assemblare altri prodotti di consumo.

USAID però aveva piani precisi anche per l'agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l'agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero.

Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.

Era prevedibile che questi "aiuti" da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell'agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero.

Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all'opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente "l'una sull'altra".

Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l'hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.

Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione.

Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contribuito ad amplificare l'effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l'America ha avuto nell'impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.

Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, "coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi."


Haiti è di nuovo "americana"
di Maurizio Matteuzzi - www.ilmanifesto.it - 16 Gennaio 2010

La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell'aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no».

Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un'infinità di volte.

Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama - il primo presidente nero - «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti - la prima repubblica nera del mondo.

Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l'hanno spolpata, ma questo è un'altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com'è ridotta: un Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici - almeno in termini di morti - che ha avuto.

Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).

Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).

Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).

Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all'apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso.

Invece bisogna parlarne. Adesso. E c'è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again».

«Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l'economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».

L'altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia - in parte naturale, in parte non naturale - non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L'hanno già fatto più e più volte».

E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo' di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l'opportunità di ridisegnare il governo e l'economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l'immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».

«Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».

Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell'egemonia in un' America latina che da un po' di tempo tende a sfuggire loro di mano.

Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l'isola di Hispaniola».

Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si riolverebbe anche il problema dei boat-people.

Più in generale «gli Stati uniti dovrebbe portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta un forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo».

Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre si silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela).

Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall'Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.

Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l'uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile.

Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un'editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un'opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi».

Ora «Dio» l'ha fatto con Haiti. Allora alla Casa bianca c'era Bush, oggi c'è Obama. Vedremo cosa farà.



Haiti: l'asta dei cadaveri e Topolino
di Miguel Martinez - http://kelebek.splinder.com - 15 Gennaio 2010

Arrivano sode e tonde le cifre dei morti nel terremoto di Port-au-Prince, ovviamente molto prima che qualcuno abbia contato realmente i cadaveri. E' l'effetto dell'asta mediatica, vinta da un senatore haitiano che ha sparato la cifra trionfale di "500k", come titolano i giornali anglosassoni per risparmiare spazio.

E' il perfetto trauma - per usare il termine di Mario Perniola - privo di qualunque contesto, che fa provare una gradevole eccitazione, da alternare alla dose quotidiana di urli di calciatori vincenti, ballerine provocanti e politici che si fanno le pernacchie.

La Nazione, un quotidiano che si distingue per feroci titoli sul tema Allarme Extracomunitari, oggi urla a pagina intera, AIUTIAMOLI, un titolo così grande da mettere in ombra addirittura quest'altro, "Coppa Italia, viola ai quarti Fiorentina - Chievo 3-2."

Trovo invece sempre più incerte le cifre sui vivi: l'altro ieri ho citato quella di 1,7 milioni di abitanti a Port-au-Prince, presa da Wikipedia; Repubblica invece parla di 3,5 milioni, un altro sito parla di 1,2 milioni, con 2,5 milioni nell'area metropolitana; ma c'è anche chi parla di 4 milioni.

Qualunque sia il numero, è evidente che il vero disastro è quello, e dipende in larga misura da scelte umane e politiche.

A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, l'immensa macchina dei think tank statunitensi, che trasformano gli interessi delle imprese americane in decisioni politiche, scelse di appoggiare il pittoresco dittatore Jean-Claude "Baby Doc" Duvalier, allo scopo di trasformare Haiti nel "Taiwan dei Caraibi", sostituendo l'agricoltura con la produzione industriale per l'esportazione, grazie al costo assai ridotto della manodopera locale.

Aiutare, far progredire, modernizzare, inserire nel mercato globale, urrà!

USAID, l'agenzia politico-umanitaria dell'Impero, usò il bastone e la carota per cacciare i contadini dai campi e mandarli nelle fabbriche: le eccedenze agrarie statunitensi, ampiamente sussidiate, furono riversate nel paese sia come "aiuti diretti", sia come prodotti venduti a bassissimo costo - il dittatore provvide ad abolire praticamente i dazi.

Il risultato inevitabile fu la distruzione della società contadina.

Grazie ad altri aiuti, i contadini poterono costruirsi baracche fragilissime, ovviamente nei pressi del polo industriale, cioè a Port-au-Prince.

E lì quelli che trovarono lavoro si dedicarono a inscatolare prodotti provenienti dal nuovo sistema agricolo industrializzato, che aveva bisogno di pochissima manodopera; oppure a produrre cappellini da baseball e magliette della Disney - nel solo 1993, Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, guadagnò 203 milioni di dollari, pari a 325.000 volte lo stipendio di un suo operaio haitiano.

Poi, siccome viviamo in un mondo flessibile, gli Stati Uniti mollarono tutto il progetto, lasciandosi dietro le conseguenze.

Ma no, che diciamo? Ieri Obama ha dichiarato al popolo dell'Haiti, "Non sarete abbandonati e dimenticati, gli Stati Uniti e il mondo sono con voi". Fissando intensamente le telecamere come sa fare solo lui, ha tratto l'inevitabile conclusione, ''Questo - ha aggiunto - è un momento che richiede la leadership dell'America".



L'inferno di Disney a Haiti
Haiti Progres, "This Week in Haiti," Vol. 13, no. 41, 3-9 gennaio 1996
da http://iononstoconoriana.blogspot.com - 16 Gennaio 2010

Può anche darsi che gli occhioni languidi ed il seducente sorriso di Pocahontas, la più recente star a cartone animato della Walt Disney, questo Natale abbiano affascinato i bambini di tutto il mondo. Ma ad Haiti Pocahontas rappresenta l'inferno sulla terra per molte delle giovani donne che lavorano nelle zone manifatturiere del paese, secondo un recente rapporto pubblicato il mese scorso.

I lavoratori che cuciono i capi d'abbigliamento firmati dai rassicuranti personaggi di Disney non guadagnano neppure abbastanza per sfamarsi, per non parlare delle loro famiglie. Questo è quanto afferma il National Labor Committee Education Fund in Support of Worker and Human Rights in Central America (NLC), un'organizzazione newyorkese.

"Gli appaltatori haitiani che producono pigiami di Topolino e di Pocahontas per le ditte statunitensi che lavorano su licenza della Walt Disney Corporation in qualche caso pagano i lavoratori anche meno di quindici gourdes (un dollaro USA) per una giornata di lavoro. Dodici centesimi all'ora, in chiara violazione anche della legge locale", scrive il NLC.

Oltre che con i salari da fame, le lavoratrici haitiane che producono abiti per i giganti della grande distribuzione statunitense devono vedersela con le molestie sessuali e con orari di lavoro estenuanti. "Haiti ha bisogno di svilupparsi economicamente e le lavoratrici haitiane hanno bisogno di lavorare, ma non al prezzo di vilolare i diritti fondamentali ddei lavoratori. Pagare undici centesimi l'ora chi cuce vestiti per Kmart non è sviluppo, è delinquenza", rincara la dose il NLC.

Negli ultimi due decenni, funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno sempre indicato nello sviluppo del settore della "trasformazione" l'antidoto alla povertà di Haiti. Nei primi anni '80, circa 250 fabbriche occupavano oltre 60.000 lavoratori haitiani a Port Au Prince. Il salario minimo era di 2,64 dollari al giorno.

Ma molte di queste caienne hanno abbandonato Haiti dopo la caduta del dittatore Jean-Claude Duvalier nel 1986. Altre se ne sono andate poco dopo l'elezione di Jean-Bertrand Aristide nel 1990, che basò la sua campagna elettorale sulla retorica nazionalista, e ancora di più hanno lasciato il paese dopo il colpo di stato del 1991.

Le miserabili condizioni della Haiti di oggi la rendono un concorrente ideale nel mercato del lavoro mondiale, dicono i funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e le zone industriali manifatturiere sono di nuovo al centro del programma di aggiustamento strutturale (SAP) per Haiti perseguito adesso dall'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale (FMI).

Nonostante questo il recupero delle zone industriali manifatturiere rimane debole.
Solo 72 manifatture con circa 13.000 persone erano state ripristinate al settembre 1995, secondo una agenzia del governo haitiano.

Le istituzioni finanziarie internazionali sostengono che Haiti deve abbassare gli altri costi legati alla produzione di manufatti, come le spese portuali e telefoniche ed il costo dell'energia elettrica.

Pertanto, la Banca mondiale sta facendo pressioni affinché siano aziende degli Stati Uniti ad assumere il controllo di questi settori chiave attraverso la privatizzazione delle industrie di proprietà pubblica ad Haiti. Intanto, spiegano gli strateghi del SAP, i salari devono essere conservati bassi e "competitivi".

Ma il National Labor Committee (NLC) ed i lavoratori haitiani sostengono che le zone manifatturiere ad Haiti, come quelle del resto dei Caraibi e dell'America centrale, sono in realtà zone in cui la schiavitù è legalizzata.

"Mentre i proprietari delle fabbriche di Haiti e le società americane stanno approfittando dei salari bassi, i lavoratori haitiani stanno lottando ogni giorno per sfamare se stessi e le loro famiglie," ha indicato l'NLC in una relazione intitolata "Come diventre ricchi pagando la gente undici centesimi l'ora"

In particolare, il rapporto rileva come i proprietari delle fabbriche stiano cercando di non versare ai lavoratori di Haiti il nuovo salario minimo di 36 gourdes al giorno (due dollari e quaranta centesimi) ed afferma che più della metà delle 40 aziende che operano nel settore manifatturiero tessile ad Haiti, al momento della ricerca dell'NLC nell'agosto 1995, stessero violando la legge sul salario minimo.

Il Presidente Aristide ha sollevato il salario minimo, lo scorso mese di maggio, da 15 a 36 gourdes al giorno. Anche se è stato il primo aumento dei salari dal 1984, l'NLC deve rilevare che il nuovo salario minimo "vale meno in termini reali di quanto il vecchio salario minimo di 15 gourdes valesse nel 1990 ... Dal 1 ottobre 1980, quando il dittatore Jean-Claude ( "Baby Doc") Duvalier fissò per la prima volta il salario minimo a 13,20 gourdes, il suo valore reale è diminuito di quasi il 50%".

Nelle dodici pagine del rapporto lo NLC riserva alcune delle sue critiche più taglienti ai giganti multinazionali statunitensi, come la Sears, Wal-Mart e Walt Disney Company, che appaltano alle imprese degli Stati Uniti e di Haiti.

In una fabbrica di abbigliamento di qualità in cui si producono pigiami di Topolino, i dipendenti hanno riferito che l'estate scorsa avevano lavorato 50 giorni senza pause, fino a 70 ore alla settimana, senza un giorno di riposo.

"Una lavoratrice ha detto al NLC che avrebbe dovuto cucire 204 paia di pigiami di Topolino ogni giorno e che la giornata le sarebbe stata pagata 40 gourdes (due dollari e sessantasette centesimi). Lei era stata in grado di farne soltanto 144 paia, per le quali era stata pagata 28 gourdes (un dollaro e ottantasette)", scrive il NLC.

Il rapporto osserva che Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, ha guadagnato 203 milioni dollari nel 1993, circa 325.000 volte il salario dei lavoratori ad Haiti. "Se un lavoratore tipico haitiano lavorasse a tempo pieno sei giorni alla settimana a cucire i vestiti per la Disney, impiegherebbe circa 1.040 anni per guadagnare quello che Michael Eisner ha guadagnato in un solo giorno nel 1993", conclude il rapporto.

Nel complesso, lo NLC si è trovato davanti ad un "modello esemplare di abusi, tra i quali c'è quello dei salari bassi; così bassi che il proprietario della fabbrica ha riferito all'NLC che 'i lavoratori non possono lavorare bene perché non mangiano abbastanza'".

Secondo la relazione una famiglia a Port Au Prince ha bisogno di almeno 363 gourdes ogni settimana, ventiquattro dollari e venti, per il cibo, il riparo e l'istruzione. "Ma un percettore di salario minimo, lavorando 8 ore al giorno 6 giorni alla settimana, porta a casa 216 gourdes, ovvero meno del 60% del fabbisogno di base di una famiglia", dice il rapporto.

Lo NLC addossa gran parte della colpa per il deterioramento delle condizioni dei lavoratori haitiani all'USAID, che ha impegnato 8 milioni di dollari di denaro dei contribuenti americani per la promozione degli investimenti esteri ad Haiti lo scorso anno.

"Il governo americano ha mostrato un grande impegno a sostenere con decisione gli investimenti statunitensi ad Haiti, ma non ha mostrato alcun paragonabile impegno nei confronti dei lavoratori che producono per le aziende investitrici", sostiene l'NLC, rilevando che l'USAID ha reiteratamente esercitato pressioni sul governo di Haiti perché i salari rimanessero bassi.

L'NLC fa capo ai sindacati tessili degli Stati Uniti, e nota che i salari bassi ad Haiti saranno utilizzati per cercare di abbassare i salari degli altri lavoratori nelle Americhe. "I salari haitiani sono estremamente interessanti e sono più bassi di quelli della Repubblica Dominicana, della Giamaica, dello Honduras, di El Salvador, del Guatemala e del Nicaragua, altri paesi fitti di zone industriali manifatturiere.

In altre parole, Haiti contribuisce a definire il tetto dei salari per l'intero emisfero occidentale", dice il rapporto. Haiti è attualmente sempre in prima fila nella corsa verso il ribasso.

[Per ulteriori informazioni, o per ordinare copie della relazione, contattare The National Labor Committee Education Fund, 15 UnionSquare West, New York, NY 10003-3377 Tel. 212-242-0700]
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ONG, telemutilatori umanitari e altri spettacoli
di Miguel Martinez - http://kelebek.splinder.com - 13 Gennaio 2010

E' solo una notizia, letta al volo in rete e riguarda un tema su cui so poco: il terremoto di Haiti.

Resto colpito da due dettagli: è il paese più povero del continente americano, 153esimo su 177 paesi del mondo secondo le solite, discutibili classifiche. Una disoccupazione stimata tra il 50% e il 70%.

Eppure, la capitale di questo paese ha 1.700.000 abitanti, più del comune di Milano, a dimostrazione di come l'urbanizzazione dei nostri tempi non abbia nulla a che vedere con la vecchia idea borghese/proletaria di città: Kinshasa, che probabilmente ha ancora meno industrie di Port-au-Prince, ha ben 10 milioni di abitanti.

L'altro dettaglio ci offre un piccolo quadro del post-imperialismo: tra i morti nel terremoto, c'erano otto soldati cinesi e tre soldati giordani. I primi, evidentemente, per fare un favore a poca spesa al principale debitore della Cina, i secondi al principale creditore della Giordania, e cioè sempre gli Stati Uniti.

L'evento, che sarà sicuramente seguito da una breve ma intensa campagna di aiuti, con relative raccolte e collette, è capitato esattamente mentre finivo di leggere il libro della giornalista olandese, Linda Polman, L'industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra (Bruno Mondadori, 2009).

Certo, il sottotitolo parla di "zone di guerra", ma la definizione è assai vaga visto che nessuno dichiara più guerra da sessantacinque anni - forse l'ultima dichiarazione in assoluto fu quella dell'Italia che entrò in guerra con il Giappone nel luglio del 1945.

Il libro parla della grande macchina delle ONG internazionali: le Nazioni Unite stimano che ve ne siano circa 37.000; e se si unissero, "formerebbero un paese che sarebbe la quinta economia del mondo". Abbiamo parlato solo delle ONG internazionali - negli Stati Uniti, secondo la Polman, sono già registrate 150.000 organizzazioni umanitarie, e se ne registrano altre 83 al giorno.


Questa macchina si regge essenzialmente sui contributi volontari: come la Chiesa medievale ben sapeva, la somma di autentiche buone intenzioni, di sensi di colpa, di strategico calcolo nell'esibire la propria generosità è capace di smuovere ricchezze notevoli. Polman è una giornalista, e giustamente non approfondisce questo aspetto, che però sarebbe interessante da analizzare.

Come è interessante il rapporto tra la proliferazione delle ONG (nonché di tutte le analoghe forme associative e caritatevoli) e il crollo dei sistemi nazionali e previdenziali. Lo Stato occidentale si limita a mettere sempre più telecamere, mentre altre funzioni vengono delegate a questo nuovo clero missionario; mentre nel cosiddetto Terzo Mondo, gli ultimi decenni hanno visto collassare i sistemi tradizionali di sussistenza, in nome del mercato globale e dell'agricoltura industriale, con la trasformazione degli Stati in bande militari.

L'autrice mette invece bene in evidenza il rapporto che esiste tra la rete delle ONG e il sistema mediatico: le ONG, in feroce concorrenza tra di loro per donazioni e contratti enormi ma inaffidabili, portano i giornalisti a proprie spese a pubblicizzare le catastrofi su cui stanno lavorando, esibendo immancabilmente donne e bambini, ovviamente vicine alle bandierine dell'ONG in questione.

La tragedia è un racconto complesso, con cause, ambiguità e scelte; i media, che vivono puramente nel presente, possono invece solo cogliere il trauma, in cui la bambina cambogiana, quella haitiana e quella del Darfur sono perfettamente intercambiabili, a parte qualche sfumatura di colore.

Il clero missionario delle ONG può essere composto da autentici santi oppure da truffatori, ma anche da un'umanità intermedia di funzionari che vogliono guadagnarsi in maniera relativamente onesta un ottimo stipendio, da esibizionisti, pazzi e avventurieri di ogni sorta, che prosperano in un clima in cui è obiettivamente impossibile controllare la fine che fanno i soldi. E meno "fanno politica", più la fanno.

Nel 1984, il regime che governava l'Etiopia decise di deportare le popolazioni ribelli dal nord al sud, dove sarebbero state usate come manodopera forzata nelle grandi aziende agricole di stato. L'esercito quindi non solo massacrò la popolazione civile, ma devastò i campi, macellò il bestiame e avvelenò i pozzi.

Poi chiamarono i fotografi occidentali a mediatizzare i risultati di quella che chiamavano la "siccità", mentre lo spregevole star mediatico-canoro Bob Geldof lanciò una campagna di raccolta di fondi, sfruttando tutti gli abissi del sentimentalismo religioso-sentimentale occidentale con la canzone intitolata, Do They Know It's Christmas? Una domanda idiota, visto che il Natale copto si celebra il 7 gennaio e senza Babbo Natale.

Il governo etiopico - facendo peraltro pagare tasse elevate su tutti gli aiuti che arrivarono - potè così organizzare la deportazione a spese di tutti coloro i cui buoni sentimenti natalizi erano stati messi in moto dalla macchina foto-rockettara.

L'autrice non si limita a smascherare il defunto regime real-comunista dell'Etiopia: descrive anche il quadro dell'Afghanistan, dove nel 2004 operavano non meno di 2.325 ONG registrate che seguivano quasi tutte le esplicite direttive del governo degli Stati Uniti e della Commissione Europea.

Mentre il responsabile di USAID ha dichiarato che le ONG devono operare "come un prolungamento del governo", la Commissione Europea ha stabilito che il budget degli aiuti deve essere "al servizio della politica di sicurezza europea". Ecco che gli uomini delle ONG, con le note lodevoli eccezioni, si distinguono difficilmente dai mercenari della Blackwater.

Ma forse la scoperta più interessante del libro riguarda la Sierra Leone. Dove l'autrice racconta della festa che si è svolta a Freetown, in un albergo di lusso appena inaugurato, ospite d'onore il presidente della sfortunata repubblica, per celebrare il fatto che il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) aveva appena riconfermato che la Sierra Leone era il paese più povero del mondo, con tutto ciò che implicava come opportunità di ottenere nuovi aiuti.

La Sierra Leone è nota nella mediasfera per una misteriosa guerra dei diamanti, in cui le varie bande coinvolte mutilavano mostruosamente i civili: la Polman segue la storia di alcune bambine praticamente rapite dai campi profughi da zelanti evangelici americani, che ricompaiono in campagna elettorale abbracciate da candidati politici statunitensi ed esibite in televisione.

Ci sono tutti gli ingredienti della trionfale cultura delle Vittime e dei Vittimi dei nostri tempi, con in sottofondo il dubbio - per carità, non esplicitato - che le ragazzine siano state colpite dall'animalesca barbarie africana. Ribadendo così il fardello che l'uomo bianco è costretto da sempre ad assumere.

Bene, l'autrice racconta alcuni incontri con i cosiddetti ribelli del RUF, i più intransigenti mutilatori.

Giovani per nulla stupidi, che chiamano le loro bande (come ho letto altrove) con i nomi di gang statunitense, imparate su MTV, imitandone con grande cura l'abbigliamento. E che spiegano candidamente che hanno commesso le loro atrocità per un solo motivo. "A voi interessavano solo la white man's war in Jugoslavia e i campi di Goma [per rifugiati ruandesi]. Noi potevamo tranquillamente continuare a combattere. Solo quando sono spuntati fuori i primi mutilati avete iniziato a interessarvi a noi".