venerdì 11 giugno 2010

Iran-nucleare: sanzioni, as usual

Due giorni fa il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato la risoluzione su nuove sanzioni all'Iran per via del suo programma nucleare.

Una risoluzione approvata con 12 voti a favore, due contro e un astenuto. Hanno votato no Turchia e Brasile, il Libano si è astenuto.

Ma non si è fatta attendere la pronta risposta del presidente iraniano Ahmadinejad che, dopo aver definito la risoluzione Onu "spazzatura da cestinare", ha aggiunto che essa "non avrà alcun effetto".

L'Iran infatti continuerà con le attività di arricchimento dell'uranio, ha già detto l'ambasciatore all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) a Vienna, Ali Asghar Soltanieh, "Nulla cambierà. Continueremo le nostre attività di arricchimento senza alcuna interruzione".

Comunque la risoluzione Onu stabilisce che l'Iran non potrà investire all'estero in nessuna attività sensibile, come ad esempio le miniere di uranio, e che le sue navi potranno essere ispezionate in alto mare.

Proibisce anche la vendita all'Iran di otto nuovi tipi di armamenti pesanti, in particolare di carri armati e comprende anche tre allegati che contengono elenchi di privati, società e banche di nazionalità iraniana che verranno aggiunti a quelli già colpiti da precedenti sanzioni individuali che impongono un congelamento di beni finanziari e la proibizione a viaggiare all'estero.

Nelle liste presenti negli allegati c'è il nome di una sola persona fisica, Javad Rahiqi, capo dell'Organizzazione per l'energia atomica iraniana (Aeoi). Ci sono poi 23 tra istituzioni e banche legate ad attività missilistiche e nucleari iraniane, 15 controllate dal Corpo dei guardiani della rivoluzione (i Pasdaran), e tre direttamente legate alla Compagnia di trasporto marittimo del Paese.

La storia però insegna che le sanzioni hanno sempre colpito la popolazione comune, lasciando intatti i governi, e hanno mantenuto aperta la porta della diplomazia, aldilà delle scontate dichiarazioni a caldo fatte da tutti i principali attori di questa annosa vicenda.


Tutti (o quasi) contro Teheran
di Michele Paris - Altrenotizie - 10 Giugno 2010

Sono stati necessari mesi di negoziazioni con le potenze più recalcitranti, ma alla fine gli Stati Uniti sono riusciti a lanciare una nuova intimidazione nei confronti dell’Iran e a far approvare la quarta serie di sanzioni economiche presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Con dodici voti su quindici a favore, le misure restrittive adottate mercoledì fanno segnare un ulteriore passo avanti nell’escalation delle tensioni con Teheran intorno al programma nucleare della Repubblica Islamica.

I nuovi provvedimenti, sia pure mitigati dalla mediazione di Cina e Russia, aprono la strada a disposizioni decisamente più dure da parte dei singoli governi occidentali e rischiano seriamente di vanificare i progressi fatti segnare solo poche settimane fa dal negoziato promosso da Brasile e Turchia.

Proprio questi ultimi due paesi, tra gli attuali membri provvisori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono stati gli unici a votare contro le sanzioni. Il Libano, in seguito alle pressioni esercitate personalmente del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, sul presidente Michel Suleiman, si è invece astenuto.

La decisione libanese è giunta solo dopo un acceso dibattito interno al proprio gabinetto, del quale fanno parte ministri del partito filo-iraniano Hezbollah. I primi due round di sanzioni, nel 2006, erano stati approvati all’unanimità, mentre il terzo, nel 2008, aveva fatto registrare la sola astensione dell’Indonesia.

L’obiettivo primario delle nuove sanzioni è rappresentato in sostanza dalle attività militari, commerciali e finanziarie dei Guardiani della Rivoluzione che controllano il nucleare iraniano e che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo centrale nella gestione del sistema economico del paese.

Qualche decina di aziende statali sono finite su una lista nera, così come sono state confermate le restrizioni già adottate verso 40 personalità legate allo stesso programma nucleare, alle quali va aggiunto ora Javad Rahiqi, direttore del centro di ricerca sul nucleare di Isfahan.

Navi e aerei diretti in Iran potranno inoltre essere ispezionati in paesi terzi nel caso emergessero sospetti che le merci trasportate abbiano a che fare con lo sviluppo del programma nucleare. Non è prevista comunque l’autorizzazione a impiegare la forza per ispezionare le navi in acque internazionali.

Alle compagnie energetiche iraniane non sarà poi consentito di investire all’estero in centrali nucleari, così come nell’estrazione di uranio e in altri progetti legati alla tecnologia nucleare.

Sul fronte militare, saranno bandite le vendite di armi pesanti, una condizione criticata anche da alcuni sostenitori delle sanzioni, in quanto proprio il mancato accesso ad armi convenzionali potrebbe spingere l’Iran a sviluppare armi atomiche.

Di fronte alle resistenze cinesi, è invece caduta la proposta americana di implementare misure nei confronti delle banche e delle compagnie assicurative iraniane. Solo una banca alla fine è finita sulla lista nera delle società approvata dall’ONU. Sia Pechino che Mosca si sono adoperate soprattutto per proteggere i rispettivi interessi economici che le legano a Teheran: la Cina, ad esempio, riceve dall’Iran il dieci per cento del petrolio che importa.

Il passaggio di sanzioni relativamente leggere, insomma, sembra essere stato valutato come il male minore rispetto ad un possibile attacco americano o israeliano alle installazioni nucleari iraniane nel prossimo futuro. La sostanza delle sanzioni, in ogni caso, risulta di minore importanza rispetto alla scelta di chiusura al dialogo scelta dagli Stati Uniti e dall’ONU.

Mentre il Congresso USA si appresta ora a varare un pacchetto di misure unilaterali più pesanti, al termine della votazione i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno rilasciato una dichiarazione separata che ribadisce il desiderio di proseguire sulla strada diplomatica per risolvere la crisi. Allo stesso modo, Hillary Clinton dalla Colombia si è detta convinta che Brasile e Turchia continueranno a giocare un ruolo cruciale nello sforzo diplomatico verso l’Iran.

Una schizofrenia quella del governo americano suggellata dallo stesso presidente Obama, il quale ha dichiarato che la sua amministrazione “fin dall’inizio si è resa disponibile a perseguire una soluzione diplomatica”, mentre l’Iran si è rifiutato di rispondere alle aperture occidentali. Una ricostruzione questa che ribalta completamente la realtà dei fatti degli ultimi mesi, segnati precisamente dalla chiusura totale di Washington ai segnali di disponibilità provenienti da Teheran.

Sia pure dovendo far fronte a molte pressioni interne e alla tradizionale profonda diffidenza verso gli USA negli ambienti più conservatori, il governo iraniano aveva infatti lanciato segnali significativi fin dallo scorso autunno.

In una conferenza promossa dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), l’Iran aveva accettato la proposta occidentale di spedire una parte del proprio uranio a basso livello di arricchimento all’estero per ottenere in cambio combustibile nucleare che avrebbe alimentato un reattore da utilizzare a scopi medici.

Dopo che la trattativa si era arenata, la proposta di accordo era riemersa recentemente grazie all’intervento del premier turco Erdogan e del presidente brasiliano Lula. Gli Stati Uniti hanno però ignorato l’accordo, del quale non si è praticamente trovata traccia nemmeno nella risoluzione finale approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’amministrazione Obama, così, ha chiuso qualsiasi spiraglio al dialogo, sostenendo che l’Iran possiede oggi una quantità maggiore di uranio arricchito rispetto a qualche mese fa e che, anche in caso di accordo sul compromesso mediato da Brasile e Turchia, non avrebbe comunque accettato la richiesta di fermare il proprio programma di arricchimento, secondo gli USA finalizzato alla realizzazione di armi atomiche.

Le nuove sanzioni, al di là della dubbia efficacia, sembrano rispondere ad un piano teso ad isolare Teheran e possibilmente a creare un clima propizio all’uso della forza, con lo scopo ultimo di installare un regime più favorevole all’occidente.

Di questo disegno fa parte anche il ripudio più o meno ufficiale di un rapporto dell’intelligence americana del 2007, che rivelava come la leadership iraniana aveva in realtà messo da parte i progetti di sviluppo di un’arma nucleare.

Questo rapporto, contestato da Israele e da altre agenzie occidentali, finora ha, di fatto, rappresentato uno degli ostacoli principali ad un attacco militare.

Se infine gli USA hanno potuto contare sul voto favorevole di Russia e Cina all’interno del Consiglio di Sicurezza per aumentare la pressione su Teheran, non è detto che le sanzioni rappresentino la mossa più efficace per la risoluzione dell’impasse iraniana.

Pur messa da parte dagli ultimi sviluppi, è invece l’intesa raggiunta da Brasile e Turchia lo scorso mese di maggio ad apparire come un importante successo diplomatico, svincolato dalle tradizionali potenze e che potrebbe addirittura prefigurare nuovi equilibri su scala planetaria.

Per il momento, quanto meno, ha contribuito a rivelare l’immutata intransigenza degli Stati Uniti verso quei paesi non graditi che hanno scelto un percorso divergente dai loro interessi strategici.


Iran. L'"errore" del Consiglio di Sicurezza dell'Onu

di Ferdinando Calda - www.rinascita.eu - 10 Giugno 2010

Quello che è successo giovedì scorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, quando sono state votate le nuove sanzioni contro l’Iran, lo ha riassunto bene il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorin.

Alcuni Paesi emergenti membri del Consiglio, ha denunciato Amorim, hanno subito delle pressioni affinché votassero a favore della risoluzione, ottenendo in cambio “vantaggi economici”. “Per fortuna – ha aggiunto il ministro brasiliano – noi non dobbiamo nulla al Fondo monetario internazionale e abbiamo potuto votare secondo le nostre convinzioni”.

Una fortuna che non è condivisa da tutti gli altri membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza. E così gli Stati Uniti – dopo essere faticosamente giunti a un accordo con Russia e Cina in cambio di “limature” sulle restrizioni e di concessioni in altri campi – hanno potuto contare sul voto favorevole di Messico, Bosnia Herzegovina, Uganda, Gabon, Nigeria e Giappone.

Paesi che, spinti da motivazioni “storiche” (il Giappone e la Bosnia “ospitano” ancora basi Nato), geografiche (Messico) o economiche (una grossa fetta dell’economia di Gabon e Nigeria è basata sul petrolio), non possono permettersi – o non hanno intenzione – di incrinare i propri rapporti con Washington.

Anche il Libano, inizialmente contrario alle sanzioni, si è dovuto astenere dopo che la Casa Bianca aveva minacciato di ridurre gli aiuti militari promessi in precedenza. Come ha fatto notare il ministro Amorim, il voto di giovedì scorso ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che ci sono “economie vulnerabili e che possono essere sottomesse a certe pressioni”.

E adesso bisogna fare i conti con le conseguenze di quello che il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, non ha esitato a definire “un errore”, aggiungendo che “la storia non ci perdonerà per quello che abbiamo fatto all’Iran”.

Da parte loro, come era prevedibile, gli iraniani sono furiosi e il responsabile della Commissione Esteri del Parlamento, Alaeddin Boroujerdi, ha già fatto sapere che i parlamentari inizieranno domenica “una revisione dei rapporti dell’Iran” con l’Aiea.

In particolare, nonostante da Pechino abbiano ricordato che considerano ancora di “grande importanza” i rapporti con l’Iran, a Teheran non sembrano aver mandato giù il comportamento di Russia e Cina, importanti partner economici della Repubblica Islamica e, almeno fino a giovedì, strenui oppositori delle sanzioni.

“La Cina era solita definire gli Stati Uniti come una tigre di carta. Mi chiedo quale definizione sarebbe appropriata oggi per la Cina, considerata la sua posizione sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu”, ha attaccato venerdì il direttore dell’Organizzazione per l’Energia atomica dell’Iran, Ali-Akbar Salesi, che ha accusato Pechino di essere sotto il “dominio” dell’Occidente.

E anche se sia la Cina che l’Unione Europea si dicono convinti che “la risoluzione non chiude le porte alla prosecuzione delle relazioni diplomatiche”, gli Usa e i loro alleati preparano “ulteriori misure” unilaterali contro l’Iran, come auspicato dal ministro degli Esteri britannico William Hague (e come richiesto dalla stampa israeliana).


La Russia e la questione iraniana
di Gian Carlo Caprino - www.clarissa.it - 9 Giugno 2010

Il 27 maggio scorso il presidente iraniano Ahmadinejad ha rotto gli indugi ed ha finalmente chiesto alla Russia "se il popolo iraniano può considerare la Russia un Paese amico ovvero qualcosa d'altro"; egli ha aggiunto, visto l'atteggiamento ambiguo tenuto dal governo russo da anni sulla questione del nucleare iraniano, che gli riesce sempre più difficile, nei suoi discorsi, convincere il suo popolo della reale amicizia della Russia.

Mosca ha reagito in maniera stizzita, attraverso un oscuro funzionario del ministero degli esteri, parlando di "discorsi demagogici" che non risolvono le questioni in corso ed ha affermato che "la Russia non è né filoamericana né filoiraniana, bensì persegue i suoi interessi di lungo periodo". Medvedev, Putin e Lavrov non hanno ufficialmente replicato.
Quali poi siano gli interessi di lungo periodo della Russia, il funzionario non l'ha specificato.

Le inquietudini di Ahmadinejad verso la Russia non sono di oggi; già nell'ottobre scorso il governo iraniano si era rifiutato di acconsentire alla consegna di tutto il suo uranio grezzo (circa 1450 chilogrammi, quello noto) a Russia e Francia per farlo arricchire, in quantità scadenzate nel tempo, al 20% onde potesse essere usato nei suoi reattori sperimentali.

Già il fatto che nel processo di arricchimento fosse coinvolta la Francia di Nicolas Sarkozy (considerata un Paese ostile ed in mala fede verso l'Iran) aveva insospettito il governo iraniano; ma la stessa garanzia della Russia a sostituirsi alla Francia, in caso di "furbizie" vòlte a non mantenere gli impegni, non era parsa sufficiente.

Il fatto è che gli iraniani non si fidano completamente della Russia, e non hanno tutti i torti.
In primo luogo sono stati i russi (a parole amici di Teheran) a consentire nel 2007 che la pratica dell'arricchimento dell'uranio iraniano venisse portata dalla sua sede naturale, cioè l'AIEA, organismo tecnico che deve controllare il rispetto dei trattati sulla non proliferazione nucleare, al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, organismo politico pesantemente condizionato dagli USA, nemici giurati del Paese asiatico.

Non bastando ciò, Mosca ha avallato (pur frenando) la politica sanzionatoria voluta dagli USA e da Israele contro gli interessi commerciali iraniani all'estero; anche recentemente Medvedev ha dichiarato che ulteriori sanzioni contro l'Iran sono "possibili".

Vi sono poi i nodi delle forniture di missili (antiaerei e adatti all'intercettazione di missili da crociera) S300 e del completamento della centrale elettro-nucleare di Busher sul golfo Persico. Sia i missili che la centrale di Busher sono stati promessi (dietro pagamento, s'intende) ormai da anni dalla Russia all'Iran ma, per un motivo o per l'altro, ancora la Russia non si decide ad onorare i suoi impegni.

I missili S300, che dovevano essere installati da tempo, sono stati stoppati dopo una minacciosa visita di Netanyaou in Russia nel novembre scorso, mentre il completamento della centrale di Busher, che dovrebbe (dopo infiniti rinvii) essere operativa ad agosto di quest'anno, sembra ancora rinviato sine die.

In particolare, il fatto che la Russia neghi il diritto all'Iran non di offendere, ma addirittura di difendersi da un devastante attacco aereo minacciato apertamente dagli americani e dagli israeliani, come consentirebbe il possesso degli S300, è particolarmente difficile da accettare dal governo di Teheran.

Per questo motivo Ahmadinejad ha rotto gli indugi ed ha chiesto alla Russia da che parte intende stare, ma lo ha fatto quando la situazione internazionale è mutata nettamente a suo favore.

Per molto tempo, infatti, Ahmadinejad, pur masticando amaro, ha cercato una sponda nella Russia, sentendosi isolato e cercando un "patronage" nel potente vicino, occasione che Mosca si è lasciata sfuggire poiché essa, evidentemente, non ritiene di essere all'altezza quale erede del potente impero sovietico e non intende quindo creare un suo "blocco" di alleanze; in altre parole, non vuole inimicarsi più di tanto gli USA, accontentandosi di aver bloccato (per ora) l'espansione della NATO in Ucraina e in Georgia.

Tutto però è cominciato a cambiare quando si è avviato l'avvicinamento della Turchia all'asse Iran-Siria, dopo lo spaventoso "pogrom" perpetrato dal governo Olmert ai danni della popolazione di Gaza tra il 2008 e il 2009, definito dal premier turco Recep Erdogan esplicitamente come "crimine contro l'umanità".

La situazione è ulteriormente migliorata quando in maggio, spiazzando tutti (nemici e finti amici), l'Iran ha annunciato un accordo, per l'arricchimento dell'uranio, con Brasile e Turchia che è una fotocopia di quello che aveva rifiutato nei riguardi della Francia e della Russia.

Malgrado, infatti, gli USA si siano affrettati a dire che per loro non cambia nulla e che la politica delle sanzioni andrà avanti, sarà difficile per loro spiegare, in sede di Consiglio di Sicurezza, perché un accordo che andava bene quando coinvolgeva Francia e Russia, non sia più accettabile quando coinvolge Brasile e Turchia, Paesi democratici e non pregiudizialmente ostili a Washington e Israele, tanto che uno di essi (la Turchia) è membro della NATO.

Quale sarà, in particolare, l'atteggiamento dell'ambigua Russia di fronte al nuovo accordo trilaterale sul nucleare iraniano?

Il vile assalto in mare aperto (con relativo assassinio di 9 attivisti della pace turchi), operato dai commandos israeliani il 31 maggio scorso ai danni delle navi che portavano aiuti umanitari a Gaza, ha dato poi un ulteriore impulso all'intesa tra Turchia, Iran e Siria; il presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul, ha infatti dichiarato che i rapporti tra Turchia e Israele (prima strettissimi) non saranno mai più gli stessi e che Israele dovrà pentirsi amaramente di quanto perpetrato.

Ora Ahmadinejad si ritrova fuori dall'isolamento, sta convincendo la Turchia (paese al 90% musulmano) che il suo futuro è nell'Islam, non in un'improbabile adesione ad un'Europa che non ama i turchi e che non è amata dalla maggioranza dei turchi; per contro la Turchia, paese laico, poco condizionato dall'integralismo, potrà influenzare positivamente il governo islamico del suo vicino iraniano, subordinando la "entente cordiale" tra i due Paesi ad una maggiore moderazione nei rapporti internazionali.

Sicuramente, come affermano molti commentatori mediorientali non al soldo degli USA, si sta creando una nuova leadership turco-iraniana che farà da riferimento, per il futuro, alle masse islamiche, dal Marocco all'Indonesia, ansiose di un Risorgimento, dopo secoli di umiliazioni subite prima da parte del colonialismo, poi dell'imperialismo israelo-americano.