mercoledì 3 giugno 2009

Kosovo: un pantano da cui fuggire

In Kosovo rimane sempre tesa la convivenza tra serbi e kosovari albanesi.
Un ulteriore esempio viene da quanto è accaduto circa tre settimane fa, quando ci sono state almeno 26 persone ferite negli scontri scoppiati nella zona orientale del Kosovo tra agenti della polizia kosovara e centinaia di persone di origine serba in protesta per i tagli alla corrente elettrica.

I disordini erano accaduti nei villaggi di Ropotovo, Ranilug e Donje Korminjane - abitati da popolazione mista serba e kosovara - in seguito alle proteste dei cittadini serbi della zona, che accusavano la compagnia elettrica di Pristina di tagliare loro la corrente elettrica.
L'ente sosteneva invece che le mancate forniture dipendevano dal fatto che i locali non pagavano le bollette.
I manifestanti serbi avevano inoltre sostenuto di non riconoscere la compagnia, che rappresenta il governo del Kosovo indipendente, dal momento che loro fanno ancora riferimento al governo di Belgrado.

Ma era già da tempo che la tensione continuava a crescere stabilmente nella zona di Kosovska Mitrovica, dove negli ultimi mesi la popolazione serba del quartiere settentrionale di Brdjani manifestava contro gli albanesi tornati a ricostruire le loro case distrutte durante la guerra.
E a sostegno dei serbi era intervenuto anche il viceministro serbo responsabilie per il Kosovo, Oliver Ivanovic, che alla tv statale serba Rts aveva dichiarato "Se i serbi non reagiranno potremo aspettarci una autentica invasione dei kosovari albanesi nel nord. Si tratta di un piano politico sostenuto dal governo del Kosovo e dalle autorità municipali della parte sud di Kosovska Mitrovica", criticando anche l'appoggio internazionale ai kosovari albanesi "non rendendosi conto del fatto che aiutando loro non fanno altro che aggravare la già fragile stabilità del nord, e da lì nel resto del Kosovo".

Il Kosovo è quindi ancora un gran pantano da cui l'Occidente tenta di uscire al più presto e in punta di piedi.


L'Italia furbetta e il pantano Kosovo
di Ennio Remondino - Il Manifesto - 2 Giugno 2009

L’Italia non ha opinioni sull’auto proclamata indipendenza del Kosovo. l’Italia, il suo governo, non ha nulla da dire ai giudici della Corte Internazionale di giustizia incaricati dall’Assemblea generale dell’Onu di pronunciarsi sulla legittimità o meno di quella indipendenza.

L’Italia che, tra molte polemiche interne, il Kosovo indipendente aveva riconosciuto a danno della Serbia, oggi non compare tra i 36 Stati che sul quesito hanno inviato un loro parere politico-giuridico. Ripensamento politico a favore di Belgrado con conseguente presa di distanze dalla Pristina albanese o errore burocratico-postale di consegna entro la scadenza del 17 aprile? Politica maiuscola che può anche prevedere ripensamenti, o politichetta furbesca dell’accontentare tutti? Certamente l’assenza dell’Italia spicca.

Il sito del Tribunale Internazionale dell’Aja, Olanda, elenca gli Stati che si sono pronunciati con relazioni che restano segrete. Schieramento politicamente scontato dei pro e dei contro. Stati Uniti e Albania capofila pro Kosovo albanese col seguito di quasi tutta l’Unione Europea. Contro, certamente Russia, Cina e Serbia. Persino le Maldive hanno qualche cosa da dire sul Kosovo. L’Italia No. Col tempo, qualcuno vorrà chiarire il mistero su una posizione italiana che viaggia avanti indietro tra Roma, l’Aja e ritorno, ed evapora nel nulla.

Il Kosovo sembra finito in una sorta di limbo politico nell’attesa del giorno del giudizio dell’Aja. Sentenza attesa per fine anno, inizio 2010. Intanto le missioni internazionali che ci si trovano impigliate boccheggiano nell’incertezza e nel caldo torrido che già segna questi Balcani continentali. A colpire nella Pristina brutta e caotica di sempre c’è soltanto il cambio di colori nella massa strombettante delle autovetture che la soffocano. Dal bianco Onu dei Suv rigorosamente muniti di molteplici antenne radio, al blu Unione Europea, elegante ma inadatto alla stagione. Tribù internazionale in forte calo, complessivamente, e con essa gli occupati locali che agli “internazionali” forniscono assistenza, lingua, servizi e vigilanza.

Di fatto sta andando in crisi l’unica economia kosovara che garantiva reddito. Abbiamo provato a fare i conti. Unmik (l’amministrazione civile Onu) in liquidazione. Resta isolata nelle municipalità serbe del nord e si riduce a quota 500, di cui circa 160 sono gli internazionali ed il resto è personale locale di supporto. Cresce, lo dicevamo prima, l’UE che con la sua missione Eulex sta arrivando ora ai 1700, 1800 “internazionali”, con circa 3000 persone nel suo organico operativo. Resta il mistero politico-diplomatico dell’ICO, International Civil Office, guidato dall’Unione europea con 100 internazionali e 150 collaboratori locali. Struttura pensata come guida politica in nome e per conto delle Nazioni Unite e ridotta a giustificare la sua esistenza in vita. Infine l’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione che a sua volta si spiega poco, ma spende molto per i suoi 800 addetti (circa 250 internazionali).

Categoria a parte il contingente militare della Nato. Kfor schiera attualmente in Kosovo circa 15 mila soldati. Non è noto quanto personale locale di supporto è utilizzato e non valutabile l’impatto economico locale. Gli italiani, per esempio, importano ogni prodotto alimentare da casa. Un po’ per la sacra pasta, un po’ per garanzie igienico sanitarie, spiegano. Comunque anche per Kfor, cura dimagrante in vista. Un terzo, forse la metà della presenza attuale, sussurrano fonti dal comando Nato di Bruxelles. Certo è che, la Grande Fuga dal Kosovo, è già cominciata. Ha iniziato Zapatero richiamando a casa i 600 militari spagnoli attualmente integrati nel comando italiano e accampati nel “Villaggio Italia” di Peja-Pec.

Duro colpo economico e operativo per chi resta. In fuga anche metà degli inglesi in Eulex. I francesi abbandonano l’inutile ICO. Gli americani che contavano già sono impegnati altrove. L’impressione è che il rimanere invischiati in Kosovo oggi rappresenta soltanto una rogna, una tassa, senza prestigio e soluzione. Si salvi chi può, pare l’ordine, per quei paesi che hanno in plancia un comandante. Nei pasticci i poveri kosovari, prigionieri anche della piccola politica interna. Inefficienza, nepotismo, corruzione. Consigli pessimi bloccano il funzionamento delle dogane. Balbettano polizia, giustizia e fisco.

Le municipalità serbe, previste dalla costituzione, abortiscono prima delle elezioni-parto di novembre. Non si riunisce dalla sua nascita l’organismo di controllo sugli incarichi direttivi pubblici ed il governo inserisce 15 “dirigenti di famiglia” improbabili e mai selezionati. Direttori generali di ministeri, di poste, telefoni. Potere e soldi. Di scandalo in scandalo, di paralisi in paralisi, il Kosovo lentamente marcisce.



Il tour balcanico di Biden
di Danijela Nenadic - www.osservatoriobalcani.org - 26 Maggio 2009

“Gli Stati Uniti d’America non si aspettano, e sottolineo non si aspettano, che la Serbia riconosca l’indipendenza del Kosovo, questa non è una pre-condizione al nostro sostegno affinché la Serbia faccia parte dell’Unione europea”, ha dichiarato a Belgrado la scorsa settimana il vice presidente degli Usa Joseph Biden.

Durante il “mini tour balcanico” il vicepresidente degli Usa ha fatto visite di un giorno in Bosnia Erzegovina, in Serbia e in Kosovo (19-20-21 maggio). Con questo tour, subito dopo lo scadere dei primi cento giorni di mandato presidenziale, gli Stati Uniti, secondo Biden, hanno voluto indicare il cambiamento di rotta rispetto ai Balcani e dimostrare che l’avvicinamento dei paesi dei Balcani occidentali verso l’Unione europea è una priorità strategica del governo americano.

La visita di Biden in Serbia è la prima negli ultimi trenta anni compiuta da un alto funzionario, tanto è il tempo trascorso dalla visita di Jimmy Carter. Per questo la presenza di Biden ha assunto un’importanza eccezionale per la Belgrado ufficiale, che lo ha ricevuto al più alto livello, davanti al Palazzo Serbia, con picchetti d’onore e l’inno americano.

“Solo quindici mesi dopo le dimostrazioni in cui fu incendiata l’ambasciata americana, il vicepresidente statunitense viene accolto con picchetti d’onore e con l’inno americano. Tutto questo è sorprendente, ma anche indicativo di ciò che sta accadendo in Serbia, i cui cittadini ormai si rivolgono alla vita normale”, scrive il “New York Times”.

Davanti al Palazzo Serbia, Biden è stato accolto dal presidente Boris Tadić. I due si sono intrattenuti in un colloquio di un’ora. Durante la conferenza stampa il presidente della Serbia ha dichiarato che il colloquio è stato aperto e produttivo. “Credo che i colloqui di oggi possano aprire una nuova fase della politica americana nei confronti della Serbia e dei Balcani occidentali, una politica che mai come ora tenga in considerazione la Serbia in quanto fattore cruciale per la stabilità della regione”, ha dichiarato Tadić.

Tadić ha poi ribadito che la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo, aggiungendo che è diritto legittimo della Serbia difendere la propria integrità con mezzi pacifici e diplomatici. Riferendosi a quanto sta accadendo in Bosnia Erzegovina, Tadić ha detto che “la Serbia è favorevole alla stabilità dell’intera regione e all’integrità di tutti i membri dell’Onu. In qualità di firmataria dell’accordo di Dayton, la Serbia è garante dell’integrità territoriale della BiH ed è a favore di soluzioni che siano il risultato esclusivo di un accordo democratico tra i tre popoli costituenti”. Tadić ha poi aggiunto che, nonostante il disaccordo sulla questione del Kosovo, esiste un alto livello di condivisione riguardo l’integrazione dei Balcani occidentali in Unione europea e riguardo la lotta alla criminalità organizzata. “L’obiettivo strategico della Serbia è diventare membro dell’Unione europea, e l’appoggio dell’America in questo processo è molto importante”, ha concluso Tadić invitando, infine, il presidente Obama a far visita alla Serbia.

“Sono giunto in Serbia, a nome dell’amministrazione Obama, con un messaggio chiaro: gli Usa desidererebbero aumentare la collaborazione con la Serbia, aiutare a risolvere i problemi della regione, affinché la Serbia diventi forte, abbia successo e diventi un leader democratico nella regione”, ha detto Biden. Il vicepresidente americano ha poi aggiunto che “la Serbia è di vitale importanza per il futuro della regione”.

“Credo che possiamo convenire sul fatto che sul Kosovo non siamo d’accordo, a condizione di avere ragionevoli aspettative gli uni dagli altri”. Biden ha detto di essere venuto a Belgrado con un messaggio incentrato su due principi. “Gli Usa sostengono fortemente l'integrazione della Serbia nell'Unione europea e l’ampliamento della collaborazione in tema di sicurezza con gli Usa e coi nostri alleati. Convoglieremo la nostra energia e la nostra influenza per promuovere le aspirazioni euroatlantiche della Serbia. In secondo luogo, l’America lavorerà per approfondire le relazioni dirette tra i due stati, soprattutto nel campo della collaborazione militare, nel quale esiste già un ottimo partenariato, e poi nel settore economico e dell’educazione”.

Allo stesso tempo, Biden ha detto che la Serbia deve giocare un ruolo costruttivo nella soluzione dei problemi della Bosnia Erzegovina. Rivolgendosi ai giornalisti belgradesi, Biden ha concluso dicendo “la vostra riuscita è la nostra riuscita”.

Col vicepresidente americano si è incontrato anche il premier Mirko Cvetković. I due hanno parlato soprattutto di collaborazione economica, di nuovi investimenti e dell’avanzamento dello scambio commerciale tra i due paesi. All’incontro hanno preso parte anche il ministro delle Finanze e quelli dell’Economia e del Commercio, Diana Dragutinović, Mlađan Dinkić e Slobodan Milosavljević

Il vicepresidente Usa ha poi deposto una corona di fiori sul luogo in cui fu ucciso il premier Ðinđić, dopodiché ha parlato brevemente con Ružica Ðinđić, vedova dell’ex premier. Sulla corona si legge “A Zoran Ðinđić con grande rispetto dal popolo americano”.

Infine col ministro della Difesa, Dragan Šutanovac, Biden ha dialogato sullo stato di avanzamento della collaborazione militare e, come si è saputo ufficiosamente, anche dell'integrazione della Serbia nella Nato. Tadić e Šutanovac hanno fatto notare a Biden che in questo momento non esiste una maggioranza che sostenga l’ingresso della Serbia in questa alleanza militare.

La maggior parte degli analisti belgradesi concorda sul fatto che la visita di Biden sia stata di estrema importanza per la Serbia, e che essa mostra una rinnovata importanza dei Balcani occidentali nella politica estera americana. In un articolo scritto per il quotidiano “Politika”, Dragan Bujošević sottolinea che uno dei messaggi più importanti pronunciati da Biden è che l’amministrazione americana non chiederà alla Serbia di riconoscere il Kosovo. L’analista Boško Jakšić ha parlato dell’inizio di una nuova fase nelle relazioni tra la Serbia e l’America: “Il fatto che nei Balcani occidentali sia stato inviato il vicepresidente, in una regione che dopo l’11 settembre era alla periferia della politica estera americana, è un segnale di grandi cambiamenti”, scrive Jakšić su “Politika”.

Ospite della Radiotelevisione Serbia, il professor Predrag Simić ha dichiarato che la visita di Biden dimostra che gli Usa desiderano mettere la parola fine ai problemi dei Balcani. “Washington spingerà in avanti l’integrazione della regione nell’Unione europea. È importante che la visita di Biden sia avvenuta nel momento in cui ci sono dei problemi nelle relazioni tra la Serbia e l’Ue”, ha detto Simić, ricordando che gli Usa sfrutteranno la loro influenza in Europa per far sì che i paesi balcanici diventino membri dell’Ue. “Bisogna tenere presente che il ‘no’ olandese a Washington si può trasformare in un ‘sì’”.

I partiti politici serbi interpretano in vario modo la visita di Biden. Il governo, come atteso, parla dell’importanza della visita e del successo della Serbia. L’opposizione valuta la visita in modo negativo. I deputati del Partito radicale serbo (SRS) si sono presentati al parlamento con indosso magliette con il volto di Vojislav Šešelj e dei cartelli con scritto “Biden, feccia fascista, vai a casa”. Tomislav Nikolić del Partito progressista serbo (SNS) ritiene che Biden non vada preso sul serio e che l’America non farà niente per aiutare la Serbia nel suo cammino verso l’Unione europea. Il leader del Partito liberal democratico (LDP) Čedomir Jovanović considera la visita di Biden come un’occasione mancata, perché la coalizione di governo, insistendo sul Kosovo, non ha fatto che riproporre la politica degli anni Novanta.

Alla visita del vicepresidente americano è stato riservato un livello di sicurezza mai visto fino ad ora. Belgrado era bloccata, e la visita è stata accompagnata dai membri della polizia, della gendarmeria e dell’esercito, oltre che da molti uomini della scorta del vicepresidente.

Il giorno prima della visita a Belgrado, Jospeh Biden era a Sarajevo per incontrare i rappresentanti della Bosnia Erzegovina. Biden ha dichiarato di essere insoddisfatto della situazione in cui si trova la BiH e ha invitato tutti i leader politici a risolvere mediante un compromesso le questioni ancora aperte. Come riportato dal quotidiano “Politika”, Biden ha dichiarato che l’America è preoccupata dalla retorica nazionalista e dal tentativo di indebolire le istituzioni statali, e in particolare ha criticato il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. Biden ha aggiunto poi che la BiH deve scegliere tra “la via verso l’Europa e la via che la porterà ad essere uno dei paesi più poveri, che nel migliore dei casi potrebbe sfociare in un caos etnico”.

L’ultima tappa del tour di Biden è stata Pristina, dove il vicepresidente americano è stato accolto in modo solenne ed euforico. Dopo l’incontro con il presidente del Kosovo Sejdiu e il premier Thaci, Biden ha ribadito che l’indipendenza del Kosovo è un processo irreversibile, che la divisione è inaccettabile e che gli Usa sosterranno la creazione di una società democratica e multietnica. Al vicepresidente americano è stata consegnata la medaglia della libertà. Nel discorso davanti ai membri del parlamento, Biden ha sottolineato che il Kosovo ha raggiunto buoni risultati e che l’America continuerà ad offrire il suo appoggio finché sarà necessario, e poi ha dichiarato che si aspetta da Pristina la realizzazione di una società multietnica.

Biden non ha mancato di far visita ai soldati della base militare di Bondsteel ai quali ha ricordato che partecipano alla realizzazione della storia, nel momento in cui i Balcani diventano parte dell’Europa.

Mentre a Pristina si festeggiava, a Kosovska Mitrovica i serbi protestavano per la presenza di Biden, accendendo le candele e dando alle fiamme la bandiera americana. Alcuni cartelloni dicevano: “Tadić non umiliare la Serbia”, “L’omicida ritorna sul luogo del delitto”.

Il mini tour di Biden è terminato con la visita al monastero di Visoki Dečani. Nonostante il vescovo Artemije non fosse d’accordo sulla visita del funzionario americano, la decisione è stata presa dal sinodo della Chiesa serba ortodossa, e Biden è riuscito a visitare il monastero di Dečani. Parlando con padre Sava, il vicepresidente ha riconosciuto “i positivi cambiamenti nel monastero”.