venerdì 31 luglio 2009

Niente di nuovo sul fronte iracheno...

Qualche aggiornamento sull'Iraq: le recenti elezioni svoltesi nel Kurdistan iracheno, la situazione sugli appalti petroliferi, i quotidiani attentati, i rapporti tra USA e governo iracheno.

Solo ieri sette persone sono rimaste uccise e otto ferite in seguito allo scoppio di una bomba di fronte all'ufficio di un partito politico sunnita a Baquba, nella provincia di Diyala. Un funzionario di polizia locale ha fatto sapere che la maggioranza delle vittime apparteneva al partito. Questa provincia è particolarmente problematica dato che la popolazione è composta da arabi, curdi e turkmeni ed è inoltre divisa in sunniti e sciiti.

E sempre ieri altre sette persone sono morte invece a Qaim, nella provincia di al-Anbar, al confine con la Siria, quando un attentatore si è fatto esplodere davanti a un posto di polizia.

Mentre pochi giorni fa sette dissidenti iraniani sono rimasti uccisi nel corso di un raid delle forze di sicurezza irachene a Camp Ashraf, la loro zona franca a nord di Baghdad.
Un portavoce del ministero della Difesa ha ribadito "il diritto ad entrare nel nostro territorio e imporre la legge dell'Iraq a tutti", aggiungendo che il governo sta cercando di creare un posto di polizia all'interno del campo. La presenza del campo Ashraf in Iraq risale agli anni '80 ed è stata protetta prima da Saddam Hussein, allora in lotta contro l'Iran, e successivamente dal governo americano dopo l'invasione nel 2003.

Inoltre le autorità irachene hanno aperto un'inchiesta in merito all'incontro, non gradito dal governo di al-Maliki, avvenuto nel corso dell'anno in Turchia fra alcuni ufficiali statunitensi ed esponenti dei gruppi di insorti.
Ma allo stesso tempo al-Maliki, commemorando la caduta dei 4328 soldati USA in Iraq dal 2003, ha avanzato l'ipotesi che le truppe statunitensi possano restare sul territorio nazionale oltre la data stabilita del 2011. "Se le forze irachene dovessero richiedere ulteriore addestramento e aiuto, dovremo esaminare la situazione sulla base delle necessità dell'Iraq. Sono sicuro che il desiderio di tale cooperazione è presente da entrambe le parti", ha detto al-Maliki.

In sintesi, niente di nuovo sul fronte iracheno...


La legge del clan

di Christian Elia - Peacereporter - 29 Luglio 2009

In fondo non ci credeva nessuno. Troppo forti Barzani e il suo clan per gli altri candidati, ma per la prima volta si è manifestata un'opposizione al sistema nepotistico e corrotto che governa il Kurdistan iracheno.

L'annuncio è arrivato oggi: quando sono state scrutinate il 95 percento delle schede, la coalizione del Partito Democratico del Kurdistan (Pdk) e dell'Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) guidata da Barzani ha ottenuto il 68.8 percento dei consensi. E' fatta, salvo terremoti elettorali. Barzani, presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, alleato con il Puk di Jalal Talabani, attuale presidente dell'Iraq, ha ottenuto il primo consenso elettorale del post Saddam.

Nel 2005, infatti, la presidenza era stata decisa dal Parlamento di Erbil e non dai cittadini. Il risultato, però, vede per la prima volta l'ingresso nell'Assemblea curda delle opposizioni di coloro che denunciano la gestione padronale del binomio Barzani - Talabani. Un buon segno per i dissidenti. Troppo forti gli appoggi internazionali e gli affari interni dei clan al potere per sperare in una vittoria, ma il 30 percento dei voti non è poca cosa per liste come Il Cambiamento e il suo leader Noshirwan Mustafa, un ex Puk, che ha denunciato apertamente la corruzione del potere.

Il ticket Barzani -Talabani è quello uscito dalla lotta di resistenza del popolo curdo contro il regime di Saddam. Dopo il 1991, quando l'attacco Usa portò all'istituzione di una forte autonomia curda in Iraq, il clan Barzani e Talabani hanno provato a contendersi il potere con le armi, salvo rendersi conto che non conveniva e quindi allearsi per gestire un enorme potere economico e politico.

Il voto, quindi, rompe un tabù: il potere nel Kurdistan iracheno non è più affare solo del blocco storico, ma in Parlamento si assisterà anche a un'opposizione e alla denuncia di tutte le promesse che i leader storici non hanno saputo mantenere: dalla lotta alla corruzione alla libertà di stampa, dall'emancipazione femminile allo sviluppo economico per tutti.

In tema di appoggi stranieri, a Washington hanno tirato un sospiro di sollievo. Il Segretario della Difesa Usa, Robert Gates, è giunto a sorpresa in visita in Iraq proprio mentre si contavano le schede di voto. Il generale Ray Odierno, comandante in capo delle truppe Usa in Iraq, ieri aveva denunciato il rischio che il governo centrale iracheno e le milizie curde arrivassero al conflitto armato.

Il nodo delle relazioni tra Baghdad ed Erbil è noto: lo status di Kirkuk. La città è mista ed è uno dei più ricchi giacimenti di petrolio in Iraq. Washington teme l'espansionismo curdo, anche perché un Kurdistan che contasse anche sui proventi di Kirkuk sarebbe un rischio pure per Turchia e Iran, a loro volta impegnate nel contenere le ambizioni delle comunità curde all'interno.

Inoltre se la zona centrale dell'Iraq, rispetto al nord curdo e al sud sciita, perdesse il controllo di Kirkuk, gli Stati Uniti hanno il timore che i sunniti potrebbero essere tentati dall'idea di iniziare di nuovo la lotta armata.

Gates ha incontrato Barzani (che ha così ricevuto una sorta d'investitura internazionale, visto che non erano ancora noti i risultati ufficiali) e il premier iracheno al-Maliki. L'obiettivo per l'inviato dell'amministrazione Obama era quello di ottenere rassicurazioni in merito alla soluzione 'politica' della vicenda Kirkuk e di tutti gli altri nodi economici e politici tra l'autonomia curda e il potere centrale.

Resta ancora da sciogliere, infatti, anche il problema dei contratti di sfruttamento petrolifero che Barzani ha firmato con compagnie straniere (in particolare cinesi) senza il via libera di Baghdad e quello relativo ai gruppi armati curdi che attaccano Iran e Turchia rifugiandosi in Iraq. Baghdad non ha alcuna intenzione di tollerarli, mentre i curdi hanno un problema di opinione pubblica interna nell'arrestare curdi che si battono per le loro comunità. Come ha fatto Barzani in passato, ma quelli erano altri tempi, nei quali non esisteva neanche un'opposizione al clan.


In Kurdistan l'opposizione avanza e rompe il monopolio dei due partiti di governo
da www.osservatorioiraq.it - 29 Luglio 2009

Come era prevedibile, i due maggiori partiti kurdi conservano la maggioranza nel parlamento della regione autonoma del Kurdistan, mentre Mas'ud Barzani, il suo attuale presidente, è stato riconfermato per un secondo mandato.

E tuttavia - per la prima volta - il monopolio che Partito democratico del Kurdistan (KDP), il partito di Barzani, e Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), del presidente iracheno Jalal Talabani, esercitano da 18 anni sulla vita politica della regione è stato rotto.

Lo mostrano chiaramente i risultati delle elezioni – parlamentari e presidenziali – che si sono tenute quattro giorni fa, annunciati oggi dalla Commissione Elettorale indipendente irachena (IHEC).

La lista Kurdistani, la coalizione formata da KDP e PUK, ha vinto con il 57,34% dei voti – la maggioranza, ma non schiacciante.

Goran
, ovvero "Cambiamento", il nuovo gruppo di opposizione che rappresenta la vera novità nel panorama politico della regione autonoma kurda ha avuto una forte affermazione, con il 23,75 % dei voti - che sarebbero stati di più, sostengono i suoi esponenti, se non ci fossero stati brogli e frodi elettorali.

Buono anche il risultato di un'altra lista di opposizione: "Servizi e riforme" - una coalizione improbabile di partiti islamici e laici di sinistra, che ha ottenuto il 12,8 per cento. Anche da qui sono partite accuse di frodi nei confronti dei due partiti di governo, che avrebbero impedito un risultato migliore.

Barzani, come era stato ampiamente previsto, è stato rieletto presidente della regione, ma non si è trattato di un plebiscito. Il leader del KDP ha infatti vinto con il 69,57 % dei voti, mentre l'intellettuale indipendente Kamal Mirawidly ha avuto il 25,32 per cento.

La IHEC ha chiarito che i risultati annunciati oggi sono da considerarsi "iniziali", perché adesso i partiti hanno un lasso di tempo per contestarli.

Hamdiya al-Husseini, uno dei suoi funzionari, ha detto che sono stati presentati 651 reclami, pari a 135.000 voti che ancora non sono stati conteggiati.

Alto il dato dell'affluenza comunicato dalla Commissione elettorale: il 78,5 % di circa 2 milioni e mezzo di aventi diritto al voto - a livello regionale.

Per quanto riguarda i dati relativi alle tre province che compongono la regione autonoma kurda, a Irbil l'affluenza è stata del 79%, a Dohuk dell'85,93%, e a Sulaimaniya del 74,5 per cento.

Ora bisognerà attendere i cosiddetti risultati "certificati" e la distribuzione dei 111 seggi del Parlamento regionale - 11 dei quali sono riservati alle minoranze. Sembra già chiaro tuttavia, che, per la prima volta da quasi 20 anni, al suo interno potrà esserci una opposizione reale.

Intanto, le due formazioni di opposizione – Goran e "Servizi e riforme" - continuano a lanciare accuse di brogli e di manipolazione del voto da parte di KDP e PUK. Puntando il dito, in particolare, contro Barzani.

Nawshirwan Mustafa, il leader di Goran, che fino a non molto tempo fa era il numero due del PUK, ha chiesto alla comunità internazionale di fare pressioni sul presidente e sulla Commissione elettorale irachena perché "blocchino i risultati falsificati".


Vittoria scontata, ma più donne
di Orsola Casagrande - Il Manifesto - 26 Luglio 2009

Tra le vecchie volpi Barzani e Talabani si fa largo Nawshirwan
Ventiquattro formazioni politiche, cinque candidati alla presidenza del governo regionale, oltre due milioni e mezzo di votanti, 111 deputati da eleggere. Si possono sintetizzare così i «numeri» delle elezioni che si sono svolte ieri nel Kurdistan iracheno. A sei mesi di distanza dalle elezioni regionali che si sono tenute nelle altre zone dell'Iraq, anche il Kurdistan ha finalmente aperto le urne.

I motivi dei ritardi sono molti e niente affatto risolti. Per questo, per «blindare» la loro vittoria (e la continuazione del regno) i due partiti-clan da sempre al governo, il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e l'Unione patriottica del Kurdistan (Puk) si sono presentati insieme: una lista di coalizione voluta dai due leader, Masud Barzani e Jalal Talabani. Barzani, con il placet di Talabani, presidente dell'Iraq, si è ripresentato anche come candidato alla presidenza del governo regionale.

A differenza delle ultime elezioni (nel 2005) quest'anno i kurdi potranno votare e scegliere il loro presidente direttamente. Anche se il risultato è praticamente scontato, in questo voto ci sarà qualche novità. Gli sfidanti di Barzani e Talabani hanno dato battaglia fino all'ultimo, denunciando i soprusi e le minacce dei partiti di governo nei loro confronti. Il 30% dei parlamentari sarà costituito da donne, grazie al sistema delle quote in vigore, mentre 11 seggi sono riservati alle minoranze, come quella turcomanna e i cristiani.

Goran, o gruppo per il cambiamento, ha registrato un notevole successo nelle settimane di campagna elettorale. L'ufficio centrale del gruppo a Sulaimaniya è diventato punto di riferimento per migliaia di persone stanche degli abusi e della corruzione dei due gruppi al governo. I fondatori di Goran dicono di essersi ispirati alla campagna presidenziale di Barak Obama.

I suoi rappresentanti sperano di fare il pieno di voti e di poter mandare al parlamento regionale almeno una quarantina di eletti. Difficile pensare a un successo di grandi proporzioni, perché il controllo di Pdk e Puk è molto forte. Ma qualche sorpresa ci sarà. E Goran già pensa alle elezioni del prossimo gennaio per il rinnovo del parlamento federale. Nella sua campagna elettorale il movimento ha fatto particolarmente attenzione a rispondere alle esigenze dei giovani: slogan accattivanti e musica rap.

E dire che il leader del movimento è un ex del Puk, il sessanticinquenne Nawshirwan Mustafa che ha rotto con Talabani un paio di anni fa, criticando la corruzione del partito. Goran si è fatto conoscere attraverso un quotidiano, un sito web e un canale satellitare. Gli ultimi sondaggi davano la lista di Barzani e Talabani al 56% e quella di Goran al 14%. Ma gli indecisi erano il 20%. Ieri la commissione elettorale ha deciso di protrarre di un'ora l'apertura dei seggi per consentire a tutti di andare a votare. Un dettaglio da non sottovalutare, per le opposizioni.

Masud Barzani dopo il voto ha ribadito che le questioni di cui discutere con Baghdad sono chiare. La più delicata è quella di Kirkuk, che i kurdi rivendicano come loro ma che gli arabi non sono così disposti a cedere, visto il petrolio che scorre in città. Su Kirkuk poi continua a gravare l'ombra della Turchia che non sembra essersela proprio messa in tasca del tutto. «Non farò mai compromessi su Kirkuk», ha dichiarato lapidario Barzani ieri mostrando il dito macchiato di inchiostro.

Una posizione più morbida sembra tenerla il nipote di Barzani (nel Kurdistan iracheno anche la politica è un affare di famiglia), Nechirvan, primo ministro del governo regionale. «Speriamo - ha detto ieri - che dopo le elezioni saremo in grado di sederci attorno al tavolo dei negoziati assieme a Baghdad per risolvere la questione di Kirkuk. Noi kurdi - ha aggiunto - siamo disposti a mostrare flessibilità». Oltre a Kirkuk i kurdi hanno un conto aperto con Baghdad anche su territori nelle regioni di Diyala, Nineveh, Salahuddin.


La Turchia chiede "più impegno" a Iraq e Stati Uniti nella lotta al Pkk
di Carlo M. Miele - www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

La Turchia ha chiesto all’Iraq e agli Stati Uniti "risultati concreti" nella lotta ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Secondo il governo di Ankara, infatti, i due governo non si impegnerebbero abbastanza per combattere i ribelli kurdi, che trovano rifugio nel Nord iracheno da cui lanciano i propri attacchi in territorio turco.

"Ci attendiamo di più. Vogliamo dei risultati concreti", ha dichiarato alla stampa il ministro degli Interni turco, Besir Atalay, al termine di una riunione con alti funzionari americani e iracheni incentrata proprio sulla lotta al Pkk.

Nel vertice – ha precisato lo stesso ministro - i tre Paesi si sono impegnati a "rendere la loro cooperazione più efficace... in modo da porre fine alle attività del Pkk in territorio iracheno".

La riunione di martedì si è tenuta nell’ambito della commissione creata a novembre da Ankara, Washington e Baghdad, proprio al fine di combattere l’organizzazione combattente kurda, accusata di terrorismo anche da Stati Uniti e Unione europea, oltre che dalla stessa Turchia.

Il rappresentante iracheno, il ministro della Sicurezza nazionale Shirwan al-Waeli, ha ribadito l’impegno di Baghdad per “ripulire” il suo Paese dal Pkk.

Soluzione politica?

In parallelo con la lotta militare al Pkk, nei giorni scorsi il governo di Ankara ha annunciato la prossima presentazione di un piano di proposte per trovare una soluzione politica al conflitto con la minoranza del sudest del Paese, iniziato nel 1984 e costato circa 45mila vittime.

Stando alle indiscrezioni giornalistiche, il piano prevedrebbe delle concessioni nell’utilizzo della lingua kurda, il ripristino dei nomi kurdi delle città e dei villaggi “turchizzati” e anche un’amnistia per alcuni militanti del Pkk.

Il piano dovrebbe essere reso noto a breve, in modo da precede quello annunciato dal leader in carcere del Pkk, Abdullah Ocalan, per la metà di agosto.


Silurato il direttore della South Oil Company
da www.osservatorioiraq.it - 30 Luglio 2009

Silurato per aver criticato pubblicamente le politiche del ministero del Petrolio (e del ministro), e in particolare la scelta di affidare alle compagnie straniere lo sviluppo di alcuni grossi giacimenti già in produzione.

E’ quello che è successo a Fayadh Nima, il direttore della South Oil Company (SOC), la società petrolifera di Stato irachena che gestisce i giacimenti del sud.

Il dirigente è stato rimosso dal suo incarico, e sarà sostituito da Dhya Ja’afar, già responsabile del dipartimento giacimenti della stessa compagnia.

A dare la notizia, oggi, è stato il portavoce del ministero del Petrolio, Asim Jihad, che si è limitato a dire che “il ministero del Petrolio e il governo sono sempre alla ricerca di modi per migliorare l’amministrazione del settore petrolifero”.

Nima aveva attaccato duramente la decisione del ministro Hussein al Shahristani di ricorrere alla compagnie straniere per lo sviluppo dei giacimenti inclusi nel primo round di gare d’appalto: sei di petrolio e due di gas.

Sostenendo che il compito avrebbe dovuto essere affidato alla SOC, la compagnia che lui dirigeva. Finora.


Al via ad agosto il secondo round di gare petrolifere
www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

Il secondo round di gare d'appalto petrolifere sta per prendere il via – ufficialmente. Il ministero iracheno del Petrolio ha invitato le compagnie internazionali interessate il 25 agosto, a Istanbul, per un incontro nel corso del quale riceveranno le informazioni per partecipare.

Ad annunciarlo è stato il vice direttore del Direttorato che si occupa dei contratti e delle licenze, Abdel Mahdi al Amidi.

In ballo ci sono questa volta 10 giacimenti – tutti di petrolio, dopo che il ministero ha fatto sapere di aver deciso di togliere dal gruppo Siba, il giacimento di gas situato nella provincia di Bassora, che in un primo momento era stato incluso in questa seconda tranche di gare.

Adesso, molto probabilmente, il suo sviluppo sarà affidato alle compagnie di Stato irachene che operano nel sud. Lo deciderà comunque il ministero del Petrolio, ha detto Amidi.

L'offerta è comunque allettante – e varia. Tra i giacimenti compresi nel secondo round ce ne sono alcuni definiti "super-giganti", come Majnun e West Qurna Fase 2. E poi East Baghdad, Halfaya, Gharrafa, Badra, Qayara, Najmah, Kifl West/Kifl Mirjan: alcuni già in produzione, altri no.

Per quanto riguarda le compagnie petrolifere, a quelle già preselezionate in occasione del primo round di gare - che si è concluso il 30 giugno, con l'assegnazione di un solo contratto (quello per il giacimento petrolifero di Rumaila, il maggiore, a un consorzio guidato dalla britannica BP) - se ne aggiungono altre nove (di cui cinque asiatiche), scelte dal ministero del Petrolio fra le 38 che avevano presentato richiesta.

Tra queste ci sono le russe Rosneft e Tatneft, Sonangol (Angola), Pakistan Petroleum, Oil India, e PetroVietnam.



Scade l'accordo. Truppe britanniche trasferite in Kuwait
da www.osservatorioiraq.it - 28 Luglio 2009

I militari britannici che erano rimasti in Iraq sono stati trasferiti in Kuwait, perché l'accordo fra Londra e Baghdad che ne autorizzava la presenza scade fra tre giorni, e il Parlamento iracheno non è riuscito ancora ad approvare un nuovo mandato.

Così il ministero della Difesa di Londra ha deciso di spostare i 150 soldati di Sua Maestà, essenzialmente personale della Royal Navy che avrebbe dovuto addestrare la Marina irachena, mentre il governo britannico sta discutendo la loro posizione con le autorità di Baghdad.

A bloccare il tutto, nel Parlamento iracheno, è stato il gruppo dei deputati che fanno riferimento a Muqtada al Sadr, che della presenza di truppe straniere in Iraq non ne vogliono sapere - nemmeno se si tratta di un centinaio di marinai britannici.

Il nuovo accordo che avrebbe dovuto autorizzarne la presenza era stato approvato dal governo iracheno il 6 giugno, ma non ha mai avuto l'Ok del Parlamento, dove i sadristi hanno sempre fatto mancare il numero legale. Fino a ieri, quando è iniziata la pausa estiva dei lavori – che durerà come minimo fino ai primi di settembre.

E di fine settembre – per un eventuale rientro dei militari in Iraq - parla il Segretario alla Difesa britannico, Bob Ainsworth, facendo presente che, oltre alla pausa estiva del Parlamento, bisogna considerare il Ramadan - il mese santo per i musulmani, che termina intorno al 20 settembre.

Dunque, questo "significa che l'accordo ora potrebbe non venire ratificato fino a fine settembre", ha scritto Ainsworth in una lettera, indirizzata al suo omologo Conservatore Liam Fox, ministro del governo ombra.

"Anche se questo ritardo è spiacevole, continuiamo nella ricerca di una soluzione assieme al governo iracheno, che fornisca alle nostre forze la base legale solida di cui hanno bisogno", ha detto un portavoce del ministero della Difesa di Londra.

"Dobbiamo rispettare i processi democratici iracheni".


Gli americani trattano con la resistenza (e Baghdad è furiosa)
di Ornella Sangiovanni - www.osservatorioiraq.it - 27 Luglio 2009

Lo sanno tutti (o quasi), però non si può dire, e quando – ogni tanto – salta fuori scoppia il finimondo.

Gli Stati Uniti stanno negoziando con gruppi della resistenza armata irachena. Non è una novità: i contatti vanno avanti da anni - a singhiozzo: a un certo punto si interrompono, poi ricominciano. E quando la cosa viene alla luce, il governo di Baghdad è furioso.

Adesso ci risiamo. Si scopre che la scorsa primavera americani e gruppi della resistenza si sono incontrati per ben due volte – in Turchia, e hanno firmato addirittura un protocollo: un accordo preliminare, preludio a negoziati veri e propri, che però non sono mai iniziati.

La rivelazione arriva – con una tempistica perfetta – a pochi giorni della visita a Washington del premier iracheno Nuri al Maliki – attraverso gli schermi di al Jazira. A parlare è lo sceicco Ali al Juburi, portavoce del “Consiglio politico della resistenza irachena”, una coalizione nata nell’ottobre 2007 che raggruppa alcuni dei principali gruppi della resistenza armata – quelli che vogliono giocare un ruolo politico, e non ne hanno mai fatto mistero.

Gli americani “non fanno sul serio”

Juburi parla di due incontri con gli americani – a Istanbul, per la precisione – in marzo e in maggio. Il terzo incontro, che avrebbe dovuto dare avvio ai negoziati veri e propri, era previsto in giugno, ma non se n’è fatto nulla. Il motivo? La parte statunitense ha mostrato “di non fare sul serio” per quanto riguarda le condizioni poste dai gruppi armati, dice Juburi.

Non è la prima volta che succede. In diverse altre occasioni, trattative in corso fra americani e resistenza irachena avevano avuto una battuta d’arresto per la stessa ragione.

Ma quali sono le richieste dei gruppi della resistenza armata? Stando a Juburi, essenzialmente quattro:

-scuse ufficiali al popolo iracheno da parte degli Stati Uniti per l’invasione del marzo 2003 e la successiva occupazione
- il rilascio di tutti i prigionieri
- impegno a ricostruire l’Iraq
- sostegno di Washington a riforme che riportino i gruppi armati all’interno del processo politico.

Solo che le trattative vere e proprie non hanno mai preso il via. Ed è proprio questo il motivo che avrebbe spinto Juburi a rendere pubblici i contatti in corso - con l’obiettivo di fare pressione sugli americani. Mettendoli in imbarazzo (e peggio), in particolare con le autorità di Baghdad. Che di negoziati con i gruppi armati (sunniti) non vogliono sentire parlare – almeno pubblicamente: per il governo Maliki, infatti, si tratta di “terroristi”.

Le rivelazioni via etere non potevano arrivare in un momento più adatto – o inopportuno, a seconda dei punti di vista. Dai media arabi la notizia degli americani che trattano con la resistenza irachena finisce su quelli statunitensi, proprio mentre Maliki si trova in visita a Washington.

Washington: Baghdad sapeva

Dal Dipartimento di Stato sono costretti a confermare: gli incontri ci sono stati – anche se le date di cui si parla sono leggermente diverse: marzo e aprile. Dettagli non ne vengono forniti, mentre Robert Wood, un portavoce del Dipartimento, sottolinea che “gli incontri in questione sono avvenuti alcuni mesi fa, e funzionari del governo iracheno ne erano a conoscenza”.

Ovvero: Baghdad sapeva. “Avendo passato gli ultimi sei anni ad aiutare l’Iraq a costruire un governo democratico rappresentativo ed efficace, l’ultima cosa che faremmo è compiere qualsiasi azione che potesse danneggiarlo”, sottolinea Wood.

E mentre funzionari turchi confermano che gli incontri fra americani e resistenza si sono svolti in Turchia, gli iracheni reagiscono male: chiedendo spiegazioni a Washington e ad Ankara, in particolare riguardo a un “protocollo” che sarebbe stato firmato fra un rappresentante dei gruppi della resistenza e un funzionario statunitense, come preludio appunto all’avvio di negoziati veri e propri.

Un protocollo preliminare

Protocollo che il governo Maliki avrebbe ricevuto qualche giorno dopo l’intervista di Juburi ad al Jazira, andata in onda il 15 luglio.

Il protocollo costituisce “una interferenza negli affari politici interni dell’Iraq”, dice un comunicato diffuso da Baghdad, che chiede “spiegazioni chiare” ai funzionari Usa e a quelli turchi attraverso le rispettive ambasciate nella capitale irachena. Che per ora tacciono.

Il governo Maliki continua a sostenere di essere stato tenuto all’oscuro dei contatti in corso fra americani e resistenza: a detta di Juburi agli incontri in Turchia avrebbero preso parte almeno tre rappresentanti dei gruppi armati (lui ha non era fra questi, ha precisato) e almeno tre funzionari del Dipartimento di Stato. Chi erano non lo dice – per il momento.

L’iniziativa di avviare i contatti, secondo Juburi, è partita dalle forze armate Usa, agli inizi di quest’anno. I diplomatici americani sarebbero stati inviati dopo che i gruppi della resistenza si erano rifiutati di negoziare con quelli che considerano “occupanti”.

Ora è di nuovo tutto fermo. Mentre Baghdad strepita, e Washington cerca di ricucire.

Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa, in conferenza stampa con Maliki, sostiene di aver saputo delle trattative solo di recente, e promette di tenere il governo iracheno “pienamente informato” in futuro.

Ma ai giornalisti che le chiedono del protocollo, risponde solo che nessun funzionario Usa è stato autorizzato a firmare alcunché. Altri commenti non vuole farne.

Maliki, da parte sua, si dice soddisfatto dell’impegno in base al quale “l’Amministrazione [Obama] non negozierà né concluderà accordi con coloro che hanno ucciso soldati, americani, soldati, iracheni, e iracheni”.

Hoshyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno, intervistato da al Hurra, Tv in lingua araba finanziata dagli Usa, definisce “scioccante” e "incredibile" il fatto che funzionari statunitensi e turchi (secondo le informazioni in suo possesso, agli incontri di Istanbul sarebbero stati presenti anche rappresentanti di Ankara) abbiano incontrato "sostenitori del passato regime, gruppi che adottano la violenza e il terrorismo come modo per cambiare la situazione, e le reti che credono nell’uccidere, colpire con le bombe, e prendere di mira gli innocenti".

La “mano della CIA”

Analisti iracheni vedono dietro tutto questo “la mano della CIA”, che avrebbe cercato di fare pressioni su Maliki proprio nel corso della sua visita negli Stati Uniti.

“Se fossi stato in lui, avrei interrotto la visita”, dice Jawad Talibi, un analista politico, dagli schermi di al Alam TV, televisione iraniana in lingua araba. A suo avviso, gli americani vogliono costringere il premier iracheno a riconciliarsi con i ba’athisti. E dietro questo tentativo, ci sarebbero altre potenze regionali - che vogliono il ritorno dei ba’athisti in Iraq, aggiunge Talibi.

Un riconoscimento della legittimità della resistenza

Juburi, da parte sua, considera comunque il protocollo preliminare firmato un “successo”, e un “riconoscimento” da parte degli americani della legittimità della resistenza armata irachena.

Nel documento, l’amministrazione Usa si impegnava, fra l’altro, a facilitare i movimenti di 15 rappresentanti dei gruppi della resistenza irachena che avrebbero preso parte ai negoziati, e anche a far pressioni sul governo di Baghdad per il rilascio, nel caso in cui qualcuno di loro fosse stato arrestato.

“Le nostre richieste non erano impossibili”, commenta Juburi, “Pensiamo tuttavia che gli americani abbiano perso la loro influenza e il loro potere all’interno dell’Iraq, a favore di Paesi come l’Iran”.


Nella città del cemento
di Anthony Shadid - Washington Post - 12 Luglio 2009
Traduzione di Arianna Palleschi per Osservatorio Iraq

Nella vecchia Baghdad c’è traccia di una Baghdad ancora più antica. Potremmo definirla ironia della sorte. È lì, alla statua del corpulento poeta Maruf al-Rusafi, bucherellata dai proiettili, che dà il nome a una piazza ribelle.

Attorno a lui si estende una città celebrata nella storia ma trasandata, che i soldati americani hanno finalmente lasciato. Almeno apparentemente.
Il passato è qui. Una cupola turchese di mattoni, decorata ad arabeschi, fa capolino dietro a un velo di polvere. Un colonnato maestoso sostiene balconi e balaustre dell’epoca britannica. Una sconsolata chiamata alla preghiera arriva da una moschea ottomana.

Ma pochi riescono a vedere la cupola: una ragnatela di cavi che portano sporadicamente elettricità ne impedisce la vista. Non si può passare sotto al colonnato: muri anti-esplosione impediscono il passaggio. E di rado la chiamata alla preghiera riesce a superare il diluvio dei clacson.

"Una città trasformata in un cumulo di spazzatura, finestre rotte, ed edifici fatiscenti”, lamenta Hussein Karim, un portiere che guarda fuori dal suo trespolo posto sopra al lembo di cartone sulla base di granito della statua. "Baghdad", aggiunge il suo amico, Hussein Abed, "è diventata una città distrutta".

Il 30 giugno le truppe da combattimento Usa hanno completato il ritiro da Baghdad e dalle altre città irachene. Ma i soldati si sono lasciati alle spalle una capitale che è stata mutata per sempre dalla loro presenza. Augusto si vantava del fatto che aveva trovato Roma era una città di mattoni e l’aveva trasformata in una città di marmo.

Baghdad era un’altra città di mattoni, e una cerchia di generali americani l’ha trasformata in una città di cemento. Il loro cemento è ovunque - dalla Green Zone che si estende disordinatamente fino alle barriere e ai muri anti-esplosione che si trovano lungo quasi ogni strada della città – e ha riorientato la geografia fisica, spirituale, e sociale che per più di mille anni era stata dettata dalle morbide anse del fiume Tigri.

Tuttavia, col tempo, questi muri forse conteranno meno delle forze più profonde che sei anni di presenza americana hanno accelerato. Baghdad ora è una città divisa da se stessa. Nei quartieri sciiti si trovano raramente dei sunniti, e in quelli sunniti, che oggi sono molto meno numerosi, non ci sono più sciiti. I cristiani se ne sono andati quasi tutti. I politici al potere cercano rifugio nelle fortezze, e i poveri si arrangiano da soli.

Da Beirut al Cairo, fino a Baghdad, le grandi capitali del mondo arabo hanno perso tutte una parte di tolleranza, ritirandosi dietro muri, psicologici e non solo, che segnano i confini fra le varie confessioni, etnie, e classi. Tutte piangono la scomparsa di un cosmopolitismo che sembrava radicato una generazione fa. Tutte rivogliono quegli abitanti che davano alla città più grazia. In fondo, Baghdad può essere il culmine distopico di queste tendenze, non così distrutta dal presente, quanto separata dalla sua storia.

Non sono stati gli americani a creare queste tendenze, ma le hanno favorite, lasciando spazio ai peggiori impulsi della regione.

"Distruggere è facile", afferma Karim, il portiere. "Costruire, invece, richiede molto più tempo".

Saddam Hussein portò uno stile grossolanamente marziale in una Baghdad precedente. In una capitale funzionale, i suoi monumenti avevano portato una bizzarra vanagloria.

Le Mani della Vittoria sono probabilmente il monumento più illustre in questa visione, solo per il loro cattivo gusto. Concepito nel 1985, l’arco delle spade incrociate celebrava una vittoria irachena in un momento in cui l’Iran stava vincendo la guerra durata otto anni. I pugni che afferrano le spade sono stati modellati su quelli di Saddam, ingranditi di 40 volte. Le lame ricurve sono delle repliche delle spade di Saad Ibn Abi Waqas, il generale arabo che sconfisse i persiani nel VII secolo. Per ognuna di esse ci sono volute 24 tonnellate di metallo, ricavato dalla fusione delle pistole di soldati iracheni caduti in battaglia. Dai polsi pendono delle reti che contengono migliaia di elmetti di soldati iraniani, crivellati di proiettili. A quanto si dice, il piano originario prevedeva dei teschi iraniani.

I muri di oggi sono più funzionali, ma non meno caratteristici. Non hanno la permanenza aggressiva delle barriere che gli israeliani hanno costruito per separare loro stessi dai palestinesi. Mancano di quelle scritte politiche e di quell’arte ispirata che aveva reso così caratteristico il muro di Berlino. Invece esprimono chiaramente le ambizioni disparate in un Iraq che sta emergendo dalla guerra, anche se molti si chiedono che cosa questa abbia lasciato.

I dipinti sul cemento celebrano un Iraq idealizzato di gloria sumera e babilonese, o un futuro fatto di improbabili grattacieli. I venditori li utilizzano come cartelloni pubblicitari - per agenzie immobiliari, vestiti per bambini, e cambiavalute. Il governo ci scarabocchia sopra la sua visione autoritaria della legge come antidoto al disordine radicato. "Rispetta e sarai rispettato”, recita un motto. "Sii un eroe. Proteggi l’Iraq”, esorta un altro.

"Questi muri saranno rimossi quando il popolo iracheno si sveglierà di nuovo finalmente”, dice Wissam Karim, un soldato di 28 anni diretto verso la sua base, ad A’adhamiya.

Dà un’occhiata a un muro che si estende per poco più di tre chilometri e divide i residenti sunniti di A’adhamiya da quelli sciiti di Sleikh. "Viva la resistenza", recita uno slogan scarabocchiato su una parte del muro. Qualcuno ha cancellato l’ultima parola, sostituendola con “Iraq”.

Il Khan Mirjan è stato costruito nel 1359, e un’iscrizione sul muro del caravanserraglio rende omaggio al suo fondatore, Amin al-Din Mirjan: "Il più giusto, il re dei re del mondo”. L’edificio ha resistito 600 anni come capolavoro dell’architettura islamica.

Nei mesi successi all’invasione è stato saccheggiato. L'innalzamento della falda l’ha presto inondato. Maestoso, ma ammuffito, il Khan dà l'impressione che il Colosseo probabilmente dava a un romano del Medioevo.

"Ha resistito per centinaia di anni", dice Hassan Ibrahim, 41enne occupante abusivo o guardiano (fate voi). “ Se lo si volesse distruggere, ci vorrebbero pochi minuti”.

A differenza del Cairo o di Istanbul, con il loro paesaggio urbano imperiale, ben poco dell'antichità di Baghdad è sopravvissuto. Guerre, l’inondazione del capriccioso Tigri, e qualche fulmine sporadico hanno fatto in modo che poco si salvasse. La città, invece, sembra trarre orgoglio da una cultura della memoria.

"Quando abbiamo perso il nostro spirito civilizzato?", si chiede Saad Owaiz, 58enne cliente abituale dello Zihawi Café, con il pizzetto ingiallito dalle sigarette e gli occhiali in stile Lenin.

Vagheggia un passato immaginato quanto reale. Rimpiange Rashid Street e i suoi ristoranti e cinema, ormai chiusi da tempo. Gli mancano le conversazioni tra funzionari, sceicchi, e letterati al caffè del Parlamento.

"Di questi tempi conversazioni non ce ne sono più molte", si lamenta.

Il quartiere che si estende dalla statua di Rusafi una volta era il più vivace di Baghdad, con un mix di moschee ottomane, mercati, e appartamenti dell’epoca britannica. A River Street c’era la moda; a Rashid Street, con i suoi portici, la prima strada a essere illuminata in Iraq, la cultura. Le migliori pasticcerie, il miglior caffè, e il gelato più delizioso si potevano trovare qui. Le manifestazioni di protesta passavano sempre nella piazza, per poi riversarsi altrove.

Oggi c’è un commercio di tipo diverso, merci a buon mercato invadono le strade che non si intersecano più; i muri anti-esplosione le rendono più simili a un labirinto. Il pesce pescato nel Tigri muore asfissiato in una tinozza dentro una macchina. Una piramide di bibite (tra)suda come il suo venditore. I vestiti delle ragazze tingono di giallo, arancione, e rosa una strada grigia e marrone.

Foto guardano fisso fuori dagli sporadici caffè e dalle ancor più sporadiche librerie. Lo sguardo gradevole di re Ghazi contrasta con l’innocenza infantile di re Faisal II. Un principe indossa la sidara, un berretto legato per sempre a un’epoca.

Ai tempi di quelle foto, si vanta Owaiz, lui non avrebbe mangiato più di un pezzo di pane e una fetta di formaggio, e poi avrebbe bevuto un bicchiere di succo di melograno comprato a un chiosco chiamato Hajji Zibala.

"Era come se avessimo mangiato una pecora intera", dice. "Ora se mangiassimo una pecora intera avremmo ancora fame… Non siamo proprio dell’umore".

"Per me Baghdad", aggiunge, "è come un fantasma".

Nostalgia è forse il sentimento caratterizzante in un mondo arabo disincantato, che costella le conversazioni al Cairo e a Beirut, così come a Baghdad. Indica che qualcosa – un po’ di tolleranza, una vita più libertina, il cosmopolitismo di una cultura sicura di sé - è andato perduto.

Beirut aveva il suo centro, prima che la guerra civile lo distruggesse, dove le famiglie si mettevano in posa davanti alla statua nella piazza dei Martiri per una foto. Ora zona riservata ai ricchi, una volta era un crocevia di diverse classi sociali, dove i cinema si trovavano accanto al mercato del pesce, e le boutique e le banche condividevano lo spazio con i venditori di verdura. Anche il Cairo aveva il suo centro – il caffè Groppi e i cinema quali il Rivoli, il Metro, e l’Opera – la cui era finì con l’incendio del 1952 e la rivoluzione che seguì.

Non era tutto magnifico, naturalmente. Il Cairo era una città molto più piacevole per i residenti stranieri, che a volte non parlavano neanche l’arabo, piuttosto che per gli egiziani. I turisti a Beirut potevano ignorare un anello di miseria nella periferia, popolata da sciiti privati dei loro diritti civili. Ma pochi contesterebbero che l’identità, sia essa determinata dall’appartenenza a una confessione, un’etnia, o anche a una classe, fosse definita meno rigorosamente. E quasi tutti sarebbero d’accordo sul fatto che lo sciovinismo abbia ancora la meglio sulla tolleranza.

"Come si può raccontare questa storia senza sembrare troppo nostalgici verso un mondo che, sotto molti aspetti, non vorremmo riavere?”, si è chiesto Mark Mazower, autore di "Salonica, City of Ghosts". "Questo è il dilemma."

Per Mazower la nostalgia non è qualcosa di particolarmente arabo; è piuttosto una storia universale che sembra conquistare il fallimento così come la perdita.

"Tutti sono consapevoli di quanto sia difficile per gli stati-nazione creare dei regimi stabili e al tempo stesso tolleranti”, ha detto. "La nostalgia riflette il senso della loro crisi oggi".

Nella Baghdad del dopoguerra non ci sono né stabilità né tolleranza. Ma Maysun al-Damluji non si spinge fino a incolpare le truppe americane che in maggioranza hanno lasciato la sua capitale.

"Ho sempre detto che un esercito è un esercito, malgrado tutto. Si tratta solo di ragazzi con i fucili”, dice la Damluji, architetto e parlamentare appartenente a una famiglia in vista. “ Non ti aspetti che un esercito si prenda cura di una città, né che sia sensibile ai bisogni delle persone”.

Baghdad era già stata impoverita prima che arrivassero gli americani. C'erano stati gli otto anni di guerra con l’Iran, quando i prigionieri di guerra venivano fatti sfilare per la città sui pickup. Le sanzioni seguirono un’altra guerra, l’invasione irachena del Kuwait nel 1991, facendo sparire col tempo quella che una volta era la vivace classe media di Baghdad.

"Ci sono intere generazioni cresciute senza conoscere altro se non il linguaggio della guerra, dello scontro, e della sfida”, dice la Damluji. "Lo vedi nei loro occhi".

I baghdadi – con questo termine fa riferimento alla tolleranza della città - sono spariti. Coloro i quali vengono dalla campagna, con le regole severe degli uomini duri, hanno preso il loro posto. Ai suoi tempi, lo sceicco di una tribù avrebbe potuto rinunciare al suo copricapo durante una visita nella capitale.

"Sarebbe stato troppo imbarazzante per lui”, dice. “Quando questi uomini visitavano Baghdad, si comportavano come i baghdadi. Ora le persone che vivono a Baghdad agiscono come gli anziani delle tribù che vengono dalla campagna”.

Damluji ha una risposta: un progetto per ripristinare la fascia di zona selvaggia urbana attorno alla statua di Rusafi. I proprietari diventerebbero azionisti di una società che rinnoverebbe e farebbe risorgere una parte della città che si estende per poco più di tre chilometri lungo il Tigri, da Bab al-Sharji a Bab al-Moadhem. Il traffico sarebbe interdetto. Cinema e negozi sarebbero circondati da parchi. La sua idea è simile a quella che ha favorito la ricostruzione di Beirut, ma, a differenza della capitale libanese, dice, “Cercheremo di mantenere il tessuto sociale, e non di consegnarlo a Starbucks”.

Srotola una fotografia lunga 6 metri, un’immagine satellitare della città. Non c’erano barriere, né cemento, né muri a forma di T. “ Tutto questo verrà ricreato”, giura, accarezzando la foto con la mano.

C’è una famosa canzone di Kazem al-Saher, il più famoso cantante iracheno, che parla della capitale. “ Dio ha mai creato, in tutto il mondo intero, qualcosa che sia bello come te?”, chiede il cantante. Poi il tono sale, mentre con voce lamentosa grida: "Baghdad! Baghdad! Baghdad!"

Era davvero bella? La Damluji fa una pausa.

"No", risponde. "No, non penso che Baghdad sia mai stata una città bella. Ma era una città animata. Era civilizzata”.

La fotografia resta ai suoi piedi. Dà una tirata a una sigaretta Davidoff, mentre la sua terrier grigia, Apricot, salta sulla sua sedia.

"Ci vorrà un po’”, ammette. “E’ molto più difficile costruire che demolire”.

Anthony Shadid è il corrispondente del Washington Post dal Medio Oriente. È autore del libro Night Draws Near: Iraq's People in the Shadow of America's War.