lunedì 19 ottobre 2009

La destabilizzazione dell'Iran

Dopo il sanguinoso attentato di ieri - con un bilancio di 42 morti, tra cui sei alti ufficiali dei Pasdaran, e decine di feriti - l'Iran ha subito puntato il dito contro USA, Gran Bretagna e Pakistan. L'ambasciatore pakistano a Teheran è stato pure convocato dal ministero degli Esteri iraniano, che aveva dichiarato di avere le prove che gli autori dell'attentato sono arrivati dal Pakistan.

Il "caso" ha voluto poi che il più grave attentato mai compiuto in suolo iraniano contro il gruppo d'elite dei Pasdaran sia avvenuto il giorno prima della ripresa dei colloqui tra Iran, il gruppo dei 5+1 e l'Aeia (l'Agenzia internazionale per l'energia atomica) sul programma nucleare di Teheran, che ovviamente dopo i fatti di ieri si è irrigidita e ha annunciato che proseguirà ugualmente l'arricchimento dell'uranio anche se lo dovesse ricevere già arricchito dall'estero, molto probabilmente dalla Russia.

Comunque ciò che è avvenuto ieri nella provincia del Sistan-Baluchistan è solo un altro episodio della guerra segreta che alcuni Paesi stanno facendo all'Iran attraverso l'utilizzo di gruppi locali in lotta da anni contro il regime iraniano.

E se n'era già parlato qui, qui e qui.


Guerriglieri arabi e spie occidentali
di Maurizio Molinari - La Stampa - 19 Ottobre 2009

Il fronte iraniano dei servizi Usa, inglesi e francesi

Esplosioni, agguati, sequestri e una raffica di misteriosi disastri aerei. Da almeno quattro anni gli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica sono bersagliati da attacchi e incidenti.

Una strategia che due reporter investigativi, l’americano Seymour Hersh e l’israeliano Ronen Bergman, riconducono a una guerra segreta che i servizi occidentali avrebbero iniziato per indebolire i pilastri militari che sorreggono il potere dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della rivoluzione.

Ciò che accomuna la tesi di Hersh, il primo a parlare delle «Black Operations», e quella di Bergman, autore del libro «The Secret War with Iran», è il punto di partenza: la decisione del Congresso di Washington di rendere pubblica nel 2008 una spesa di 400 milioni di dollari a sostegno delle operazioni clandestine in Iran, da condurre in solitudine o con gli alleati. Avvenne nell’ultima fase dell’amministrazione Bush ma la Casa Bianca di Barack Obama non ha finora chiesto a Capitol Hill di bloccare quei fondi.

Trattandosi di operazioni clandestine non vi sono fonti disposte, pur coperte dall’anonimato, a parlarne. E’ tuttavia possibile, seguendo i tracciati di Hersh e Bergman, ricostruire quella che assomiglia ad una morsa di attività aggressive, i cui protagonisti sono numerosi perché ciò che conta per i servizi occidentali è aiutare chiunque possa indebolire il potere di Khamenei.

Fra i protagonisti di questa guerra clandestina il più loquace è senza dubbio Abd Al-Malek Rigi, l’emiro del Beluchistan alla guida del «Movimento di resistenza popolare in Iran» meglio noto come Jundallah, che in un’intervista ad Al Arabiya nel 2008 si è definito leader di un "movimento islamico simile ai taleban e Al Qaeda" ed è riuscito a mettere a segno i colpi più duri contro Teheran.

Sono stati infatti i suoi mujaheddin nel 2005 ad attaccare la carovana d’auto sulla quale si trovava il presidente Mahmud Ahmadinejad, nel 2007 ad uccidere 18 pasdaran in un agguato a Zahedan, nel 2008 a sequestrare 16 agenti, in giugno ad assaltare una moschea a Zehdan e ieri a firmare l’attacco di Pishin in cui sono morti diversi comandanti pasdaran.

La capacità militare di Jundallah viene attribuita ai legami con i taleban afghani, con cui condivide i proventi del traffico della droga e dai quali riceverebbero armi ed esplosivi seguendo uno schema di collaborazione militare simile a quello che, nel nord-ovest dell’Iran, unisce i guerriglieri curdi del Pjak ai pashmerga iracheni ed ai turchi del Pkk. Ma se Jundallah mette a segno attentati, il Pjak è capace di vere e proprie operazioni belliche come l’abbattimento di elicotteri e, nello scorso aprile, l’assalto in forze ad una stazione di polizia nel Kermanshah.

Il terzo fronte di guerriglia è nel sud-ovest, dove a ridosso del confine iracheno operano diversi gruppi per «la liberazione dell’Ahwaz» che nel 2005 hanno rivendicato gli attentati dinamitardi con cui è iniziata la «intifada» arabo-sunnita mirata a staccare la provincia del Khuzestan dall’Iran.

Per Bergman queste guerriglie sarebbero una sorta di «guerra per procura», guidata da unità di élite inglesi ed americane posizionate in Iraq e Afghanistan. Il sospetto però è che anche Parigi sia divenuta parte delle «Black Operations», potendo disporre da maggio di proprie basi ad Abu Dhabi - una aerea e una navale - da dove far operare le truppe speciali.

D’altra parte il metodo di ricorrere ai commando per sostenere guerriglie interne fu inaugurato con successo dal Pentagono nell’autunno 2001, rovesciando il regime dei taleban a Kabul. Un tassello a parte delle «Black Operations» è quello degli incidenti aerei che dal 2002 bersagliano scienziati, militari e pasdaran, in maniera talmente misteriosa da suggerire una matrice israeliana.

Si tratta di oltre una dozzina di incidenti, la cui sequenza è impressionante: nel 2002 cade un Antonov uccidendo 46 scienziati aerospaziali russi e ucraini, nel 2003 è la volta di un Ilyushin con 276 pasdaran, nel 2005 un C-130 militare si schianta a Teheran, nel 2006 tocca ad un velivolo dei pasdaran 11 alti ufficiali, nel 2008 è la volta di un Boeing kirghizo affittato da Teheran e lo scorso luglio di un Tupolev in viaggio verso Erevan, a bordo del quale vi sarebbero stati 9 scienziati nucleari iraniani e 3 russi. La guerra continua.


La doppia sfida dei Jundallah
di Guido Olimpio - Il Corriere della Sera - 18 Ottobre 2009

Si definiscono «Movimento della resistenza popolare in Iran», ma per tutti sono i «Jundallah». Sono nati come gruppo nel 2003 sotto la guida di un ex capo talebano, Nek Mohammed Wazir poi ucciso. Di fede sunnita, si battono contro gli sciiti e, ovviamente, contro il regime iraniano. Nell’ultimo anno si sono resi protagonisti di numerosi attacchi, specie contro moschee e installazioni dei Pasdaran. Le autorità hanno risposto con impiccagioni in pubblico e repressione che hanno riguardato soprattutto il clan Rigi, anima e polmone della rivolta.

LE DUE CARTE - Jundallah cerca di conquistare consensi usando due carte: la prima è quella – religiosa – di sunniti contro sciiti; la seconda è etnica, visto che si batte per difendere i diritti dei fieri baluchi. Per Teheran, invece, la fazione è uno strumento nelle mani di «potenze straniere», intese come Usa, Gran Bretagna, Israele. E, in effetti, nel 2007 sono emersi possibili contatti tra i militanti e l’intelligence Usa. Un rapporto fumoso, da decifrare.

Il movimento avrebbe tra i 700 e i 1000 “quadri”, più un gran numero di sostenitori. Le missioni più delicate, compresi gli attacchi suicidi, sono affidati da un’unità composta da almeno 200 elementi presenti nel versante iraniano del Baluchistan. Dopo aver subito numerosi rovesci, Jundallah sembra aver intensificato le relazioni con fazioni talebane e con gruppi estremisti del Pakistan, in particolare il Lashkar E Janvi. Un legame favorito dal comune odio contro gli sciiti e l’Iran.

Le autorità pachistane li hanno tollerati a lungo, ma hanno poi lanciato attacchi pesanti neutralizzando numerosi membri del Jundallah. Con l’attentato contro i comandanti Pasdaran, hanno però dimostrato di essere ancora in grado di sferrare colpi micidiali e di contare su una buona rete anche in territorio iraniano. Sembra, infatti, che il movimento stia collaborando con un’altra forza di opposizione, i Mujaheddin Khalq.